Era mio zio

Forse, dispersa in qualche angolo di terra lontanissimo, esiste davvero la «famiglia del Mulino Bianco». Per quel che mi riguarda, non ne ho mai visto traccia in giro e, quanto alla mia esperienza personale, posso solo dire che la vera fonte di ispirazione per il nucleo domestico in cui sono cresciuta è stata la famiglia Addams. Ognuno è pazzo a modo suo, per questo occorre un vincolo affettivo.

Dante dice, ispirandosi a Sant’Agostino, che uno scrittore non dovrebbe mai parlare di se stesso e delle proprie faccende private, a meno che queste non siano di utilità anche ad altri. Spero sia questo il caso, e spero quindi che in queste righe non sia solo il mio egocentrismo a esprimersi.

I miei genitori si sono separati quando facevo la quarta elementare, ed era un tempo in cui non era ancora di moda o usuale avere mamma e papà divisi. Infatti, a scuola circolarono subito aneddoti feroci alle mie spalle, falsi e riguardanti supposte brutalità che mi sarebbero accadute. Quella tra i miei non fu una separazione consensuale, eppure il folle della loro vicenda è arrivato dopo. I miei genitori si amano da sempre, e non vivono più assieme da quando si sono separati; non hanno mai voluto divorziare. Mio padre definisce mia madre una donna insopportabile, ma le compra rose e la invita a cena ogni settimana. Regalarle la mimosa l’8 marzo per lui è un rito fondamentale, non di facciata. Mia madre definisce mio padre in molti modi, e si arrabbia, ma da quando si sono separati non ha mai smesso di stirargli le camicie e i pantaloni, di andare dal medico a farsi fare le ricette per le sue medicine. Mio padre ha dovuto subire un intervento cardiaco e accanto a sé ha voluto solo mia madre. Detto questo, non è mai capitato che, seduti a tavola, non si degenerasse in litigi dopo un quarto d’ora.

Loro sono così: nessuno dei due ha avuto altre storie sentimentali, perché in fondo hanno preso sul serio la loro promessa matrimoniale … per quanto nel loro folle e stralunato modo, sono per me l’esempio eclatante del «finché morte non vi separi». Sono, infatti, dei separati inseparabili. I legami affettivi sono misteriosi.

Ad esempio, mio padre mi ha cresciuta con la frase: «Tu non sei mia figlia, e comunque io avrei voluto un maschio». Ci ho messo tutti i sacrosanti giorni dei miei 37 anni a capire che non era una frase cattiva. Certo, da piccola non capivo, ed ero ferita a morte da quelle parole e vedere le altre famiglie con papà sorridenti e premurosi apriva in me una ferita dal dolore pungente. Ora mio padre gioca coi miei figli – maschi entrambi – con una tenerezza che a me non ha mai riservato. Ci è voluto molto tempo per capire che il suo non era distacco, né cattiveria, né cinismo, bensì paura; una gigantesca paura di voler bene a qualcuno che chiami “figlio”. Persone meno sensibili di lui amano più liberamente. Lui no, ha una sensibilità così smisurata da non tollerare l’immensa e tremenda grandezza dell’affetto per un figlio. E allora, si è costretto a distaccarsene … dice ad alta voce quello che vorrebbe convincersi a credere … e non ci riesce. Ci ho messo 37 anni a capirlo.

Mio zio, Bruno Teggi, da bambino, mentre giocava nella squadra di calcio Stella Azzurra

Mio zio, Bruno Teggi, da bambino, mentre giocava nella squadra di calcio Stella Azzurra

Qualche mese prima che i miei genitori si sposassero, mio padre perse suo fratello minore. Bruno aveva 28 anni e morì in un incidente stradale, dopo una notte di bravate. Era il fuoco d’artificio della famiglia; qualcuno l’avrebbe definito uno sbandato, altri addirittura un piccolo criminale, altri semplicemente un «pataca» – come si dice da noi in Romagna. Bruno viveva sopra le righe, frequentava compagnie strane e doveva mettersi in mostra ovunque e dappertutto. Esuberante ed eccessivo, non estraneo a furti e droga.

Mio padre non ha ancora dato un nome a quel che prova per suo fratello, il dolore indicibile della sua perdita si mescola al fatto che portare lo stesso cognome di quel «poco di buono» lo ha messo in difficoltà per molto tempo. Una volta mi ha detto: «Ho dovuto pronunciare il mio cognome sempre a testa bassa, per colpa sua». I legami affettivi sono misteriosi.

