Una bestiale occasione persa

«Mia moglie mi disse: ‘Dici di essere nato in paradiso,

allora ricostruiamolo questo paradiso!’»

Sebastiao Salgado

 

Fiat Lux - Vaticano

Ho scoperto di essere diventata un’ecologista neopagana, perché ho apprezzato molto lo spettacolo andato in scena la sera dell’8 dicembre a Roma, la famosa proiezione sulla Basilica di San Pietro intitolata Fiat Lux. Ignara del putiferio che un evento simile avrebbe poi suscitato tra noi fedeli cristiani, guardando quelle immagini mi sono innanzitutto commossa, perché ho rivissuto una delle esperienze che giudico più significative della mia vita, l’incontro con G. K. Chesterton.

Ognuno di noi ha i suoi nodi bui, oscuri. Anche dentro il grande abbraccio che, personalmente, ho incontrato nella Chiesa, può accadere che questi nodi non si sciolgano (e restino a stritolarti nel profondo), finché non arriva lo scossone giusto. Paragonato al nulla, tutto è meraviglioso. Questo è stato lo scossone che Chesterton mi ha dato, insegnandomi che un uomo mette davvero a fuoco la propria vita solo quando la paragona al nulla, solo se lo sfondo nero del buio resta dentro l’inquadratura di ogni evento che viviamo.Fiat Lux - Vaticano Quando lessi questo nella sua Autobiografia, fu come un’esplosione. Per la prima volta, in modo ragionevolissimo, si poneva alla mia intelligenza una grossa sfida: le mie ferite potevano non essere una sfiga, ma il necessario sfondo nero per capire e mettere a fuoco il presente.

Chesterton ribadisce questo concetto migliaia di volte, con migliaia di sfumature nelle sue opere; lo fa a costo di essere noiosissimo e prolisso, ma è l’unica esperienza fondamentale della vita, quindi il chiodo va battuto. Il brano che preferisco è la sua lettura del libro di Giobbe. Alla fine della storia di quest’uomo prostrato fino alla morte si mostra un prodigio. Giobbe implora che Dio gli risponda, che venga direttamente e personalmente a spiegargli il perché di tutte le sofferenze che lo stanno torturando. E alla fine Dio arriva e non fa il dio. È quantomeno una comparsa incomprensibile. Secondo una visione stereotipata e dogmatica, Dio avrebbe potuto «menarsela» e usare espressioni dogmatiche e religiose. E invece no. Anziché spiegare il senso del male, Dio porta Giobbe allo zoo. Antepone la realtà al pensiero. Dio mette in scena – senza spiegazioni – esattamente quello che è andato in scena a San Pietro: proietta a Giobbe delle immagini sullo sfondo nero del nulla. Lo lascio spiegare a Chesterton:

Dio farà vedere a Giobbe un universo impressionante, se solo riuscirà a fargli vedere un universo irragionevole. Per impressionare l’uomo, Dio per un momento diventa blasfemo, si potrebbe perfino dire che per un istante Dio diventa ateo. Egli svolge davanti agli occhi di Giobbe un vasto panorama di cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’asino selvatico, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo e descrive ciascun animale in modo che ciascuno è come un mostro che avanza nel sole. Il creatore di tutte le cose si stupisce delle cose che Egli stesso ha create.

Fiat Lux - Vaticano

Ecco perché mi sono commossa vedendo lo spettacolo a San Pietro. Una volta di più mi sono sentita come Giobbe, che riceve una lavata di testa da Dio, che lo inonda non di bigottismo ma di realtà. Hai fatto tu la pioggia? Hai fatto tu il pavone? Hai fatto tu la livrea di una farfalla?. Dietro lo sfondo nero della notte, ho sentito di nuovo la voce di Dio che parlava dalla facciata della chiesa del suo portavoce, Pietro. Ho rivissuto l’esperienza fondamentale, basilare, sconcertante che mi ha reso cristiana. La pioggia ha un Padre. Lo ha anche il leone e la blatta. Qualunque cosa accada nella tua vita personale, la devi sempre paragonare con il disegno universale del mondo. La tua inspiegabile ferita sta dentro il piano altrettanto inspiegabile di una potenza che non ha tralasciato neppure i dettagli sulla schiena di una salamandra. Allora, mettiti a cercare Chi è …

