Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Meglio mal accompagnati che soli

Il prossimo 8 Febbraio comincerà a Cento (Ferrara) il mio corso di letteratura intitolato Meglio mal accompagnati che soli; è rivolto a tutti (pensionati, lavoratori, studenti) ed è possibile iscriversi qui.

Ho pensato di ampliare l’orizzonte, facendo di questo corso un progetto didattico da proporre alle scuole medie inferiori e superiori, alle aziende interessate a valorizzare il team building, a qualsiasi ente privato che fa formazione in ambito culturale.

Il depliant illustrativo è scaricabile qui sotto:

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In questo breve video vi racconto l’idea che propongo.

 

Morire di vita

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Cara Marina,

avevo immaginato il giorno in cui avrei scritto questo post, ma me l’ero immaginato in tutt’altra maniera rispetto a ciò che è accaduto. Avevo immaginato di condividere coi lettori di questo blog la nascita della mia terza bimba, Matilde, ma non avevo immaginato che la sua nascita sarebbe coincisa – con un tempismo esclusivamente divino – con la tua morte.

Non saprei dire se ero davvero tua amica, io senz’altro ti sentivo amica anche se il rapporto con te non aveva nulla in comune con le altre amicizie che ho. Con l’amica di solito si chiacchiera, si spettegola, si condivide la tristezza, la gioia e i consigli sulle scarpe, ci si sfoga sui mariti o morosi, ci si accompagna reciprocamente attraverso le tappe salienti della vita. Ecco, tu eri silenziosa e sentivo sempre una certa distanza da te anche quando eravamo assieme. Non che tu mi tenessi a distanza, questo no assolutamente. Ma eri sempre a un passo da me, una distanza pudica. Non parlavi molto, ma tutto quello che dicevi era smaccatamente sincero, schietto e onesto. Non parlavi molto di te, ma eri attenta a conoscere cosa mi accadeva e come stavo. Non parlavi molto, e io non ero capace di abitare quel silenzio bellissimo come lo facevi tu. Tu eri a tuo agio nel silenzio delle parole (… pieno di pensieri), io invece mi sentivo a disagio e facevo la scema, sparavo sciocchezze a manetta come fanno i romagnoli «pataca». E poi finivo per pensare che tu mi credessi stupida. Ma era solo una mia impressione, tu condividevi con me poche cose, ma importanti, e questo significava amicizia e stima nei miei confronti. Avevi un’ironia assurda, eri talmente seria nel dire certe cose ironiche che mi veniva da pensare fosse un atteggiamento studiato. No, era decisamente spontaneo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato così disarmante.

Marina

Marina Sangiorgi, scrittrice

Non hai parlato molto della tua malattia, ricordo una volta sola in cui, col volto rigato di una lacrima, mi dicesti: «Ho paura, perché io non sono mai stata malata davvero prima d’ora». Lo considerai un gesto d’intimità immenso che ti ringrazio di aver condiviso con me. Non lo dimenticherò e, per come potrò, cercherò di far sì che porti frutto il senso di quel tuo consegnarti titubante, vertiginoso e gentile a un destino ignoto e buio. Alla fine, tu … non so dire come … hai messo la parola «luce» in fondo al tunnel della tua sofferenza carnale.

E hai misteriosamente passato il testimone a mia figlia.

Sono venuta in ospedale da te di giovedì: avevi le unghie con un meraviglioso smalto blu e mangiavi di gusto i passatelli di Raffaella, snobbando la sbobba dell’ospedale. Mi hai detto: «Cosa c’è lì?» e intendevi il mio pancione. Anche in questo caso ho fatto la scema, ho smorzato la tensione emotiva buttandola sulla battuta. Ti ho risposto: «Marina, sono io che adesso devo venire in ospedale … a partorire. Tu torna a casa, diamoci il cambio». Mi hai detto: «Torno a casa domenica». Così è stato, ma sei tornata alla casa del Padre. Di domenica come avevi detto.

