Dolce far niente

Mangio troppo in fretta, guardo compulsivamente il cellulare, cambio stazione radio prima che l’ultimo ritornello sia finito.

Anche all’aperitivo non mi rilasso e non rallento. Mio marito è ai primi sorsi di spritz, io sto già sgranocchiando i cubetti di ghiaccio. “Ma che fretta hai?” – mi chiede lui. Non è fretta, è frenesia; quella che conduce a casa dell’ansia e, se vai dritto ancora, al casolare senza finestre dell’angoscia.

Non ho finestre, ecco. Quando sono concentrata su di me, rumino il mondo come una mucca. Lo ingurgito senza capire cos’è, senza sentire sapori. Faccio e penso. Penso sempre, e non è un bene farlo senza finestre.

Quella di oggi è stata un punizione, o meglio un esercizio spirituale. Stare con la mia famiglia nel bosco senza far niente. I maschi erano andati a giocare alla guerra tra gli alberi, la piccola Matilde dormiva, il cellulare non prendeva e io ero sola. Si fa per dire, perché un bosco è stipato di vita vivente.

Sono arrivate presto le mosche. Non stanno ferme neanche quando si posano su una foglia o sulle gambe. Una grossa formica ha deciso di darsi a un trasporto eccezionale, un pezzo di pane residuo del nostro pic nic.

Ma neanche qui riesci a stare senza impegnare la testa in qualcosa? – mi sono detta. Ho smesso di osservare qualcosa, di voler vedere. Di volere.

È stata durissima riuscire ad accogliere qualche scampolo di silenzio disarmato. E ho toccato con mano la mia grande ferita: orgoglio bulinico.

Ero solo io, e sentivo che “solo io” non mi bastava. È doloroso da ammettere. Mi riempio di cose per dimostrare “sono utile”; faccio più di quel che mi viene chiesto per “essere brava”; progetto in anticipo per “essere pronta”. Utile, brava, pronta non mi hanno mai dato la felicità. E figuriamoci quanta amarezza, quando – spesso- non sono utile, brava, utile.

Essere e basta. Cosa mi ha insegnato un’ora nel bosco a far niente? Che stare a tu per tu con me mi dice che io sarò sempre “mancanza”. E se questa mancanza la riempio da sola, il risultato è la costipazione fisica e mentale.

Però ci sono state occasioni, anche brevi, in cui ho sentito una pienezza vera. È capitato in certe giornate in cui m’impegnavo senza pensarci su troppo in circostanze che richiedevano il mio contributo non pianificato. Capita qualcosa, ti ci butti come sei. È più adeguato alla felicità, rispondere a una chiamata … piuttosto che fabbricarla tavolino.

Per poter rispondere, devo stare in silenzio, deve esserci una parte di me che sta vuota e aperta. Il niente non è solo una cosa brutta: è come la stanza degli ospiti in una casa, sta vuota in vista di una pienezza viva. Chi arriverà?

Questa stanza vuota deve esserci anche nel mio io, altrimenti la porta d’ingresso rischierà di essere chiusa a chiave.

Assunti in cielo

L’abbiamo tutti davanti agli occhi quel camion dalle fiancate verdi a un passo dal baratro del ponte Morandi. Sta lì. Un monumento alla vertigine. Forse è qualcosa di più, almeno per me. Mi dà fastidio soprattutto, mi urge una domanda: puoi accettare questa classificazione tra miracolati e vittime?
No. Posso accettare solo qualcosa di sospeso, come l’attesa snervante finché la trama del film non porta all’epilogo e allo svelamento della meta dell’avventura.
Finché il film non è alla fine lo svelamento non è possibile, sono possibili domande e inquisizioni. Fino alla fine il buono potrebbe essere cattivo e lo schivo taciturno un benefattore.
Di fronte a una tragedia di umana colpevolezza che colpisce con tragica fatalità dovrei accettare una lettura cosmica che fa di certe brave persone degli sfortunati e di altre brave persone dei fortunati? Posso guardare in faccia i miei cari avendo un retropensiero così insostenibilmente ingiusto e intangibile?
Potrei, e allora l’innata tensione alla giustizia benefica si tradurrebbe in una rabbia sorda capace di far fuori il bene e il male, il comportamento lodevole e le aspettative buone. Sarei come una piccola antilope nella savana, preda a 360° di molti imprevisti predatori. Sopravvivere e basta.

