Life in technicolor

 

Chissà, chissà chi sei chissà che sarai
chissà che sarà di noi
lo scopriremo solo vivendo.
Comunque adesso ho un po’ paura
ora che quest’avventura
sta diventando una storia vera.

Lucio Battisti

 

 

Probabilmente mi dilungherò un po’. Abbiate pazienza…

Qualche giorno fa sono stata in Val Senales dove un gruppo di universitari di Torino, Genova e Verona stavano facendo una vacanza e abbiamo fatto una chiacchierata sul mio libro, cioè su Dante e Chesterton. A me premeva raccontare loro che entrambi questi uomini, pur nella lontananza del luogo e tempo in cui rispettivamente vissero, ci hanno lasciato una testimonianza autentica del fatto che la prova, il dolore – le molteplici forme di buio e tenebra che la vita ci fa attraversare – non sono solo un’obiezione, ma possono sinceramente essere il pilastro su cui costruire un’intaccabile ipotesi lieta della vita. Perché il buio è il reagente necessario per vedere i colori.

Toccando questi discorsi, è inevitabile che ciascuno si senta chiamato in causa, con le sue ferite, i suoi dubbi ecc. E così, dopo la chiacchierata “ufficiale”, ho avuto modo di parlare con molti ragazzi e ragazze che mi hanno raccontato le loro preoccupazioni, i loro desideri. Il periodo dell’università è un momento decisivo. Ci sono gli slanci della gioventù (la voglia di dedicare la vita a perseguire una passione, ad esempio), che cominciano a intrecciarsi con le necessità concrete e spesso contraddittorie della vita vera e spicciola.

Qualcuno mi ha manifestato la paura di dover rinunciare ai propri desideri. “A me piace tanto studiare la materia X, vorrei che diventasse il mio lavoro e se prima o poi sarò costretto a rinunciarci per necessità o altro, credo ne sarei affranto”. Qualcuno, invece, ha condiviso con me il passo arduo di inserirsi nel mondo del lavoro: “Con la mia laurea, l’unica possibilità concreta è andare all’estero ma qui in Italia sono fidanzato/a e vorrei costruire una famiglia”. Ecco, alcuni esempi.

Scrivo, adesso, qualche riga, perché nelle chiacchiere con loro mi sono dimenticata di condividere una mia personale ipotesi, che forse era l’unica cosa seria su cui avrei dovuto confrontarmi con loro. La sintetizzo con la copertina  dell’album The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd.

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Lo sfondo del mondo è nero, cioè ci è incognito il percorso che ci aspetta. Noi entriamo nella realtà come un esile filo di luce bianca, che si inoltra in un cammino arduo e impegnativo. Il bianco è il colore della tela, prima che il pittore si metta a dipingere. Allo stesso modo, il nostro ritratto viene dipinto via via, sulla strada che percorriamo. Cosa accade all’esile filo di luce bianca, quando viene rifratto dal prisma? Diventa un arcobaleno di colori. Ciò che prima era sottile e uniforme diventa un ventaglio spalancato di sfumature colorate.

Dobbiamo avere (o tentare di avere) la fiducia, e anche il tremore, che la realtà è come il prisma. Il prisma è il filtro che permette al filo bianco di svelare tutte le multiformi coloriture che contiene, e che non conosce prima di inoltrarsi in esso.

Il prisma va attraversato.Tutto ciò che ci aspetta da vivere – nel bene e nel male, nella prova e nella gioia – è necessario per svelarci tutto il ventaglio colorato del nostro io, che ancora ignoriamo. E possiamo conoscerlo solo inoltrandoci dentro le cose da vivere, non arroncandoci -fermi, immobili o in retromarcia – sui nostri desideri o paure. Avere dei desideri e avere delle preoccupazioni è sacrosanto, ma non bisogna che diventino dei pensieri dittatoriali, cioè qualcosa che ci trattenga dall’entrare nel prisma. Ora desidero una certa cosa e vorrei non dovere rinunciarci, ma chi mi dice che non incontrerò qualcos’altro di cui mi innamorerò ancora di più?

Non dobbiamo presumere di aver finito di conoscere noi stessi, di sapere già tutto quello che vogliamo e sappiamo di noi. Noi ci portiamo sempre dietro del bianco, cioè qualcosa che ha bisogno dell’impatto riverberante della realtà per essere svelato, manifestato, conosciuto e amato.

Aggrapparci cocciutamente ai desideri, con la paura di perderli, rimuginare a testa bassa sulle paure che ci attanagliano sono entrambe tentazioni “diaboliche”, che ci separano dall’unica cosa di cui abbiamo bisogno: sprofondare nella sostanza del reale, inoltrarci in quel prisma che solo può “farci venire alla luce” per l’interezza di noi che è ancora nell’ombra.

Un ultimo pensiero. Per quanto spesso io me ne dimentichi e finisca in modalità “lamentona”, credo che ci sia una speranza emblematica in quella parabola evangelica che dice “voi siete il campo, non il giardiniere”. Sarebbe davvero bello e soddisfacente essere i giardinieri di noi stessi? Credo che sarebbe in fondo in fondo noioso, perché saremmo degli agricoltori monotoni, che seminano sempre le stesse cose (le nostre “fisse”) e rifiutano erbacce e piante infestanti.

Essere il campo non significa rinunciare a essere protagonisti della vita, tutt’altro. Il giardiniere conosce una potenzialità di noi, che noi invece ignoriamo e scopriremo via via. Lasciamoci seminare, diamo frutto a tutto quello che precipita sulla nostra terra. Anche la grandine, l’arsura e le erbacce tengono il campo in vita, lo fanno reagire in modo che si fortifichi.

Non tutte le sfumature di colori sono brillanti, esistono anche il verde marcio e il nero antracite. Rinunciare a queste tonalità, che forse noi escluderemmo a priori, significa restringere il ventaglio. È da pavidi. Aiutiamoci a vicenda a ricordare che rimanere spalancati a tutto non è solo più coraggioso, ma anche più “utile” perché in ballo ci sono insospettabili e irrinunciabili frammenti del nostro vero volto da scoprire.

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Foto di Darren Johnson

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