Qualche settimana fa, leggendo – appunto – il mio cognome su Facebook, mi ha contattato una persona chiedendomi se avevo qualche grado di parentela con Bruno. Sì, era mio zio. Fratello di mio papà. Da questo veloce scambio, ho scoperto che esiste un gruppo su Facebook dedicato agli episodi di vita della mia città negli anni ’60 e ’70 e che in questa pagina si

Bruno Teggi, dietro in piedi al centro

Bruno Teggi, dietro in piedi al centro

racconta molto di mio zio Bruno Teggi. Non con cattiveria, bensì con un misto di ironia e nostalgia. La sua morte prematura e violenta è stata forse occasione per guardare con occhio diverso a tutte le sue bravate. Ho scoperto così che la gente non punta il dito verso il cognome che porto; in molti gli vogliono bene e anzi c’è pure chi scrive racconti su questo personaggio strano che era mio zio.

Innanzi tutto si faceva chiamare Teggia, perché in dialetto romagnolo questa parola significa «tegame». E da quel che raccontano, ritrovo proprio i geni strampalati (ma buoni) che mi porto addosso pure io. Raccontano, ad esempio, di quella volta che ad un semaforo la lambretta di Bruno si spense, senza più riaccendersi, e le auto in coda cominciarono a suonargli dietro. Lui fece le sue cose con tutta calma – con la flemma di un Lord inglese, dice chi scrive questo aneddoto – e, una volta resosi conto che la moto proprio non sarebbe ripartita, si voltò verso la fila di autisti arrabbiati e disse: «Teggi ha capito, ora Teggi se ne va». E andò via … lasciando però la lambretta li dov’era, ferma al semaforo.

Raccontano, anche, di quando fu prosciugato un laghetto vicino alla casa dei miei nonni, in campagna, e ci trovarono dentro decine e decine di biciclette. Mio zio Bruno, a quanto pare, aveva la brutta abitudine di trovarsi senza mezzi di locomozione per tornare a casa, quando andava in centro città, e così rubava le biciclette altrui e, giunto a casa, si liberava della merce scottante buttandola nel laghetto del contadino vicino.

Bruno Teggi, al centro, durante il servizio militare a L'Aquila - 1967

Bruno Teggi, al centro, durante il servizio militare a L’Aquila – 1967

Aneddoti su mio zio

Aneddoti su mio zio

Raccontano, pure, che Bruno aveva l’abitudine di dire alla barista «mettilo sul conto …» e che un giorno la ragazza, stanca dei debiti, gli disse: «Ho finito lo spazio sul foglietto!». Lui prontamente le rispose: «Allora, tienilo a mente». Insomma, era eccentrico, fuori dalle righe e fuori dal coro. Forse, un po’ fuori di testa; tanto che quando morì alcuni pensarono che, in fondo, se lo meritava.

La scrittrice Marta Samorini, ha raccontato la morte di mio zio Bruno e afferma:

Quando morì, giovanissimo in un incidente stradale, la notizia si diffuse in città allo stesso modo con cui si era soliti parlare di lui, vale a dire in modo stupefacente e gaio. Appresi la notizia per strada. Una signora, molto ironica, andava dicendo che questa volta a Teggia il numero non era riuscito.

“Cara signora … per sua madre era un figlio!” l’apostrofò un’altra, zittendola e lasciando in me un ricordo indelebile di quel ragazzo.

(da Nonostante me).

Mia madre c’era, insieme a mio padre, quando comunicarono a mia nonna che Bruno era morto. Straziante. Mia madre viveva, allora, il conflitto coi suoi genitori che le dicevano: «Ma davvero ti vuoi sposare col fratello di quello scapestrato?». La morte di Bruno pareva confermare il peggio possibile su quella famiglia. Qualche mese dopo i miei si sposarono e la storia che ne seguì è quella dei folli «separati inseparabili». La famiglia, a quanto so, è una contraddizione vivente. Gli Addams. Voler bene non è facile e liscio, tocca delle corde talmente profonde da tirar fuori tutto di noi, anche l’impresentabile.

Appartengo a questa storia, ho smesso di pensare che sia una sfortuna o una deviazione rispetto alla norma. Ne sono anzi grata. Onoro (con molti miei limiti) il padre e la madre. Trovo in loro tutto il sostentamento di cui ho bisogno, una sincerità brutale anche nella difficoltà di dire ad alta voce: «Ti voglio bene». Perché capisco che chi, come mio padre, vorrebbe dirlo seriamente – e spesso non ci riesce – è ferito dal tremito gigantesco che quella frase contiene.

Bruno Teggi aveva fondato anche una rock band chiamata "Teggi e i suoi teggini"

Bruno Teggi aveva fondato anche una rock band chiamata “Teggi e i suoi teggini”

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