Sono venuta al tuo funerale il giovedì successivo. Non ero sicura di farcela perché la stanchezza a fine gravidanza è debordante e cominciavo a sentire qualche «avvisaglia». La messa è stata l’immagine di te: sobria, intensa, poetica, luminosa e dolce. Guardavo dal fondo della chiesa tutti gli amici che erano venuti a salutarti e a un certo punto ho pure sorriso, pensando che eri al centro dell’attenzione e … forse … non l’avresti gradito. Non era da te essere una prima donna. Poi ho pianto a dirotto quando Davide Rondoni ha letto la poesia che ha scritto per te e che comincia:

 

A un cenno di Dio

Le anime più timide

Si fanno splendenti

 

La notte di quel giovedì non ho dormito perché sono arrivate le prime contrazioni, ma non volevo ancora convincermi che fossimo arrivati al momento della nascita. Venerdì le contrazioni sono progressivamente aumentate e mi sono decisa a chiamare il mio angelo custode, l’ostetrica Chiara, che mi ha seguito e mi avrebbe personalmente accompagnato nel travaglio. Lei mi ha visitata e con un sorriso ha risposto al mio impaurito timore: «Da adesso si va solo avanti». Un delicatissimo modo per dire che era tempo, era IL tempo.

Insomma, sono entrata in ospedale e poi in sala travaglio; nella borsa avevo con me la foto del tuo ricordino del funerale, quelle in cui sorridi bellissima. Alle 22.05 Matilde è nata.

Mistero grandissimo di Chi disegna la realtà e ci parla dentro il vento che sussurra, il fiore che sboccia, l’acqua che scorre. Dentro questo grande mistero è accaduto che tu entrassi nella Casa del Padre e l’indomani Matilde entrasse nella vita e nella nostra casa. Tu ti sei congedata da tutto ciò che è terreno e lei ha cominciato a conoscerlo. A pensarci, sembra un passo a due di danza; un ritmo universale tra voi due. Come non vederlo come un bellissimo e vertiginoso passaggio di testimone? Come potrò guardare mia figlia senza pensare a te, che appena arrivata in cielo mi hai accompagnata a farla nascere? Ecco. Ora sento davvero di dire che siamo amiche. E non avrei mai pensato che la trama degli eventi ci legasse in una storia così incredibile.

La nostra Matilde

La nostra Matilde

Mi hai fatto capire anche un’altra cosa, a dire il vero. Ai più sembrerà una stramberia folle o persino una bestemmia quello che sto per dire. C’è un punto di contatto, o somiglianza radicale, tra il tuo tumore e la mia gravidanza. L’unico modo di guardare in pienezza positiva, e non egocentrica, una gravidanza è considerarla al pari di un tumore … cioè di una “estraneità-alterità” che s’infila dentro il corpo. In entrambi i casi è un Altro che viene a visitarti, invadendo il tuo corpo. Il parto è il vero momento in cui si capisce l’essenza autentica della gravidanza ed è morte di sè (nel dare la vita), proprio come è morte ciò a cui porta – talvolta – un tumore.

La morte non è una cosa brutta, è l’io che si consegna a Dio. Considerare la gravidanza come qualcosa che la donna «fa e gestisce» è un errore madornale. L’unica capacità vera che la donna ha nel dare la vita a un figlio è quella di consegnarsi a un progetto universale che sta dentro il suo corpo, ma di cui non è padrona. E partorendo, una donna sente – addirittura – che deve morire per dare la vita. Deve abbandonare le sue sole forze e aprirsi a Dio che – attraverso le sue viscere – porta nel mondo un essere umano nuovo. C’è un supremo momento di morte nel travaglio in cui la donna non può più nulla, deve consegnarsi a un Altro, ad una alterità che la sfinisce e la devasta.

Le contrazioni iniziano piano e sono come l’eco dell’origine del mondo che viene a visitarti dai secoli dei secoli; è l’esplosione del Big Bang che pian piano arriva fino alla tua pancia, per farti esplodere. Le contrazioni sono il battito cardiaco dell’universo, voce potente e diretta del Creatore. E il corpo deve cedere, deve lasciarsi morire. Così è nella malattia che porta alla morte. Il corpo deve cedere di fronte all’invasione di una sofferenza che ha la forma carnale di un tumore che via via cresce dentro. Il corpo sfinito si abbandona a Dio e alla sua volontà, a volte incomprensibile.

