Chesterton su Rai 5

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Domenica prossima (16 ottobre) alle 20.45 su Rai 5 la trasmissione Cultbook condotta da Stas’ Gawronski racconterà il libro di G. K. Chesterton Il poeta e i pazzi.

Ci sarò anch’io, in qualità di traduttrice dell’opera … che in realtà è frutto di una collaborazione fantastica con Paolo Pegoraro, Sabina Nicolini e con un editore meraviglioso, Franco Esposito di Fuorilinea.

Seguiteci …

Ecco un assaggio del libro:

Gabriel Gale era un pittore e un poeta, era anche l’ultima persona al mondo che avrebbe potuto spacciarsi per investigatore privato. Tuttavia, in un paio di circostanze era sceso dalle nuvole per inoltrarsi nell’atmosfera ben più eccitante e vibrante dell’omicidio. Talvolta era riuscito a dimostrare che un omicidio era un suicidio e altre volte che un suicidio era un omicidio. Nella maggior parte dei casi, come lui stesso faceva notare, i moventi degli assassini o dei ladri non sono affatto folli, anzi sono addirittura convenzionali.

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Sputa fuori tutto!

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«Il brutto dei litigi è che interrompono le belle discussioni» disse Chesterton. Niente di più vero. Litigare è una via di fuga facile, perché basta dare libero sfogo all’istinto. Discutere è difficile, innanzitutto perché presuppone fiducia verso il proprio interlocutore, e non è spontaneo averla quando ci si trova su fronti opposti. La discussione è una lotta interessante in cui due persone possono divergere su tutto, tranne che sul fatto che ciascuno deve obiettare ragionevolmente all’altro e non insultarlo. È impegnativo. È salutare. È educativo.

Anche la discussione è un antidoto alla solitudine, perché per ribattere bisogna ascoltare e per contraddire bisogna aver capito. Il litigio invece è un gesto solitario, perché l’interlocutore non è più una persona ma solo un bersaglio su cui rovesciare rifiuti di parole. Litigare è come vomitare, è un gesto innaturale per l’uomo … anche se a volte è incontrollabile e sembra efficace.

C’è una raccolta poetica a cui sono molto affezionata e che mette a tema il putiferio umano della comunicazione. Mi riferisco a Chiarimenti di Umberto Fiori. La chiarezza, il chiarimento, il chiaro sono tutte sfumature di una tensione che attanaglia ciascuno di noi: sbrogliare i nodi, vedere senza ombre, spiegarsi e capire. E, santo cielo, quanto è difficile riuscirci quando ci si confronta con un’altra persona!

Quello che parla

Era inutile,

non potevamo intenderci su niente.

Aveva poco senso cercare

di chiarire, discutere.

Chiaro, io, poi lo ero fin troppo

lì sul divano,

con in braccio un cuscino,

come sono.

Ma a chi basta così? Chi resiste?

Quando poi ho parlato,

in un mezzo sorriso

che facevano alzando un portacenere,

ho visto il mio discorso dilagare

come l’ondata di un maremoto.

Così si espande, e circola: tu dici

loro travisano.

A vederglielo in faccia che si sfa,

quel che volevi dire,

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Foto di Starmanseries

ti riprende allo stomaco.

Ti torna in mente quand’era aperto, e vago,

in te, come ora in loro, e grande,

prima di diventare

per un attimo

questo suono preciso.

 

 

Essere incompresi e litigare coinvolge lo stomaco. Ha ragione il poeta Fiori. Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando una pura coincidenza si è rivelata provvidenziale.

Se c’è «un luogo» in cui è impossibile discutere e facilissimo litigare è il social network. Se non vedi in faccia chi ti parla, se non guardi i suoi occhi e non senti il suo tono di voce il confronto diventa pericoloso, si degenera nella rabbia senza accorgersene. E questo accade proprio per colpa della solitudine reciproca in cui ciascuno è rintanato. Ho tanti amici che hanno visioni discordanti dalle mie su questioni molto serie, eppure tutte le volte che discutiamo di persona è raro cadere nel litigio. Perché quegli occhi e quella voce ti ricordano tante cose fatte assieme, ti ricordano un legame vero che c’è, pur tenendo conto di visioni di vita opposte.

E, invece, è capitato che ho perso un amico reale per colpa di una discussione virtuale, degenerata in litigio. A furia di messaggi reciproci, alla fine ho mollato la presa, capendo che non c’era margine per ricucire e vedersi di persona era impossibile. Questa è davvero la cosa più schifosa che possa succedere: perdere un amico per colpa di Facebook. Fa più male di un concretissimo pugno in faccia. Era tarda sera, e me ne sono andata a letto con un’amarezza bruciante. Non riuscivo a prendere sonno, quindi ho deciso di impiegare utilmente quel tempo, dicendo una preghiera che più o meno ho espresso così: «Signore, da quando ti conosco posso dire che tu sia l’essere più geniale e creativo dei paraggi, quindi aiutami a tirar fuori qualcosa di buono anche da questo pasticcio».

Il caso o il destinatario della preghiera (ciascuno interpreti a gradimento) ha voluto che cinque minuti dopo sentissi tossire nella stanza dei bambini. Non so … noi mamme abbiamo uno strumento di riconoscimento inconscio del pericolo … e funziona sempre. Era solo tosse, ma mi sono precipitata di là prendendo un catino dal bagno. Troppo tardi. Martino, ancora mezzo addormentato, aveva vomitato nel letto. Una scena paralizzante da vedere alle 2 di notte, perché prelude a una vivacità di operazioni per nulla piacevoli.

