L’uomo che fu Giovedì, parte 2: la notte della battaglia

Nel fondo del cuore di ogni uomo, ovunque trascorra la sua vita,

c’è un male di vivere che è nobile, un sacro scontento.

G.K. Chesterton, da Adveniat regnum tuum

Parte 1: qui 

L’impresa che, nella trama de L’uomo che fu Giovedì, Gabriel Syme deve compiere, è quella di confrontarsi con un nemico spietato, che sparge terrore e disordine nel mondo: l’anarchia. La sua discesa agli inferi assume, innanzitutto, la forma della discesa nel covo di una congregazione di anarchici, la cui sede sotterranea è stipata di fucili, rivoltelle e bombe. Sottoterra, c’è un luogo esplosivo che vorrebbe dilaniare il mondo consegnandolo al caos e al nulla della distruzione. Allo stesso modo, nel fondo del cervello di un uomo, può covare una forza che spinge la mente a confrontarsi con l’incubo supremo del nulla. Il Segretario del Grande Consiglio Anarchico, che Gabriel incontrerà nel corso di una colazione, afferma:

«Il coltello rappresenta il tipo di vendetta personale di vecchio stampo, quella del singolo uomo contro il singolo tiranno. La dinamite, oltre a essere la nostra arma migliore, è anche il nostro simbolo migliore. È un simbolo perfetto quanto lo è l’incenso che accompagna le preghiere dei cristiani: si espande. Ed è distruttiva proprio perché si diffonde; allo stesso modo, il pensiero è distruttivo proprio perché si diffonde. La mente di un uomo è una bomba».

2.Luce e ombra

Chi sceglie di confrontarsi con questo nemico, affronta un duello mortale e vitale insieme. Il paradosso che prende corpo in tutta la produzione di GKC è che l’uomo si accorge davvero della luce (vita) solo mettendola a fuoco sullo sfondo del buio (morte). La mente dell’uomo può essere una bomba distruttiva – quando rivolge eccessivamente gli occhi verso l’interno – ma essa può anche generare un’esplosione benefica, se rivolge lo sguardo alla sua relazione con il mondo esterno e vivente. Si tratta, attraverso un percorso audace, di mettere a fuoco questa risorsa buona che giace nel profondo di ogni uomo. E, come insegnava la fotografia di un tempo, affinché in un’istantanea emergano i colori, si deve passare dalla camera oscura.

Dunque Syme deve scendere al buio, abbandonando il regno della luce. Il romanzo, infatti, inizia col tripudio di un tramonto bellissimo, in cui il cielo dà il meglio di sé … quasi per tendere una mano al giovane Gabriel, che di lì a poco sprofonderà nella notte:

«Se non per altro, nella zona ci si ricorda di quella sera particolare a causa di uno strano tramonto. Sembrava l’apocalisse. Tutto il cielo si era rivestito di un vivace piumaggio quasi palpabile: il cielo era proprio un tripudio di piume che parevano sfiorare le teste con una carezza e riempivano gran parte della volta celeste con tinte grigie, che si mescolavano alle più strane sfumature di violetto e malva, per arrivare anche a un rosa surreale e al verde pallido. A occidente la vista era addirittura indescrivibile: in un cielo terso e infuocato le ultime falde di quella livrea piumata erano d’un rosso incandescente e coprivano il sole, quasi fosse qualcosa di troppo bello per essere guardato. Questa scena celeste s’abbracciava stretta alla terra, come per trattenere un ardente segreto».