Se quello spettacolo a San Pietro è stato manchevole, se dietro c’erano interessi tutt’altro che cristiani, se c’erano complotti massonici, a me non importa un fico secco. Io ho visto questo: gente non cristiana godere e meravigliarsi di un evento proposto dalla Chiesa, e gente cristiana denigrare la stessa cosa. E questa frattura mi ha rattristata. Perché mi è sembrata un’occasione persa. Se il passante ateo si è fermato per un attimo e si è meravigliato di vedere un acquario sulla facciata di San Pietro,

Fiat Lux - Vaticanoera compito nostro ricordargli il senso originario e sconcertante di quella meraviglia. Era più importante cogliere quest’occasione, che puntare il dito sui complotti. Perché una cosa vera può passare anche attraverso un progetto sbagliato (qualora fosse così). La realtà può essere falsificata da mille ideologie, ma comunque ha un solo Padre. Il diavolo stesso non può far altro che alterare le cose divine e la tattica giusta è puntare sulla verità delle cose divine di cui si riempie la bocca, piuttosto che enfatizzare il suo modo di distorcerle.

Sono stati i cristiani a enfatizzare i supposti risvolti diabolici dell’evento di San Pietro. Perché? Perché si aspettavano qualcosa che già immaginavano, la religione mostrata nei suoi aspetti tradizionali. Ma è mai possibile che, di fronte all’inaspettato, sia proprio il cristiano a reagire chiudendosi a riccio, anziché alzando la posta? Possibile che il cristiano abbia atrofizzato le sue energie al punto da diventare bigotto anziché creativo? Davvero il cristiano vede il diavolo all’opera in un animale proiettato su una chiesa? Davvero deve mettersi a squadernare il vaso di Pandora su banche, disegni oscuri e apostasia, avendo già liquidato alla svelta la Natura come uno spettacolo brutto?

L’uomo della strada, che non va mai a messa, non ha visto in quelle immagini il neopaganesimo o l’ecologismo, ha visto quello che – semplicemente – ho visto anch’io: il bellissimo manto maculato di un leopardo sullo sfondo

Fiat Lux - Vaticano

della notte. Era compito nostro, di noi cristiani, cogliere una sfida inaspettata e dirgli: dentro quella chiesa abita il Pittore che ha fatto questo manto maculato, strappando ogni cosa dal nulla. Ha strappato anche te dalla notte del nulla. Quella meraviglia che senti è un grido di lode. Era compito nostro ribadire questo, anche se – per pura esagerazione – fosse tutto stato organizzato da un pagliaccio nichilista. La bugia si smaschera dicendo la verità, non accusando il bugiardo.

Quante volte il cristiano lotta in nome della dignità della vita dal suo concepimento alla morte naturale? Ecco, lo sconcerto della meraviglia è il suo più grande alleato in questa tenace battaglia. Mi si perdoni quest’attimo di blasfemia, ma sono convinta che una donna in dubbio se abortire o meno possa essere aiutata nel mettere a fuoco la sua vita e le sue scelte guardando la coda del pavone piuttosto che recitando le litanie. Se per un attimo, nella testa di un uomo o di una donna balugina lo sconcerto di essere stati strappati al nulla … ecco, quell’uomo e quella donna non vedranno mai più le cose allo stesso modo. Il darsi della vita apparirà come qualcosa che sfugge al plagio delle loro mani. Io, che – se non esistesse già – non sarei mai stata capace di concepire una cosa strana come la coda di un pavone, e io, che dunque sono ospite di qualcosa che mi domina in potenza creativa e creatrice, posso mettere mano sulla vita di un’altra creatura? Ne nascerà un dubbio positivo, e – forse – nel tempo una domanda radicale, magari di quelle che dopo anni ti portano a inginocchiarti in chiesa a dire le litanie, perché senti il bisogno di aver vicino l’unica persona che ha risposto alla Meraviglia di Dio con un sì, la Madonna.

Ma l’unica strada che conosco, per arrivare fino a lì, passa dalla scimmia e dal pavone. La scimmia, che è stata triturata dalle braccia di Darwin, è tornata anche lei sulla facciata di San Pietro. E lì, finalmente, si poteva

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dire: ecco che noi non siamo solo determinismo ed evoluzione, siamo creature libere. È un grande paradosso che San Pietro, colui che liberamente si è fatto crocifiggere a testa in giù, abbia per qualche istante abbracciato la povera scimmia, che per tanto tempo è diventata la bandiera della schiavitù umana alle leggi di natura, dimenticando che anche lei è parte del creativo e variegato disegno di Dio. Se anche l’immagine della scimmia fosse stata messa lì da un malvagio demonio, era compito nostro dire che la scimmia sta meglio tra le braccia di San Pietro piuttosto che tra le pagine di Darwin: perché con la scimmia non si può spiegare il portento che è l’uomo, ma l’uomo Pietro può spiegare di che disegno portentoso fa parte la scimmia.

