L’uomo che fu Giovedì, parte 3: sveglia!

«Questo non è il migliore dei mondi possibili,

ma, tra tutte le cose possibili, la migliore è che il mondo sia possibile»

GKC

Scendere nei dettagli della trama de L’uomo che fu Giovedì è un atto di slealtà nei confronti dei futuri lettori. Perché un giallo va seguito passo dopo passo, e non c’è niente di peggio del tizio che salta su prematuramente a dire: “L’assassino è il maggiordomo!”. Perciò, per quanto possibile, cercherò di parlare per metafore, cioè cercherò di mettere a fuoco l’ultimo tassello della mia riflessione, senza esplicitare troppo gli elementi specifici della storia.

  1. Giù la maschera! … oppure: W la mucca

Uno dei temi più sviscerati dalla letteratura novecentesca è stato il rapporto tra realtà e apparenza. Quel gigante di Pirandello ha sondato ogni meandro del rapporto dell’uomo con la sua identità, o meglio, col problema della sua identità: chi sono io? chi è l’altro?

Scelgo una citazione, tra le mille possibili, da Il piacere dell’onestà:

René Magritte

René Magritte

«Ecco veda, signor Marchese: inevitabilmente, noi ci costruiamo. Mi spiego. Io entro qua, e divento subito, di fronte a lei, quello che devo essere, quello che posso essere – mi costruisco – cioé, me le presento in una forma adatta alla relazione che debbo contrarre con lei. E lo stesso fa di sè anche lei che mi riceve. Ma, in fondo, dentro queste costruzioni nostre messe così di fronte, dietro le gelosie e le imposte, restano poi ben nascosti i pensieri nostri più segreti, i nostri più intimi sentimenti, tutto ciò che siamo per noi stessi […]».

Chi parla è Angelo Baldovino, un pover’uomo che per denaro ha accettato di sposare Agata, rimasta incinta dal Marchese Colli, che non può sposarla perché già ammogliato. Il tema della maschera viene evocato in modo inappuntabile in queste parole, e Baldovino/Pirandello descrive benissimo qualcosa di concreto e vero, che tutti conosciamo. Nelle relazioni tra noi e gli altri c’è sempre un filtro, che poi si rifrange in una moltitudine di filtri: c’è l’immagine di me che io do agli altri, c’è l’immagine che gli altri si fanno di me; c’è l’immagine con cui gli altri si mostrano a me, c’è l’immagine che io mi faccio degli altri. Da questo punto di vista, ogni incontro umano potrebbe apparire solo un gioco di specchi, con l’implicazione che sia impossibile un contatto umano autentico.

Tutto ciò è una ferita bruciante. Gli autori, come Pirandello, che hanno documentato questa lacerata e imperfetta natura nei rapporti umani, hanno fatto sanguinare la ferita. Ed è un bene.

Anche Chesterton ci fece i conti, e vorrei quindi sollecitare gli insegnanti a tenere conto della sua voce nell’ambito della letteratura novecentesca, perché lui ci ha lasciato un contributo di valore, offrendoci un punto di osservazione che sconfigge l’ombra scura dell’apparenza e propone una via per ridare pieno valore di autorità alla realtà.

Mi spiego, Chesterton non ha risolto il problema della «maschera», ma ha proposto un modo coraggioso per affrontare con energica fiducia il tema dell’identità, affinché il dubbio non avesse l’ultima parola nel nostro rapporto col mondo e con gli altri. L’uomo che fu Giovedì, ne è una delle testimonianze più luminose. Fu scritto nel 1908, quando contemporaneamente Pirandello pubblicava L’umorismo; fu scritto, ci informa Stephen Medcalf, da un confronto con Joseph Conrad (in occasione di un pranzo presso un circolo culturale, GKC e Conrad discussero di un attentato dinamitardo avvenuto a Londra, e ciò diede lo spunto a Conrad per scrivere il celebre L’agente segreto, che uscì nel 1907, e a Chesterton per scrivere il Giovedì). Insomma, è un’opera pienamente collocata nel dibattito del suo tempo, eppure le storie della letteratura la ignorano.

Il tema della maschera, cioè dell’aspetto di sé che ciascuno offre agli altri e – forse – dietro cui ciascuno vuole celare se stesso, è uno degli elementi cardine dell’avventura di Gabriel Syme; lui stesso indosserà una maschera, cioè si fingerà un anarchico per sedere nel Grande Consiglio degli Anarchici. Fanno parte di questo consiglio sei Consiglieri e un Presidente; essendo in sette, ciascuno porta il nome di un giorno della settimana. Scrutando a uno a uno i Consiglieri, durante una colazione del consiglio, Gabriel (eletto a ricoprire il ruolo di Giovedì) ne resta atterrito. Ne è un esempio perfetto il Dottor Bull, che porta il nome di Sabato, e il cui volto pare un enigma terrificante:

All’estremità del tavolo sedeva l’uomo chiamato Sabato, il più semplice e insieme il più sconcertante di tutti. […] Non c’era nulla di strano in lui, tranne il paio di occhiali scuri e opachi che portava. […] Lo sguardo di Syme era catturato da quegli occhiali neri e dalla smorfia cieca di quel viso. […]. Quelle lenti impedivano di comprendere il senso di quel Occhialivolto, perché era impossibile dire cosa significassero quel sorriso e quell’austerità.

