Mamma, perché è sbagliato uccidere un assassino?

Vorrei essere una di quelle mamme bravissime a incentivare i figli alla lettura , usando le parole giuste per incuriosirli, appassionarli, riuscire a trasmettere loro quanto certe storie hanno cambiato la mia vita…

La verità è che spesso non ci riesco. Perché? Perché sono stanca, pigra, imprigionata dal carico mentale che porta altrove, e forse nel posto sbagliato (le ansie, i progetti, le smanie).

Quindi quasi sempre finisce male. Finisce che vedo mio figlio maggiore incollato al cellulare, mi sento in colpa io, ma mi sfogo su di lui urlando in tono perentorio: “Ora vai in camera a leggere!!!”.shutterstock_175520738

Proprio il peggio possibile. Far passare la lettura come una punizione. Complimenti, mamma!

Lui, Michele, per ora la vive così: sbuffa e va a “fare il suo dovere”, sempre cercando di aggirare l’ostacolo-libro con bugie e trovate varie.

Per fortuna, in questa tragicommedia non siamo protagonisti solo io e lui. Il libro entra in causa, mio figlio per un po’ legge e per quel briciolo di tempo accade quel che è sempre accaduto a tutti gli uomini: ci si imbatte con la voce di un’altra persona che ha qualcosa di importante da raccontare.

Dunque il triangolo amoroso che si vive in casa nostra in questo afoso luglio è composto da me, Michele e Agatha Christie. Io ho sbagliato tutto con Michele, ma Agatha compensa alla grande le mie sciocchezze. Anche se lui sta ad ascoltarla per sole due o tre pagine dell’Orient Express, lei compie la magia.9788804679387_0_0_1601_75

Immeritatamente, è proprio vero e lo ripeto: immeritatamente, qualche sera fa ero sul divano e ho visto sbucare mio figlio dalla scala della mansarda con il libro in mano. E’ rimasto lì, senza scendere e io ero già pronta a dirgli: “Torna su, non hai letto neanche 5 minuti! Dai!”. Invece mi ha anticipato lui, chiedendo: “Mamma, perché è sbagliato uccidere un uomo che è stato un assassino?”.

Oh wow. Il mio cervello è andato in ebollizione, anzi in eccitazione. Ho ripensato in un attimo a tutto quello che Chesterton diceva sul valore dei libri gialli, su quanto sia sano per un uomo vivo mettere a tema la morte misteriosa di un altro uomo. Ho detto grazie, ad Agatha. Sì, lei in quei cinque minuti con mio figlio aveva portato a casa un risultato meraviglioso… perché io lo so che persona curiosa e sensibile sia Michele, so il cuore grande che ha. E lei lo aveva innescato, in quel modo unico in cui sono i libri possono.

Un libro non è un film. Ma non lo dico per condannare i film. Ieri sera, ad esempio, abbiamo guardato tutti insieme Die Hard (quello primo, il primissimo) ed è stato un momento familiare di condivisione bellissima: tutti insieme, le chiacchiere sulle emozioni suscitate dalla storia, il gelato, aspettare insieme trepidanti la sconfitta finale del cattivo. Un film è un’emozione condivisa, ed è bellissimo quando è così.

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Il libro è un mondo diverso. E’ scavare dentro di sé, ascoltando qualcunaltro. Non credo che la domanda di mio figlio sarebbe emersa guardando un film, forse ne sarebbero emerse altre, diverse. Quella domanda così profonda e difficile è frutto specifico dell’alchimia generate dalle parole scritte da un altro uomo che entrano nella nostra testa attraverso la lettura. La riflessione su di sè diventa tutt’uno con la storia in cui ci si immerge; si legge, si immagina ma si pensa anche al proprio vissuto. Il nostro intimo si spalanca a noi stessi, mentre leggiamo. Ferite, questioni sommerse e problemi vengono a galla.

Michele sta avvicinandosi al tema del male, nel modo strano e complicatissimo che accade nell’adolescenza. Ingiustizie subite cominciano a tirar fuori l’ipotesi della vendetta; e poi però ci sono le certezze a cui lo abbiamo educato: seminando rancore e cattiveria non si raccoglie nulla.

Era sulle scale a chiocciola della mansarda, a metà strada tra camera sua e il resto della casa … forse a metà strada tra se stesso e il mondo. Ha espresso a voce alta una domanda tostissima. Difficile pure per un adulto.

Non sapevo bene cosa avrei risposto, ma sapevo che Agatha mi stava regalando un’opporunità grande. Ho detto a Michele di sedersi sul divano accanto a me, abbiamo cominciato a discutere; ogni domanda ne apriva un’altra.