Certo la gravidanza non è una cosa drammatica come la malattia. Sì, è vero, verissimo. Ci mancherebbe. Eppure in questo passo di danza misterioso, in cui tu, Marina, hai incontrato e incrociato la mia Matilde, ho intuito un’altra cosa. Così come la tua malattia ha detto qualcosa alla mia gravidanza, ecco che la mia gravidanza ha qualcosa da dire alla tua malattia devastante e mortale. È qualcosa che c’entra con quell’enigmatica frase di Gesù sul seme che solo morendo dà frutto. Durante il travaglio e il parto questa verità è lampante: la donna muore di dolore per dare la vita, si spacca come il seme che sboccia.

La tua sofferenza e morte, cara Marina, ha in modo del tutto simile generato vita. Dal cielo senz’altro vedrai come la gente, i tuoi amici, si sono «svegliati» da quando ti abbiamo salutato in chiesa. Anche io sono tra questi. Improvvisamente, sei fiorita, tutto ciò che hai scritto e fatto durante la tua vita ci è luminosamente esploso davanti agli occhi. È quasi assurdo da dire, ma ora capiamo meglio la tua voce di scrittrice. Lo capiamo meglio ora, che sei assente. Morendo stai dando frutto, stai dando grande frutto. Sei viva tra noi e generi vita in un modo tutto nuovo, addirittura più compiuto. Ci manchi, tanto. Eppure ci sei. E in più io ti vedo tutte le volte che guardo negli occhi mia figlia.

Sputa fuori tutto!

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«Il brutto dei litigi è che interrompono le belle discussioni» disse Chesterton. Niente di più vero. Litigare è una via di fuga facile, perché basta dare libero sfogo all’istinto. Discutere è difficile, innanzitutto perché presuppone fiducia verso il proprio interlocutore, e non è spontaneo averla quando ci si trova su fronti opposti. La discussione è una lotta interessante in cui due persone possono divergere su tutto, tranne che sul fatto che ciascuno deve obiettare ragionevolmente all’altro e non insultarlo. È impegnativo. È salutare. È educativo.

Anche la discussione è un antidoto alla solitudine, perché per ribattere bisogna ascoltare e per contraddire bisogna aver capito. Il litigio invece è un gesto solitario, perché l’interlocutore non è più una persona ma solo un bersaglio su cui rovesciare rifiuti di parole. Litigare è come vomitare, è un gesto innaturale per l’uomo … anche se a volte è incontrollabile e sembra efficace.

C’è una raccolta poetica a cui sono molto affezionata e che mette a tema il putiferio umano della comunicazione. Mi riferisco a Chiarimenti di Umberto Fiori. La chiarezza, il chiarimento, il chiaro sono tutte sfumature di una tensione che attanaglia ciascuno di noi: sbrogliare i nodi, vedere senza ombre, spiegarsi e capire. E, santo cielo, quanto è difficile riuscirci quando ci si confronta con un’altra persona!

Quello che parla

Era inutile,

non potevamo intenderci su niente.

Aveva poco senso cercare

di chiarire, discutere.

Chiaro, io, poi lo ero fin troppo

lì sul divano,

con in braccio un cuscino,

come sono.

Ma a chi basta così? Chi resiste?

Quando poi ho parlato,

in un mezzo sorriso

che facevano alzando un portacenere,

ho visto il mio discorso dilagare

come l’ondata di un maremoto.

Così si espande, e circola: tu dici

loro travisano.

A vederglielo in faccia che si sfa,

quel che volevi dire,

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Foto di Starmanseries

ti riprende allo stomaco.

Ti torna in mente quand’era aperto, e vago,

in te, come ora in loro, e grande,

prima di diventare

per un attimo

questo suono preciso.

