Edilizia domestica 2.0: le finestre.

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Ogni volta che vado all’Ikea, o simili, casco nel tranello. Questi luoghi sono davvero fatti a regola d’arte per accoglierti nel sogno della casa perfetta. Ed è un’accoppiata micidiale, quella tra la «casa» e il «perfetto». Perché tocca due corde profondamente sensibili in noi, l’attesa di un luogo felice, libero da ogni meschina imperfezione, e il desiderio che questo luogo non sia asettico o neutro, bensì domestico. A nessuno basta un generico paradiso, abbiamo voglia di trovarci a casa in paradiso.

I maghi del marketing conoscono bene queste corde, e sono capaci di suonarle benissimo. Si gira tra corridoi con dolce sottofondo musicale e intanto si guardano cucine, stanze da letto, bagni dove tutto parla di serenità, bellezza e accoglienza. È una cosa seria. Tanto che io periodicamente finisco rileggermi un passo bellissimo di City di Alessandro Baricco in cui ritrovo fedelmente qualcosa che mi riguarda nel profondo:

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Foto di Kate Ware

«Quando ero piccola la cosa più bella era andare a vedere il salone della Casa Ideale. Era all’Olympia Hall, un posto enorme, sembrava una stazione, con il tetto fatto a cupola, enorme. Invece dei binari e dei treni c’era il Salone della Casa Ideale. Lo facevano tutti gli anni. La cosa incredibile è che costruivano delle vere e proprie case, e tu giravi, come in un paese assurdo , con le stradine e i lampioni agli angoli, e le case erano tutte diverse, e molto pulite, nuove. Era tutto molto a posto, le tendine, il vialetto, c’erano anche i giardini, era un mondo da sogno. Potevi pensare che era tutto di cartone e invece lo facevano con mattoni veri, anche i fiori erano veri, tutto era vero, ci avresti potuto abitare, potevi salire le scale, aprire le porte, erano case vere. È difficile da spiegare ma tu camminavi lì in mezzo e sentivi una cosa molto strana nella testa, come una sorta di meraviglia dolorosa.  … Erano vere, ma non erano vere: era questo che ti fregava. A ripensarci adesso, c’era già tutto nel titolo, Salone della Casa Ideale, ma tu che ne sapevi, allora, di cosa era ideale e cosa no. Non ce l’avevi il concetto di ideale. E così ti prendeva di sorpresa, alle spalle, per così dire. … Era una specie di lancinante, dolorosa meraviglia. È un po’ come quando si guardano i trenini elettrici, soprattutto se c’è il plastico, con la stazione e le gallerie, le mucche nei prati e i lampioncini accesi di fianco ai passaggi a livello. Succede anche lì. Oppure quando si vede nei cartoni animati la casa dei topolini, con le scatole di fiammiferi al posto dei letti, e il quadro del nonno topo alla parete, la libreria, e un cucchiaio che fa da sedia a dondolo. Ti senti una specie di consolazione, dentro, quasi una rivelazione, che ti spalanca l’anima, per così dire, ma contemporaneamente senti una specie di fitta, come la sensazione di una perdita irrimediabile, e definitiva. Una dolce catastrofe. Credo che c’entri il fatto di essere sempre fuori, in quei momenti lì, sei sempre lì che guardi da fuori. … È una cosa strana. Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da fuori. Non ci sei mai dentro. È il tuo posto, ma tu non ci sei mai. … continuavo ad avere appiccicata addosso quella lancinante meraviglia dolorosa, e di fatto non me ne sarei liberata mai più, perché quando un bambino scopre che c’è un posto che è il suo posto, quando gli fai balenare per un attimo la sua Casa, e il senso di una Casa, e soprattutto l’idea che ci sia, una Casa, poi  è fatta per sempre».

Tutto verissimo, almeno per me. Eppure non riesco a rassegnarmi all’idea di questa impotente mancanza di una casa ideale. Secondo me anche le nostre disordinatissime, scolorite, rumorose dimore sono già l’ideale, perché noi che ci abitiamo le abbiamo riempite di noi, abbiamo scelto – magari rinunciando al lusso bellissimo – oggetti piacevoli, per il nostro gusto. E poi5709057915_46323fcc45_b sono abitate. Mi guardo attorno e vedo il divano un po’ liso, su cui però ho guardato il responso del test e ho scoperto di essere incinta; vedo una sedia di plastica, da cui  un certo giorno mio figlio ha mollato la presa per azzardarsi a camminare. Insomma, ci sono cose logore, non tutto è a posto, il parquet è rigato. Eppure questa è la mia casa ideale, perché è qui – in questo posto particolare, tra queste quattro mura – che la mia famiglia si adopera per mettere in pratica il desiderio di una dimora di bene. Non sempre ci riusciamo.

Per questo, voglio fare una cosa da matti. Ovvero: progettare una casa ideale, per ravvivare le nostre case reali. Questa casa ideale ha già un indirizzo: via dei matti n° 0. Endrigo rules.

   In pratica, mi impegno a raccogliere in giro, ovunque (cinema, libri, canzoni, cronaca), spunti e suggerimenti per costruire l’ipotesi  fantastica di una casa in cui ogni stanza, elemento d’arredo, oggetto ecc contenga un elemento ideale, che poi mi aiuti a guardare ciò che voglio custodire e costruire nella mia casa reale. …Farlo assieme sarebbe bellissimo, mi aiutate? Io oggi comincio dalle finestre, se qualcuno ha voglia di contribuire, ne sarei lieta. Un grande edificio ha bisogno di molte mani. Commentate o scrivetemi.

LA FINESTRA DI MIO FIGLIO

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foto di Eifion

Aiutando mio figlio nei compiti, un giorno ci siamo imbattuti in un bel racconto. Parlava di un bimbo che si metteva a guardare la pioggia fuori dalla finestra; ma il vetro si appannava. Tentando di disappannarlo, il bimbo si accorgeva di una cosa meravigliosa: passando le sue mani sul vetro aveva il potere di far scomparire o apparire le cose che c’erano al di là della finestra. Se cancellava con la mano, le case e i giardini sparivano; se disegnava un albero o un fiore con le mani sul vetro appannato quegli oggetti apparivano nella realtà. A quel punto un pensiero repentino mi ha attraversato il cervello: “Uhm … potrei far sparire con un colpo di mano tutti miei vicini rompiscatole”. Per fortuna l’ho solo pensato, perché di lì a poco mio figlio mi avrebbe fatto vergognare. Lui, infatti, si è fermato di botto nella lettura e mi ha detto con voce entusiasta: “Pensa un po’, mamma, se avessimo questa finestra io potrei disegnare per babbo una strada più corta per arrivare al lavoro”. Mio marito fa quotidianamente 80 km all’andata, e altrettanti al ritorno, per arrivare in ufficio. Eccola qua, la finestra dei desideri … che è anche un po’ lo specchio della verità. Io meschina, mio figlio premuroso. Vorrei tanto avere nella mia casa ideale questa finestra, perché la nostra fantasia talvolta è in grado di svelare più verità di quanto lo facciano i nostri discorsi seri e ragionati. Ogni tanto, a fine giornata, mi farebbe bene un bell’esame di coscienza, tipo: oggi cosa ci faresti con quella finestra? Cancelleresti, disegneresti? Cosa, chi? Perché? E in base alla risposta, credo che ne dedurrei il lavoro concreto da fare a casa mia.

One thought on “Edilizia domestica 2.0: le finestre.

  1. Perché quando aiuto la mia ultima figlia con i compiti mi capitano solo problemi di geometria? Non è vero…ho anche io la mia fantastica finestra da sfregare ci rifletterò, grazie

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