Quel camion è così assurdo da interrogarmi sull’assurdità del tutto. Una campata mezzo crollata sostiene un veicolo pesante ora vuoto. Il mondo è sghembo e non siamo ancora arrivati all’epilogo.
Noi siamo quel camion, un viaggio iniziato e ancora sospeso. Lo sono tutti i viventi, figli, compagni, amici, nemici. Per quanto sia vertiginoso, gli unici ad aver attraversato per intero il ponte del mistero che chiamiamo vita sono quelli che ora noi definiamo “vittime”.

Allora accetto di essere quel camion, innanzitutto. Ancora qui, senza sapere perché oggi, ieri, e ieri l’altro sono scampata alla morte. Poteva cogliermi anche mentre facevo la spesa a cinquanta metri da casa.
Accetto di essere i fanali del camion, che guardano muti la voragine. Ogni tratto di strada è pericoloso, sbaglio quando penso diversamente. Io sono sospesa, ogni santo e benedetto giorno.
Dipendiamo dalle opere altrui, dalle forze cosmiche, dipendiamo. E siamo. Non è mai detto che saremo.

Una famiglia che parte per le vacanze posso immaginarla, penso alla mia. La partenza in sé è sempre un fermento unico.
“Hai caricato anche il passeggino?”- “Aspetta, scendo e controllo”.
“Mamma, non ho fatto la pipì!” – “Ok, muoviti e vai a farla”.
“Ci siamo, andiamo?” – “Sai che mi viene il dubbio sul gas, vado a verificare di averlo spento davvero”.
L’orario di partenza è sempre diverso da quello pianificato, ti svegli con cinque minuti d’anticipo per l’ansia, poi ne perdi uno qui, sette lì. Per alcuni è diventato un timer ad orologeria per essere proprio lì quando il ponte è crollato, altri possono essersi salvati per la medesima ragione.
Una famiglia che parte per le vacanze in prossimità di Ferragosto posso immaginarla, penso alla mia. Stanchezza dei genitori, entusiasmo dei figli. Si va, si stacca. La gioia sempre nuova di buttarsi nel mare, senza orari. Insieme in una macchina stipata, chiacchiere finalmente libere dalle mille nuvole nere del lavoro. Casa è alle spalle, ma abbiamo con noi ciò che ci basta. Anche il maglione pesante, se viene il brutto tempo.

E se – ora, qui, adesso – ti attendesse un viaggio più grande di quello che avevi programmato? Cadere, per salire in cielo tutti assieme. La morte è un mistero, la porta di un’altra casa che non ho mai visto, ma di cui qualcuno mi parla con parole di carne. Essere insieme, una famiglia, ad attraversare la porta o il ponte, tra terra e cielo. Essere abbracciati, appena crollati, dalla stessa mano che oggi, 15 Agosto, ha portato dritta in Cielo lei, Maria.

Mamma, perché è sbagliato uccidere un assassino?

Vorrei essere una di quelle mamme bravissime a incentivare i figli alla lettura , usando le parole giuste per incuriosirli, appassionarli, riuscire a trasmettere loro quanto certe storie hanno cambiato la mia vita…

La verità è che spesso non ci riesco. Perché? Perché sono stanca, pigra, imprigionata dal carico mentale che porta altrove, e forse nel posto sbagliato (le ansie, i progetti, le smanie).

Quindi quasi sempre finisce male. Finisce che vedo mio figlio maggiore incollato al cellulare, mi sento in colpa io, ma mi sfogo su di lui urlando in tono perentorio: “Ora vai in camera a leggere!!!”.shutterstock_175520738

Proprio il peggio possibile. Far passare la lettura come una punizione. Complimenti, mamma!

Lui, Michele, per ora la vive così: sbuffa e va a “fare il suo dovere”, sempre cercando di aggirare l’ostacolo-libro con bugie e trovate varie.

Per fortuna, in questa tragicommedia non siamo protagonisti solo io e lui. Il libro entra in causa, mio figlio per un po’ legge e per quel briciolo di tempo accade quel che è sempre accaduto a tutti gli uomini: ci si imbatte con la voce di un’altra persona che ha qualcosa di importante da raccontare.