«Stai fermo lì un secondo!» ho detto al bambino e sono andata a prendere degli stracci, svegliando mio marito per assistenza. Troppo tardi di nuovo. Aveva rigurgitato un’altra volta.

La scena, a questo punto, s’interrompe e compare la didascalia: «la moglie e il marito hanno impiegato la mezz’ora successiva a ripulire la stanza, a togliere piumone, lenzuola, cuscino e a smacchiare il materasso, riassemblando poi alla meglio il letto affinché il piccolo potesse dormire». Ricomposta la quiete notturna, il putiferio è tornato. Il piccolo Martino si è alzato altre tre volte per andare in bagno a vomitare e così io e mio marito siamo rimasti vigili e di guardia fino alle 5 di mattina circa. E per fortuna l’indomani era domenica!

A giorno fatto, Martino stava meglio e ha raccontato tutto al fratello maggiore, con una sintesi semplice ma efficace: «Vomitare è brutto!».

Ancora una volta ho dovuto constatare che la creatività della provvidenza è spiazzante. Peraltro si potrebbe benissimo dire che è stata solo una coincidenza il fatto che io abbia chiesto un aiuto celeste e ne sia immediatamente seguito un evento clamoroso. In ogni caso, io ho fatto 1+1.

Mio figlio ha ragione, vomitare è brutto. Senza dubbio è una reazione fisica che ha un suo scopo, ma è dolorosa e «perdente» (cioè si perde il nutrimento del cibo, anziché digerirlo). E mi è tornato alla mente un passaggio del romanzo L’uomo che fu Giovedì, quando il protagonista difende l’idea di ordine contro quella di disordine:

«Ve lo chiedo di nuovo, cosa c’è di poetico nell’essere in rivolta? È come dire che è poetico avere il mal di mare. La nausea è una rivolta. Essere nauseati ed essere ribelli può essere la stessa cosa, in certe disperate occasioni, ma che mi prenda un colpo se capisco cos’hanno di poetico! La rivolta in termini astratti è … rivoltante. È puro rigurgito.

Ciò che va nel verso giusto è poetico! La nostra sacrosanta e silenziosa digestione, ad esempio, che procede nel verso giusto, ecco il fondamento di tutta la poesia. Sì, la cosa più poetica in assoluto, ancora più poetica dei fiori e delle stelle … è che il mondo non ha la nausea».

Mandare giù e digerire certe cose che ci vengono sbattute in faccia da altri non è facile, spesso e volentieri. Viene spontaneo vomitargliele indietro subito e senza complimenti. Digerire significa «fare nostro» ed è un processo sicuramente più lento del rigurgito. Digerire le parole ostili di qualcun altro non significa finire per dargliela vinta, ma scommettere sul fatto che si può ricevere un nutrimento anche da ciò che è assolutamente diverso. Perché una verità si mette a fuoco e si fortifica alla luce delle obiezioni; le obiezioni possono far emergere ragioni a favore della nostra tesi che da soli non saremmo stati in grado di cogliere. La nausea, il vomito e il litigio, invece, cosa producono? Uno sfuggente momento di soddisfazione, che poi ci lascia a stomaco vuoto. Non ci resta nulla, e perdiamo molto.

Ora io devo trovare un digestivo efficace. Cioè devo trovare una via intelligente e creativa per recuperare il mio amico. Non so bene come. Eppure non voglio darla vinta alla nausea. Mi metterò a ruminare come le mucche, perché talvolta non basta neppure una sola digestione per capire. Ho la testa dura e sono pure orgogliosa.

Rivedo davanti agli occhi la scena di sabato, quando a notte fonda ero davanti a un lavandino a smacchiare un lenzuolo che puzzava orribilmente, e in fondo non ero infastidita o arrabbiata … perché sapevo che stavo accudendo qualcuno che amo. E lo stavo facendo non con gesti rivoluzionari, bensì rimettendo a posto le cose, nel verso giusto. Con pazienza.

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Foto di Raselased

Una bestiale occasione persa

«Mia moglie mi disse: ‘Dici di essere nato in paradiso,

allora ricostruiamolo questo paradiso!’»

Sebastiao Salgado

 

Fiat Lux - Vaticano

Ho scoperto di essere diventata un’ecologista neopagana, perché ho apprezzato molto lo spettacolo andato in scena la sera dell’8 dicembre a Roma, la famosa proiezione sulla Basilica di San Pietro intitolata Fiat Lux. Ignara del putiferio che un evento simile avrebbe poi suscitato tra noi fedeli cristiani, guardando quelle immagini mi sono innanzitutto commossa, perché ho rivissuto una delle esperienze che giudico più significative della mia vita, l’incontro con G. K. Chesterton.

Ognuno di noi ha i suoi nodi bui, oscuri. Anche dentro il grande abbraccio che, personalmente, ho incontrato nella Chiesa, può accadere che questi nodi non si sciolgano (e restino a stritolarti nel profondo), finché non arriva lo scossone giusto. Paragonato al nulla, tutto è meraviglioso. Questo è stato lo scossone che Chesterton mi ha dato, insegnandomi che un uomo mette davvero a fuoco la propria vita solo quando la paragona al nulla, solo se lo sfondo nero del buio resta dentro l’inquadratura di ogni evento che viviamo.Fiat Lux - Vaticano Quando lessi questo nella sua Autobiografia, fu come un’esplosione. Per la prima volta, in modo ragionevolissimo, si poneva alla mia intelligenza una grossa sfida: le mie ferite potevano non essere una sfiga, ma il necessario sfondo nero per capire e mettere a fuoco il presente.

