Giotto dipinse già l’abbraccio che da Gerusalemme giunge fino a Garissa.

Tra qualche giorno accompagnerò la classe di mio figlio (3a elementare) a vedere una mostra sulla Cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto, e mi sto preparando a spiegarla.

Non potrò soffermarmi a spiegare nel dettaglio ogni affresco e, dovendo fare una scelta, mi pareva quasi naturale saltare il dipinto sulla strage degli innocenti: troppo cruento e difficile da portare all’attenzione di bimbi ancora piccoli. Così, almeno, me l’ero raccontata tra me e me. Forse ero io quella che voleva schivare la cosa. Forse non è qualcosa di difficile per i bambini, bensì è difficile per l’adulto rendere conto – onestamente, a cuore aperto – di quel fatto.

Poi la realtà ti permette di fare le capriole, che talvolta non sono un esercizio così allegro. Poi, è arrivata la notizia della strage di studenti in Kenya nell’università di Garissa: 147 vittime innocenti, cristiani prevalentemente. E mio figlio mi ha chiesto: “Mamma, cosa è successo a quella gente?”. E mi sono resa conto che i bambini hanno a che fare con la violenza brutale; sentono le notizie del TG o le chiacchiere tra adulti.

Allora ho tirato di nuovo fuori le spiegazioni degli affreschi di Giotto, e mi sono messa a guardare – onestamente, a cuore aperto – quel benedetto dipinto sulla strage degli innocenti. E mi sono resa conto che conteneva più speranza di quanta potessi immaginare. In fondo, quel capolavoro di pittura fu fatto per la gente semplice che, entrando in quel luogo, poteva cogliere tutto il senso del Vangelo anche da analfabeta, senza saper leggere una parola. L’occhio può leggere tante cose in una sola immagine. Giotto, senz’altro, lo sapeva.

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Ebbene, cosa vedi? Vedo un uomo, innanzitutto: solo e potente, dall’alto ordina una strage e la forza del comando si propaga dal suo braccio a quello di un soldato sotto di lui la cui spada sta per trafiggere un bimbo. Un’unica linea trasversale taglia il quadro e va dalla testa di Erode, poi al suo braccio e poi giù al braccio e alla spada del soldato.

Un atto malvagio nasce nella testa di un uomo e lacera la storia dei vivi. Questo atto malvagio è sempre un atto isolato, una volontà che si isola dal resto dei viventi e si innalza nella torre dell’egoismo. Sembra forte, ma è debole. Per capirlo occorre seguire le linee del disegno.

Al di sotto del re potente e cattivo c’è il gruppo di soldati che esegue la sua volontà. Sono un gruppo? No. Ognuno è per conto suo, perché il male si nutre di isolamento reciproco. C’è chi uccide, chi strattona. Ognuno per conto suo. C’è chi guarda da lontano triste, ma non interviene. C’è chi volta lo sguardo. Ognuno per conto suo.

Anche chi guarda rattristato e non interviene sta sotto la torre di Erode, cioè sotto la volontà malvagia. Anche l’ignavia è uno strumento a servizio del male. I nostri silenzi o i nostri comportamenti pavidi di fronte alla violenza conclamata non ci lasciano in disparte rispetto alla responsabilità. Ci catapultano dentro il male fino al collo. Infatti, aguzzini e ignavi stanno tutti sotto la torre di Erode.

A terra ci sono le vittime, un candido velo di corpi; quasi un lenzuolo, bianco come la Sindone che avvolgerà Gesù.

Una volta prostrato a terra insieme alle vittime innocenti, lo sguardo non può che sollevarsi. Eh, già… e -guarda un po’- le uniche che hanno gli occhi rivolti verso l’alto sono le madri. Le più martoriate sono quelle che non tengono la testa bassa. Loro sono una storia a sé nell’ affresco: sono una compagnia umana, non sono isolate come gli altri. C’è qualcosa, una linea immaginaria, che le tiene nettamente separate dalla sfera degli aguzzini. Stanno in una metà del quadro, raccolte e strette tra di loro. Cosa le raccoglie e le abbraccia? Un edificio, l’unico ad ergersi alla stessa altezza di Erode. Una chiesa. Ed è un controsenso perché al tempo della strage degli innocenti la Chiesa non esisteva ancora. Ma simbolicamente Giotto ha dipinto una chiesa i cui contrafforti esterni si allargano come tante braccia a custodire e confortare quelle madri. Quei contrafforti paiono anche tenere lontano Erode.

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Alcune madri degli studenti rimasti uccisi nell’attentato di Garissa – Kenya (…così simili alle madri dipinte da Giotto).

È come se Giotto non avesse saputo trattenersi dal dire che il Re dei Re, anziché puntare il dito verso il basso come Erode per uccidere, si sarebbe fatto ammazzare e si sarebbe rivestito della veste candida e insanguinata degli innocenti, per averli più vicini a sé il giorno in cui morendo sconfisse la morte. Per sempre. La speranza della Resurrezione è un abbraccio al dolore di ogni uomo, che non conosce barriere di spazio e di tempo. Giotto ne ha messo i segni potenti anche lì, dove la storia non conosceva ancora la Resurrezione.

Un abbraccio solido, fatto di pareti e contrafforti, si oppone a Erode. E lo sconfigge. Un abbraccio tiene lontano da lui le madri affrante, come a dire che il male non si può spingere a conquistare completamente l’uomo. Quei quattro contrafforti che si spalancano come in un abbraccio sono il messaggio pasquale della chiesa: la buona novella. Al dito puntato in basso della violenza si oppone un grido buono che si propaga nell’aria.

“Quello che cercate nel sepolcro non è qui”. Quello che hai umiliato, violentato, schiacciato e oppresso non è qui. Non è qui, non è sotto le tue armi o sotto la perfida arguzia delle tue parole o sotto le leggi del potente di turno. È altrove. Tra le braccia del Risorto.

Buona Pasqua.

 

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