Non occorrono mirabolanti travestimenti, a volte basta un tocco di oscurità o un velo di opacità per renderci imperscrutabili agli occhi degli altri. Lo scontro con ciascuno di questi sei terribili Consiglieri porterà Gabriel a esasperare l’angoscia di sentirsi catapultato in un mondo di maschere, in un universo in cui non esistono criteri per distinguere un amico da un nemico. Un universo anarchico, appunto; e questo è un altro tassello dell’incubo. Per Gabriel l’ossessione del dubbio raggiunge il vertice nel momento in cui si trova a fuggire proprio da una folla di anarchici che lo inseguono col volto mascherato; la fuga lo porta ad attraversare un bosco – una selva oscura – in cui sprazzi di luci e ombre disorientano completamente la vista:

Il fitto del bosco era pieno di sprazzi di luci improvvisi e ombre vibranti; tutto ciò diffondeva sulle cose un tremolio, che procurava una sorta di vertigine … . Per Syme era persino difficile distinguere le solide figure di chi gli camminava accanto, a causa di quel balletto di luci e ombre. […] E se tutti stavano indossando una maschera? Chi era cosa? … Dopo tutti questi stravolgimenti era propenso a chiedersi cosa distinguesse un amico da un nemico. Esisteva qualcosa oltre l’apparenza?

Interrompo la citazione in corso per spiegarne il senso simbolico, usando le parole dello stesso Chesterton, il quale non si lasciò sfuggire un’occasione golosa che gli offrira l’inglese, lingua in cui le parole amico (FRIEND) e nemico (FIEND) sono ancora più simili che in italiano. Spiega quindi GKC:

«In un incubo anche le facce degli amici (FRIENDS) possono apparire come facce di nemici (FIENDS). Ma c’è davvero del bene da scovare nei posti più improbabili e può accadere che chi si combatte a vicenda stia in realtà combattendo dalla stessa parte, quella giusta; ma è un bene che noi lo ignoriamo, perché l’anima deve sentirsi solitaria nella lotta o non ci sarebbe spazio per il coraggio».

Ecco qua il ribaltamento – paradossale – di cui l’intelligenza di Chesterton è stata capace: ci può essere un valore positivo nei mascheramenti reciproci degli esseri umani. Io non leggo candidamente nel cuore di chi mi sta accanto; questa «imperfetta» conoscenza concede al singolo di «sentirsi» solo nel momento della lotta, di non nascondersi dietro una facile compagnoneria. Ma poi, il senso anche vertiginoso e doloroso di questo confronto solitario, ha proprio lo scopo di farmi accorgere che, davvero, chiunque ho accanto a me – anche il nemico – è un amico. Perché tutti siamo sentinelle cooptate in questa battaglia di dare un nome al mistero del mondo. Con drammi diversi e persino opposti, perseguendo scopi divergenti, aderendo a ideali umani differenti, tutti – nel profondo – siamo dentro la stessa battaglia. Stiamo al cospetto del buio e cerchiamo quella lampada luminosa che possa far sparire le tenebre.

L’unico nemico reale e di ogni creatura è la menzogna diabolica della separazione, la tentazione di chiudere i ponti con il reale, di ergere la mente a idolo. È quella tentazione che il giovane Innocent Smith di Uomovivo sentiva quando era portato a credere che l’universo riflesso nella pozzanghera avesse una stella in più del cielo vero e proprio. E qui torno alla citazione, che riguarda Gabriel smarrito nel bosco e in preda a dubbi sull’esistenza di ogni cosa:

«In fondo, non era forse vero che tutto, come in quel bosco incantato, consisteva in una danza tra il buio e la luce? Ogni cosa è solo un bagliore, un bagliore che giunge sempre inaspettato e che sempre viene subito dimenticato. Ecco che Gabriel Syme aveva trovato nel fitto di quel bosco punteggiato di luce ciò che vi trovarono molti pittori moderni: era ciò che la gente moderna definisce Impressionismo, un altro nome per identificare quello scetticismo estremo, incapace di trovare le fondamenta dell’universo».