Concludo con un testimone neutrale. Uno degli autori delle immagini proiettate su San Pietro è il famosissimo e celebratissimo fotografo Sebastiao Salgado, etichettato come antropologo, naturalista, ecc ecc. A me basta citare qui un’esperienza che lui stesso racconta.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Dopo aver trascorso un lungo periodo in Africa a documentare le molte catastrofi umane in corso, Salgado si ammala. Fa esami e accertamenti e infine un medico di Parigi gli fa questa strana ma azzeccata diagnosi: «Dopo aver visto così tanta morte, anche tu ti stai lasciando andare a morire. È meglio se smetti di fare fotografia». Salgado ne conviene e afferma: «In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai». Per riprendersi torna nella sua terra natale, il Brasile, e trova anche il suo paese ferito e dilaniato dall’eccesso di industrializzazione. Nota con amarezza che il progresso dell’uomo si fonda sulla distruzione del territorio. A quel punto la disperazione poteva essere totale, ma sua moglie gli propone una scommessa: «Dici di essere nato in paradiso, allora ricostruiamolo questo paradiso!». Secondo uno sguardo che Chesterton avrebbe giudicato distributista, Salgado e sua moglie cominciano a ricostruire la fetta di terra in cui abitano sulla base di un’economia a misura domestica e non globalizzata.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Da questo impegno sgorga anche un nuovo progetto fotografico che Salgado sceglie di intitolare Genesi. Ripeto, lo intitola Genesi e non Ecologia del pianeta o Ambiente e natura. Ancora una volta, dallo sfondo nero della morte e della malattia si mette a fuoco una «genesi» umana, non un’ideologia.

Ecco, le immagini che noi abbiamo visto su San Pietro erano prese da quest’opera ed erano perciò frutto di quest’uomo, i cui occhi per un po’ sono stati chiusi dal buio e poi si sono aperti alla sfida di ricapitolare la vista di tutto l’esistente. Se pure l’opera di questo fotografo viene «sfruttata» per far passare messaggi riduttivi legati all’idolatria dell’ecosistema, non sarò certo io a enfatizzare quest’errore … perché è sterile e si autodistruggerà da solo in poco tempo. A me importa lo sguardo di quegli occhi, che parla senza essere spiegato o etichettato: e dice «genesi» e non «l’origine della specie».

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Sebastiao Salgado, Genesi

Gioielli imperfetti

Foto di Orbital Joe

Foto di Orbital Joe

 

Ogni autunno svolgo un corso di letteratura in collaborazione con un ente della mia città, quest’anno ho impostato il percorso sulla differenza tra il verbo «vedere» e il verbo «guardare». Mentre «vedere» parla di un’azione involontaria, di una capacità che ciascuno ha sollevando le palpebre, «guardare» parla di un’azione volontaria, in cui il soggetto sceglie di prestare attenzione a qualcosa in mezzo a tutto ciò che vede.

A conferma di ciò, il verbo inglese che indica il «guardare» è «to look at» e contiene una preposizione che suggerisce il dirigere lo sguardo verso qualcosa, cioè il mio coinvolgermi con ciò che guardo … in un avvicinamento anche solo simbolico. Quando guardo qualcosa, muovo la mia consapevolezza verso l’oggetto in questione.

Come sempre accade, quando tratti un argomento sei più pronto ad accorgerti delle cose che accadono intorno e riguardano quel particolare tema. E così è capitato che, per pura casualità, la mia amica Maria Grazia mi abbia segnalato la notizia di un fatto accaduto in America ed esattamente inerente un problema di vista.

jewel-shuping-1-435Si tratta della storia di Jewel Shuping, una trentenne del North Carolina affetta dalla sindrome di Biid. Stiamo parlando di una vera e propria patologia medica, e non semplicemente di un disturbo emotivo: le persone con questa malattia avvertono certe parti del proprio corpo come estranee e dunque desiderano alterare la loro integrità fisica. Jewel, in particolare, sentiva di poter essere felice solo se fosse diventata cieca.

E così è stato, perché, sebbene sia esplicitamente stabilito che i medici non debbano accondiscendere ai desideri di questi malati (e debbano invece curarli con terapia psicologica), Jewel purtroppo ha incontrato un dottore che l’ha aiutata a diventare cieca. L’operazione è stata peraltro dolorosa. Ora Jewel è una non vedente.

Questa tragica vicenda può suscitare solo compassione, ma non quella ipocrita di chi scuote la testa, s’impietosisce e poi giudica. Mi riferisco proprio alla compassione di chi sente di «patire con». Io non ho la sindrome di Biid, eppure quanto sono simile a Jewel! Quante volte mi procuro volontariamente delle amputazioni! Eh sì. Pur avendo una vista perfetta, quante volte sono io a scegliere un punto di vista ristretto, gretto, sterile. Scelgo di amputare da sola la mia prospettiva (e la mia umanità), quando invece sarebbe sufficiente usare gli occhi – del cuore e del cervello – che ho a disposizione.

Basterebbe guardare, basterebbe accogliere il variegato mondo oltre la porta della propria testa per trovare il cibo o la medicina che cura i nostri cortocircuiti o le nostre ferite. Perché la realtà ospita sempre qualcosa in più del nostro cervello. Eppure, fin troppo spesso, la porta del cervello si chiude e l’io si amputa da solo. Si mette a guardare il mondo secondo un punto di vista già prestabilito, ristretto, e sceglie di vedere solo ciò che conferma la propria rabbia o la propria tristezza. È un handicap autoinflitto e tragico.

Ma la cronaca è davvero stupefacente. Non mi ha lasciato indifferente il nome della ragazza, Jewel. Gioiello. Se «nomina sunt consequentia rerum», cioè il nome ci dice chi siamo, ecco … è vero che la singolarità di ciascuno è preziosa come un gioiello. E forse è proprio questo pensiero che mi ha fatto ricordare Annette, una donna di cui mi ero già occupata in un altro articolo. In Inghilterra, nella città di Frome, c’è un’orafa che è senza dita. Lei è proprio nata così e si chiama Annette Gabbedey. È quasi una contraddizione vivente: come si può forgiare gioielli con una malformazione così invalidante proprio alle mani? Maneggiare strumenti di precisione, forgiare bracciali, anelli, collane è possibile senza avere le dita?annette-gabbedey (2)

Non solo è possibile, ma è l’unico modo in cui Annette riesce a farlo. E dalle sue mani, così imperfette e manchevoli, escono oggetti brillanti e meravigliosi. Niente più di un gioiello «parla» di perfezione. Eppure può nascere da qualcosa di imperfetto.

Anche se, apparentemente, le storie di Jewel ed Annette sono opposte (un’amputazione volontaria che invalida un essere nato sano, e una malformazione congenita che non diventa invalidante per chi ne è affetto), non voglio contrapporle ma unirle. Noi siamo in molti casi Jewel, ma possiamo essere Annette. Nessuno è perfetto, spesso da soli siamo capaci di diventare peggiori di quel che naturalmente saremmo. Ma il limite non è mai un’obiezione, anche se è autoinflitto. Può sempre essere un’occasione creativa e generativa.

Quel che esce dalle nostre mani non è mai perfetto, ma può essere un gioiello. Può tralucere nelle nostre azioni o nei frutti che lasciamo al mondo quell’attesa bruciante di compiutezza che ci manca, ma che desideriamo. Non è scandaloso se la rabbia per non essere come vorremo ci riduce peggio di quel siamo, è così: spesso ci mettiamo in trappola da soli. Proprio per questo, dobbiamo ricordarci che solo la mancanza e l’imperfezione sono anche i nostri migliori alleati: sono la carne nuda e sensibilissima che, lasciata a contatto con mondo nella sua disarmata sete, ci mette all’opera con una forza incredibile, capace di dare prove stupefacenti … e inattese.

I gioielli di Annette

I gioielli di Annette

Prendi l’arte e mettila da parte. La riscossa delle donne delle pulizie.

«Parlando approssimativamente, ci sono tre tipi di persone al mondo. Il primo tipo di persone è la Gente; è la classe di persone più vasta e probabilmente quella di maggior valore. Dobbiamo a questa gente le sedie su cui ci sediamo, gli abiti che indossiamo, le case in cui viviamo; e, certamente (appena ci prestiamo attenzione), noi stessi probabilmente apparteniamo a questa classe. La seconda classe può essere chiamata, per convenienza, quella dei Poeti; essi sono spesso una piaga per le loro famiglie, ma, in generale, sono una benedizione per l’umanità. La terza classe è quella dei Professori o Intellettuali, a volte descritta come «gente che pensa»; e questi sono una malattia e una desolazione sia per le loro famiglie sia per l’umanità». G. K. Chesterton

domestica_158317695Per un paio d’anni mi è stata data l’occasione di commentare la cronaca su un settimanale. Avevo libertà assoluta nella scelta degli eventi da commentare e, quindi, ho sempre scelto di seguire il criterio suggeritomi da Chesterton: non blaterare di idee astratte, ma vai a cercare i fatti in cui l’uomo comune dà gloria alle grandi verità nei suoi gesti più semplici e quotidiani.

Ricordo con particolare affetto di quando parlai di Fiorella Romagnollo che fa la spazzina volontaria a Novi Ligure, ed è lieta di questo impegno positivo per la sua città dopo aver ricevuto molto botte dalla vita (la povertà, la perdita di due mariti, il suo tumore). Oggi parlo di altre eroine invisibili che ci hanno lasciato una piccola grande lezione, sebbene credo che se ne possa leggere notizia solo nei trafiletti ironici di pochi quotidiani.

Il fatto è successo a Bolzano a un’esposizione d’arte. L’installazione intitolata Dove andiamo a ballare stasera? delle artiste Goldschmeid e Chiari è stata oggetto di un intervento a prima vista irrispettoso: il loro capolavoro è stato letteralmente buttato via. Infatti, a fine della serata d’inaugurazione, le donne delle pulizie hanno scambiato l’installazione artistica per i resti di una festa e hanno proceduto a ripulire la sala. L’opera d’arte consisteva in effetti in un assemblaggio sul pavimento di una serie di bottiglie vuote, coriandoli e festoni. L’idea delle artiste era quella di enfatizzare l’edonismo degli anni ’80.

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Dove andiamo a ballare stasera? – di Golschmeid e Chiari

Le reazioni a caldo potrebbero essere tante. Vedo lo snob scuotere la testa e constatare con spocchia: «Ah, che donne ignoranti …». E allo snob io risponderei, pacatamente, che se quelle signore addette alle pulizie si fossero trovate davanti a un Tiepolo non sarebbero andate in confusione, riconoscendo immediatamente cosa fosse e cosa non fosse arte in quella stanza.

Il primo pensiero che ho avuto leggendo la notizia, andava proprio in questa direzione: mi pareva di constatare in questo gesto innocente dell’uomo comune (di donne comuni, nel caso specifico) il giudizio sulla triste condizione dell’arte contemporanea. Non è più il tempo in cui il popolo veniva educato entrando in una cappella dipinta come quella degli Scrovegni. Oggi è il tempo sterile di un’arte concettuale e fine a se stessa, per nulla edificante ma solo cervellotica.

Poi ho cercato di essere meno pessimista. E ho visto nel gesto di quelle addette alla pulizia un atto artistico di grande speranza. Sono convinta che l’intelligenza delle artiste Goldschmeid e Chiari non possa non convenire sul fatto che qualcuno ha davvero capito il loro lavoro.

Immaginiamo quanti eleganti intellettuali siano passati davanti all’installazione in quella serata d’inaugurazione, annuendo con la testa e sussurrando paroloni ai colleghi su «alienazione moderna», «sublimazione del rifiuto», e altre serissime sciocchezze.

Ma l’arte, da che mondo è mondo, non è un gesto fine a se stesso. Se un quadro, una scultura, un brano musicale, una poesia sono davvero frutto di un atto creativo devono generare qualcosa in chi guarda, ascolta e legge. L’arte non è mai un monologo, ma un dialogo in cui si passa la palla allo spettatore.

