Incidenti e angeli

Due giorni fa è morto Eugenio Corti, una delle voci più grandi della letteratura europea contemporanea – inspiegabilmente (e, sia lecito dirlo, colpevolmente) dimenticato dal mondo culturale italiano.

Chi lo ha letto, lo ricorda in questi giorni scrivendone. E per quanto sia ovvio farlo quando uno scrittore muore, mi rendo conto che è anche doveroso. Si può pagare il fio della banalità e dell’ovvietà, proprio in nome del fatto è sempre vero – è sempre vero – che quando perdi qualcosa di importante, ne riconosci il valore. Riconosciamolo umilmente: noi siamo fatti così, una cosa ci deve mancare per darci una svegliata.

Io, dunque, lo ricordo nel giorno in cui lo invitammo a tenere un incontro in Università a Bologna. Lui era già anziano, io ero in quella fase “universitaria” di grandi entusiasmi ideali e poca effettiva esperienza di vita. Più vita vista sui libri che nella realtà, insomma.

Si fermò a pranzo con noi e ci raccontò fatti di guerra, di come lui l’aveva vissuta sul fronte russo, di quanti uomini – amici e non –  aveva visto morire; episodi che a noi ragazzi colpivano soprattutto per gli aspetti “cinematografici” della cosa (scontri armati, fughe, pistole …). A lui, invece, premeva dirci che in quelle circostanze così tremende aveva avuto la certezza che gli angeli esistono come presenze al nostro fianco. Probabilmente, si accorse che qualcuno di noi (io stessa) sorrideva al sentire questa cosa, interpretando in chiave sentimentalistica le sue parole. Allora si fece serio, e ci accorgemmo che quelli erano davvero gli occhi di un soldato. Ribadì la sua certezza sulla presenza degli angeli, in modo che fosse chiaro che non si trattava di favolette sui fantasmi.

Concluse la chiacchierata con noi leggendoci l’ultimo brano del suo romanzo più importante, Il cavallo rosso. E io ne trascrivo alcune frasi, di nuovo, qui. Perché è con quelle parole – straconosciute, per chi le ha lette – che lui continua a farci compagnia; non siamo noi che lo ricordiamo, è la sua voce che rimane una mano tesa a chi resta. A noi qui, che continuiamo a fare esperienza di vita; che altro non è se non un susseguirsi di occasioni e incidenti. Tutto è incidente, cioè tutto ci segna. Il cammino di guerra e pietà, direbbe Dante.

Un incidente autostradale vero e proprio, qualcosa che incide la linea della vita sulla terra di una persona è la fine che lui scelse per il suo romanzo. Un finale perfetto, proprio perché non è la fine.

Fu una questione di attimi: la donna udì lo stridore del metallo contro i ritti di pietra del parapetto e urtò in pari tempo con terribile violenza il capo. Dopo di che non s’accorse più di niente; non si accorse che la macchina, sfondato il parapetto, precipitava nell’acqua nera. Ebbe solo una lontana, lontanissima percezione di freddo, e fu la sua ultima percezione quaggiù.
Sulla sua anima, come due falchi, piombarono ad ali chiuse i due angeli: il suo e quello di Michele, pronti all’ultima difesa contro le eventuali insidie all’ingresso nel mondo degli spiriti. Ma non ci furono insidie.
Mentre, rotolando lentamente sott’acqua, la macchina col corpo senza vita d’Almina precipitava giù giù verso il fondo del lago, la sua anima e i due angeli affiorarono insieme nell’aldilà, nel mondo per noi inimmaginabile perché fatto unicamente di spirito. … Scorgendo negli occhi non più materiali di lei la domanda: “E Michele? Cosa ne sarà di Michele senza di me?” l’angelo accentuò il sorriso in modo incoraggiante. “Verrà anche il suo momento – le rispose con piglio più soldatesco l’altro angelo – questione solo di poche decine d’anni, per chi sta qui lo stesso che niente”. In un ultimo residuo di comportamento terreno Alma sospirò.
Intanto intorno a lei cominciavano a configurarsi altre presenze spirituali; si accorse anzi che una di queste le stava venendo incontro. Era lo spirito d’una donna d’incomparabile bellezza: Almina spalancò i suoi occhi nuovi: ” Marietta! – esclamò – Oh, Marietta, sei tu?”. … “Benvenuta Almina – la salutò con gioia Marietta – Benvenuta”. …
A questo punto l’angelo di Michele fece un gesto circolare di saluto: “Beh, io devo tornar giù – disse con un mezzo sospiro – il mio posto è ancora là”, e schiuse le ali per lanciarsi nel tragico mondo degli uomini”.

vigilia

Foto di Susan Sermoneta

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