 

 

Essere incompresi e litigare coinvolge lo stomaco. Ha ragione il poeta Fiori. Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando una pura coincidenza si è rivelata provvidenziale.

Se c’è «un luogo» in cui è impossibile discutere e facilissimo litigare è il social network. Se non vedi in faccia chi ti parla, se non guardi i suoi occhi e non senti il suo tono di voce il confronto diventa pericoloso, si degenera nella rabbia senza accorgersene. E questo accade proprio per colpa della solitudine reciproca in cui ciascuno è rintanato. Ho tanti amici che hanno visioni discordanti dalle mie su questioni molto serie, eppure tutte le volte che discutiamo di persona è raro cadere nel litigio. Perché quegli occhi e quella voce ti ricordano tante cose fatte assieme, ti ricordano un legame vero che c’è, pur tenendo conto di visioni di vita opposte.

E, invece, è capitato che ho perso un amico reale per colpa di una discussione virtuale, degenerata in litigio. A furia di messaggi reciproci, alla fine ho mollato la presa, capendo che non c’era margine per ricucire e vedersi di persona era impossibile. Questa è davvero la cosa più schifosa che possa succedere: perdere un amico per colpa di Facebook. Fa più male di un concretissimo pugno in faccia. Era tarda sera, e me ne sono andata a letto con un’amarezza bruciante. Non riuscivo a prendere sonno, quindi ho deciso di impiegare utilmente quel tempo, dicendo una preghiera che più o meno ho espresso così: «Signore, da quando ti conosco posso dire che tu sia l’essere più geniale e creativo dei paraggi, quindi aiutami a tirar fuori qualcosa di buono anche da questo pasticcio».

Il caso o il destinatario della preghiera (ciascuno interpreti a gradimento) ha voluto che cinque minuti dopo sentissi tossire nella stanza dei bambini. Non so … noi mamme abbiamo uno strumento di riconoscimento inconscio del pericolo … e funziona sempre. Era solo tosse, ma mi sono precipitata di là prendendo un catino dal bagno. Troppo tardi. Martino, ancora mezzo addormentato, aveva vomitato nel letto. Una scena paralizzante da vedere alle 2 di notte, perché prelude a una vivacità di operazioni per nulla piacevoli.

«Stai fermo lì un secondo!» ho detto al bambino e sono andata a prendere degli stracci, svegliando mio marito per assistenza. Troppo tardi di nuovo. Aveva rigurgitato un’altra volta.

La scena, a questo punto, s’interrompe e compare la didascalia: «la moglie e il marito hanno impiegato la mezz’ora successiva a ripulire la stanza, a togliere piumone, lenzuola, cuscino e a smacchiare il materasso, riassemblando poi alla meglio il letto affinché il piccolo potesse dormire». Ricomposta la quiete notturna, il putiferio è tornato. Il piccolo Martino si è alzato altre tre volte per andare in bagno a vomitare e così io e mio marito siamo rimasti vigili e di guardia fino alle 5 di mattina circa. E per fortuna l’indomani era domenica!

A giorno fatto, Martino stava meglio e ha raccontato tutto al fratello maggiore, con una sintesi semplice ma efficace: «Vomitare è brutto!».

Ancora una volta ho dovuto constatare che la creatività della provvidenza è spiazzante. Peraltro si potrebbe benissimo dire che è stata solo una coincidenza il fatto che io abbia chiesto un aiuto celeste e ne sia immediatamente seguito un evento clamoroso. In ogni caso, io ho fatto 1+1.

Mio figlio ha ragione, vomitare è brutto. Senza dubbio è una reazione fisica che ha un suo scopo, ma è dolorosa e «perdente» (cioè si perde il nutrimento del cibo, anziché digerirlo). E mi è tornato alla mente un passaggio del romanzo L’uomo che fu Giovedì, quando il protagonista difende l’idea di ordine contro quella di disordine:

«Ve lo chiedo di nuovo, cosa c’è di poetico nell’essere in rivolta? È come dire che è poetico avere il mal di mare. La nausea è una rivolta. Essere nauseati ed essere ribelli può essere la stessa cosa, in certe disperate occasioni, ma che mi prenda un colpo se capisco cos’hanno di poetico! La rivolta in termini astratti è … rivoltante. È puro rigurgito.

