I vicini scassano

Avremmo mai immaginato di poter dire che i vicini di casa fanno bene a impicciarsi dei fatti nostri?

Mi sono occupata di una tragedia familiare che viene dalla California :
https://it.aleteia.org/2019/04/30/omicidio-suicidio-dei-genitori-la-figlia-di-4-anni-salva-il-fratello-di-3-mesi/

… anche in un simile inferno, un briciolo di luce c’è stato

… anche la pecora nera arrivò a Betlemme

 

Non so bene perché certi ricordi, apparente stupidi o non particolarmente significativi, si fissano nella memoria cosciente e più passano gli anni più sembrano vividi. Forse la parte inconsapevole di noi vede nei fatti qualcosa di diverso da quello che la nostra coscienza vigile percepisce; l’inconscio tiene stretti dettagli che noi butteremmo. Chissà.

Uno di questi miei ricordi sciocchi, ma incollati alla memoria, risale a quando avevo più o meno 15 anni e andai a fare l’igiene dentale. Mi trovai di fronte a una dottoressa nuova, invece della solita cara igienista che adoravo per simpatia e dolcezza. Questa nuova era una spocchiosa arrogante che cominciò a dire cose cattive su di me, mentre me ne stavo a bocca aperta senza poter replicare. Credeva di conoscermi, era sicura fossi la terza di tre sorelle bravissime. Secondo lei, guardando la mia situazione dentale, ero la pecora nera della famiglia; lavorava e procedeva con il suo libero flusso di parole chiedendosi quanto i miei parenti fossero scontenti di una come me.

Adesso, da adulta, avrei trovato qualcosa di ironico e pungente da replicare a fine seduta, ma allora ero una timidissima adolescente che filò via di là ferita e umiliata. Neppure ebbi il coraggio di dire: “Guardi che si sbaglia, io sono figlia unica”.

Detto ciò, spesso mi chiedo perché questo ricordo non si schioda dalla mia testa e, più passa il tempo, più i dettagli siano chiari, perfino il numero di perle sugli orecchini della dottoressa. Non so davvero, ma posso comunque usarlo a buon pro. shutterstock_222742519.jpg

Era un insulto davvero grave per me essere chiamata “pecora nera”, perché cercavo di essere sempre brava, buona, diligente. Lo dovevo a mia madre che faceva salti mortali per tenere in piedi la nostra piccola famiglia a due; volevo essere qualcosa che la rendesse fiera e felice.

Sono passati ventisei anni da allora e venerdì scorso sono passata a casa della mia amica Micaela a ritirare il mio regalo di Natale a me stessa, una collana con tre pecore nere. Appena vista tra quelle da lei create, me ne sono innamorata. Non ci vedo più niente di umiliante e cattivo nel non avere il manto immacolato. Da quando ho gettato la maschera di pecorella bianchissima, ho trovato molti veri amici. Perché ho scoperto che la gente ha bisogno di avere a fianco qualcuno che sia zoppo e sporco come lei, non l’eroe senza macchia che è sempre all’altezza della situazione.

Anche io ho bisogno di amici così. Siamo un gregge un po’ infangato, ma allegro. O meglio, ci teniamo allegri anche quando le cose non vanno bene. Bisogna che aggiorni il mio presepe. Ce la devo mettere almeno una pecora nera, cioè devo mettere anche me stessa tra tutti quelli che sono in cammino verso quella Grotta che sola è luminosa, candida, immacolata.

Ciao!

La piccola di casa, Matilde, ha due anni e mezzo e poco più. A differenza dei suoi fratelli maggiori non dà cenno di voler essere molto svelta a parlare. Una volta acquisiti i vocaboli di sussistenza “mamma-papà” si è fermata. Coi gesti, i sorrisi e gli strilli è eloquente e raggiunge gli scopi che si prefigge.

Mamma e papà un po’ hanno sviscerato paure e apprensioni varie, che cominciano con “oddio se …”. Lei col passare dei mesi ha sviluppato un’intenzione chiara nella comunicazione, tanto da essere soprannominata – da noi – la figlia onomatopeica. E’ preparatissima su tutti i versi degli animali che riproduce alla perfezione, anche il grugnito del maiale meriterebbe un premio. Poi sono arrivati i versi più umani, quelli per il cibo e l’acqua: gnam gnam, glu glu. Non sarebbe più facile dire “pappa”, cara Mati? Vabbè, tu stai facendo il tuo percorso.