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E’ sbagliato uccidere? Come si punisce chi è stato un assassino? E’ giusto punirlo o è meglio che capisca il male che ha fatto? Chi uccide un uomo che ha ucciso per punirlo non diventa cattivo a sua volta?

E poi siamo passati più sul personale. Io faccio il male, anche se non arrivo a uccidere? Qual è la strada migliore per comprendere i propri errori cattivi?

Non ho altro da aggiungere, se non rigraziare di questa occasione arrivata gratuitamente e nonostante i miei modi non sempre adeguati di avvicinare i miei figli al bello.

Se questi muri potessero parlare…

Sulla porta di camera del mio figlio maggiore sono comparse da qualche settimana scritte minatorie: STOP – NON ENTRARE – BUSSARE!!!

e simboli altrettanto esaustivi, tipo quelli scritti sulle bottiglie che contengono sostanze velenose o presenti vicino ai pali dell’alta tensione.

Ci ho fatto su una pensata ….

 

Una cena velenosa

racconto

Nessun un messaggio dalla sera prima, era il silenzio che prepara il temporale. Quando Francesca andò ad aprire la porta fu sommersa di profumi e sorrisi. Ricambiò il sorriso e fece accomodare ad una ad una le ospiti, vestite di tutto punto, truccate altrettanto bene. Le studiava mentre varcavano l’ingresso, chiedendosi: «Chissà se è lei BarbyG», «Lei ha la faccia da LovelyK».
Il timer fece un trillo acuto, Francesca fu richiamata all’ordine e ritornò in cucina a testa alta e passo fiero come una Giovanna D’Arco in estasi. Le signore, lasciate in salotto, osservavano la casa e si squadravano a vicenda; nessuna aveva ancora osato cominciare una conversazione. Ci pensò Giovanna, che aveva bisogno del bagno e disse qualcosa sul congedarsi prima ancora che la cena iniziasse; le altre allora cinguettarono parole confuse e accavallandosi, ma amabilmente. Giovanna voleva andare dritta al punto: da come una donna tiene il bagno padronale, si capisce chi è.

Non aveva affatto messo in conto che Francesca si era preparata alla guerra come un generale di lungo corso. Ogni oggetto, ogni odore, ogni goccia presente o assente nella stanza erano un campo minato preparato per far cadere in trappola l’avversario. Giovanna uscì dalla toilette pensando esattamente tutto ciò che Francesca aveva voluto farle pensare. Era confusa, soprattutto. Incuriosita, altrettanto. Troppi bagnoschiuma nella doccia, eppure uno scrub di marca raffinatissimo; una maglietta del pigiama degli Avengers appallottolata su una mensola, eppure nessun alone sullo specchio. Il wc impeccabile, ma un adesivo davvero di cattivo gusto vicino allo scarico per ricordarsi di tirare l’acqua.
Di là, le altre mamme non erano meno perplesse; l’arredamento era di qualità, ma non lasciava capire fino in fondo se loro, i padroni di casa, fossero davvero ricchi o solo mediamente benestanti. Era senz’altro una casa in ordine, ma non perfetta: il gatto aveva tirato dei fili sul tappeto, il gatto peraltro era bellissimo e dormiva nella sua cesta con una posa imperiale; la libreria conteneva testi impegnati, roba seria, ma nei ripiani più bassi c’erano Lego e bamboline. Il pavimento di legno scuro non aveva un solo graffio, le sedie attorno al tavolo erano tutte diverse, appesa all’attaccapanni c’era una giacca jeans a rovescio. shutterstock_627682808

Intanto, nella cucina accadeva il finimondo, ma era tutto sotto controllo nella mente di Francesca che procedeva spedita verso il primo match: l’antipasto. Quando fu pronta, tirò un sospiro di sollievo, si asciugò qualche perla di sudore sulla fronte, alzò gli occhi e disse: «Adesso, nonna aiutami tu».
Fece accomodare le signore a tavola, ciascuna trovò il proprio nome su un’adorabile portatovagliolo a forma di margherita e indubitabilmente fatto a mano. Servì a ciascuna una monoporzione di tortino freddo di melanzane e basilico dal profumo inebriante. Fu lei a mettere in bocca il primo boccone, rompendo l’imbarazzo delle altre. Poi bevve un sorso d’acqua lentamente e lentamente respirò per riuscire a sfoggiare un sorriso nel dire: «Mie care , credete che riusciremo a metterci d’accordo per il regalo alla maestra?».