Dunque il triangolo amoroso che si vive in casa nostra in questo afoso luglio è composto da me, Michele e Agatha Christie. Io ho sbagliato tutto con Michele, ma Agatha compensa alla grande le mie sciocchezze. Anche se lui sta ad ascoltarla per sole due o tre pagine dell’Orient Express, lei compie la magia.9788804679387_0_0_1601_75

Immeritatamente, è proprio vero e lo ripeto: immeritatamente, qualche sera fa ero sul divano e ho visto sbucare mio figlio dalla scala della mansarda con il libro in mano. E’ rimasto lì, senza scendere e io ero già pronta a dirgli: “Torna su, non hai letto neanche 5 minuti! Dai!”. Invece mi ha anticipato lui, chiedendo: “Mamma, perché è sbagliato uccidere un uomo che è stato un assassino?”.

Oh wow. Il mio cervello è andato in ebollizione, anzi in eccitazione. Ho ripensato in un attimo a tutto quello che Chesterton diceva sul valore dei libri gialli, su quanto sia sano per un uomo vivo mettere a tema la morte misteriosa di un altro uomo. Ho detto grazie, ad Agatha. Sì, lei in quei cinque minuti con mio figlio aveva portato a casa un risultato meraviglioso… perché io lo so che persona curiosa e sensibile sia Michele, so il cuore grande che ha. E lei lo aveva innescato, in quel modo unico in cui sono i libri possono.

Un libro non è un film. Ma non lo dico per condannare i film. Ieri sera, ad esempio, abbiamo guardato tutti insieme Die Hard (quello primo, il primissimo) ed è stato un momento familiare di condivisione bellissima: tutti insieme, le chiacchiere sulle emozioni suscitate dalla storia, il gelato, aspettare insieme trepidanti la sconfitta finale del cattivo. Un film è un’emozione condivisa, ed è bellissimo quando è così.

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Il libro è un mondo diverso. E’ scavare dentro di sé, ascoltando qualcunaltro. Non credo che la domanda di mio figlio sarebbe emersa guardando un film, forse ne sarebbero emerse altre, diverse. Quella domanda così profonda e difficile è frutto specifico dell’alchimia generate dalle parole scritte da un altro uomo che entrano nella nostra testa attraverso la lettura. La riflessione su di sè diventa tutt’uno con la storia in cui ci si immerge; si legge, si immagina ma si pensa anche al proprio vissuto. Il nostro intimo si spalanca a noi stessi, mentre leggiamo. Ferite, questioni sommerse e problemi vengono a galla.

Michele sta avvicinandosi al tema del male, nel modo strano e complicatissimo che accade nell’adolescenza. Ingiustizie subite cominciano a tirar fuori l’ipotesi della vendetta; e poi però ci sono le certezze a cui lo abbiamo educato: seminando rancore e cattiveria non si raccoglie nulla.

Era sulle scale a chiocciola della mansarda, a metà strada tra camera sua e il resto della casa … forse a metà strada tra se stesso e il mondo. Ha espresso a voce alta una domanda tostissima. Difficile pure per un adulto.

Non sapevo bene cosa avrei risposto, ma sapevo che Agatha mi stava regalando un’opporunità grande. Ho detto a Michele di sedersi sul divano accanto a me, abbiamo cominciato a discutere; ogni domanda ne apriva un’altra.

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E’ sbagliato uccidere? Come si punisce chi è stato un assassino? E’ giusto punirlo o è meglio che capisca il male che ha fatto? Chi uccide un uomo che ha ucciso per punirlo non diventa cattivo a sua volta?

E poi siamo passati più sul personale. Io faccio il male, anche se non arrivo a uccidere? Qual è la strada migliore per comprendere i propri errori cattivi?

Non ho altro da aggiungere, se non rigraziare di questa occasione arrivata gratuitamente e nonostante i miei modi non sempre adeguati di avvicinare i miei figli al bello.

