Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei. 

Una bestiale occasione persa

«Mia moglie mi disse: ‘Dici di essere nato in paradiso,

allora ricostruiamolo questo paradiso!’»

Sebastiao Salgado

 

Fiat Lux - Vaticano

Ho scoperto di essere diventata un’ecologista neopagana, perché ho apprezzato molto lo spettacolo andato in scena la sera dell’8 dicembre a Roma, la famosa proiezione sulla Basilica di San Pietro intitolata Fiat Lux. Ignara del putiferio che un evento simile avrebbe poi suscitato tra noi fedeli cristiani, guardando quelle immagini mi sono innanzitutto commossa, perché ho rivissuto una delle esperienze che giudico più significative della mia vita, l’incontro con G. K. Chesterton.

Ognuno di noi ha i suoi nodi bui, oscuri. Anche dentro il grande abbraccio che, personalmente, ho incontrato nella Chiesa, può accadere che questi nodi non si sciolgano (e restino a stritolarti nel profondo), finché non arriva lo scossone giusto. Paragonato al nulla, tutto è meraviglioso. Questo è stato lo scossone che Chesterton mi ha dato, insegnandomi che un uomo mette davvero a fuoco la propria vita solo quando la paragona al nulla, solo se lo sfondo nero del buio resta dentro l’inquadratura di ogni evento che viviamo.Fiat Lux - Vaticano Quando lessi questo nella sua Autobiografia, fu come un’esplosione. Per la prima volta, in modo ragionevolissimo, si poneva alla mia intelligenza una grossa sfida: le mie ferite potevano non essere una sfiga, ma il necessario sfondo nero per capire e mettere a fuoco il presente.

Chesterton ribadisce questo concetto migliaia di volte, con migliaia di sfumature nelle sue opere; lo fa a costo di essere noiosissimo e prolisso, ma è l’unica esperienza fondamentale della vita, quindi il chiodo va battuto. Il brano che preferisco è la sua lettura del libro di Giobbe. Alla fine della storia di quest’uomo prostrato fino alla morte si mostra un prodigio. Giobbe implora che Dio gli risponda, che venga direttamente e personalmente a spiegargli il perché di tutte le sofferenze che lo stanno torturando. E alla fine Dio arriva e non fa il dio. È quantomeno una comparsa incomprensibile. Secondo una visione stereotipata e dogmatica, Dio avrebbe potuto «menarsela» e usare espressioni dogmatiche e religiose. E invece no. Anziché spiegare il senso del male, Dio porta Giobbe allo zoo. Antepone la realtà al pensiero. Dio mette in scena – senza spiegazioni – esattamente quello che è andato in scena a San Pietro: proietta a Giobbe delle immagini sullo sfondo nero del nulla. Lo lascio spiegare a Chesterton:

Dio farà vedere a Giobbe un universo impressionante, se solo riuscirà a fargli vedere un universo irragionevole. Per impressionare l’uomo, Dio per un momento diventa blasfemo, si potrebbe perfino dire che per un istante Dio diventa ateo. Egli svolge davanti agli occhi di Giobbe un vasto panorama di cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’asino selvatico, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo e descrive ciascun animale in modo che ciascuno è come un mostro che avanza nel sole. Il creatore di tutte le cose si stupisce delle cose che Egli stesso ha create.

Fiat Lux - Vaticano

Ecco perché mi sono commossa vedendo lo spettacolo a San Pietro. Una volta di più mi sono sentita come Giobbe, che riceve una lavata di testa da Dio, che lo inonda non di bigottismo ma di realtà. Hai fatto tu la pioggia? Hai fatto tu il pavone? Hai fatto tu la livrea di una farfalla?. Dietro lo sfondo nero della notte, ho sentito di nuovo la voce di Dio che parlava dalla facciata della chiesa del suo portavoce, Pietro. Ho rivissuto l’esperienza fondamentale, basilare, sconcertante che mi ha reso cristiana. La pioggia ha un Padre. Lo ha anche il leone e la blatta. Qualunque cosa accada nella tua vita personale, la devi sempre paragonare con il disegno universale del mondo. La tua inspiegabile ferita sta dentro il piano altrettanto inspiegabile di una potenza che non ha tralasciato neppure i dettagli sulla schiena di una salamandra. Allora, mettiti a cercare Chi è …

