Muro contro Musa

2a5ef5c21dd8f2e227c026e4191f6042_970x Lo so, finisco per essere monotona. E torno a parlare di quella famosa faccenda riguardo all’idea che dietro ogni nemico possiamo incontrare/intravedere un amico. È famosa nel senso che ci ho speso parole in quel luuuungo saggio su L’uomo che fu Giovedì. E non ho potuto fare a meno di ritrovare il senso di quella riflessione, di Chesterton!, in questa foto incrociata sul sito Distractify. La didascalia recitava: «Markiyan Matsekh suona il piano per la polizia durante la rivoluzione ucraina, 2014».

Qualcuno dirà: «Fantastico! È una nuova versione, aggiornata, del ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’». Probabilmente è così, visto che il cannone schiaccia e il fiore invece sboccia. Così come da quel pianoforte sboccia qualcosa, mentre lo scudo schiaccia. Ma la didascalia è chiara: Markiyan suona per la polizia. Cioè: non è pura e semplice presenza pacifista, nel senso inerte del termine. È invece un’incursione, pacifica, in nome di un’unità.

Da questo punto in poi, la mia fantasia ha cominciato a prendere la tangente, cioè a esulare dal contesto della guerra ucraina e a pensare a quelle scaramucce spicciole e fastidiose che ci riguardano tutti i santi giorni. Pensa un po’ – mi sono detta – se qualche volta ci venisse la sana mattata di interrompere una litigata, che sta degenerando nelle bassezze più schifose (perché finisce sempre così quando uno non ha più argomenti, ma deve ancora sfogare il suo fiele nervoso), intonando una canzoncina. La chiamerei la tecnica del ‘abbatti il muro contro muro invocando la Musa’. Ho banalizzato la cosa, che però non è una presa in giro.

Per spiegarmi un po’ meglio, mi rifaccio a quel poeta che cito così spesso perché adoro la sua raccolta Chiarimenti, verso per verso … sillaba per sillaba … . Ecco cosa scrive Umberto Fiori:

Parlare con la gente è fatica: sempre spiegarsi, ripetere, mettersi nei suoi panni. E comunque alla fine cosa si ottiene? È dura la gente. Tocca sempre ripetere da capo, chiarire, chiedere, rispondere, senza mai essere sicuri se quello che si vuol dire è veramente arrivato. Arrivato poi – dove? Dentro le teste è buio, non lo sappiamo. Uno di fronte all’altro siamo affacciati a un pozzo senza fondo. Ogni volta ci chiama, tutto quel vuoto, ci vuole. E noi giù frasi. Dirsi quelle due cose, con le persone, più ci si tiene  più sembra impossibile. A volte si sta lì davanti a loro come i parenti al cimitero coi fiori in mano davanti ai marmi, alle foto.

Mamma mia, quanto c’azzecca!  Ci sbattiamo le cose in faccia, fraintendiamo, infine rimaniamo bloccati sulle nostre posizioni. Rigor mortis. Encefalogramma piatto. Linea dritta. Eh, già … proprio come le cinque linee dritte del pentagramma. Che se ne stanno lì dritte e parallele, senza punti d’incontro. Esattamente come siamo noi quando discutiamo muro contro muro, ognuno sul suo binario … e guai a cedere.

Ecco dunque la musica. Una variabile impazzita che scardina la cortina di ferro. Già solo guardando uno spartito la cosa salta agl’occhi: le saltellanti note sul pentagramma rendono curvo ciò che è dritto. Rendono malleabile ciò che è rigido. Frantumano la geometria dello sfogo a senso unico e creano la sinuosa armonia dell’incontro. L’immobilità della riga dritta Accompaniment_Bach_ostinatopassa in secondo piano, mentre al centro della scena una fluida varietà genera melodia. Senza note il pentagramma è silenzio cocciuto, come uno scudo. Con le note diventa vivace armonia.

Mi è un po’ più chiaro, allora, perché Dante riempie il Paradiso di cori e di metafore sull’armonia. Certo, in Paradiso canteremo perché saremo felici. Ma anche perché lì … e solo lì … ci sarà la vera compagnia tra uomini, quella di una danza. Scopriremo che l’incontro non è solo conoscenza e scoperta dell’altro, ma canto armonico con noi. Io e te insieme saremo una melodia, e chiunque si aggiungerà amplierà l’armonia. Niente stonature, niente canti solisti.

Però, ero partita dalla famosa faccenda amico/nemico. Cioè dall’ipotesi che anche quando ci si scontra – onestamente – con un nemico, sia impossibile non intravedere l’ombra di un amico dietro di lui, l’ombra di un uomo che come me (per quanto su strade diverse, con modi e credo diversi) sia su questa terra in cerca di senso, compiutezza e felicità.

Ebbene, mi pare che sia bellissima la scena del film Alamo in cui Davy Crockett dimostra quest’ipotesi con un violino. Sotto assedio, i soldati e i civili che sono dentro il forte di Alamo si preparano alla battaglia finale, verisimilmente una sconfitta; il nemico assediante fa terrorismo psicologico rullando tamburi e suonando marcette. E Davy sale col suo violino su una torretta e …

… riesce a mostrare un anticipo di Paradiso in mezzo alla guerra. Per qualche istante di qua e di là dalla barricata ci sono uomini che si capiscono perfettamente; non vanno all’unisono, di più. Si completano. Creano un’unità di bellezza data dalla varietà armonica.

Buono a sapersi, prima che la tempesta, i fulmini e le discordie si rimettano a coprirci di nubi nere.

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