Con l’inizio del nido a settembre (l’anno precedente è stata a casa con me) il suo vocabolario ha subìto un’impennata chiarissima nella direzione dei rapporti e della proprietà. Matilde ha guadagnato due parole fondamentali: ciao e mio. Oltre a quella parola che, evidentemente, è al centro della giornata comunitaria dei piccoli: cacca. Vederli ogni mattina in fila ad accompagnare un compagno che va a fare la pipì è tra le tenerezze di cui non vorrei mai essere privata, quanto a memoria.

Ma torniamo ai fondamentali. “Mio” viene detto con tono perentorio e ciglia aggrottate; “ciao!” in tono entusiasta. Ed è su questa parola che, forse, io devo imparare dalla lentezza espressiva della nostra Matilde.

Sì, perché noi sappiamo un sacco di parole; ma non è poi detto che ci ricordiamo per bene cosa significhino. Soprattutto noi, diventando adulti, tendiamo a usare le parole per spalancare al resto del mondo i nostri pensieri; siamo astratti patologici. Un bambino che impara a parlare esprime spontaneamente ciò che la lingua è davvero: relazione con l’esistente. E non è detto che l’esistente sia solo umano o quantomeno vivente.

Per farla breve, Matilde comincia la giornata dicendo “ciao” al cucchiaino con cui fa colazione, poi lo dice al seggiolino su cui la metto in macchina. Ovviamente lo dice ai compagni e alle maestre. Ogni cosa che entra nel suo campo di azione è un incontro e dunque lei saluta. Ho cambiato dieci minuti fa il copripiumone e ne ho messo uno pieno di fiori … credo sia ancora là a salutarli uno per uno.

Il bello è che il suo saluto alla scarpa inanimata ha dell’entusiasmo tanto quello alla sua amica Victoria all’asilo. Con Victoria c’è più entusiasmo e anche un abbraccio, ma anche la scarpa si merita un sorriso. 

Ecco, non ho cognizione della situazione neurolinguistica di mia figlia, ma ho chiaro che sta facendo un percorso in cui pure io devo farmi sua allieva. Essere al mondo è “essere relazione con”; ogni presenza è un incontro che merita un entusiasmo e un rapporto perché c’è … sulla mia strada. E’ commovente che sia scritto nell’istintività infantile questa spinta alla vocazione, cioé a manifestare una voglia di essere insieme alle cose che via via si trovano sul sentiero. Ciao. Vuol dire: io sono qui e anche tu sei qui.

Noi grandi riserviamo il saluto ai viventi, talvolta pure no … guardiamo altrove. Il nostro TU, se c’è, è esclusivamente umano; però il Tu del mondo ci ha mandato incontro mille mila altri suoi messaggeri. E così la nostra testa fa fatto fuori una buona percentuale di incontri quotidiani. Ci manca una voce che esulta, perché abbiamo perso gli occhi che si accorgono. Ma non è tardi, per fortuna.

 

Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

Cronache dell’ombrellone #3 – Le feroci Erinni 

La grazia si addice al femminile, la forza al maschile. Ma ci sono casi in cui l’irruenza si addice alle femmine e la resa ai maschi.

Ricordo sempre con tenerezza i brividi di Virgilio e Dante davanti alla porta di Dite quando arrivano le Erinni. Immobili e spaventati a morte.

Stamattina Martino aveva raccolto con pazienza (cosa atipica per lui) “conchiglie straordinarie” nel secchiello e le osservava estasiato sulla battigia, le coccolava e parlava con loro. Finché è arrivata Gaia l’Indifferente.

Da che siamo arrivati (10 giorni fa) non l’ho mai vista ferma. Sguazzava in acqua sollevando uno tsunami di schizzi, suo nonno rassegnato. Poi ha cominciato a ballare fino ad arrivare al secchiello di Martino, lo ha osservato, gli ha dato un calcio rovesciando tutto, ha pestato le conchiglie ed è andata via. Al lamento di Martino: “Perché l’hai fatto?”, lei senza girarsi ha urlato: “Booooh!”. 

Sabato è capitato di peggio con Rachele la Distruttrice. Michele e il suo amico Matteo avevano costruito un castello di sabbia, un progetto ambizioso… canali… ponti… decorazioni. Un’opera in grande che li ha resi fieri e felici. Dal nulla si è materializzata la furia: con una rincorsa pazzesca Rachele, non più di 5 anni, è arrivata e ha distrutto tutto, con le mani con i piedi col sedere. Rideva come una matta, e se n’è andata. Da lontano i suoi genitori, immobili, ridevano dell’impresa della loro bambina. 

Michele e Matteo, tali e quali a Dante e Virgilio, sono rimasti muti e imbambolati. Solo dopo molti minuti, Michele ha sussurrato: “Ahhh, le femmine”.

Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei.