Dacci oggi il nostro pane quotidiano [ricetta semplice, in cucina e nella vita]

Per fare in casa il lievito madre serve poco e nulla. Poco materiale, e nulla è il contributo di chi lo fa. Io ho seguito il metodo suggerito dal rubicondo ed esimio Gabriele Bonci.

Ho preso un vasetto di vetro vuoto, diciamo che va benissimo quello della Nutella (per citare qualcosa che non manca nella dispensa di casa, almeno della mia). Ci ho messo dentro due cucchiai di farina integrale e un cucchiaino di miele; poi ho aggiunto acqua fino ad arrivare, come livello complessivo, a metà vasetto.

Eccomi, dunque, con un vasetto mezzo pieno (e non mezzo vuoto) … era talmente bella da dire, che non ho rinunciato all’occasione. All’imboccatura del vasetto ho messo una garza, legandola con un elastico e ho messo il tutto accanto a un cestino di frutta matura, che avevo in casa. E basta.20150205_140108

Aggiungendo un cucchiaio di farina ogni due giorni e mescolando il tutto, trascorsi dieci giorni mi sono ritrovata con il mio lievito. Non ho fatto nulla, se non predisporre le condizioni per «catturare» quelle sostanze che ci sono già nell’aria e mettono in moto la lievitazione. Sono partita da due cucchiai di farina e mi sono ritrovata un impasto vivo ed esuberante, che d’ora in poi dovrò solo nutrire e custodire.

20150223_095723Eccolo qua, con tutte le sue belle alveolature, quelle bolle d’aria che produce il composto. Certo, la bustina del supermercato è istantanea, questo procedimento invece si misura in termini di ore e giorni, ma ha senso.

Ora, io non sono affatto una delle bravissime food blogger che leggo con molto piacere, quindi se volete il procedimento millimetricamente spiegato, lo trovate qui.

Condivido invece un pensiero, al di fuori della cucina. Posso essere io come la farina? Sì, grazie.

Mi spiego. È quasi una regola non scritta lamentarsi delle circostanze, interpellare esperti in-chissà-cosa per uscire dai cortocircuiti di tristezza e insoddisfazione quotidiana. E lo sguardo si sposta altrove; anche se di poco, ogni ricetta della felicità non dirà mai che basta esserci, tenderà sempre ad aggiungere qualcos’altro.

Eppure è più vera la regola del lievito. La realtà contiene già delle sostanze, presenti anche quando invisibili, che sono tutto ciò che ci occorre per diventare «un impasto vivo», qualcuno che – lì dov’è – si nutre e lievita. Per quanto la cosa sia semplice, non è altrettanto immediata … perché richiede umiltà. Richiede di accreditare l’ipotesi che la reazione sia innescata non dai nostri sogni, ma da qualcosa che non è completamente nelle nostre mani e neppure per forza positivo. Il reale.

Qualcosa di possente c’è dentro il mondo, nell’aria che respiriamo e in tutto ciò che tocchiamo con mano. E il nostro «meglio» è lasciarci plasmare – come fa la farina – da queste sostanze vive che interagiscono con noi. Possono essere le gioie, quanto i dolori. Può essere un impatto visivo con certe immagini quotidiane di cui coscientemente non ci accorgiamo neppure più. Può essere la voce della nonna che ti raccontava le fiabe. Può essere il vicino di casa con abitudini eccentriche. Certo è che tutto questo, nel piccolo e nel grande, nel doloroso e nel gioioso, crea un innesco irripetibile di cui noi costituiamo il reagente. Siamo come la farina che lievita, cioè cambia forma e consistenza, crescendo.

La nostra crescita è il riverbero della certezza che la sostanza del mondo è viva e non lascia inerte chi decide di lasciarsi «innescare». I sogni non lievitano, semmai si smontano. Chi vuole imporre al mondo le sue regole non lievita, è solo un pallone gonfiato.

Ma con poco e con nulla, c’è già tutto. Ci sei tu a contatto col mondo. Basta (… nel senso che è abbastanza). E basta l’onestà di chi non vuole fare il protagonista, ma essere protagonista dentro una trama che ti manda incontro sostanze vive per diventare ancora più vivo. Provato, ognuno lo sarà senz’altro. Gioioso, talvolta. Lieto … ecco questo dovrebbe vero sempre, anche quando le cose non vanno dritte come le avevamo pensate. Lieto, parolina che ha solo una sillaba di differenza rispetto a lievito. L’etimologia non c’entra, ma giochiamo … e se questa somiglianza volesse dire che, come il lievito, uno può essere lieto di esserci ed espandersi, lieto di lasciarsi dilatare da tutto, prove comprese?

Basta parole. Ecco cosa è uscito dal nostro forno, per ora…

Torta di roselline ripiene di cioccolato e marmellata di arance

Torta di roselline ripiene di cioccolato e marmellata di arance

Focaccetta al tè, miele e scorza di limone

Focaccetta al tè, miele e scorza di limone

Pane classico

Pane classico

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