Numerosi colpi di tossi vivacizzarono l’atmosfera, nessuna osò alzare gli occhi dal piatto. Francesca estrasse un foglietto dalla tasca, lo appoggiò sulla tavola piegato.
«È così bello vedervi di persona che mi sono entusiasmata troppo per i nostri progetti scolastici e ho dimenticato i convenevoli – rise di cuore Francesca – Stanno tutti bene i vostri figli? A quanto pare ci lasciamo alle spalle la stagione dello streptococco, per fortuna».
«Luca ha avuto una ricaduta e siamo corsi in ospedale, sono davvero provata» disse Lisa.
«Mi dispiace, siamo tutte sulla stessa barca. La malattia ci fa schizzare la paura a mille; tranquilla anche io passai un calvario col grande, Ernesto. Ora è un ragazzone forte e indomabile» rispose Francesca.
«La pediatria di questa città è inqualificabile, noi a Torino eravamo abituati a un servizio all’avanguardia» s’inserì Damiana.
«Quando hai bisogno, fammi uno squillo che io li conosco tutti e li metto in riga per te» le replicò Ornella mettendole una mano sul braccio e facendo l’occhiolino.
«Bene, signore. Raccogliamo i piattini, passiamo al primo. Stasera nessuno deve parlare di dieta, ok?» Francesca si alzò e anche Idanna che s’era autoeletta cameriera capo.
Arrivò in tavola una casseruola d’acciaio, molto rustica, ma che emanava un odore stupefacente: risotto alle ortiche.shutterstock_199575470

«Me lo ha insegnato mia suocera, e tutte le volte che lo dico ci rido su perché è una metafora fantastica» Francesca non fu sicura che tutte l’avessero ascoltata perché, a piccoli crocchi, le donne chiacchieravano e si scambiavano consigli. La prima bottiglia di Sauvignon finì, ne aprì un’altra ricordandosi di quella tradizione friulana di fare l’aperitivo davanti al fuoco tra sconosciuti al bar. Pensò che era tempo di fare di nuovo una bella gita a Trieste.

La lavastoviglie si riempì, il lavello pure e si fecero le undici in un battibaleno. Giovanna scoprì da Bruna perché lo studio dentistico di via Ronchi aveva chiuso all’improvviso, Idanna suggerì una tisana per l’insonnia a Veronica, Damiana programmò un weekend al mare insieme a Giulia.
Fu portato in tavola un generoso cesto di ciliegie. Finendo il semifreddo, Ornella chiese: «Francesca, che aroma hai messo? È gradevole ma particolarissimo!».
«Sono bacche di sambuco, ne ho messo giusto una manciata perché provocano diarrea» spiegò Francesca e cadde il silenzio attorno a lei.

Aprì il foglietto di carta che aveva sempre tenuto vicino, inforcò gli occhiali lamentandosi dell’età che avanzava e scandì con chiarezza: «D’altra parte, ogni singolo ingrediente di questa cena è stato scelto perché velenoso, se non cotto, o se assunto in grandi quantità o se non trattato a dovere. Melanzane, fagioli, patate, noce moscata, ortiche, bacche di sambuco, perfino le ciliegie, lo sapevate? Io no. Ma non è meraviglioso trasformare il veleno in gusto? Mi ci sono impegnata a lungo, ma mi avete ispirato voi; ho trascritto tutto sulla buona vecchia carta perché non sono pratica di come salvare le chat di WhatsApp.
Ecco qui, ho dimenticato di dirvi il nome di ciascuna portata perché sono sbadata. Sei una pezzente. Cafone ci si nasce ma tu sei un caso a parte. Sciacquati la bocca prima di dire il mio nome. Tuo figlio diventerà uno psicopatico. Sei ingrassata a forza di invidia.
Possiamo dire di aver mangiato tutta la nostra cattiveria, siamo sopravvissute e vaccinate. La piantiamo di essere stronze d’ora in poi, che dite?».

Alfie Evans Baggins della Contea

Ho fatto questo video ieri sera, prima che nella notte Alfie morisse.

La sostanza non cambia, perché tutti sapevamo che la sua vita sarebbe stata breve. Questa vicenda ci ha aperto gli occhi, per chi sa guardare con mente attenta e cuore pulsante. Nessuno ha il potere di imporre la morte a un essere umano per legge nel momento in cui è utile alle casse dello Stato. Di questo si parla, di ingerenza dello Stato e di risparmio di spese sanitarie sulla pelle delle persone. Chi vi ha parlato di accanimento terapeutico ha mentito, o ingenuamente, o con connivenza crudele. Le carte ci sono per le anime libere che vogliono confrontarsi con la storia di questo bambino.