Se quello spettacolo a San Pietro è stato manchevole, se dietro c’erano interessi tutt’altro che cristiani, se c’erano complotti massonici, a me non importa un fico secco. Io ho visto questo: gente non cristiana godere e meravigliarsi di un evento proposto dalla Chiesa, e gente cristiana denigrare la stessa cosa. E questa frattura mi ha rattristata. Perché mi è sembrata un’occasione persa. Se il passante ateo si è fermato per un attimo e si è meravigliato di vedere un acquario sulla facciata di San Pietro,

Fiat Lux - Vaticanoera compito nostro ricordargli il senso originario e sconcertante di quella meraviglia. Era più importante cogliere quest’occasione, che puntare il dito sui complotti. Perché una cosa vera può passare anche attraverso un progetto sbagliato (qualora fosse così). La realtà può essere falsificata da mille ideologie, ma comunque ha un solo Padre. Il diavolo stesso non può far altro che alterare le cose divine e la tattica giusta è puntare sulla verità delle cose divine di cui si riempie la bocca, piuttosto che enfatizzare il suo modo di distorcerle.

Sono stati i cristiani a enfatizzare i supposti risvolti diabolici dell’evento di San Pietro. Perché? Perché si aspettavano qualcosa che già immaginavano, la religione mostrata nei suoi aspetti tradizionali. Ma è mai possibile che, di fronte all’inaspettato, sia proprio il cristiano a reagire chiudendosi a riccio, anziché alzando la posta? Possibile che il cristiano abbia atrofizzato le sue energie al punto da diventare bigotto anziché creativo? Davvero il cristiano vede il diavolo all’opera in un animale proiettato su una chiesa? Davvero deve mettersi a squadernare il vaso di Pandora su banche, disegni oscuri e apostasia, avendo già liquidato alla svelta la Natura come uno spettacolo brutto?

L’uomo della strada, che non va mai a messa, non ha visto in quelle immagini il neopaganesimo o l’ecologismo, ha visto quello che – semplicemente – ho visto anch’io: il bellissimo manto maculato di un leopardo sullo sfondo

Fiat Lux - Vaticano

della notte. Era compito nostro, di noi cristiani, cogliere una sfida inaspettata e dirgli: dentro quella chiesa abita il Pittore che ha fatto questo manto maculato, strappando ogni cosa dal nulla. Ha strappato anche te dalla notte del nulla. Quella meraviglia che senti è un grido di lode. Era compito nostro ribadire questo, anche se – per pura esagerazione – fosse tutto stato organizzato da un pagliaccio nichilista. La bugia si smaschera dicendo la verità, non accusando il bugiardo.

Quante volte il cristiano lotta in nome della dignità della vita dal suo concepimento alla morte naturale? Ecco, lo sconcerto della meraviglia è il suo più grande alleato in questa tenace battaglia. Mi si perdoni quest’attimo di blasfemia, ma sono convinta che una donna in dubbio se abortire o meno possa essere aiutata nel mettere a fuoco la sua vita e le sue scelte guardando la coda del pavone piuttosto che recitando le litanie. Se per un attimo, nella testa di un uomo o di una donna balugina lo sconcerto di essere stati strappati al nulla … ecco, quell’uomo e quella donna non vedranno mai più le cose allo stesso modo. Il darsi della vita apparirà come qualcosa che sfugge al plagio delle loro mani. Io, che – se non esistesse già – non sarei mai stata capace di concepire una cosa strana come la coda di un pavone, e io, che dunque sono ospite di qualcosa che mi domina in potenza creativa e creatrice, posso mettere mano sulla vita di un’altra creatura? Ne nascerà un dubbio positivo, e – forse – nel tempo una domanda radicale, magari di quelle che dopo anni ti portano a inginocchiarti in chiesa a dire le litanie, perché senti il bisogno di aver vicino l’unica persona che ha risposto alla Meraviglia di Dio con un sì, la Madonna.