L’unica critica davvero positiva ed entusiasta all’opera di Golschmeid e Chiari è stata proprio quella delle donne delle pulizie. Loro hanno capito tutto. L’edonismo è pigro e disordinato, ed è davvero lo specchio del nostro mondo. Noi usiamo, ci divertiamo e poi buttiamo. A volte buttiamo qualcosa addirittura prima di averlo usato del tutto, ci stanchiamo e passiamo ad altro. La fine della festa è troppo triste perché un uomo resti a guardarla: se non hai un ideale buono a cui affidarti, quei rifiuti sparsi a terra ti ricordano solo che la tua non è stata gioia, ma allegria momentanea. E forse ti ricordano che nella frenesia della festa anche tu sei stato usato come la bottiglia vuota a terra, magari qualcuno ti ha parlato o baciato solo per vincere la noia e poi è passato ad altro.

Chi ha il coraggio di pulire? Cioè: chi ha fiducia che, dopo la festa, un luogo abbia ancora senso e possa ospitare altro? Ecco, chi pulisce – anche se lo fa per lavoro – ci ricorda che l’operosa fatica di custodire le nostre dimore, alla faccia di chi vive sbronzandosi per dimenticare piccole grandi sconfitte o noie.

Ecco: se l’arte ha puntato il dito contro lo sterile e annoiato edonismo, dovremmo essere felici che qualcuno abbia risposto all’accusa, spazzando e rassettando tutto. Dovremmo ringraziare chi non ha lasciato la scena e l’ultima parola ai rifiuti.i-rimedi-contro-la-sbornia_1fccae7cfe0e331a04e5e1d20964161d

Il piccolo principe: è triste dimenticare un amico

Siamo stati in ferie sulle spiagge dove è stato scritto il libro “Il piccolo principe”. L’ho riletto insieme a mio figlio Michele e, come sempre accade, mi ha colpito un aspetto che in precedenza non avevo colto: il grande punto di forza che sono le nostre fragilità.

Ne parlo qui.

Ipse dixit #7 : Per essere luminosi, bisogna rinunciare a essere brillanti

«La gioia non è mai il risultato di uno sforzo: è sempre un regalo del cielo. A volte le oscurità dell’armonia si dissipano senza spiegazioni in una schiarita improvvisa. La forza impiegata per combattere deve essere trasformata in forza adatta a ricevere (e questo ci impone di essere ancora più forti, perché è più difficile sopportare un assalto che lanciare un attacco e soprattutto perché l’ospitalità richiede più cuore dell’offensiva).

Voglio dire che per essere luminosi, bisogna rinunciare a essere brillanti. Qui sta la prova degli angeli: Satana ha preferito brillare piuttosto che lasciarsi attraversare da una luce più alta. Il brillante risplende per riflessione, a partire da una superficie che respinge la luce. Il luminoso si illumina per trasparenza, a partire dalla sua disponibilità profonda. È per questo che la gioia non si raggiunge per costruzione ma per sottrazione».

Fabrice Hadjadj, Il paradiso alla porta  

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Foto di Andrea Parrish – Geyer

Giotto dipinse già l’abbraccio che da Gerusalemme giunge fino a Garissa.

Tra qualche giorno accompagnerò la classe di mio figlio (3a elementare) a vedere una mostra sulla Cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto, e mi sto preparando a spiegarla.

Non potrò soffermarmi a spiegare nel dettaglio ogni affresco e, dovendo fare una scelta, mi pareva quasi naturale saltare il dipinto sulla strage degli innocenti: troppo cruento e difficile da portare all’attenzione di bimbi ancora piccoli. Così, almeno, me l’ero raccontata tra me e me. Forse ero io quella che voleva schivare la cosa. Forse non è qualcosa di difficile per i bambini, bensì è difficile per l’adulto rendere conto – onestamente, a cuore aperto – di quel fatto.

Poi la realtà ti permette di fare le capriole, che talvolta non sono un esercizio così allegro. Poi, è arrivata la notizia della strage di studenti in Kenya nell’università di Garissa: 147 vittime innocenti, cristiani prevalentemente. E mio figlio mi ha chiesto: “Mamma, cosa è successo a quella gente?”. E mi sono resa conto che i bambini hanno a che fare con la violenza brutale; sentono le notizie del TG o le chiacchiere tra adulti.

Allora ho tirato di nuovo fuori le spiegazioni degli affreschi di Giotto, e mi sono messa a guardare – onestamente, a cuore aperto – quel benedetto dipinto sulla strage degli innocenti. E mi sono resa conto che conteneva più speranza di quanta potessi immaginare. In fondo, quel capolavoro di pittura fu fatto per la gente semplice che, entrando in quel luogo, poteva cogliere tutto il senso del Vangelo anche da analfabeta, senza saper leggere una parola. L’occhio può leggere tante cose in una sola immagine. Giotto, senz’altro, lo sapeva.