Chesterton ribadisce questo concetto migliaia di volte, con migliaia di sfumature nelle sue opere; lo fa a costo di essere noiosissimo e prolisso, ma è l’unica esperienza fondamentale della vita, quindi il chiodo va battuto. Il brano che preferisco è la sua lettura del libro di Giobbe. Alla fine della storia di quest’uomo prostrato fino alla morte si mostra un prodigio. Giobbe implora che Dio gli risponda, che venga direttamente e personalmente a spiegargli il perché di tutte le sofferenze che lo stanno torturando. E alla fine Dio arriva e non fa il dio. È quantomeno una comparsa incomprensibile. Secondo una visione stereotipata e dogmatica, Dio avrebbe potuto «menarsela» e usare espressioni dogmatiche e religiose. E invece no. Anziché spiegare il senso del male, Dio porta Giobbe allo zoo. Antepone la realtà al pensiero. Dio mette in scena – senza spiegazioni – esattamente quello che è andato in scena a San Pietro: proietta a Giobbe delle immagini sullo sfondo nero del nulla. Lo lascio spiegare a Chesterton:

Dio farà vedere a Giobbe un universo impressionante, se solo riuscirà a fargli vedere un universo irragionevole. Per impressionare l’uomo, Dio per un momento diventa blasfemo, si potrebbe perfino dire che per un istante Dio diventa ateo. Egli svolge davanti agli occhi di Giobbe un vasto panorama di cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’asino selvatico, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo e descrive ciascun animale in modo che ciascuno è come un mostro che avanza nel sole. Il creatore di tutte le cose si stupisce delle cose che Egli stesso ha create.

Fiat Lux - Vaticano

Ecco perché mi sono commossa vedendo lo spettacolo a San Pietro. Una volta di più mi sono sentita come Giobbe, che riceve una lavata di testa da Dio, che lo inonda non di bigottismo ma di realtà. Hai fatto tu la pioggia? Hai fatto tu il pavone? Hai fatto tu la livrea di una farfalla?. Dietro lo sfondo nero della notte, ho sentito di nuovo la voce di Dio che parlava dalla facciata della chiesa del suo portavoce, Pietro. Ho rivissuto l’esperienza fondamentale, basilare, sconcertante che mi ha reso cristiana. La pioggia ha un Padre. Lo ha anche il leone e la blatta. Qualunque cosa accada nella tua vita personale, la devi sempre paragonare con il disegno universale del mondo. La tua inspiegabile ferita sta dentro il piano altrettanto inspiegabile di una potenza che non ha tralasciato neppure i dettagli sulla schiena di una salamandra. Allora, mettiti a cercare Chi è …

Se quello spettacolo a San Pietro è stato manchevole, se dietro c’erano interessi tutt’altro che cristiani, se c’erano complotti massonici, a me non importa un fico secco. Io ho visto questo: gente non cristiana godere e meravigliarsi di un evento proposto dalla Chiesa, e gente cristiana denigrare la stessa cosa. E questa frattura mi ha rattristata. Perché mi è sembrata un’occasione persa. Se il passante ateo si è fermato per un attimo e si è meravigliato di vedere un acquario sulla facciata di San Pietro,

Fiat Lux - Vaticanoera compito nostro ricordargli il senso originario e sconcertante di quella meraviglia. Era più importante cogliere quest’occasione, che puntare il dito sui complotti. Perché una cosa vera può passare anche attraverso un progetto sbagliato (qualora fosse così). La realtà può essere falsificata da mille ideologie, ma comunque ha un solo Padre. Il diavolo stesso non può far altro che alterare le cose divine e la tattica giusta è puntare sulla verità delle cose divine di cui si riempie la bocca, piuttosto che enfatizzare il suo modo di distorcerle.

Sono stati i cristiani a enfatizzare i supposti risvolti diabolici dell’evento di San Pietro. Perché? Perché si aspettavano qualcosa che già immaginavano, la religione mostrata nei suoi aspetti tradizionali. Ma è mai possibile che, di fronte all’inaspettato, sia proprio il cristiano a reagire chiudendosi a riccio, anziché alzando la posta? Possibile che il cristiano abbia atrofizzato le sue energie al punto da diventare bigotto anziché creativo? Davvero il cristiano vede il diavolo all’opera in un animale proiettato su una chiesa? Davvero deve mettersi a squadernare il vaso di Pandora su banche, disegni oscuri e apostasia, avendo già liquidato alla svelta la Natura come uno spettacolo brutto?

L’uomo della strada, che non va mai a messa, non ha visto in quelle immagini il neopaganesimo o l’ecologismo, ha visto quello che – semplicemente – ho visto anch’io: il bellissimo manto maculato di un leopardo sullo sfondo

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della notte. Era compito nostro, di noi cristiani, cogliere una sfida inaspettata e dirgli: dentro quella chiesa abita il Pittore che ha fatto questo manto maculato, strappando ogni cosa dal nulla. Ha strappato anche te dalla notte del nulla. Quella meraviglia che senti è un grido di lode. Era compito nostro ribadire questo, anche se – per pura esagerazione – fosse tutto stato organizzato da un pagliaccio nichilista. La bugia si smaschera dicendo la verità, non accusando il bugiardo.

