Sbilanciamoci

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Faccio i conti con te,

poi scopro che i conti non tornano mai…

ma quel che conta veramente,

veramente è che ci sei.

Luca Carboni

La TV ci sta martellando di pubblicità mirate. C’è il prodotto che snellisce mentre dormi, mentre cammini, mentre fai la doccia. C’è la barretta che sembra un KitKat e invece ti fa dimagrire, c’è l’acqua che ti fa fare tanta plin plin. Siamo al limite dello stalking o persecuzione: dobbiamo metterci in forma per la prova costume!

Ci mettono addosso l’ossessione della bilancia, quel malefico terrore di abbassare gli occhi e vedere il responso segnato sul display sotto i nostri piedi. E poi ci sono le tabelle di riferimento: secondo un esimio dottore il tuo peso ideale è xyz, secondo un altro suo esimio collega il tuo peso ideale è qwy, e così via …

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levriero

E mentre molte gentildonne sono alle prese con questa ossessione e sperano di veder scendere a precipizio la lancetta della bilancia, io sono stata alle prese con il problema opposto … e in fondo uguale. Il pediatra mi ha imposto la cosiddetta «doppia pesata» perché, secondo le tabelle di crescita, la mia figlia neonata non è cresciuta abbastanza nelle ultime due settimane. Perciò ho avuto per 48 ore l’ossessione di vedere la lancetta salire tutte le volte che staccavo la bambina dal seno e la mettevo sulla bilancia. È stata una tortura. E dopo 48 ore ho detto: «Stop!», con il beneplacito e sostegno della mia ostetrica. Senza di lei non avrei avuto il coraggio di fidarmi di madre natura, cioè della naturale predisposizione del neonato a nutrirsi, senza schemi e orari fissi.

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La prima bilancia noleggiata pareva – lei stessa – suggerirci di desistere da questo metodo assillante di controllo: aveva qualche problemino e sparava numeri a caso (anche dopo aver dato il biberon alla bambina, risultava sempre un peso più basso della partenza … tanto che ho pensato: «Magari ho un latte dimagrante e posso brevettarlo!»).

Ebbene, cambiata la bilancia e fatta un’intera giornata di «doppie pesate», stop. Non credo di essere una madre sciagurata o menefreghista. La bilancia mi dava proprio dipendenza, perché dà l’illusione del controllo: i numeri illudono, fanno sembrare che, se tutto rispetta le tabelle minuto-per-minuto, allora le cose vanno bene. Peccato che con gli esseri umani nulla stia dentro una tabella. O meglio: per fortuna nessun essere umano sta dentro una tabella.

E mia figlia me lo ha fatto capire bene. Dopo una poppata di quasi un’ora, speravo avesse assunto almeno 60 grammi di latte: niente, la bilancia diceva che ne aveva presi solo 20 grammi. Depressione. L’ho riattaccata al seno e lei c’è rimasta per pochi minuti. Senza troppe speranze l’ho ripesata e aveva assunto 50 grammi.

Questo piccolo fatto mi è sembrato un messaggio chiaro: «Mamma, io sono io e non faccio le cose a orologeria». In altre parole, mia figlia mi stava dicendo di essere una creatura libera… libera di essere pigra e libera di essere vorace, libera di imparare e stare dentro la sua realtà con modalità proprie.

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È stato allora che ho pensato alla bilancia come a un nemico che mi stava inducendo in tentazione. Voleva spacciarmi equilibrio e tranquillità a buon mercato, a suon di numeri e tabelle astratte. Mi sottraeva al rapporto responsabile con la libertà della mia creatura, per indurmi a «gestirla» come fosse un barattolo da riempire.

La bilancia resta in casa, perché il controllo è necessario nei giusti intervalli. Ma non resta l’ossessione e neppure l’appiattimento di ogni essere umano all’uniformità delle tabelle. Sarebbe facile, molto facile lasciarsi andare alla routine del «la peso – le do il biberon, anziché il seno – la peso di nuovo – aggiungo altri tot grammi».

Invece, visto che ho a che fare con un essere umano (e non con un barattolo!) occorre fare ginnastica. La mia libertà di mamma incontra la sua libertà di figlia; io la devo stimolare quando è pigra e devo anche accettare che i suoi progressi siano «suoi», cioè non prevedibili. Devo stimolarla, ma devo anche ascoltarla. E lei altrettanto. Percepirà la mia presenza invadente quando è pigra e sentirà le mie braccia che l’abbracciano quando è stanca.

Lo stesso vale per le diete degli adulti. L’ossessione del 90-60-90, delle barrette, degli snellenti sono un modo di spacciare gratificazione a buon mercato. La salute e il benessere si ottengono con la ginnastica, fisica e mentale. Il corpo non resta in forma con la bacchetta magica. Ed essere in forma non è equivalente ad adeguarsi agli stereotipi.xKpLTt1

Sulla ginnastica di tipo fisico non so dare consigli. Sulla ginnastica di tipo mentale ho delle ipotesi. L’obesità e l’anoressia sono malattie tipiche della nostra epoca, che hanno in comune la frenesia e l’eccesso. L’anormalità diventa la fuga patologica che deriva da un’ossessione degenerata per il controllo. Troppo grassi o troppo magri; in ogni caso è la denuncia di un bisogno. Il bisogno di sapere che l’essere umano non è contenibile nelle definizioni in cui la società vorrebbe stritolarci: «ottimo studente», «brava moglie», «onesto lavoratore», «cittadino modello». Ogni essere umano è libero, cioè è un’eccezione o una variabile impazzita. Accettare e abbracciare questa verità ci aiuterebbe a evitare (o arginare) le derive patologiche nelle anormalità corporee e psicologiche.

Paradossalmente si potrebbe dire che, solo evitando le misure, si può essere misurati. Solo senza le bilance si può essere equilibrati. Sbilanciamoci, dunque. Togliamoci dalla bilancia!

Le statistiche e le tabelle registrano dati che possono essere utili per segnalarci difficoltà e problemi, ma non possono prevedere la libera novità che la nostra presenza è capace di portare. Gli studiosi possono analizzare ciò che è accaduto e raggruppare i dati in base a una uniformità astratta, che però non è in grado di contenere l’umano in tutto e per tutto. L’uomo è sempre un’eccezione, una traiettoria viva non prevedibile. Non è detto che un somaro in matematica sia un poco di buono nella vita. Non è detto che un figlio cresca sereno nella famiglia del Mulino Bianco. Non è detto che un assassino non paghi le tasse regolarmente. Non è detto che la vittima di un pedofilo non diventi un bravo padre.

Fin da quando ci attacchiamo al seno di nostra madre dimostriamo di snobbare le categorie, le tabelle, le misure. Siamo normalissimi ed eccezionali, cioè snobbiamo la normalità fatta di appiattita uguaglianza. Crescendo rimaniamo inclassificabili e altrettanto inclassificabili sono gli eventi e gli incontri che ci capiteranno: dalla sana ginnastica con questa imprevedibilità non salterà fuori un tipo umano già classificato nelle enciclopedie o nei trattati di sociologia, salterà fuori quel «qualcuno» che sei tu. Solo tu. Questa ginnastica di eventi e relazioni ci tiene in forma, ci dà una forma, cioè ci mette in moto per trovare la nostra strada … una storia unica mai scritta prima.

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