sunset

Foto di Gary Wilmore

Quando, quella stessa sera ma qualche ora più tardi, Gabriel Syme sarà pienamente arruolato nella sua missione segreta di investigatore mandato tra gli anarchici, il cielo testimonierà che la battaglia col buio è cominciata. Tutto il tripudio di luce si tramuta in freddezza e oscurità innaturale:

fullmoonnight

Foto di Josiah Lau

«Quando Syme mise piede sul rimorchiatore ebbe la strana sensazione di inoltrarsi verso qualcosa di assolutamente nuovo; non semplicemente di trovarsi in un paese sconosciuto, ma di essere stato catapultato su un altro pianeta. Questo dipendeva dalla decisione folle eppure ferma presa nel corso di quella serata, ma anche dal completo stravolgimento del cielo e del clima da quando era entrato nel pub due ore prima. Ogni traccia di quel folto piumaggio di nubi che aveva avvolto il tramonto era scomparsa e ora la luna brillava limpidissima in un cielo altrettanto terso. La luna era così piena e splendente che (per un paradosso che si nota spesso) sembrava piuttosto un sole affievolito: non dava l’impressione di un lucente chiaro di luna, ma piuttosto di un giorno spento. Sull’intero paesaggio pesava una luce innaturale e sbiadita, quel crepuscolo apocalittico di cui parla Milton riferendosi all’eclissi solare; e quindi, fu spontaneo per Syme ritornare al suo primo pensiero, quello di essere finito su qualche pianeta desolato, che ruotava attorno a una malinconica stella. Ma più avvertiva la pungente desolazione di quel paesaggio illuminato dalla luna, più la sua follia cavalleresca ardeva come un fuoco nella notte. […] E così, in quel paesaggio disumano, c’era un briciolo di autentica immaginazione perché ne faceva parte un uomo davvero umano».

Questo è un pilastro fondamentale o, se vogliamo, cruciale: non ci sono scorciatoie o alternative. La battaglia che l’uomo deve combattere col buio è una lotta solitaria. Vedremo, poi, che l’uomo non è da solo a combattere, ma il primo grande passo che coraggiosamente bisogna fare è quello di sentire la solitudine desolante della lotta. Proprio come accadde a Giacobbe, nella sua lotta notturna con una presenza misteriosa:

«Così Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntar dell’alba. Quando quest’uomo vide che non lo poteva vincere, gli toccò la cavità dell’anca; e la cavità dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E quegli disse: «Lasciami andare, perché sta spuntando l’alba». Ma Giacobbe disse: «Non ti lascerò andare, se non mi avrai prima benedetto!». L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?». Egli rispose: «Giacobbe». Allora quegli disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con DIO e con gli uomini, ed hai vinto». Giacobbe gli disse: «Ti prego, dimmi il tuo nome». Ma quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?». E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata».

(Genesi, cap. 32)

Una benedizione attende l’uomo che, solo, affronta una battaglia nella notte.Si dice, peraltro, che con le sue ultime parole Chesterton ribadisse sul letto di morte che la battaglia costante e perenne dell’uomo è quella di scegliere la sua parte tra la luce e il buio.

Il compagno di scuola, e amico di una vita, Lucian Oldershaw disse di Chesterton, riguardo al tempo della sua crisi: «Sentivamo che stava cercando Dio» (cit. da Maisie Ward). E nel suo quaderno degli appunti, Gilbert descrisse, infatti, in forma simbolica la lotta/ricerca che stava facendo, tratteggiandola in modo alquanto simile alla vicenda di Giacobbe:

«È sera.
E nella stanza entra di nuovo un’immensa e indistinta presenza.
È un uomo o una donna?
È morto da tempo o è uno che deve ancora venire?
Ecco chi siede con me la sera».

E così, il tramonto lancia a Gabriel un ultimo infuocato messaggio, prima che scenda la notte della lotta. Ma anche dentro l’oscurità della notte non tutto è buio, finché ne fa parte un «uomo davvero umano». Per comprendere cosa significhi quest’affermazione, occorre rifarsi ancora una volta al quaderno degli appunti di Gilbert e sempre al periodo arduo della sua giovinezza. Stephen Medcalf, nell’edizione da lui curata de L’uomo che fu Giovedì, cita un breve passaggio dal diario di Gilbert, che pare una poesia e che lascia basiti quanto a radicalità di speranza e ragionevolezza:

It is not a question of Theology,
It is a question of whether,
Placed as a sentinel of an unknown watch,
You will whistle or not.

