LuLu (Lucertole sfuggenti e piccole Lucciole)

Sono nata in campagna, da una famiglia contadina. Fin dalla prima infanzia ho visto i miei nonni praticare riti e tradizioni antichissimi, ma per me erano abitudini quotidiane: guardare il cielo a sera, mietere il grano, vendemmiare e fare il vino. Oltre agli animali da cortile che vivevano con noi, c’erano le piccole bestiole tipiche di ogni stagione. L’estate era ed è rimasto il tempo di lucertole e lucciole.

Foto di Giovanni

Foto di Giovanni

È stata questa memoria infantile, che nel tempo si è sedimentata in emotività profonda, a farmi associare due brani a cui sono molto affezionata, ma che non hanno altro legame se non il fatto che raccontano un paio d’occhi che si posa su queste due bestioline estive e ne nasce un pensiero simbolico… cioè relativo (che coglie un legame tra l’io e tutto l’esistente). La lucertola è la calura torrida del giorno, la lucciola è la frescura della sera; la lucertola è un rettile non proprio gradevole alla vista, la lucciola è un insetto suggestivamente meraviglioso alla vista. Che possono avere in comune?

Sono piccoli e sfuggenti, ecco. E mi colpisce come i poeti e gli artisti non si lascino sfuggire le cose piccole e sfuggenti. Sono capaci di raccattare eclatanti simboli umani ovunque, in un cri-cri che giunge dall’erba, in una fugace luce intermittente nei campi o nel transito velocissimo di un piccolo rettile su un muretto.

Parto, allora, da Giovanni Michelucci, architetto noto soprattutto per aver realizzato la Chiesa di San Giovanni Battista a Firenze e nota come Chiesa dell’Autostrada del Sole. Lo scorso marzo ho visitato un’altra sua chiesa, sempre dedicata a San Giovanni, ma ubicata ad Arzignano in provincia di Vicenza. Lì era ospitata una mostra su di lui, in cui venivano presentati anche i suoi scritti, oltre che i suoi disegni. Ho fotografato la storia del suo incontro con una lucertola.

La lucertola di Michelucci

La lucertola di Michelucci

«Qui nasce uno scambio molto interessante». Sappiamo dirlo, noi, di ogni banale e apparentemente insignificante briciolo di realtà?

E proseguo con il narratore toscano Federigo Tozzi, che nel suo celebre romanzo Con gli occhi chiusi dimostra di vederci benissimo. Probabilmente i suoi occhi chiusi erano come quelli del cieco Omero, spalancati sull’anima e poco interessati alle vuote apparenze. A Tozzi bastano poche righe per fare un fermo immagine su una scena piccolissima e silenziosa, che però ci parla inequivocabilmente di qualcosa di profondo.

Foto di Takot

Foto di Takot

“La pioggia, ricominciata dopo il tramonto, faceva un crepitio sommesso fra le lucciole che non si diradavano. Qualcuna aderiva ad uno stelo di grano e non si moveva più: si vedeva la sua luce immobile, sempre accesa, sotto i colpi delle gocciole”.

Un lampo di luce aggrappato a uno stelo, sotto la pioggia battente. Segno, forse, della grande dignità luminosa di ogni vivente anche nella prostrazione più totale. O, anche, segno di chi manda segnali mentre è nella difficoltà e non si rassegna a una buia solitudine. E la speranza sta tutta in quel “non si diradavano“. Sotto la pioggia, non si diradavano: restiamo e resistiamo assieme, guardando i piccoli segnali luminosi che ci mandano i nostri vicini, magari anche in mezzo alla tempesta.

 

Da bambina, dopo cena, d’estate mia nonna mi portava nei campi a sentire i grilli e a guardare le lucciole. Era un momento solo nostro. Non ricordo che ci dicessimo molto, ma è uno dei momenti che ricordo con più affetto. Dava l’idea di una giornata che si era compiuta, e finalmente cedeva alla quiete.

È stata una grande sorpresa scoprire che il mio amato Dante scelse di introdurre la grande figura di Ulisse usando un’immagine identica a quella che io vivevo da bambina. Per descrivere la bolgia dove è ospitato Ulisse, e che Dante vede inizialmente dall’alto, il poeta la paragona a un campo di lucciole che il contadino guarda a fine giornata, quando va a sedersi – sudato e stanco – sulla terra “nell’ora in cui la mosca cede alla zanzara“. Non ricordo che mia nonna abbia mai portato orologi (se non per eventi importanti come un matrimonio); lei senz’altro avrebbe definito la sera estiva come l’ora in cui le mosche se vanno e arrivano le zanzare.

Un contadino e il re di Itaca: per parlare del viaggio più audace che un uomo abbia mai compiuto, Dante parte da un contadino che a fine giornata guarda la sua terra. Davvero tutto è qui, tutto il respiro grande che riempie l’anima del più saggio fra gli uomini comincia a inspirare aria, domande e attese nell’orto di casa. Tra cose piccole e sfuggenti, trapela un segnale luminoso … passa in fretta un paio di occhietti che dà il tono alla giornata.

 

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