Ciò che va nel verso giusto è poetico! La nostra sacrosanta e silenziosa digestione, ad esempio, che procede nel verso giusto, ecco il fondamento di tutta la poesia. Sì, la cosa più poetica in assoluto, ancora più poetica dei fiori e delle stelle … è che il mondo non ha la nausea».

Mandare giù e digerire certe cose che ci vengono sbattute in faccia da altri non è facile, spesso e volentieri. Viene spontaneo vomitargliele indietro subito e senza complimenti. Digerire significa «fare nostro» ed è un processo sicuramente più lento del rigurgito. Digerire le parole ostili di qualcun altro non significa finire per dargliela vinta, ma scommettere sul fatto che si può ricevere un nutrimento anche da ciò che è assolutamente diverso. Perché una verità si mette a fuoco e si fortifica alla luce delle obiezioni; le obiezioni possono far emergere ragioni a favore della nostra tesi che da soli non saremmo stati in grado di cogliere. La nausea, il vomito e il litigio, invece, cosa producono? Uno sfuggente momento di soddisfazione, che poi ci lascia a stomaco vuoto. Non ci resta nulla, e perdiamo molto.

Ora io devo trovare un digestivo efficace. Cioè devo trovare una via intelligente e creativa per recuperare il mio amico. Non so bene come. Eppure non voglio darla vinta alla nausea. Mi metterò a ruminare come le mucche, perché talvolta non basta neppure una sola digestione per capire. Ho la testa dura e sono pure orgogliosa.

Rivedo davanti agli occhi la scena di sabato, quando a notte fonda ero davanti a un lavandino a smacchiare un lenzuolo che puzzava orribilmente, e in fondo non ero infastidita o arrabbiata … perché sapevo che stavo accudendo qualcuno che amo. E lo stavo facendo non con gesti rivoluzionari, bensì rimettendo a posto le cose, nel verso giusto. Con pazienza.

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Foto di Raselased

La leggenda del buttafuori gentile

Questa storia mi è giunta nel miglior modo possibile, cioè come una leggenda. In altre parole, ne ho solo sentito parlare. Non ho fonti scritte, non ho prove a conferma della storicità degli eventi, non ho nulla se non il ricordo della voce che mi ha raccontato quest’eroica vicenda. Tutto ciò mi fa sentire antica … e lieta. Molto molto molto tempo fa erano gli aedi a raccontare storie al popolo radunato attorno al fuoco e la gente ascoltava non tanto quella che oggi definiremmo «cronaca», bensì quelle leggende che sono molto più vere di un verbale, di un documentario, di una dichiarazione giurata.

Solo un madornale errore razionalistico ci fa oggigiorno pensare che la leggenda non sia altro che una favoletta, e solo un madornale eccesso di serietà ci fa pensare che la favola non sia altro che una storiella per bambini.

La leggenda e la favola presuppongono che il contenuto di verità di un messaggio sia più importante della storicità dei protagonisti della vicenda in questione. L’attuale idolatria per la cronaca sensazionalistica ci ha traviato, perché presuppone che rovistare sui dettagli privati della vita di persone in carne e ossa sia più importante che comunicare una qualsiasi verità.

Perciò mi vanto e sono lieta di aver avuto il privilegio di ascoltare una leggenda, un racconto orale il cui protagonista è ai miei occhi tanto immaginario e tanto vero quanto lo è Babbo Natale.

