Una cena velenosa

racconto

Nessun un messaggio dalla sera prima, era il silenzio che prepara il temporale. Quando Francesca andò ad aprire la porta fu sommersa di profumi e sorrisi. Ricambiò il sorriso e fece accomodare ad una ad una le ospiti, vestite di tutto punto, truccate altrettanto bene. Le studiava mentre varcavano l’ingresso, chiedendosi: «Chissà se è lei BarbyG», «Lei ha la faccia da LovelyK».
Il timer fece un trillo acuto, Francesca fu richiamata all’ordine e ritornò in cucina a testa alta e passo fiero come una Giovanna D’Arco in estasi. Le signore, lasciate in salotto, osservavano la casa e si squadravano a vicenda; nessuna aveva ancora osato cominciare una conversazione. Ci pensò Giovanna, che aveva bisogno del bagno e disse qualcosa sul congedarsi prima ancora che la cena iniziasse; le altre allora cinguettarono parole confuse e accavallandosi, ma amabilmente. Giovanna voleva andare dritta al punto: da come una donna tiene il bagno padronale, si capisce chi è.

Non aveva affatto messo in conto che Francesca si era preparata alla guerra come un generale di lungo corso. Ogni oggetto, ogni odore, ogni goccia presente o assente nella stanza erano un campo minato preparato per far cadere in trappola l’avversario. Giovanna uscì dalla toilette pensando esattamente tutto ciò che Francesca aveva voluto farle pensare. Era confusa, soprattutto. Incuriosita, altrettanto. Troppi bagnoschiuma nella doccia, eppure uno scrub di marca raffinatissimo; una maglietta del pigiama degli Avengers appallottolata su una mensola, eppure nessun alone sullo specchio. Il wc impeccabile, ma un adesivo davvero di cattivo gusto vicino allo scarico per ricordarsi di tirare l’acqua.
Di là, le altre mamme non erano meno perplesse; l’arredamento era di qualità, ma non lasciava capire fino in fondo se loro, i padroni di casa, fossero davvero ricchi o solo mediamente benestanti. Era senz’altro una casa in ordine, ma non perfetta: il gatto aveva tirato dei fili sul tappeto, il gatto peraltro era bellissimo e dormiva nella sua cesta con una posa imperiale; la libreria conteneva testi impegnati, roba seria, ma nei ripiani più bassi c’erano Lego e bamboline. Il pavimento di legno scuro non aveva un solo graffio, le sedie attorno al tavolo erano tutte diverse, appesa all’attaccapanni c’era una giacca jeans a rovescio. shutterstock_627682808

Intanto, nella cucina accadeva il finimondo, ma era tutto sotto controllo nella mente di Francesca che procedeva spedita verso il primo match: l’antipasto. Quando fu pronta, tirò un sospiro di sollievo, si asciugò qualche perla di sudore sulla fronte, alzò gli occhi e disse: «Adesso, nonna aiutami tu».
Fece accomodare le signore a tavola, ciascuna trovò il proprio nome su un’adorabile portatovagliolo a forma di margherita e indubitabilmente fatto a mano. Servì a ciascuna una monoporzione di tortino freddo di melanzane e basilico dal profumo inebriante. Fu lei a mettere in bocca il primo boccone, rompendo l’imbarazzo delle altre. Poi bevve un sorso d’acqua lentamente e lentamente respirò per riuscire a sfoggiare un sorriso nel dire: «Mie care , credete che riusciremo a metterci d’accordo per il regalo alla maestra?».

Numerosi colpi di tossi vivacizzarono l’atmosfera, nessuna osò alzare gli occhi dal piatto. Francesca estrasse un foglietto dalla tasca, lo appoggiò sulla tavola piegato.
«È così bello vedervi di persona che mi sono entusiasmata troppo per i nostri progetti scolastici e ho dimenticato i convenevoli – rise di cuore Francesca – Stanno tutti bene i vostri figli? A quanto pare ci lasciamo alle spalle la stagione dello streptococco, per fortuna».
«Luca ha avuto una ricaduta e siamo corsi in ospedale, sono davvero provata» disse Lisa.
«Mi dispiace, siamo tutte sulla stessa barca. La malattia ci fa schizzare la paura a mille; tranquilla anche io passai un calvario col grande, Ernesto. Ora è un ragazzone forte e indomabile» rispose Francesca.
«La pediatria di questa città è inqualificabile, noi a Torino eravamo abituati a un servizio all’avanguardia» s’inserì Damiana.
«Quando hai bisogno, fammi uno squillo che io li conosco tutti e li metto in riga per te» le replicò Ornella mettendole una mano sul braccio e facendo l’occhiolino.
«Bene, signore. Raccogliamo i piattini, passiamo al primo. Stasera nessuno deve parlare di dieta, ok?» Francesca si alzò e anche Idanna che s’era autoeletta cameriera capo.
Arrivò in tavola una casseruola d’acciaio, molto rustica, ma che emanava un odore stupefacente: risotto alle ortiche.shutterstock_199575470

«Me lo ha insegnato mia suocera, e tutte le volte che lo dico ci rido su perché è una metafora fantastica» Francesca non fu sicura che tutte l’avessero ascoltata perché, a piccoli crocchi, le donne chiacchieravano e si scambiavano consigli. La prima bottiglia di Sauvignon finì, ne aprì un’altra ricordandosi di quella tradizione friulana di fare l’aperitivo davanti al fuoco tra sconosciuti al bar. Pensò che era tempo di fare di nuovo una bella gita a Trieste.

La lavastoviglie si riempì, il lavello pure e si fecero le undici in un battibaleno. Giovanna scoprì da Bruna perché lo studio dentistico di via Ronchi aveva chiuso all’improvviso, Idanna suggerì una tisana per l’insonnia a Veronica, Damiana programmò un weekend al mare insieme a Giulia.
Fu portato in tavola un generoso cesto di ciliegie. Finendo il semifreddo, Ornella chiese: «Francesca, che aroma hai messo? È gradevole ma particolarissimo!».
«Sono bacche di sambuco, ne ho messo giusto una manciata perché provocano diarrea» spiegò Francesca e cadde il silenzio attorno a lei.

Aprì il foglietto di carta che aveva sempre tenuto vicino, inforcò gli occhiali lamentandosi dell’età che avanzava e scandì con chiarezza: «D’altra parte, ogni singolo ingrediente di questa cena è stato scelto perché velenoso, se non cotto, o se assunto in grandi quantità o se non trattato a dovere. Melanzane, fagioli, patate, noce moscata, ortiche, bacche di sambuco, perfino le ciliegie, lo sapevate? Io no. Ma non è meraviglioso trasformare il veleno in gusto? Mi ci sono impegnata a lungo, ma mi avete ispirato voi; ho trascritto tutto sulla buona vecchia carta perché non sono pratica di come salvare le chat di WhatsApp.
Ecco qui, ho dimenticato di dirvi il nome di ciascuna portata perché sono sbadata. Sei una pezzente. Cafone ci si nasce ma tu sei un caso a parte. Sciacquati la bocca prima di dire il mio nome. Tuo figlio diventerà uno psicopatico. Sei ingrassata a forza di invidia.
Possiamo dire di aver mangiato tutta la nostra cattiveria, siamo sopravvissute e vaccinate. La piantiamo di essere stronze d’ora in poi, che dite?».

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