Se questi muri potessero parlare…

Sulla porta di camera del mio figlio maggiore sono comparse da qualche settimana scritte minatorie: STOP – NON ENTRARE – BUSSARE!!!

e simboli altrettanto esaustivi, tipo quelli scritti sulle bottiglie che contengono sostanze velenose o presenti vicino ai pali dell’alta tensione.

Ci ho fatto su una pensata ….

 

Una cena velenosa

racconto

Nessun un messaggio dalla sera prima, era il silenzio che prepara il temporale. Quando Francesca andò ad aprire la porta fu sommersa di profumi e sorrisi. Ricambiò il sorriso e fece accomodare ad una ad una le ospiti, vestite di tutto punto, truccate altrettanto bene. Le studiava mentre varcavano l’ingresso, chiedendosi: «Chissà se è lei BarbyG», «Lei ha la faccia da LovelyK».
Il timer fece un trillo acuto, Francesca fu richiamata all’ordine e ritornò in cucina a testa alta e passo fiero come una Giovanna D’Arco in estasi. Le signore, lasciate in salotto, osservavano la casa e si squadravano a vicenda; nessuna aveva ancora osato cominciare una conversazione. Ci pensò Giovanna, che aveva bisogno del bagno e disse qualcosa sul congedarsi prima ancora che la cena iniziasse; le altre allora cinguettarono parole confuse e accavallandosi, ma amabilmente. Giovanna voleva andare dritta al punto: da come una donna tiene il bagno padronale, si capisce chi è.

Non aveva affatto messo in conto che Francesca si era preparata alla guerra come un generale di lungo corso. Ogni oggetto, ogni odore, ogni goccia presente o assente nella stanza erano un campo minato preparato per far cadere in trappola l’avversario. Giovanna uscì dalla toilette pensando esattamente tutto ciò che Francesca aveva voluto farle pensare. Era confusa, soprattutto. Incuriosita, altrettanto. Troppi bagnoschiuma nella doccia, eppure uno scrub di marca raffinatissimo; una maglietta del pigiama degli Avengers appallottolata su una mensola, eppure nessun alone sullo specchio. Il wc impeccabile, ma un adesivo davvero di cattivo gusto vicino allo scarico per ricordarsi di tirare l’acqua.
Di là, le altre mamme non erano meno perplesse; l’arredamento era di qualità, ma non lasciava capire fino in fondo se loro, i padroni di casa, fossero davvero ricchi o solo mediamente benestanti. Era senz’altro una casa in ordine, ma non perfetta: il gatto aveva tirato dei fili sul tappeto, il gatto peraltro era bellissimo e dormiva nella sua cesta con una posa imperiale; la libreria conteneva testi impegnati, roba seria, ma nei ripiani più bassi c’erano Lego e bamboline. Il pavimento di legno scuro non aveva un solo graffio, le sedie attorno al tavolo erano tutte diverse, appesa all’attaccapanni c’era una giacca jeans a rovescio. shutterstock_627682808

Intanto, nella cucina accadeva il finimondo, ma era tutto sotto controllo nella mente di Francesca che procedeva spedita verso il primo match: l’antipasto. Quando fu pronta, tirò un sospiro di sollievo, si asciugò qualche perla di sudore sulla fronte, alzò gli occhi e disse: «Adesso, nonna aiutami tu».
Fece accomodare le signore a tavola, ciascuna trovò il proprio nome su un’adorabile portatovagliolo a forma di margherita e indubitabilmente fatto a mano. Servì a ciascuna una monoporzione di tortino freddo di melanzane e basilico dal profumo inebriante. Fu lei a mettere in bocca il primo boccone, rompendo l’imbarazzo delle altre. Poi bevve un sorso d’acqua lentamente e lentamente respirò per riuscire a sfoggiare un sorriso nel dire: «Mie care , credete che riusciremo a metterci d’accordo per il regalo alla maestra?».

