Eco nell’alto dei cieli e Gloria nel profondo degli abissi

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«Vedo la gente morta» confessava tremante il piccolo protagonista de Il sesto senso.

Se potessi, io vorrei ascoltare la gente morta. Intendo dire che, occupandomi di scrittura, sarei ben felice se qualche quotidiano o settimanale o tabloid mi assumesse per farmi scrivere di cronaca nera, come fece per tantissimi anni Dino Buzzati al Corriere. Anche se, forse, per me sarebbe più appropriato qualche piccolo giornale di provincia, così da poter fare come Guareschi che girava in bicicletta a raccogliere memorabili e invisibili storie di casalinghe ferite a una mano mentre sbucciavano patate.

Raccontare la morte di un essere vivente è un ossimoro, una contraddizione degna della massima cura e premura. Non so se ne sarei capace, di sicuro è quel genere di evento di fronte a cui vorrei spalancare bene gli occhi, anche a costo di tremare, piangere, spaventarmi.

Il surrogato di tutto ciò, per ora, è seguire le scandalistiche indagini televisive sui casi eclatanti di omicidi, delitti, violenze. Mi turo il naso di fronte plastici di Vespa e alle frasi a effetto di Nuzzi, apprezzo lo stile della Leosini, ignoro la saccenza esteticamente ammaliante della Bruzzone. Faccio lo slalom, schivo la voce spudorata dei giornalisti e tento di cogliere la voce fioca dei cadaveri, il loro essere – sempre e comunque – una storia tragicamente compiuta. Una morte è sempre una tragedia, cioè un racconto degno dello stile nobile e sublime. Non è però detto che debba essere sempre trattata con serietà austera.

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Foto di Tara Hunt

La notizia della morte di Umberto Eco domina la cronaca, i talk show e le bacheche di Facebook. Fioccano gli aforismi e le citazioni. Si celebra la sua storia nel mondo culturale. C’è chi, il telegiornale de La7 ad esempio, ha ritenuto di rendergli omaggio riesumando uno scritto in cui l’esimio filosofo/semiologo/intellettuale raccoglieva istruzioni ironiche per affrontare il momento della morte. È uno dei tanti contributi de La bustina di Minerva, sua celebre rubrica che compariva sull’ultima pagina del settimanale L’Espresso. Eccone un estratto:

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che, mentre tu muori, giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”.

 Temo che il signor Eco, dal luogo in cui si trova ora, non abbia apprezzato tale ricordo. È una mia personalissima deduzione, quindi fallibile. Ecco, ora che l’intellettuale ha fatto la grande capriola dall’umano al celeste, ho come l’impressione che si ricrederebbe sulla «valle di coglioni». Mi permetto anche di dire che in quel brano non emerge la voce di un uomo ironicamente incurante e sereno, bensì di un uomo impaurito. Libero, è l’aggettivo che è stato usato fino allo sfinimento per ricordare il Professor Umberto Eco. Un pensatore libero. Un filosofo libero. Un uomo libero. Uno scrittore libero. Alla luce del passo appena letto, io mi chiedo se non sia più appropriato definirlo sfrenato, senza offesa alcuna ma con tutta l’umana vertigine che contiene l’essere senza freni. Perché la libertà non è assenza di vincoli (morali, sociali, affettivi), ma è semmai una volontà audace di vincolarsi a qualcosa di supremo, sbarazzandosi di compromessi al ribasso … palliativi divertenti … intrattenimenti saltuari.

«Ma quel brano è ironico!» mi si dirà. Appunto. L’ironia è uno strumento eccellente e fantastico; ed è anche lo specchio dell’anima. Io non credo sia libero un uomo la cui unica ironia a fronte della morte è uno svilimento dell’umano. Lo ritengo sfrenato, cioè ultimamente umanissimamente impaurito … proprio per mancanza di solidi vincoli. Come l’acrobata che si accorge di essere senza reti di protezione.

Si può essere sommamente ironici con la morte, deriderla di brutto rispettando l’incontestabile sua maestà, tremenda e non aggirabile. Lo fece Edgar Lee Master nell’Antologia di Spoon River, che è proprio un catalogo esauriente di voci diversissime che guardano la morte, la propria morte. E c’è di tutto lì dentro: ogni uomo racconta in prima persona che esperienza è compiere il passo supremo e finale della vita. C’è un certo Roger Heston che così immortala la propria dipartita:

 

Oh quante volte Ernest Hyde ed io

abbiamo discusso sul libero arbitrio.

La mia metafora favorita era la mucca di Prickett

tenuta legata al pascolo, e libera, come si sa,

nella misura consentita dalla lunghezza della fune.

Un giorno mentre al solito si discuteva, guardando

la mucca che tirava la fune per spingersi oltre

il cerchio che aveva pelato mangiando,

il piolo venne fuori e sollevando la testa

quella ci caricò.