Così sbagliato, aspetto la Pasqua

Sono solo canzonette; sì, ma le ascoltiamo. Durante gli spostamenti, nelle sale d’attesa, mentre puliamo casa, in palestra sulla pedana, le ascoltiamo queste canzonette. Sono i ritornelli che accompagnano il tran tran quotidiano e, se ci piacciono, ci restano in testa e le canticchiamo sotto la doccia. Niente di clamoroso, eppure ci accompagnano e hanno qualcosa da dire.

Chesterton mi ha insegnato a cercare a occhi sgranati l’oro nelle bancarelle dell’umano a buon mercato, a non fare la sofisticata che non sono, a essere proprio ciò che sono: una persona comune in mezzo a persone comuni.

Non snobbo Sanremo, lo guardo sempre. Ma non sempre colgo al volo la bellezza di una canzone. Quest’anno mi era completamente sfuggita quella della risorta band de Le vibrazioni. Eppure ho sempre apprezzato la vocalità di Francesco Sarcina e i suoi testi.

Qualche sera fa, era notte in effetti, rientravo a casa in auto da un impegno di lavoro; dovevo tenere gli occhi sgranati per non sbandare in una stradina stretta di campagna. Era il momento giusto per apprezzare la canzone Così sbagliato che la radio ha mandato.

Portami a casa, grida nel ritornello Sarcina. E io pensavo ai miei figli, già nel loro letto a dormire, volevo essere con loro; ero al buio sola per strada, e volevo essere a casa. Ero Ulisse, ero la nostalgia che da millenni abita nel cuore degli umani. Casa è un lungo fisico che è anche luogo dell’anima. Casa è un abbraccio che sciolga il freddo delle contraddizioni che ci ghiaccia.

Portami a casa

Salvami ancora

Da queste mani fredde e viola

Riportami a casa

Perché ho paura di me

Tienimi stretto al buio e dimmi

Che mi vuoi bene anche così

Mi vuoi bene anche così

A chi parla chi canta? Alla donna amata, alla madre di suo figlio. Perché casa è tutt’uno con famiglia: è il luogo in cui l’io cede il posto al noi, e si salva dal cortocircuito delle proprie fissazioni. Solo uno che mi ama può dirmi “vai bene anche se sei sbagliato” ed essere credibile. È il paradosso del perdono: deve arrivare da un altro.

Mi vuoi bene anche così

Sbagliato sbagliato sbagliato

Nel mio vestito vuoto vicino a te

E tu mi raccogli comunque

In mezzo ai vetri e puoi farmi credere

Che sia perfetto anche così

Che mi ami anche così

Sbagliato

Una parola molto gettonata è imperfetto; è di moda non essere perfetti. I profili Instagram sono pieni di mamme imperfette, fotografi imperfetti, scrittori imperfetti. Vuol dire tutto e niente; in più dà l’idea di essere limitrofi alla perfezione.

Quanto a me, vorrei non ci fossero dubbi: sbagliato è ciò che mi descrive meglio. A tu per tu con lo specchio, di macchie addosso, dentro, ne vedo di brutte, scomode, indelebili. Negli errori ci ricado; i peccati bussano, entrano e banchettano col mio orgoglio; alle persone che si meritano il meglio do il peggio. Non sono imperfetta, sono proprio sbagliata.

Quando mi sento figlio e sono un padre

E tu mi dici che

Non è così sbagliato sbagliato sbagliato

Eppure, la nostalgia di una casa è bruciante: ho bisogno di un luogo preciso, di una voce precisa che abbiamo compassione di me. Ho bisogno di sentire che la mia persona perennemente capace di sbagliare non sia un vuoto a perdere.

Anche io sono madre, ma mi sento figlia. Sempre. E non è infantilismo, ma dipendenza come quella dei miei bimbi che mi fissano imploranti appena mi avvicino al frigo. Anche io imploro un nutrimento, un concime buono, da un padre è una madre.

Mi ami anche così sbagliato ?

A chi lo chiedo, io? Certo a mio marito, tutti i santi giorni. E lui sorride, o litiga con me in un modo che mi consola di tutte le mie paure. Ma so che lui è il traduttore di una voce che viene da più lontano, dal Golgota ad essere precisi.

Le mie mani fredde e viola, in mezzo a questa ondata di freddo siberiano, attendono come ogni anno il tepore della primavera, della natura che fiorisce di nuovo, del mistero della Resurrezione. Aspetto la Via Crucis di Chi tutti i miei sbagli se li è messi sulle spalle e poi li ha sciolti in un abbraccio eterno nel giorno di Pasqua.