Durante la messa domenicale, nei giorni successivi a Natale, il prete della parrocchia in cui mi trovavo ha messo da parte le sue eventuali riflessioni personali per dedicare il tempo dell’omelia a leggere una lettera ricevuta da un suo conoscente. Il contenuto di quella lettera è la favola che ora condivido con voi, cioè è la storia vera di un uomo vero, ma di cui noi non sapremo altro che le sue parole.

top-dj-10-regole-per-non-farsi-rimbalzare2Bisogna però dare un nome al protagonista. Essendo un eroe, lo chiamerò Orlando. È un giovane adulto come tanti, che non si nota se non per la corporatura robusta. Questa caratteristica fisica gli ha fruttato un lavoro come buttafuori in un pub di Milano. È un mestiere strano, se vogliamo, perché presuppone una sorta di diffidenza riguardo alle relazioni sociali: il suo compito è quello di sistemare le cose, quando gli altri le incasinano. Devi fare del tuo meglio, quando gli altri danno il peggio di sé. Forse a qualcuno basterebbero i vantaggi di stare sempre in mezzo alla musica, ai cocktail e a ragazze strafighe, ma Orlando non è questo qualcuno. Lui avverte tutta l’amarezza di un compito in cui deve allontanare, scrutare e diffidare delle persone.

Questa percezione si acutizza quando Orlando incontra e abbraccia l’esperienza cristiana, perché il paradosso del suo mestiere diventa ancora più palese. «Come posso essere un cristiano sincero, facendo il buttafuori?» si chiede. Si può mettere in pratica quel «ama il prossimo tuo come te stesso» in mezzo a degli ubriachi che tirano cazzotti a destra e a manca?

La difficoltà aguzza l’ingegno. O meglio, da un grande dono derivano grandi responsabilità. O, meglio ancora, se hai incontrato un bene, tendenzialmente lo condividi. Orlando si rende conto che deve rivedere da capo il suo mestiere. Bisogna mettere tutto sottosopra.  Ad esempio: “buttafuori” è una parola che denota una sconfitta, perché se qualcuno viene nel tuo pub, sarebbe bello – anche solo considerando il profitto – tenercelo dentro. “Buttafuori” è una parola che inquadra solo il finale (brutto) di una storia, ma se uno guardasse quella storia dall’inizio cosa accadrebbe?

E così Orlando intuisce che il suo lavoro comincia prima, molto ma molto prima di quando si caccia in malo modo un poveretto che è fuori di sé. Tutto comincia quando ogni sconosciuto cliente entra nel pub. E non c’è cosa più evidente a tutti di quanto siano estranianti i luoghi di aggregazione: ci vai per stare in compagnia, e ignori chi hai attorno. Il primo gesto eroico di Orlando è dunque quello di salutare, a voce e con un sorriso, tutti quelli che si affacciano sulla soglia del pub.2235252-disco

All’inizio nessuno ricambia; Orlando viene ignorato o forse anche silenziosamente deriso. Ma già dopo una settimana questa buona abitudine fa breccia negli altri e Orlando constata che alcuni clienti cominciano a rispondere al saluto e al sorriso, quando entrano. «Allora funziona!» dice tra sé e sé. Eh sì, funziona ed è bello averne le prove, perché un conto è ipotizzare che l’amorevolezza e l’accoglienza siano le misure più adeguate a trattare gli uomini, un conto è constatare che è sperimentalmente e oggettivamente vero.

buttafuori1Ma non finisce qui. L’altro passo nuovo che Orlando prova è quello di prestare attenzione alle persone mentre sono nel pub: se nota qualcosa di critico, interviene subito magari avvicinandosi a un tipo che comincia a dare in escandescenza e gli parla come a un amico; parla anche a chi sta con quel tipo, ai suoi amici, e cerca di fare gruppo, in modo che si tengano d’occhio a vicenda. In altre occasioni addolcisce gli animi buttando tutto sul ridere, insomma si dà da fare affinché risse, malori e violenza siano evitati. E lo fa non mettendosi in un angolo a braccia conserte e muso duro, bensì stando con e in mezzo alla gente.

Ovviamente, questo nuovo orizzonte operativo richiede a Orlando un impegno molto più attivo e faticoso durante il suo lavoro, perché esige lo sforzo di vincere la propria istintività, esige la costante premura di guardarsi attorno e comprendere eventi e situazioni sempre nuove, esige l’adattabilità di fronte a tipi umani francamente rompiscatole. Ma qual è il guadagno?