Traduzione:

Il punto non è la Teologia,
Il punto è se tu,
Messo di sentinella per un turno di guardia sconosciuto
Fischierai oppure no.

medieval sentinelQui, oso dire, c’è l’osso attorno a cui si salda il corpo del pensiero chestertoniano: GKC è stato un uomo che, partendo dalla tabula rasa, ha trovato, proprio nel buio del deserto del nulla, la radicalità della speranza connaturata nell’uomo. «Il punto non è la Teologia», ovvero: prova a ragionare a partire dal grado zero; immagina di essere catapultato nel peggiore dei mondi possibili, un pianeta alieno e desolato, come quello in cui si sente immerso Gabriel la notte in cui comincia la sua avventura. Ebbene, anche in un contesto di eclissi solare (cioè di assenza di riferimenti luminosi), l’uomo non smette di essere uomo. Fischia. Perfino se è messo di guardia nel contesto di una guerra a lui sconosciuta (in cui non si sa nè chi è il nemico nè chi è l’amico, ovvero la guerra di un dubbio radicale su tutto), l’uomo è quella creatura in grado di fischiare. È colui che manda segnali, è qualcuno la cui natura si esprime nella ricerca di un vincolo. Anche in un pianeta vuoto e desolato, l’uomo sarebbe l’unica cosa non vuota e desolata. Manderebbe segnali anche in un mondo in cui, regnando il caos e il nulla, non sarebbe possibile ricevere risposta.

Da questo grado zero, da questa pars destruens, Chesterton mette a fuoco la speranza, non più come idea positiva e astratta, ma come ragionevole presenza. Infatti: se tutto il mondo è solo un caotico coacervo che progressivamente tende al nulla, come può essere che ne faccia parte una creatura che – non per sua scelta, ma per natura – contraddice il caos e il nulla, essendo cosciente e capace di lanciare fischi interrogativi? Se il nulla e il caos sono la cifra dell’universo, perché dell’universo fa parte anche una sentinella?

La scoperta vitale che attende Gabriel Syme, in fondo a tutti gli scontri mortali che affronta nel romanzo, è proprio questa: giunto al limite estremo di ogni scontro, quando tutto sembra perduto e nient’altro che la morte pare attenderlo, ecco che la sentinella (che è in lui) ode un fischio di ritorno. Proprio quando è al fondo della desolazione, qualcosa di concreto, semplice e vivo lo ridesta, come mandandogli un fischio di vita. Capita una prima volta, quando Gabriel si trova al cospetto del gigantesco e imperscrutabile Presidente del Consiglio degli Anarchici, il cui nome è Domenica, e sa che la sua strada è giunta a un punto di non ritorno, non può più tirarsi indietro dalla sua impresa:

«Il momento della scelta decisiva era giunto, ora aveva la pistola alla tempia. […] Per strada fu azionato un organetto da cui si diffuse un motivetto allegro. I nervi di Syme si tesero, come se fosse stato lo squillo di tromba che prelude alla battaglia e sentì il suo animo invaso da un coraggio che proveniva da chissà dove. Gli pareva che quel tintinnante motivetto contenesse tutta la vivacità, la trivialità e l’inconcepibile valore della povera gente, quella che pur abitando in quelle vie sudicie si aggrappava a tutto ciò che di decoroso e caritatevole c’era in seno alla cristianità. […] Si sentiva l’ambasciatore della buona gente comune che passava per strada, di tutti quelli che affrontavano la propria quotidiana battaglia marciando al ritmo dell’organetto. E il grande orgoglio di appartenere a questa umanità lo aveva innalzato infinitamente al di sopra degli uomini mostruosi che lo circondavano».

Capita una seconda volta, quando Gabriel si scontra a duello con il più feroce degli anarchici, il Marchese di St. Eustache:

«Perché non appena vide il bagliore del sole correre lungo il filo della lama del suo rivale e non appena sentì quelle due lingue d’acciaio toccarsi e vibrare come fossero vive, si rese DSCN3087conto che il suo nemico era un avversario terribile e capì che probabilmente era arrivata la sua ora. Avvertì in modo stranamente vivido il valore di tutta la terra che lo circondava, anche dell’erba sotto i suoi piedi; sentiva l’amore alla vita che c’è in ogni cosa vivente».