Quante volte il cristiano lotta in nome della dignità della vita dal suo concepimento alla morte naturale? Ecco, lo sconcerto della meraviglia è il suo più grande alleato in questa tenace battaglia. Mi si perdoni quest’attimo di blasfemia, ma sono convinta che una donna in dubbio se abortire o meno possa essere aiutata nel mettere a fuoco la sua vita e le sue scelte guardando la coda del pavone piuttosto che recitando le litanie. Se per un attimo, nella testa di un uomo o di una donna balugina lo sconcerto di essere stati strappati al nulla … ecco, quell’uomo e quella donna non vedranno mai più le cose allo stesso modo. Il darsi della vita apparirà come qualcosa che sfugge al plagio delle loro mani. Io, che – se non esistesse già – non sarei mai stata capace di concepire una cosa strana come la coda di un pavone, e io, che dunque sono ospite di qualcosa che mi domina in potenza creativa e creatrice, posso mettere mano sulla vita di un’altra creatura? Ne nascerà un dubbio positivo, e – forse – nel tempo una domanda radicale, magari di quelle che dopo anni ti portano a inginocchiarti in chiesa a dire le litanie, perché senti il bisogno di aver vicino l’unica persona che ha risposto alla Meraviglia di Dio con un sì, la Madonna.

Ma l’unica strada che conosco, per arrivare fino a lì, passa dalla scimmia e dal pavone. La scimmia, che è stata triturata dalle braccia di Darwin, è tornata anche lei sulla facciata di San Pietro. E lì, finalmente, si poteva

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dire: ecco che noi non siamo solo determinismo ed evoluzione, siamo creature libere. È un grande paradosso che San Pietro, colui che liberamente si è fatto crocifiggere a testa in giù, abbia per qualche istante abbracciato la povera scimmia, che per tanto tempo è diventata la bandiera della schiavitù umana alle leggi di natura, dimenticando che anche lei è parte del creativo e variegato disegno di Dio. Se anche l’immagine della scimmia fosse stata messa lì da un malvagio demonio, era compito nostro dire che la scimmia sta meglio tra le braccia di San Pietro piuttosto che tra le pagine di Darwin: perché con la scimmia non si può spiegare il portento che è l’uomo, ma l’uomo Pietro può spiegare di che disegno portentoso fa parte la scimmia.

Concludo con un testimone neutrale. Uno degli autori delle immagini proiettate su San Pietro è il famosissimo e celebratissimo fotografo Sebastiao Salgado, etichettato come antropologo, naturalista, ecc ecc. A me basta citare qui un’esperienza che lui stesso racconta.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Dopo aver trascorso un lungo periodo in Africa a documentare le molte catastrofi umane in corso, Salgado si ammala. Fa esami e accertamenti e infine un medico di Parigi gli fa questa strana ma azzeccata diagnosi: «Dopo aver visto così tanta morte, anche tu ti stai lasciando andare a morire. È meglio se smetti di fare fotografia». Salgado ne conviene e afferma: «In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai». Per riprendersi torna nella sua terra natale, il Brasile, e trova anche il suo paese ferito e dilaniato dall’eccesso di industrializzazione. Nota con amarezza che il progresso dell’uomo si fonda sulla distruzione del territorio. A quel punto la disperazione poteva essere totale, ma sua moglie gli propone una scommessa: «Dici di essere nato in paradiso, allora ricostruiamolo questo paradiso!». Secondo uno sguardo che Chesterton avrebbe giudicato distributista, Salgado e sua moglie cominciano a ricostruire la fetta di terra in cui abitano sulla base di un’economia a misura domestica e non globalizzata.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Da questo impegno sgorga anche un nuovo progetto fotografico che Salgado sceglie di intitolare Genesi. Ripeto, lo intitola Genesi e non Ecologia del pianeta o Ambiente e natura. Ancora una volta, dallo sfondo nero della morte e della malattia si mette a fuoco una «genesi» umana, non un’ideologia.

Ecco, le immagini che noi abbiamo visto su San Pietro erano prese da quest’opera ed erano perciò frutto di quest’uomo, i cui occhi per un po’ sono stati chiusi dal buio e poi si sono aperti alla sfida di ricapitolare la vista di tutto l’esistente. Se pure l’opera di questo fotografo viene «sfruttata» per far passare messaggi riduttivi legati all’idolatria dell’ecosistema, non sarò certo io a enfatizzare quest’errore … perché è sterile e si autodistruggerà da solo in poco tempo. A me importa lo sguardo di quegli occhi, che parla senza essere spiegato o etichettato: e dice «genesi» e non «l’origine della specie».

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Sebastiao Salgado, Genesi

Quella dei defunti è una festa?

Laudato si’ … per sora nostra morte corporale

 

Visto che l’argomento potrebbe essere considerato tragico (per usare un eufemismo …) comincio raccontando due aneddoti simpatici, uno me lo ha riferito mio marito e l’altro è capitato a me.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna collega di mio marito fa la catechista e, durante una pausa pranzo al lavoro, ha riferito ai colleghi d’ufficio l’uscita spiazzante di una delle bimbe della sua classe in parrocchia. Il prete aveva radunato i bambini in chiesa e poi aveva chiesto loro a bruciapelo: “Allora, avete capito come si fa ad andare in Paradiso?”. La bimba in questione ha alzato la sua mano e ha risposto con voce pacata: “A quanto so, bisogna innanzitutto morire”.