Ecco, vorrei limitarmi a considerare il guadagno puramente materiale contenuto in questa storia. Il guadagno in termini umani, quello più importante, è fatica da descrivere a parole, perché lo si gode in pienezza solo facendone esperienza. Ciascuno di noi, quindi, si arrischi a sentirne l’inebriante brivido sulla pelle! Ma è interessante considerare, appunto, anche solo il guadagno materiale toccato con mano da Orlando, perché – alla fin fine – non è solo «materiale». Di fatto, nota il nostro eroe, da quando nel pub si respira quest’aria nuova (che Orlando ha condiviso e proposto ai colleghi) i clienti sono aumentati, e anche il fatturato. Ci si può limitare a strofinarsi le mani e a stamparsi il simbolo dei dollari sulle pupille, oppure si può allargare lo sguardo e notare che la gente non è scema: se incontra un luogo in cui vale qualcosa di più umano del rapporto domanda/offerta, tende a preferirlo ad altri contesti mondani e ultrachic, ma aridi. E questo è confortante.

Ogni leggenda che si rispetti ha una morale, come le favole. Possiede, cioè, qualcosa che può essere di utilità a tutti, in contesti diversi e vari. La morale di questa leggenda è un po’ più radicale di «fai il buono e il mondo diventerà più buono». Orlando ci racconta innanzitutto che se uno ha un’ipotesi – o un ideale – di vita vero e valido, allora questo lo rende una persona attiva, volenterosa e creativa nel quotidiano. L’uomo pigro e svogliato non è quello che ha tutto e quindi è «a posto»: l’uomo pigro è quello privo di ragioni adeguate per tuffarsi a capofitto nel casino del vivere.

Ma c’è altro. E quest’ultima nota che vorrei documentare è – di questi tempi – fondamentale. Le circostanze avverse, le sfide impossibili, le scalate ardue sono occasioni altamente favorevoli. Un buttafuori non è esattamente un modello di virtù cristiana. Ma, in fondo, perché no? Non è insensato o ridicolo un buttafuori che porge l’altra guancia, è solo un esemplare umano un po’ più interessante delle nostre vedute limitate e omologate.

E qui il punto è proprio il paradosso umano. Il punto è che ogni uomo fa davvero la differenza nel luogo in cui è e non ci sono circostanze davvero chiuse e impraticabili. Se una persona è mossa da un’idea convincente (se è mossa da qualcosa di buono e vero che nutre il suo io), allora troverà strade creative insospettabili anche in mezzo a eventi apparentemente avversi. Quante volte il luogo di lavoro non solo non ci gratifica, ma sembra proprio strozzarci e schiacciarci! Il datore di lavoro non capisce le nostre potenzialità, i rapporti coi colleghi sono cordiali solo apparentemente, i risultati tardano a venire. E noi ci diamo per vinti. Poteva farlo anche Orlando constatando i dati (apparentemente) inconciliabili della sua situazione: “sono un buttafuori” e “vorrei praticare l’accoglienza cristiana dell’altro”. Eppure, è proprio quando la corrente rema contro che la creatività umana può dare il meglio di sé. Strade nuove si aprono solo di fronte a ostacoli grandi. Ma a patto che uno abbia un «movente».

Un buttafuori gentile è un paradosso. Ma non è una creatura artificiale costruita in laboratorio, è una meraviglia della realtà: lì dove c’è un io all’opera perché «mosso» da un’intuizione o da un ideale che lo entusiasma, non c’è più previsione che tenga o regola scritta o grafico … perché germogliano un mucchio di novità impensabili, concrete, fruttuose.

 

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Amici per le scale

supermarket-improvements-failPer ottimizzare i tempi faccio la spesa di pomeriggio, quando passo a prendere alla materna mio figlio minore. Così esco di casa un’unica volta. Capisco che la mia comodità non tiene conto delle esigenze di mio figlio che, dopo un’intera giornata di giochi e impegno, gradirebbe andare a casa a rilassarsi e non mettersi dentro il caos di un centro commerciale. Mea culpa. Anche perché l’ambiente del centro commerciale è pieno di trappole per il bimbo in tenera età. È il luogo in cui la dinamica del desiderio viene esasperata e distorta nel «voglio … voglio … voglio».

