American sniper: un passo oltre il cuore di tenebra

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Nella mia (piccola) cineteca del cuore ci sono molti film di guerra, ma a due soli non saprei rinunciare: Apocalypse Now e We were soldiers. Che sono come il buio e la luce, opposti … eppure necessari a interrogarsi sull’orrore che è una guerra e a chiedersi se chi prende un’arma in mano può essere solo un’anima orribile. Da una parte c’è la follia di Marlon Brando-Kurtz che recita T. S. Eliot e dice di sé -di noi- che siamo gli uomini vuoti, dall’altra c’è Mel Gibson-Col. Moore che vuole portare a casa ogni corpo (vivo o morto) dei suoi soldati dal campo di battaglia. In fondo all’incubo della violenza fronte contro fronte, c’è solo un cuore di tenebra o può esserci ancora un cuore, dopo la tenebra?

Da oggi aggiungo alla mia cineteca anche American Sniper, capolavoro di un impeccabile Clint Eastwood alla regia. Probabilmente la miglior recensione al film è dire che poco prima dell’inizio della proiezione un gruppo di giovanotti seduti dietro me e mio marito commentavano tra loro: «Usciremo di qui e vorremo arruolarci tutti» … pensiero giustificato, dal momento che il film viene promosso con lo slogan il cecchino più letale degli Stati Uniti e classificato come sparatutto … Ecco, quegli stessi giovanotti sono usciti in silenzio dalla sala a fine proiezione. Tutti in realtà sono usciti in silenzio. Il silenzio significa una marea di pensieri per la testa, e niente da aggiungere oltre ciò che si è visto.

Io ho adorato il cecchino di Salvate il soldato Ryan che sparava recitando i salmi; un uomo su una torre con un mirino e un fucile di precisione assomiglia così tanto a un onnipotente giustiziere. Forse è questo che si aspetta chi va a vedere un film che parla di un cecchino letale: vendetta chirurgica, un po’ di sana catarsi per scaricare la violenza che ribolle – volenti o nolenti – nello stomaco di tutti.

Il punto è che Mr Eastwood è bravissimo a prendere noi spettatori di mira, e a farci rovistare … in silenzio … tra le domande migliori, quelle che non hanno risposte chiuse. Come a dire: al diavolo le frasi fatte su guerra giusta o guerra ingiusta, al diavolo il concetto astratto di bene e male, al diavolo il pacifismo molle che accoglie nell’astratta tolleranza chiunque, senza avere il coraggio di dare il nome di nemico a chi se lo merita. Qui si parla di un uomo, onestamente. Prendere un’arma in mano è un casino, anche per chi lo fa mosso da ragioni comprensibili.

american-sniper (3)Chris Kyle è un ottimo cecchino, parte per l’Iraq e diventa «la leggenda»; alla fine dei suoi 1000 giorni in guerra gli vengono attribuiti 166 nemici uccisi. Il primo che uccide è un bambino, un giovane kamikaze spinto dalla madre a far saltare un convoglio americano.  “Hai perso la verginità?” chiede un commilitone a Kyle di ritorno da quella missione, intendo sapere se ha ucciso la sua prima vittima. Kyle ha ancora negli occhi quel bambino, che portava una bomba quasi più grande di lui, e risponde al compagno soldato che non si era mai immaginato il male in quella forma.

A chi ha sparato Kyle? A un bambino? Sì. A un nemico che mette le bombe in mano ai bambini? Sì. Le due cose insieme hanno un senso che possa quietare un’anima? No. Ecco il casino. Ecco l’umano a confronto con la tenebra. Non solo a confronto con il male, ma con le scelte che si fanno a tu per tu con il male. Uccidere è un po’ meno sbagliato se si uccide uno che avrebbe a sua volta ucciso una decina di tuoi compagni? Queste sono le domande che si fa chi non è mai stato in guerra, perché un soldato combatte sapendo che nessun uomo esce pulito dal confronto con la morte. Un uomo spietato ne uscirà orgoglioso e algido, magari sempre più assetato di sangue; un uomo umano ne uscirà ferito, anche se sa di aver fatto il suo dovere. Così è il cecchino Kyle.