Forse non era esattamente il tipo di risposta preventivata dal prete, ma sono certa che lui non ne avrà trascurato il senso positivo. La percezione della realtà che si ha nell’infanzia è talvolta limpidissima, senza i molti pregiudizi di una mente adulta. Pensando al Paradiso, un adulto avrebbe dato per scontato il passaggio della morte, un bambino no. Per fortuna.

E un autentico senso di realtà porta talvolta a sparare paradossi.

Due anni fa fu chiesto ad alcuni amici e a me di allestire una mostra sul signor Chesterton. Fu chiaro a tutti che, senz’altro, il titolo della mostra doveva essere un paradosso. E trascorremmo un buon quarto d’ora, attorno a un tavolo, a sparare paradossi più o meno probabili. Il più clamoroso di tutti fu proclamato – come una vera e propria illuminazione – da Ubaldo Casotto, che se ne uscì dicendo: «L’uomo è vivo perché muore!».

Convenimmo poi sul fatto che non era molto invitante intitolare così una mostra … avrebbe quantomeno suscitato una processione di gesti scaramantici da parte dei visitatori. La mostra alla fine s’intitolò «Il cielo in una stanza», paradosso visivamente eccellente e anche luminoso. Resta il fatto che quell’intuizione di Ubaldo era geniale, per quanto a prima vista lugubre.

La vita umana è per definizione un arco di tempo limitato. La vita è un segmento, non una linea retta infinita. La vita va da A a B: la prima esperienza di vita è la nascita, l’ultima esperienza della vita è la morte. In altre parole, la prima esperienza della vita è il suo inizio, l’ultima esperienza della vita è la sua fine. Per questo la morte non è un’obiezione della vitalità umana, ma una sua caratteristica. E, in effetti e paradossalmente, solo ciò che è vivo può morire. L’uomo è vivo perché muore, appunto. Cimitero-monumentale-di-Staglieno-23-500x375

A conferma di ciò, ricordo una bellissima conferenza di Davide Rondoni, in cui lui ci ha ricordato l’antitesi tra Eros e Thanatos nell’antica Grecia: le forze che i Greci ponevano in contrapposizione nel mondo erano Amore e Morte. Non Vita e Morte, ma Amore e Morte. Perché? Perché l’opposto della Morte non è la Vita ma l’Amore?

Ecco, Rondoni l’ha spiegato così: la morte fa parte della vita, ne è l’ultimo tassello e dunque non è il suo opposto. Ma cosa è davvero opposto alla morte? Qualcosa che riesce a vincere la limitatezza della vita, qualcosa che vince la caducità del nostro essere. Ecco cosa è Amore: è la forza grazie a cui noi generiamo qualcosa che lascia frutto oltre la nostra morte. Pensiamo ai figli, che si generano per un atto d’amore e – in linea di massima – ci sopravvivono, cioè restano oltre la nostra morte. Ma è vero di qualsiasi atto d’amore: qualunque cosa generata dall’impulso affettivo dell’amore dà un frutto che si propaga oltre la caducità della nostra esperienza terrena. E questo frutto esiste anche solo per l’intuizione dell’uomo che «amando» proietta il suo agire oltre il limite personale della propria vita.

Mi perdo dietro queste chiacchiere nel giorno della Festività dei Defunti, per condividere un’impressione che da tempo mi lascia perplessa. La mia vita è radicata nell’esperienza cristiana e ho notato, soprattutto nel contesto della cristianità, che si ricorre sempre meno all’espressione: “Il signor Tal dei Tali è morto”. Ricevo messaggi in cui si annuncia la perdita di un proprio caro con frasi tipo: “è salito a cielo” oppure “è tornato dal Padre”. Sia ben inteso, io capisco e condivido il senso di queste frasi: il cristiano crede nella vita eterna e dunque non vive la morte come un’esperienza di fine. Però credo di non sbagliarmi se dico che queste espressioni tendono a voler schivare la ruvida asciuttezza di dire “è morto”.

staglieno-32Eppure, il cristiano più di qualunque altro sa che la durezza della morte è stata patita perfino da Gesù. Sa che la Resurrezione non è arrivata istantaneamente, ma c’è stato un «buio» tangibile di due giorni. Il limite della mortalità è stato vissuto nella sua concretezza anche dal Dio fatto Uomo. Perché, allora, dovremmo schivare noi il pensiero di ciò? Perché dovremmo escluderci l’esperienza ruvida di dire di un nostro caro che è «morto»? Nella sua misteriosa incomprensibilità, la morte è parte di noi … e non solo come mero passaggio veloce verso l’eternità, ma proprio come esperienza di limite inaggirabile con cui ciascuno di noi saluterà la sua dimensione corporale.