Ma il bambino può anche sorprendere, anzi sorprende sempre.

E così di recente ci è capitato un fatto simpatico. Usciti dalla materna, io e Martino (5 anni) siamo andati a fare la spesa. Abbiamo parcheggiato e preso il carrello, poi ci siamo avviati sulle scale mobili che portano al piano del supermercato. Io tenevo il carrello, Martino c’era sdraiato dentro. Qualcuno è arrivato dietro di noi, ne sentivamo le voci alle nostre spalle mentre salivamo.

«Babbo, prendiamo il carrello con la macchinina?»ShoppingCar

«No»

«Perché?»

«Perché? Ti ricordi cos’è successo la settimana scorsa? L’hai voluto e poi ci sei stato dentro due secondi e basta … poi ti sei messo a correre a piedi e non hai voluto più saperne di stare nella macchinina. No, non spreco 4 euro per quell’aggeggio».

«Babbo, ti giuro che questa volta ci sto dentro per sempre».

«No, punto e basta».

Ne è seguito un pianto a dirotto.

Per tutto il breve tempo di questo dialogo, Martino mi ha fissato con gli occhi sbarrati. Sospetto che abbia avuto un deja vu. In ogni caso, non appena è scattato il pianto, Martino si è sporto fuori dal carrello per guardare il bambino disperato alle nostre spalle. E gli ha detto, come se si conoscessero da una vita: «Stai tranquillo. Anche mia madre mi ha detto la stessa cosa. Non c’è proprio speranza».

Il bimbo, forse più stupito che convinto da quelle parole, ha interrotto per un po’ il pianto. Io mi sono girata verso l’altro genitore e sorridendo gli ho detto: «A quanto pare siamo banali e diciamo tutti le stesse cose …».

Il bambino è senz’altro più fragile di fronte alle trappole e alle tentazioni furbe del mondo commerciale degli adulti, e lo è perché la dinamica del desiderio in lui è ancora «spudorata», senza filtri. Ma proprio questa spudoratezza è anche il suo anticorpo. Noi adulti filtriamo i desideri; valutiamo, ponderiamo. Ma filtriamo anche la condivisione; ci tratteniamo. Il bambino non riesce a farlo. Se vede qualcuno a cui capita un’esperienza simile alla sua, lo sente vicino e spontaneamente … «spudoratamente» entra in rapporto, si sente spinto a condividere.

Quante volte vediamo persone sconosciute impelagate in piccole vicissitudini che anche a noi sono capitate. Sappiamo quello che stanno passando, eppure spesso e volentieri prevale la dinamica del «non mi impiccio». Se cominci a condividere, magari saltano i tuoi programmi … fai tardi. E poi, se noi ne siamo venuti fuori da soli, ce la faranno anche loro, no?

Per il bambino, invece, la somiglianza è una calamita che lo porta verso l’altro, saltando a piè pari il muro del non conoscersi. Se io e te abbiamo qualcosa in comune, beh … allora … un po’ ci conosciamo già.

supermarket-431x300Io ricordo l’abitudine bellissima di scambiarsi il carrello ai supermercati: appena ti avvicinavi alla fila dove erano legati, qualcuno ti diceva sempre: «Aspetti, lo dia a me» e ti allungava la moneta da 500 lire. Ora neppure questo minimo di condivisione accade più. Almeno a me non è capitato più da molto tempo. Ciascuno infila il carrello ed estrae la sua moneta; dietro qualcuno aspetta e lo prende a sua volta infilando la sua moneta. Eppure siamo lì per lo stesso motivo: farina, latte, pelati, biscotti … .

Quelle poche parole mi mancano. Mi mancano le 500 lire di un altro, e lasciargli il carrello con le mie 500 lire. Era un po’ come passarsi il testimone, cioè tenersi per mano – da sconosciuti – nel tran tran della vita quotidiana.