Claude Monet - Impression, soleil levant

Claude Monet – Impression, soleil levant

 

Intendiamoci, qui Chesterton non sta scagliandosi contro Monet&Co, ma sta puntando il dito contro una pericolosa visione dell’umano e che egli traduce per immagini richiamandosi all’Impressionismo. Chesterton frequentò la scuola d’arte e rimase poi, in qualsiasi contesto di scrittura, una mente essenzialmente pittorica. Nella sua Autobiografia spiegò bene questo appunto critico nei confronti del presupposto teorico che muove l’artista impressionista:

«Penso tuttavia ci fosse qualcosa di spirituale nell’impressionismo, in rapporto con la sua epoca, che era l’epoca dello scetticismo. Intendo che raffigurava lo scetticismo nel suo aspetto soggettivo. Il suo principio era che, se di una mucca si vedeva una linea bianca e una sfumatura color porpora, bisognava ricreare la sfumatura, non la mucca. Era necessario credere nella linea e nella sfumatura, non nella mucca».

Lo scetticismo, quel dubbio radicale che è capace di portare la mente fino all’anarchia, può essere sconfitto solo in un modo: ascoltare il fischio che proviene dal reale, non lasciare che le voci delle mente coprano la voce del mondo reale. La sentinella messa alla prova fino all’estremo, Gabriel, ha sentito una voce semplice e concreta che proveniva dall’esserci delle cose. A quella voce bisogna dare credito. Ed è proprio quello che Gabriel fa in quel bosco oscuro: sentendosi pervaso dalle ombre del dubbio, costringe sé stesso a muoversi verso le persone che gli stanno vicino e «con due impazienti falcate» raggiunge l’ispettore Ratcliffe, che lo precede. Bisogna costringere lo sguardo a confrontarsi con la presenza delle cose, non con il loro riflesso inesistente creato dalla mente.

Se il primo passo è la lotta solitaria col buio, la seconda fase della lotta è non perdere il frutto buono dello scontro col buio: l’aver distintamente udito il fischio della realtà. E, in questa seconda parte della battaglia, che è la pars costruens, ci è compagno e amico chiunque si trovi accanto a noi, anche se ha l’aspetto di un nemico. Ed è amico perché la sua battaglia è, al fondo, la nostra stessa. Ne è un altro esempio la condotta di Innocent Smith, il quale non decide in solitudine, rimuginando, se l’orizzonte del nichilismo è l’ultima parola sul mondo, ma lo verifica coinvolgendo il Professor Eams; cioè catapultandosi nella realtà del rapporto con quell’uomo (che pure è suo avversario). Se il Professore sarà disposto a morire, per dimostrare che la vita dell’uomo è nulla, allora anche Innocent si darà la morte. Ma, alla prova dei fatti, il confronto reale tra Eams e la morte dimostra ciò che anche Gabriel Syme ha scoperto, cioè che l’uomo – quando sta nudo di fronte all’esistenza – è una sentinella: ode una voce buona che proviene da ciò che esiste. La mucca c’è davvero e muggisce. Il Professor Eams avendo una pistola puntata alla tempia, improvvisamente si accorge della realtà e che l’esistente lo interpella:

«Mentre parlava spuntò il sole. E sembrò che infondesse il colore su ogni cosa, con la rapidità di un fulmineo artista volante. Una flottiglia di piccole nubi che navigava nel cielo mutò di colore passando dal grigio tortora al rosa. […] Attraverso un piccolo scorcio che si apriva tra una vecchia taverna di legno e l’imponente massa grigia del College, [il Professor Eams] poteva vedere un orologio dalle lancette dorate che il sole aveva incendiato di luce. Lo fissò ipnotizzato e d’improvviso l’orologio si mise a battere l’ora, come volesse rispondergli».

Per svegliarsi da un incubo bisogna cacciare un urlo, bisogna essere capaci di un gesto concreto e violento per aprire gli occhi. Le ombre sono solo ombre mute, mentre la luce del sole ci parla. E poiché il tempo di vita che ci è concesso sarà sempre un costante destreggiarsi tra buio e luce, è bene armarsi e trovare alleati valorosi.

Uscendo dalle tenebre del proprio incubo giovanile, Chesterton gridò a voce alta e in piena coscienza: Evviva! Perché la realtà è viva. Ed è un miracolo. Poi passò il resto tempo che trascorse su questa terra a lasciare ai suoi lettori testimonianze autentiche e ragionevoli della verità di queste parole scritte ne L’uomo che fu Giovedì:

«Il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene è così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male».