Ma l’unica strada che conosco, per arrivare fino a lì, passa dalla scimmia e dal pavone. La scimmia, che è stata triturata dalle braccia di Darwin, è tornata anche lei sulla facciata di San Pietro. E lì, finalmente, si poteva

Fiat Lux - Vaticano

dire: ecco che noi non siamo solo determinismo ed evoluzione, siamo creature libere. È un grande paradosso che San Pietro, colui che liberamente si è fatto crocifiggere a testa in giù, abbia per qualche istante abbracciato la povera scimmia, che per tanto tempo è diventata la bandiera della schiavitù umana alle leggi di natura, dimenticando che anche lei è parte del creativo e variegato disegno di Dio. Se anche l’immagine della scimmia fosse stata messa lì da un malvagio demonio, era compito nostro dire che la scimmia sta meglio tra le braccia di San Pietro piuttosto che tra le pagine di Darwin: perché con la scimmia non si può spiegare il portento che è l’uomo, ma l’uomo Pietro può spiegare di che disegno portentoso fa parte la scimmia.

Concludo con un testimone neutrale. Uno degli autori delle immagini proiettate su San Pietro è il famosissimo e celebratissimo fotografo Sebastiao Salgado, etichettato come antropologo, naturalista, ecc ecc. A me basta citare qui un’esperienza che lui stesso racconta.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Dopo aver trascorso un lungo periodo in Africa a documentare le molte catastrofi umane in corso, Salgado si ammala. Fa esami e accertamenti e infine un medico di Parigi gli fa questa strana ma azzeccata diagnosi: «Dopo aver visto così tanta morte, anche tu ti stai lasciando andare a morire. È meglio se smetti di fare fotografia». Salgado ne conviene e afferma: «In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai». Per riprendersi torna nella sua terra natale, il Brasile, e trova anche il suo paese ferito e dilaniato dall’eccesso di industrializzazione. Nota con amarezza che il progresso dell’uomo si fonda sulla distruzione del territorio. A quel punto la disperazione poteva essere totale, ma sua moglie gli propone una scommessa: «Dici di essere nato in paradiso, allora ricostruiamolo questo paradiso!». Secondo uno sguardo che Chesterton avrebbe giudicato distributista, Salgado e sua moglie cominciano a ricostruire la fetta di terra in cui abitano sulla base di un’economia a misura domestica e non globalizzata.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Da questo impegno sgorga anche un nuovo progetto fotografico che Salgado sceglie di intitolare Genesi. Ripeto, lo intitola Genesi e non Ecologia del pianeta o Ambiente e natura. Ancora una volta, dallo sfondo nero della morte e della malattia si mette a fuoco una «genesi» umana, non un’ideologia.

Ecco, le immagini che noi abbiamo visto su San Pietro erano prese da quest’opera ed erano perciò frutto di quest’uomo, i cui occhi per un po’ sono stati chiusi dal buio e poi si sono aperti alla sfida di ricapitolare la vista di tutto l’esistente. Se pure l’opera di questo fotografo viene «sfruttata» per far passare messaggi riduttivi legati all’idolatria dell’ecosistema, non sarò certo io a enfatizzare quest’errore … perché è sterile e si autodistruggerà da solo in poco tempo. A me importa lo sguardo di quegli occhi, che parla senza essere spiegato o etichettato: e dice «genesi» e non «l’origine della specie».

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Sebastiao Salgado, Genesi

Minuscule: tutta la verità in un fazzoletto di terra

8857597748_fd947e1824_zSecondo me, ci sta dicendo che gli abbiamo rotto le palle. – così mio figlio stamattina, scrutando il lombrico che teneva in mano. Abbiamo fatto dei lavoretti in giardino, per tirarne fuori pian piano un orto, e nello scavare una buca abbiamo, evidentemente, rotto le suddette palle al suddetto lombrico, accompagnandolo poi a emigrare nel perfetto agio del prato libero accanto al nostro.

Un prato è davvero un brulicare di vita, e una perfetta metafora della vita. Fiori ed erbacce; fango e semi; spine e foglie. E poi un tripudio di forme viventi, striscianti, ronzanti, passeggianti, volanti. Forse noi uomini siamo talmente pieni di pregiudizi e di idee preconcette che il modo migliore per educarci è parlare per metafore. Raccontando storie di animali, ad esempio. Come faceva Esopo. Sì, perché di questi tempi se fai un film onesto sul dramma della guerra – come Clint Eastwood – ti scambiano per un violento guerrafondaio. Infatti, certi pacifisti pantofolai hanno osato paragonare il cecchino di American Sniper ai terroristi dell’Isis. Ecco come ci siamo ridotti: non sappiamo più distinguere il soldato dai macellai assassini.