«Cos’è questo, libero arbitrio o cos’altro?» disse Ernest correndo.

Io caddi proprio quando quella m’incornò a morte.

 Sono certa che il signor Eco apprezzerebbe questi versi, capendoli ora ancor più di quando era creatura terrestre. Per me Roger Heston è un esempio di autentica ironia, che ribalta la prospettiva senza schiacciare l’umano. Quante volte un uomo si perde nelle proprie elucubrazioni mentali e non bada alla realtà? Ed ecco che, mentre uno si perde nelle proprie astrazioni, arriva la morte a farti fare i conti su quanto sia PRESENTE la realtà. Uno può ricevere la più grande lezione di vita grazie alla morte.

E le circostanze così poco prevedibili della realtà (della sua presenza eccedente rispetto al nostro bisogno di classificarla) hanno voluto che, mentre le mille voci della stampa facevano a gara su come osannare l’illustre pensatore contemporaneo sollevandolo nell’alto dei cieli dell’Olimpo dei Grandi, la cronaca nera si occupasse della morte di due poveri coglioni, i cui cadaveri sono giaciuti entrambi sottoterra. Gloria Rosboch e Rosario Sanarico. Naturalmente, uso la parola «coglioni» in senso provocatorio.

La storia di Gloria era in sospeso da gennaio, si trattava di una scomparsa. Tutto lasciava presagire un tremendo raggiro. Lei, insegnante per nulla avvenente e poco furba, era stata circuita da un suo aitante studente che le aveva sfilato 187 mila euro promettendole un nido d’amore in Francia per coronare il loro amore. Povera Gloria. E povera me. Perché la sua scarsa furbizia, il suo incondizionato desiderio d’amore, la sua candida fiducia verso un lupo mascherato da cavaliere, sono cose umane umanissime. Sono l’umanità in cui anch’io mi riconosco, tutt’altra roba rispetto alla scaltrezza degli intellettuali. L’uomo comune viene fregato, deriso, umiliato alla grande. E merita molto rispetto se cade in trappola a causa della sua purezza di cuore. Dote rarissima, attualmente.

Gli sviluppi degli ultimi giorni ci hanno consegnato l’epilogo del quadro: l’aitante e spudorato studente ha confessato di aver strangolato Gloria, insieme a un complice, e di averla buttata in un pozzo. Lì è rimasta, dal giorno della sua scomparsa fino a qualche giorno fa. Una povera cogliona – avrà detto il suo assassino. Ma non lo diciamo noi. Quel cadavere abbandonato in fondo a un buco nero è un’anima rimasta sola, senza occhi pietosi a piangere e abbracciare il suo corpo inerte. Chissà se nella solitudine di quella fossa piena di pantano almeno un raggio di luna o di sole le ha fatto compagnia. Non è forse tragicamente nobile la storia di questa donna comune? Non fa forse pensare a che ne sarà delle nostre grandi attese? Può mai essere che cadremo per via mentre corriamo verso un progetto di bene? È meglio essere furbi o essere puri?

Rosario Sanarico era un sommozzatore, un poliziotto sub di 52 anni ed è morto per cercare il cadavere di Isabella Noventa nel padovano. Era stato tra i soccorritori della Costa Concordia e qualche giorno fa è rimasto tragicamente incastrato sul fondale del fiume Brenta, lì dove l’assassino della Noventa ha confessato di aver buttato il cadavere. Ma il corpo non è ancora stato trovato, alcuni sospettano che l’omicida possa aver mentito per non far rinvenire il cadavere, che potrebbe svelare dettagli diversi da quelli che lui ha dichiarato sulla morte di Isabella.

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Foto di Rebecca Bathory

Dunque l’onesto e diligente Rosario è morto per un cadavere, e per le parole – forse bugiarde – di un assassino. Un coglione? Neanche per idea. Povero Rosario. E povera me. Ancora una volta mi specchio nella sua vicenda. Vale la pena fare il proprio dovere solo quando è acclarato il profitto che ne ricaveremo? È da sciocchi essere scrupolosi anche nella cause perse? È inutile dare la vita per una buona ragione supportata da un’ipotesi non completamente attendibile?

Una morte dimessa e dignitosa è spettata a Gloria e Rosario, sottoterra e sott’acqua. Ma saranno saliti al cielo insieme al grande maestro Eco. Magari gli avranno chiesto lumi, conoscendo il suo spessore culturale: «Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?».

Nella mia fallibilissima immaginazione, fantastico sull’ipotesi che il maestro abbia ritrattato la sua precedente versione: «Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di tuoi simili, che in mille modi astrusi, terribili e fantastici stanno ancora dibattendosi per capire ciò a noi ora sarà finalmente chiaro. Il senso di tutto».

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