Numerosi colpi di tossi vivacizzarono l’atmosfera, nessuna osò alzare gli occhi dal piatto. Francesca estrasse un foglietto dalla tasca, lo appoggiò sulla tavola piegato.
«È così bello vedervi di persona che mi sono entusiasmata troppo per i nostri progetti scolastici e ho dimenticato i convenevoli – rise di cuore Francesca – Stanno tutti bene i vostri figli? A quanto pare ci lasciamo alle spalle la stagione dello streptococco, per fortuna».
«Luca ha avuto una ricaduta e siamo corsi in ospedale, sono davvero provata» disse Lisa.
«Mi dispiace, siamo tutte sulla stessa barca. La malattia ci fa schizzare la paura a mille; tranquilla anche io passai un calvario col grande, Ernesto. Ora è un ragazzone forte e indomabile» rispose Francesca.
«La pediatria di questa città è inqualificabile, noi a Torino eravamo abituati a un servizio all’avanguardia» s’inserì Damiana.
«Quando hai bisogno, fammi uno squillo che io li conosco tutti e li metto in riga per te» le replicò Ornella mettendole una mano sul braccio e facendo l’occhiolino.
«Bene, signore. Raccogliamo i piattini, passiamo al primo. Stasera nessuno deve parlare di dieta, ok?» Francesca si alzò e anche Idanna che s’era autoeletta cameriera capo.
Arrivò in tavola una casseruola d’acciaio, molto rustica, ma che emanava un odore stupefacente: risotto alle ortiche.shutterstock_199575470

«Me lo ha insegnato mia suocera, e tutte le volte che lo dico ci rido su perché è una metafora fantastica» Francesca non fu sicura che tutte l’avessero ascoltata perché, a piccoli crocchi, le donne chiacchieravano e si scambiavano consigli. La prima bottiglia di Sauvignon finì, ne aprì un’altra ricordandosi di quella tradizione friulana di fare l’aperitivo davanti al fuoco tra sconosciuti al bar. Pensò che era tempo di fare di nuovo una bella gita a Trieste.

La lavastoviglie si riempì, il lavello pure e si fecero le undici in un battibaleno. Giovanna scoprì da Bruna perché lo studio dentistico di via Ronchi aveva chiuso all’improvviso, Idanna suggerì una tisana per l’insonnia a Veronica, Damiana programmò un weekend al mare insieme a Giulia.
Fu portato in tavola un generoso cesto di ciliegie. Finendo il semifreddo, Ornella chiese: «Francesca, che aroma hai messo? È gradevole ma particolarissimo!».
«Sono bacche di sambuco, ne ho messo giusto una manciata perché provocano diarrea» spiegò Francesca e cadde il silenzio attorno a lei.

Aprì il foglietto di carta che aveva sempre tenuto vicino, inforcò gli occhiali lamentandosi dell’età che avanzava e scandì con chiarezza: «D’altra parte, ogni singolo ingrediente di questa cena è stato scelto perché velenoso, se non cotto, o se assunto in grandi quantità o se non trattato a dovere. Melanzane, fagioli, patate, noce moscata, ortiche, bacche di sambuco, perfino le ciliegie, lo sapevate? Io no. Ma non è meraviglioso trasformare il veleno in gusto? Mi ci sono impegnata a lungo, ma mi avete ispirato voi; ho trascritto tutto sulla buona vecchia carta perché non sono pratica di come salvare le chat di WhatsApp.
Ecco qui, ho dimenticato di dirvi il nome di ciascuna portata perché sono sbadata. Sei una pezzente. Cafone ci si nasce ma tu sei un caso a parte. Sciacquati la bocca prima di dire il mio nome. Tuo figlio diventerà uno psicopatico. Sei ingrassata a forza di invidia.
Possiamo dire di aver mangiato tutta la nostra cattiveria, siamo sopravvissute e vaccinate. La piantiamo di essere stronze d’ora in poi, che dite?».

Alfie Evans Baggins della Contea

Ho fatto questo video ieri sera, prima che nella notte Alfie morisse.

La sostanza non cambia, perché tutti sapevamo che la sua vita sarebbe stata breve. Questa vicenda ci ha aperto gli occhi, per chi sa guardare con mente attenta e cuore pulsante. Nessuno ha il potere di imporre la morte a un essere umano per legge nel momento in cui è utile alle casse dello Stato. Di questo si parla, di ingerenza dello Stato e di risparmio di spese sanitarie sulla pelle delle persone. Chi vi ha parlato di accanimento terapeutico ha mentito, o ingenuamente, o con connivenza crudele. Le carte ci sono per le anime libere che vogliono confrontarsi con la storia di questo bambino.