Ciascuno di noi si congederà dalla vita nel modo migliore, cioè nell’umiltà. Forse anche nell’umiliazione. Tutte le nostre capacità e velleità e volontà si affievoliranno fino a sparire nella polvere. E questo toccare corporalmente il limite estremo di noi sarà la premessa della vita eterna. E per quanto possa suonare assurdo, tutto ciò è consolante … perché nessuno scappa da ciò. Un uomo può aver schivato per la vita intera il grumo di ciò che lo rende davvero umano, può essersi costruito meravigliosi e onnipotenti castelli per aria. Ma poi, anche per lui arriva il momento supremo in cui farà i conti con la sua creaturalità, cioè con la sua mortalità.

Dico che è consolante perché così me l’ha fatto intuire quel genio di Chesterton. 

Ho sempre considerato la festa dei Defunti come una festa del ricordo, un momento in cui ricordare i cari che ci hanno lasciato. Da quest’anno la considero anche una festa vera e propria per me, per lodare il disegno buono che c’è dietro la fragilità e la finitezza umana.

La scorsa estate ho tradotto la raccolta Il poeta e i pazzi, trovando in essa un racconto davvero illuminante. Il protagonista è il poeta Gabriel Gale che dedica la sua vita a guarire i pazzi, seguendo strategie non esattamente mediche. In una certa occasione s’imbatte in un megalomane, convinto di riuscire a controllare ogni cosa, convinto di essere padrone di tutto ciò che lo circonda. La terapia di Gale consiste nel tentare di uccidere il megalomane inchiodandolo a un albero con un forcone piantato attorno al suo collo. Il rimedio funziona, il pazzo guarisce e gli è grato, ma agli occhi della gente normale Gale risulta un folle assassino. Ecco, allora la sua spiegazione … e dunque, l’intuizione geniale di Chesterton (il testo intero uscirà a gennaio, questa è un’anticipazione):

«Ci sono passato anch’io, a dire il vero sono andato vicino a quasi tutte le forme di folli idiozie infernali che esistono. Ecco la mia unica utilità in questo mondo: sono stato ogni sorta di idiota possibile. Ma credetemi, il peggiore e più miserevole tra tutti gli stupidi è quello che crede di aver creato le cose e di essere capace di contenerle. L’uomo è una creatura; tutta la sua felicità consiste nell’essere una creatura o, come ci viene comandato dalla Voce dell’Altissimo, di diventare bambino. Tutta la sua gioia sta nel ricevere un dono o un regalo. E il bambino dimostra una coscienza profondissima, perché apprezza i regali proprio perché sono una sorpresa. Ma la sorpresa implica che una cosa giunga a te dall’esterno, e la gratitudine la si rivolge a qualcuno che è altro da te. È qualcosa di concreto che arriva per posta o entra dalla finestra o che trovi appeso al muro. Questi limiti tratteggiano le linee dell’orizzonte del piacere umano.

A me capitò anche di sognare che l’intera creazione fosse un mio sogno: ho immaginato di regalare a me stesso le stelle, di offrire a me stesso il sole e la luna. Sono andato indietro fino a prima del principio di ogni cosa, pensando che senza di me nulla di ciò che esiste poteva esistere. Chiunque abbia voluto mettersi al centro di questa specie di universo sa che è un inferno. Ed esiste una cura sola.

Oh, so benissimo quante frottole o false consolazioni sono state scritte per giustificare l’origine del male e sul perché esiste la sofferenza nel mondo. Dio ci guardi dal finire noi stessi nella gabbia di queste scimmie moraliste e chiacchierone! Ma al di là di ciò, la verità resta vera: resta oggettivamente e sperimentalmente vera. Non c’è altra cura per guarire dall’incubo dell’onnipotenza se non il dolore: perché questo è qualcosa che l’uomo sa che non tollererebbe se fosse davvero lui a controllare tutto. C’era un uomo che si credeva seduto nel trono del cielo e vedeva gli angeli servirlo sotto forma di nubi colorate, di fulmini e del balletto delle stagioni. Era al di sopra di tutto e la sua testa conteneva il cielo intero. E, Dio perdoni la mia bestemmia, io l’ho crocifisso a un albero».

Avete presente le magliette che ogni tanto si vedono in giro con la scritta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati»? Ecco, il punto è esattamente questo. Ognuno di noi sa che inferno sia – come dice Chesterton – vivere volendo avere le cose sotto controllo, come fossimo padroni della nostra realtà. Sono i momenti peggiori della vita quando uno impone il proprio impero sul mondo. Sia perché non riesce a essere padrone delle cose, sia perché è logorante e sempre insoddisfacente.

La più grande gloria dell’uomo è il suo essere creatura, ribadisce Chesterton. La nostra limitatezza umana, anche la nostra mortalità, è la sana piccolezza del bambino che sa di essere insufficiente a se stesso e aspetta il cibo e i vestiti dai propri genitori. Non è infelice il bambino, anzi è predisposto a guardare ciò che gli arriva come una sorpresa. Sa affidarsi e nell’affidarsi c’è tutta la sua pienezza serena.

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

E, dunque, concludo tornando alla bambina con cui ho cominciato. Per andare in Paradiso bisogna innanzitutto morire. Anche durante la vita. Morire, soffrire e patire sono la prova estrema che dichiara che non siamo padroni del mondo. C’è qualcosa che proprio non riesci a mettere sotto il tuo controllo. Dunque, forse, c’è Qualcuno di più grande a cui spetta questo compito gigantesco. Capisco che questo possa infastidire i pensieri di qualcuno, ma a ben vedere è la premessa del Paradiso. Constatare e abbracciare la propria limitatezza è la premessa per guardare fuori da sé, oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. E solo così un uomo può godere di tutto nella vita, nel poco e nel tanto: sapendo che oltre la porta di casa sua lo attende qualcosa, qualcosa che lui neanche lontanamente può aspettarsi.