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Ebbene, cosa vedi? Vedo un uomo, innanzitutto: solo e potente, dall’alto ordina una strage e la forza del comando si propaga dal suo braccio a quello di un soldato sotto di lui la cui spada sta per trafiggere un bimbo. Un’unica linea trasversale taglia il quadro e va dalla testa di Erode, poi al suo braccio e poi giù al braccio e alla spada del soldato.

Un atto malvagio nasce nella testa di un uomo e lacera la storia dei vivi. Questo atto malvagio è sempre un atto isolato, una volontà che si isola dal resto dei viventi e si innalza nella torre dell’egoismo. Sembra forte, ma è debole. Per capirlo occorre seguire le linee del disegno.

Al di sotto del re potente e cattivo c’è il gruppo di soldati che esegue la sua volontà. Sono un gruppo? No. Ognuno è per conto suo, perché il male si nutre di isolamento reciproco. C’è chi uccide, chi strattona. Ognuno per conto suo. C’è chi guarda da lontano triste, ma non interviene. C’è chi volta lo sguardo. Ognuno per conto suo.

Anche chi guarda rattristato e non interviene sta sotto la torre di Erode, cioè sotto la volontà malvagia. Anche l’ignavia è uno strumento a servizio del male. I nostri silenzi o i nostri comportamenti pavidi di fronte alla violenza conclamata non ci lasciano in disparte rispetto alla responsabilità. Ci catapultano dentro il male fino al collo. Infatti, aguzzini e ignavi stanno tutti sotto la torre di Erode.

A terra ci sono le vittime, un candido velo di corpi; quasi un lenzuolo, bianco come la Sindone che avvolgerà Gesù.

Una volta prostrato a terra insieme alle vittime innocenti, lo sguardo non può che sollevarsi. Eh, già… e -guarda un po’- le uniche che hanno gli occhi rivolti verso l’alto sono le madri. Le più martoriate sono quelle che non tengono la testa bassa. Loro sono una storia a sé nell’ affresco: sono una compagnia umana, non sono isolate come gli altri. C’è qualcosa, una linea immaginaria, che le tiene nettamente separate dalla sfera degli aguzzini. Stanno in una metà del quadro, raccolte e strette tra di loro. Cosa le raccoglie e le abbraccia? Un edificio, l’unico ad ergersi alla stessa altezza di Erode. Una chiesa. Ed è un controsenso perché al tempo della strage degli innocenti la Chiesa non esisteva ancora. Ma simbolicamente Giotto ha dipinto una chiesa i cui contrafforti esterni si allargano come tante braccia a custodire e confortare quelle madri. Quei contrafforti paiono anche tenere lontano Erode.

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Alcune madri degli studenti rimasti uccisi nell’attentato di Garissa – Kenya (…così simili alle madri dipinte da Giotto).

È come se Giotto non avesse saputo trattenersi dal dire che il Re dei Re, anziché puntare il dito verso il basso come Erode per uccidere, si sarebbe fatto ammazzare e si sarebbe rivestito della veste candida e insanguinata degli innocenti, per averli più vicini a sé il giorno in cui morendo sconfisse la morte. Per sempre. La speranza della Resurrezione è un abbraccio al dolore di ogni uomo, che non conosce barriere di spazio e di tempo. Giotto ne ha messo i segni potenti anche lì, dove la storia non conosceva ancora la Resurrezione.

Un abbraccio solido, fatto di pareti e contrafforti, si oppone a Erode. E lo sconfigge. Un abbraccio tiene lontano da lui le madri affrante, come a dire che il male non si può spingere a conquistare completamente l’uomo. Quei quattro contrafforti che si spalancano come in un abbraccio sono il messaggio pasquale della chiesa: la buona novella. Al dito puntato in basso della violenza si oppone un grido buono che si propaga nell’aria.

“Quello che cercate nel sepolcro non è qui”. Quello che hai umiliato, violentato, schiacciato e oppresso non è qui. Non è qui, non è sotto le tue armi o sotto la perfida arguzia delle tue parole o sotto le leggi del potente di turno. È altrove. Tra le braccia del Risorto.

Buona Pasqua.