Siamo diventati tutti «chiacchiere e divano», parliamo e parliamo e parliamo … senza conoscere davvero la brutalità coraggiosa e terribile della prima linea. Meglio allora stare zitti, e meglio guardare un film in cui non viene pronunciata una sola singola parola: Minuscule. Meglio tornare terra terra. E immaginare cosa accade nell’universo spazioso e gigante di una distesa d’erba.

La vita vivente di un prato è spietata e brutale, il ciclo inesausto di nascita e morte non conosce misericordia o perdono, scuse o giustificazioni. Il ragno mangia la mosca impigliata nella tela. Il fiore appassisce. L’edera assale i tronchi. La grandine distrugge i frutti. È un contesto, perciò, più autentico di ogni «fuffa» umanistica ci venga propinata da certi programmi che vorrebbero spiegarci l’umano a forza di pensieri che hanno perso il contatto con la realtà.

Foto di Larah McElroy

Foto di Larah McElroy

Se, come fece Esopo, parliamo dell’uomo sotto metafora animale, forse riusciamo a essere più sinceri con noi stessi. Il film Minuscule è perfetto nella sua semplicità. Contiene gli assi cartesiani di tutte quelle evidenze che i bambini non metterebbero mai in discussione, mentre noi adulti – con sofisticate ideologie astratte – stiamo distruggendo, sbiadendo e pure contestando.

È da vedere, io mi limito a elencare ciò che ho imparato da qualche immagine e personaggio:

1) la COCCINELLA SENZ’ALA: ogni essere vivente, debole, piccolo, disabile, ferito ha il suo posto nel mondo. È indispensabile.

2) le FORMICHE NERE: si vive in comunità e se la propria comunità viene attaccata, ci si difende e si è pronti a dare la vita.

3) il RAGNETTO delle fogne: anche dietro un brutto aspetto, ci può essere un amico; a patto che si abbia voglia di andare a conoscerlo senza pregiudizi.

4) le FORMICHE ROSSE e il PESCE: i nemici esistono e vanno combattuti.

5) il PRATO: ogni frammento di terra contiene più meraviglie di quelle che sarebbe capace di inventare la nostra immaginazione (… per citare Shakespeare)

#FACCIAmolo -La voce del padrone

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Siamo disponibili a mettere in discussione i nostri progetti e le nostre pianificazioni?
Stamattina è arrivato in spiaggia il gentiluomo che vedete in foto, Corriere sotto braccio e busta del fornaio in mano. Poi c’era il cane. Erano solo di passaggio, almeno così pensava il padrone. Ma la voce del comando è arrivata dall’ irremovibile volontà del cane di rimanere in spiaggia. Si è seduto e non si è più mosso.
A nulla sono valse le strattonate di guinzaglio e le sollecitazioni verbali tipo:”Dai, non possiamo fermarci … devo fare un sacco di cose… dai muoviti!”. Niente. Il cane ha replicato con una silenziosa e caparbia irremovibilitá.
E, come vedete,  si è trovato un posto ombreggiato, ventilato e a due passi dal mare.  Ottimo. Sono entrambi qui da più di un’ora e si godono il dolce far niente.
Mi ci riconosco, anch’io per essere schiodata da certe fisse (la volontà di pianificare anche cose ininfluenti, che è timore di accogliere l’imprevisto) ho bisogno di un silenzio caparbio, qualcuno che -senza prestare ascolto alle mie paranoie- mi faccia cocciutamente desistere.

LuLu (Lucertole sfuggenti e piccole Lucciole)

Sono nata in campagna, da una famiglia contadina. Fin dalla prima infanzia ho visto i miei nonni praticare riti e tradizioni antichissimi, ma per me erano abitudini quotidiane: guardare il cielo a sera, mietere il grano, vendemmiare e fare il vino. Oltre agli animali da cortile che vivevano con noi, c’erano le piccole bestiole tipiche di ogni stagione. L’estate era ed è rimasto il tempo di lucertole e lucciole.