Prendi l’arte e mettila da parte. La riscossa delle donne delle pulizie.

«Parlando approssimativamente, ci sono tre tipi di persone al mondo. Il primo tipo di persone è la Gente; è la classe di persone più vasta e probabilmente quella di maggior valore. Dobbiamo a questa gente le sedie su cui ci sediamo, gli abiti che indossiamo, le case in cui viviamo; e, certamente (appena ci prestiamo attenzione), noi stessi probabilmente apparteniamo a questa classe. La seconda classe può essere chiamata, per convenienza, quella dei Poeti; essi sono spesso una piaga per le loro famiglie, ma, in generale, sono una benedizione per l’umanità. La terza classe è quella dei Professori o Intellettuali, a volte descritta come «gente che pensa»; e questi sono una malattia e una desolazione sia per le loro famiglie sia per l’umanità». G. K. Chesterton

domestica_158317695Per un paio d’anni mi è stata data l’occasione di commentare la cronaca su un settimanale. Avevo libertà assoluta nella scelta degli eventi da commentare e, quindi, ho sempre scelto di seguire il criterio suggeritomi da Chesterton: non blaterare di idee astratte, ma vai a cercare i fatti in cui l’uomo comune dà gloria alle grandi verità nei suoi gesti più semplici e quotidiani.

Ricordo con particolare affetto di quando parlai di Fiorella Romagnollo che fa la spazzina volontaria a Novi Ligure, ed è lieta di questo impegno positivo per la sua città dopo aver ricevuto molto botte dalla vita (la povertà, la perdita di due mariti, il suo tumore). Oggi parlo di altre eroine invisibili che ci hanno lasciato una piccola grande lezione, sebbene credo che se ne possa leggere notizia solo nei trafiletti ironici di pochi quotidiani.

Il fatto è successo a Bolzano a un’esposizione d’arte. L’installazione intitolata Dove andiamo a ballare stasera? delle artiste Goldschmeid e Chiari è stata oggetto di un intervento a prima vista irrispettoso: il loro capolavoro è stato letteralmente buttato via. Infatti, a fine della serata d’inaugurazione, le donne delle pulizie hanno scambiato l’installazione artistica per i resti di una festa e hanno proceduto a ripulire la sala. L’opera d’arte consisteva in effetti in un assemblaggio sul pavimento di una serie di bottiglie vuote, coriandoli e festoni. L’idea delle artiste era quella di enfatizzare l’edonismo degli anni ’80.

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Dove andiamo a ballare stasera? – di Golschmeid e Chiari

Le reazioni a caldo potrebbero essere tante. Vedo lo snob scuotere la testa e constatare con spocchia: «Ah, che donne ignoranti …». E allo snob io risponderei, pacatamente, che se quelle signore addette alle pulizie si fossero trovate davanti a un Tiepolo non sarebbero andate in confusione, riconoscendo immediatamente cosa fosse e cosa non fosse arte in quella stanza.

Il primo pensiero che ho avuto leggendo la notizia, andava proprio in questa direzione: mi pareva di constatare in questo gesto innocente dell’uomo comune (di donne comuni, nel caso specifico) il giudizio sulla triste condizione dell’arte contemporanea. Non è più il tempo in cui il popolo veniva educato entrando in una cappella dipinta come quella degli Scrovegni. Oggi è il tempo sterile di un’arte concettuale e fine a se stessa, per nulla edificante ma solo cervellotica.

Poi ho cercato di essere meno pessimista. E ho visto nel gesto di quelle addette alla pulizia un atto artistico di grande speranza. Sono convinta che l’intelligenza delle artiste Goldschmeid e Chiari non possa non convenire sul fatto che qualcuno ha davvero capito il loro lavoro.

Immaginiamo quanti eleganti intellettuali siano passati davanti all’installazione in quella serata d’inaugurazione, annuendo con la testa e sussurrando paroloni ai colleghi su «alienazione moderna», «sublimazione del rifiuto», e altre serissime sciocchezze.

Ma l’arte, da che mondo è mondo, non è un gesto fine a se stesso. Se un quadro, una scultura, un brano musicale, una poesia sono davvero frutto di un atto creativo devono generare qualcosa in chi guarda, ascolta e legge. L’arte non è mai un monologo, ma un dialogo in cui si passa la palla allo spettatore.

L’unica critica davvero positiva ed entusiasta all’opera di Golschmeid e Chiari è stata proprio quella delle donne delle pulizie. Loro hanno capito tutto. L’edonismo è pigro e disordinato, ed è davvero lo specchio del nostro mondo. Noi usiamo, ci divertiamo e poi buttiamo. A volte buttiamo qualcosa addirittura prima di averlo usato del tutto, ci stanchiamo e passiamo ad altro. La fine della festa è troppo triste perché un uomo resti a guardarla: se non hai un ideale buono a cui affidarti, quei rifiuti sparsi a terra ti ricordano solo che la tua non è stata gioia, ma allegria momentanea. E forse ti ricordano che nella frenesia della festa anche tu sei stato usato come la bottiglia vuota a terra, magari qualcuno ti ha parlato o baciato solo per vincere la noia e poi è passato ad altro.