Ecco il primo e gigantesco frutto buono di uno scontro all’ultimo sangue con l’anarchia: accorgersi che c’è una stella in più nella realtà, e non nella pozza della nostra mente. Il quid in più, e buono, è nella realtà. Perché – e questo è il grande rovescimento – la realtà nel suo insieme, tragico e comico, non è altro che un fischio di risposta al fischio dell’uomo. Una chiamata. La realtà è una vocazione: dentro il reale c’è qualcosa che risponde all’uomo, e interagisce con quel bisogno di legame che l’uomo sente. E chi ha provato la vertigine di sentirsi una sentinella sperduta in un mondo desolato e alieno, diventa un testimone attendibile. Credibile, in nome del suo dolore.

O, meglio, questo è il frutto buono che ne ricavò GKC. Non fu sua intenzione lodare la solitudine titanica dell’uomo che lotta contro il buio, ma chiarire che anche la solitudine – dolorosa –, che ci accompagna nei momenti bui, serve.

Le prove e i dolori più laceranti, in cui ciascuno è chiamato a una battaglia solitaria terribile, hanno un senso; il senso di metterci a nudo completamente, di riconsegnarci un’innocenza radicale. Proprio quando non ci sono più speranze, l’uomo può guardarsi candidamente, senza filtri di ideologie e teorie, e decidere se il nulla ha l’ultima parola oppure no.

Per Chesterton la risposta è «oppure no».

Re Alfred, protagonista de La ballata del cavallo bianco, troverà il seme di questa innocenza proprio quando, sul campo di battaglia e di fronte a un nemico che lo sta per schiacciare, decide di dare il tutto per tutto, anche se il risultato sarà un sconfitta:

«Perché nella foresta densa di paure,
come una strana folata che giunge dal mare,
lo sospinse quell’antica innocenza
che è molto più della destrezza»

Non è un’innocenza candida quella che Chesterton trovò nel fondo cupo della sua crisi, ma un’innocenza segnata da ferite mortali. È quel genere di innocenza che rende coraggioso un soldato, pronto a sparare al vero nemico eterno che oscura le stelle, il Diavolo. Così, afferma Gabriel Syme alla fine della sua avventura:

«Ora capisco – gridò – capisco tutto. Perché ogni singola cosa sulla Terra fa guerra a tutte le altre? Perché ogni piccola cosa esistente al mondo deve combattere contro il mondo intero? […] Per lo stesso motivo per cui io dovevo sentirmi da solo in mezzo al tremendo Consiglio dei Giorni: e cioé affinché ogni cosa che obbedisce alla legge possa avere la gloria e la solitudine dell’anarchico, affinché ogni uomo che combatte in nome dell’ordine possa essere tanto impavido e devoto quanto un terrorista. Solo così la bugia di Satana può essere ritorta contro quella sua faccia da bugiardo, solo così noi possiamo guadagnarci il diritto, attraverso le lacrime e il sangue versato, di dirgli in faccia: “Tu menti!”».

Come a dire: «Tu menti, Satana. Tu dici menzogne: perché io – Gabriel Syme – anche al fondo della disperazione ho fischiato. Ho cercato un legame, e qualcosa mi ha risposto». Il compito del Diavolo è proprio quello di separare dai vincoli (dia-ballo), cioè di alterare la vista così che l’uomo dimentichi la sua stessa natura, quello di essere una sentinella … l’unica creatura vigile, l’unica creatura la cui stessa esistenza – persino in assoluta solitudine – è una lode al bisogno di un legame.

E a partire da ciò, l’uomo sopravvissuto alla discesa negli inferni – alive – comincia a guardare la realtà esistente e ogni altro essere umano come fratello e amico, come un compagno di battaglia.

…continua

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