Foto di Giovanni

Foto di Giovanni

È stata questa memoria infantile, che nel tempo si è sedimentata in emotività profonda, a farmi associare due brani a cui sono molto affezionata, ma che non hanno altro legame se non il fatto che raccontano un paio d’occhi che si posa su queste due bestioline estive e ne nasce un pensiero simbolico… cioè relativo (che coglie un legame tra l’io e tutto l’esistente). La lucertola è la calura torrida del giorno, la lucciola è la frescura della sera; la lucertola è un rettile non proprio gradevole alla vista, la lucciola è un insetto suggestivamente meraviglioso alla vista. Che possono avere in comune?

Sono piccoli e sfuggenti, ecco. E mi colpisce come i poeti e gli artisti non si lascino sfuggire le cose piccole e sfuggenti. Sono capaci di raccattare eclatanti simboli umani ovunque, in un cri-cri che giunge dall’erba, in una fugace luce intermittente nei campi o nel transito velocissimo di un piccolo rettile su un muretto.

Parto, allora, da Giovanni Michelucci, architetto noto soprattutto per aver realizzato la Chiesa di San Giovanni Battista a Firenze e nota come Chiesa dell’Autostrada del Sole. Lo scorso marzo ho visitato un’altra sua chiesa, sempre dedicata a San Giovanni, ma ubicata ad Arzignano in provincia di Vicenza. Lì era ospitata una mostra su di lui, in cui venivano presentati anche i suoi scritti, oltre che i suoi disegni. Ho fotografato la storia del suo incontro con una lucertola.

La lucertola di Michelucci

La lucertola di Michelucci

«Qui nasce uno scambio molto interessante». Sappiamo dirlo, noi, di ogni banale e apparentemente insignificante briciolo di realtà?

E proseguo con il narratore toscano Federigo Tozzi, che nel suo celebre romanzo Con gli occhi chiusi dimostra di vederci benissimo. Probabilmente i suoi occhi chiusi erano come quelli del cieco Omero, spalancati sull’anima e poco interessati alle vuote apparenze. A Tozzi bastano poche righe per fare un fermo immagine su una scena piccolissima e silenziosa, che però ci parla inequivocabilmente di qualcosa di profondo.

Foto di Takot

Foto di Takot

“La pioggia, ricominciata dopo il tramonto, faceva un crepitio sommesso fra le lucciole che non si diradavano. Qualcuna aderiva ad uno stelo di grano e non si moveva più: si vedeva la sua luce immobile, sempre accesa, sotto i colpi delle gocciole”.

Un lampo di luce aggrappato a uno stelo, sotto la pioggia battente. Segno, forse, della grande dignità luminosa di ogni vivente anche nella prostrazione più totale. O, anche, segno di chi manda segnali mentre è nella difficoltà e non si rassegna a una buia solitudine. E la speranza sta tutta in quel “non si diradavano“. Sotto la pioggia, non si diradavano: restiamo e resistiamo assieme, guardando i piccoli segnali luminosi che ci mandano i nostri vicini, magari anche in mezzo alla tempesta.

 

Da bambina, dopo cena, d’estate mia nonna mi portava nei campi a sentire i grilli e a guardare le lucciole. Era un momento solo nostro. Non ricordo che ci dicessimo molto, ma è uno dei momenti che ricordo con più affetto. Dava l’idea di una giornata che si era compiuta, e finalmente cedeva alla quiete.

È stata una grande sorpresa scoprire che il mio amato Dante scelse di introdurre la grande figura di Ulisse usando un’immagine identica a quella che io vivevo da bambina. Per descrivere la bolgia dove è ospitato Ulisse, e che Dante vede inizialmente dall’alto, il poeta la paragona a un campo di lucciole che il contadino guarda a fine giornata, quando va a sedersi – sudato e stanco – sulla terra “nell’ora in cui la mosca cede alla zanzara“. Non ricordo che mia nonna abbia mai portato orologi (se non per eventi importanti come un matrimonio); lei senz’altro avrebbe definito la sera estiva come l’ora in cui le mosche se vanno e arrivano le zanzare.

Un contadino e il re di Itaca: per parlare del viaggio più audace che un uomo abbia mai compiuto, Dante parte da un contadino che a fine giornata guarda la sua terra. Davvero tutto è qui, tutto il respiro grande che riempie l’anima del più saggio fra gli uomini comincia a inspirare aria, domande e attese nell’orto di casa. Tra cose piccole e sfuggenti, trapela un segnale luminoso … passa in fretta un paio di occhietti che dà il tono alla giornata.