GKC-Cecil-Chesterton

 

 

– Come promesso vi allego il pdf che raccoglie tutte e tre le parti di questo saggio. Lo metto qui sotto, e lo trovate anche nella barra di sinistra del blog sotto la foto dei Lettori cosmici. Il documento può circolare liberamente e gratuitamente, chiedo solo di rispettare il diritto d’autore, cioè di attribuire all’autrice la responsabilità … nel bene o nel male … delle parole scritte, se le riportate in citazioni o altro

Pdf: AnnalisaTeggi-L’uomo che fu Giovedì

 

3 thoughts on “L’uomo che fu Giovedì, parte 3: sveglia!

  1. Grande Annalisa.
    Grandissime capriole ci fai fare e noi ti siamo grati per la profondita’ e la gratuita’ con cui ci hai regalato questo tuo studio su GKC.
    Aiutami a capire una roba: come si fa a cogliere la Bellezza che c’e’ in ognuno senza cadere nel relativismo? Cosa intendeva GKC quando diceva di intravedere nel nemico un amico? Proprio ora in cui tante sono le guerre che torturano il cuore dell’uomo, come facciamo ad intravedere in chi minaccia, per esempio i cristiani, un amico? Come fare ad andare oltre alle apparenze, quando in noi stesso facciamo fatica a sedare la voglia di rispondere a tale aggressività’?

    • Cara Due Calzini,
      dal colore dei tuoi indumenti deduco che sei un fanciulla o una signora, per questo ho optato per il femminile… Deduco anche che forse sei tra quelle, come me, che preferivano il Kevin Costner di Balla coi lupi a quello che fa la pubblicità al tonno. Ma questo esula dall’argomento su cui hai affondato la lama.
      Magari potessimo avere il giudizio di GKC su quello che accade oggi nella scena internazionale, sono certa che come sempre ci avrebbe spiazzato. E sarebbe andato senz’altro all’attacco, cavalcando la ragione umana e non lanciando missili. Ecco, per quel che intuisco io, lui ha cercato di insegnarci lo scontro, e non la guerra, proprio in nome di quell’assurda/vera ipotesi per cui anche dietro il nostro nemico c’è un amico. Provo a spiegare meglio.
      Lo scontro è l’opposto della guerra. E noi non siamo capaci di scontrarci, perché fare la guerra è più facile. Lo dico io che ho appena dato il peggio di me in una lite coi vicini di casa per degli stupidi parcheggi. Non c’è bisogno di scomodare l’ISIS.
      La guerra è quel genere di battaglia che ha come mira la distruzione di tutto e la costruzione di niente. Per questo è sempre una sconfitta. La guerra è quel genere di atteggiamento … anche solo verbale … in cui ciascuno ha come unico scopo la prevaricazione sull’altro: la mia tesi vince la tua, ecc.. ecc…
      Tendenzialmente, questo significa che io non considero neppure chi sta dall’altra parte della barricata, mi preme avere la voce più alta e basta. O mi preme avere in mano il coltello del terrore dalla parte del manico.
      Ecco. Lo scontro è tutt’altra cosa, ed è molto più ardimentoso e vigoroso della guerra. Dorothy Sayers disse di Chesterton che fu un polemista “offensivo”, cioè che dimostrò che le armi del cristiano non erano solo difensive e remissive. Chesterton fu offensivo, cioè cercò lo scontro … e l’incontro oltre la barricata. Il punto di vista rivoluzionario è questo: se io ho in mente che, in qualsiasi genere di confronto con le altre persone, c’è sempre in gioco il Vero (e non la mia tesi) e che questo Vero non è un televoto, ma è l’abbraccio complessivo che io voglio sulla mia vita e che …in fondo in fondo … vuole anche il mio vicino di casa antipatico, allora anche litigare è sano. Ci detestiamo, caro mio, ma siamo sullo stesso campo da gioco (tipo Inzaghi e Allegri). Il cielo che ci abbraccia è lo stesso, e tenere a mente questo significa essere più “virili”, significa smettere di preoccuparsi di dimostrare chi ha la voce più forte o il coltello più affilato; significa prendere ogni spunto o occasione (anche litigiosa) per mettere a fuoco meglio il Vero. Da ogni confronto con ogni avversario, Chesterton tirava fuori sempre qualcosa di nuovo e profondo, come se l’occasione di dibattere con un avversario fosse l’occasione di mettere più a fuoco il vero di sé, prendendo sul serio la persona che aveva di fronte. Io e il mio avversario ci “contediamo” il vero a cui entrambi tendiamo. E questa non è la soluzione buonista di ogni conflitto, è semmai un modo audace e caritatevole di scontrarsi. L’audacia sta nel confrontarsi non a forza di sfuriate, ma con argomentazioni forti e ragionevoli; la carità sta nel fatto che è più sano pensare del nostro “nemico” che -misteriosamente- è uno messo sulla mia strada perché io capisca meglio ciò che il mio cuore (e il suo) attende.

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