All’atrocità della guerra, non si può rispondere con teorie astratte sul bene e sul male. La risposta deve essere altro, altrove. La risposta ai nostri peccati, alle nostre violenze, alle nostre necessarie contaminazioni col male, è una forza piccola e opposta. Nel film questa forza è la voce della moglie di Kyle, che tenacemente vuole riportare a casa il marito. Non vuole portarlo a casa dall’Iraq, vuole portarlo a casa quando lui è già ritornato dall’Iraq. Stress post-traumatico è il nome tecnico di ciò che colpisce i reduci, ma è riduttivo.

****SPOILER***** La scena che meglio spiega cosa patisca un soldato che è stato in guerra, Eastwood la rende così: Kyle è a casa sua, in America, e va dal meccanico con suo figlio piccolo; mentre il bimbo gioca con un distributore di palline giocattolo, si sente il rumore di un trapano … niente di strano in un’officina, ma Kyle ha un forte sussulto. Tutti in sala abbiamo avuto un forte sussulto. Perché qualche scena prima avevamo visto il cecchino Kyle in Iraq, incapace di fermare un nemico soprannominato Macellaio che uccideva un bambino trapanandogli la testa. Mi scuso per lo spoiler e per l’immagine tremenda. Che io non dimenticherò; e che forse non voglio dimenticare.

Perché voglio ricordarmi del momento in cui nella mia testa non c’è stato altro che il pensiero dell’atroce vendetta contro chi è così macellaio. Perché voglio ricordarmi che questo istinto (sbagliato) della vendetta nasce da un istinto di bene connaturato in noi, che ci dice di proteggere i deboli e i piccoli. Perché voglio ricordarmi che i nemici esistono, inutile barricarci dietro un insulso pacifismo in base a cui bisogna accogliere tutto e tutti. Perché voglio ricordarmi che noi umani non siamo gente capace di fare il bene in assoluto, incontaminati dagli errori e dai limiti.

Lo sporco, il dolore, il dubbio, la rabbia, lo stordimento, la follia restano appiccicati a un cuore umano, che ha conosciuto la tenebra. Ma un tal cuore può tornare a rivedere qualcosa oltre la tenebra? Può un cecchino tornare a casa ed essere un buon padre? Faticosamente sì.  Tentativamente sì. Se si lascia condurre a casa da una voce amica. Afferma Clint Eastwood: “American Sniper per me è stato più interessante perché sono entrato anche nel dramma della famiglia che si affianca a quello della guerra, c’erano molti aspetti, in questa storia, che avevo voglia di indagare, ad esempio in che modo Chris e sua moglie abbiano tenuto in piedi il loro matrimonio nonostante gli anni che lui ha trascorso al fronte“. american-sniper (2)

Casa non è quel posto che lascia il male fuori dalla porta; casa è il posto in cui fare i conti con tutto, è l’unico posto in cui qualcun altro insieme a te abbraccia la tenebra che grava sulle tue spalle. Questa è la differenza tra il male e il bene: il male taglia, esclude, censura, uccide; il bene allarga la capacità di comprensione, include nel suo abbraccio operoso anche gli occhi che hanno mirato e sparato. Il bene alza la posta ed è pronto a edificare con un uomo che non ha altro da offrire che la sua sincerità, e non la sua bontà perfetta. Una sincerità nuda, attraversata da incubi e dubbi; la sincerità di un uomo fragile su tutto, tranne che nell’assumersi le proprie responsabilità di fronte al Creatore.

Ecco una sfida interessante posta alla nostra attenzione. E il silenzio di chi pensa è la risposta migliore. Poi ci sarà sempre chi preferisce liquidare tutto dicendo che un cecchino è un eroe o che è solo un assassino, che la guerra è necessaria o che non è mai una soluzione … ecc ecc . Ma a questo risponde la macchina da presa di Clint Eastwood che sta a fuoco su un uomo e non sui massimi sistemi: un uomo che risponde delle sue drammatiche responsabilità, senza sedersi sulle comode giustificazioni e senza aspettarsi una quieta pacificazione.

Un filo rotto si aggiusta facendo un nodo, segno visibile di una rottura ricomposta. Un uomo che torna dalla guerra è un nodo umano, segno visibile del bisogno radicale di tenere assieme lembi incompatibili, ferite irrimarginabili, domande senza risposte preconfezionate, solitudini inaridite che inconsapevolmente implorano compagnia.

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