Toppiamo alla grande

Da un po’ non parlo di rugby … lo sport di famiglia (nel senso che qualcuno lo pratica e qualcun altro lo segue a bordo campo). Quello che vi racconto ora l’ho scritto per il magazine dell’Imola Rugby.

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Un periodo lavorativo molto intenso mi tiene lontana dai campi da rugby; ho delegato al consorte e alla nonna la gestione degli allenamenti dei bimbi. Ma le notizie di seconda mano, sotto forma di biancheria e scarpe sporche, mi arrivano lo stesso.

E così, noto una tregua nell’assalto del fango: le scarpe ultimamente giungono a casa abbastanza riconoscibili, non più appesantite da un involucro quasi impenetrabile di materia marrone. La mia attenzione si è dunque spostata su altri indumenti, ad esempio sui pantaloni termici. Sono ridotti parecchio male, e onestamente hanno fatto il loro tempo. Stavo per buttarli, ma mio figlio mi ha fermata: «Dai mamma, c’è solo qualche buco … non ti ricordi quei pantaloni al negozio?». Ah sì, me li ricordo. Eravamo in giro, i bambini pazientemente mi concedevano di spulciare tra i saldi e, a un certo punto, Michele mi ha chiesto: «Mica li vendono questi jeans tutti strappati, vero mamma?». «Sì, Michi, li vendono. È la moda … » gli ho risposto. E lui: «Quindi li devi pure pagare?».

In effetti, rispetto ai suddetti jeans, i nostri pantaloni da rugby sono molto meno strappati. Teniamoli, dunque. E avrei in ogni caso fatto fatica a buttarli, trovando sulla strada tra me e il bidone della spazzatura l’ostacolo rappresentato dalla Sacerdotessa delle Toppe. La nonna (mia madre), regina del risparmio e maga della parsimonia, ritiene un sacrilegio assoluto buttare qualcosa, se ci sono alternative. Non so quante volte abbia già cucito e ricucito la stessa toppa sullo stesso punto di quei benedetti pantaloni termici. Perché questa, in effetti, è la differenza tra la realtà e l’immaginazione.

RugbyScrumNel mondo della moda strappare dei jeans è un gesto puramente artistico, irreale. Fai uno strappo qui e uno là (magari proprio dove l’occhio vuole vedere un po’ di pelle nuda). Invece, nella realtà, i pantaloni si bucano sempre nello stesso punto. Forse perché la lingua batte dove in dente duole: l’avversario conosce il tuo punto debole e punta proprio lì, oppure sei tu a mettere sempre sotto sforzo quel benedetto ginocchio malandato, che però continua a fare il suo dovere.  Quando sei lì a spingere e a cadere, gli strappi e le ferite arrivano dove ci sono già le cicatrici. E – guarda caso – questi punti deboli nascondono una grande forza. Anziché cedere definitivamente, si riaggiustano con pazienza.

Ecco perché non mi ribello alla Sacerdotessa delle Toppe. Ognuno ha le sue fisse, e avendone io molte, m’inchino a quelle degli altri. Sono le piccole follie della gente sana. Guardo mia madre che cuce la toppa; cucire è un gesto contrario alla brutalità di uno strappo. Con la testa china sul tessuto e l’occhio concentrato, due dita infilano l’ago e poi lo fanno spuntare fuori; e avanti così, tante e tante volte, un minuscolo pezzettino di stoffa dopo l’altro. E pare quasi insensato avere così tanta cura di qualcosa che alla prossima botta o caduta si romperà di nuovo. Eppure a noi mamme, che siamo fuori dalla mischia del campo, è dato questo spazio da presidiare: toppare. Non vogliamo figli nuovi di zecca dopo ogni partita, e non vogliamo neppure cambiarli di una virgola. Noi toppiamo. Entriamo in campo quando si tratta di aggiustare, cioè di esserci quando c’è uno strappo aperto. E ce ne prendiamo cura.

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