Chi ha il coraggio di pulire? Cioè: chi ha fiducia che, dopo la festa, un luogo abbia ancora senso e possa ospitare altro? Ecco, chi pulisce – anche se lo fa per lavoro – ci ricorda che l’operosa fatica di custodire le nostre dimore, alla faccia di chi vive sbronzandosi per dimenticare piccole grandi sconfitte o noie.

Ecco: se l’arte ha puntato il dito contro lo sterile e annoiato edonismo, dovremmo essere felici che qualcuno abbia risposto all’accusa, spazzando e rassettando tutto. Dovremmo ringraziare chi non ha lasciato la scena e l’ultima parola ai rifiuti.i-rimedi-contro-la-sbornia_1fccae7cfe0e331a04e5e1d20964161d

‘na tazzulella ‘e café

Il cielo è ovunque a casa sua, diceva Chesterton. Ma anche chi sta in cielo vuole sentirsi a casa; e così, spulciando nei trafiletti dei giornali, scopro che è stata progettata una macchina del caffè per lo spazio, di cui potranno servirsi gli astronauti a bordo della stazione spaziale ISS.

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Foto di Jordan Merrick

A me l’espresso manca non appena metto piede all’estero (cioè, quelle rare volte che metto piede all’estero …); per non parlare di come sono conciata ogni mattina nel tragitto letto-cucina, prima di trangugiare una tazza intera di caffè. Certo, si addice di più a una signora il verbo “sorseggiare”, ma prima di prendere il caffè io non sono una signora … e quindi non sorseggio, ma trangugio. Poi, dopo il caffè, il mondo si schiude di fronte ai miei occhi e la vita comincia e riacquisto le buone maniere.

Ecco, figuriamoci se non capisco gli astronauti. Sia dato un caloroso benvenuto a questo caffè tra le stelle. Quest’espressione spalanca all’immaginazione un regno fantastico: viene da pensare a tavolini che fluttuano nel cielo insieme a qualche sedia e camerieri eleganti che volano con vassoi pieni di tazzine. Magari un trio jazz, con piano, cantante e violoncello; anch’essi magicamente sospesi nel vuoto. E poi allegre chiacchiere tra un sorso e l’altro. Lo so che una stazione spaziale non è il Caffè Florian di Venezia, ma è più forte di me. Io mi immagino Samantha Cristoforetti e i suoi colleghi proprio come fossero al bar.

Perché il caffè evoca per noi un universo domestico, luoghi e momenti di giornaliero ristoro; e l’uomo non può fare a meno di rendere ogni domestico ogni cantuccio dell’universo, appena ci mette piede. Porta in orbita il caffè (… e penso che ne offrirebbe uno anche ai marziani). Questo è significativo: anche nei luoghi più remoti noi abbiamo bisogno di sentirci a casa. Ad esempio, in una stanza d’albergo io mi sento meglio non appena vedo i miei asciugamani in bagno e il mio pigiama sul cuscino.

Ma che casa è quella che abita l’uomo? Che posto è un mondo abitato dalla presenza degli uomini? Non è un posto perfetto.

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Foto di Thomas 8047

Che sia stato o meno casuale, dopo aver letto la notizia della macchina del caffè per astronauti ne ho letto un’altra … ehm … più terra terra. È stata arrestata a Viareggio una 42enne che derubava gli anziani dopo aver avvelenato il loro caffè: in pratica li imbottiva di sonniferi e poi toglieva loro quel poco che avevano.  Non è un crimine tra i più efferati di cui abbiamo sentito parlare, ma è tremendo. Il caffè per noi italiani è un sacro rito di ospitalità e compagnia. Al bar, di fronte a una tazzina, parli di cose importanti anche con uno sconosciuto. Una volta, una barista – mai vista prima – mi confidò in un quarto d’ora il dolore per la morte improvvisa del figlio .

Il caffè non è una bevanda, come non lo è il tè per gli inglesi. È la pozione magica che vince la solitudine, fosse anche solo per un minuto. E chi dice che scambiare due chiacchiere davanti a un caffè è un pro forma, forse ha ragione; ma è una formalità radicata su una sostanzialità dimenticata: l’uomo può cominciare a condividere con gli altri il suo spirito, solo se condivide la propria carnalità. Perché nelle situazioni più assurde, tipo quando piove e siamo senza ombrello, ci viene spontaneo vincere la ritrosia verso gli altri e metterci a parlare? Perché sono i momenti in cui ci rendiamo davvero conto che siamo tutti sotto lo stesso cielo; indaffarati con i nostri limiti ed errori; pieni di imprevisti e incidenti. Siamo creature, esseri di passaggio, e ce ne accorgiamo meglio di fronte ai fatti che enfatizzano la nostra creaturalità. Ecco: abbiamo bisogno di mangiare e bere, tutti. E nutrirsi è un momento intimo e profondo, proprio perché svela un bisogno sostanziale e anche che siamo creature bisognose (non autosufficienti). Bisognose di cibo per stare in vita. Condividere il gesto del nutrirsi con altri crea per forza una compagnia, anche momentanea, ma sincera. È un momento sacro in cui siamo davvero tutti uguali. Forse non lo siamo davanti alla legge, ma lo siamo davanti a un caffè.

Perciò mi risulta tremendo il crimine della signora viareggina, perché insinua il veleno nel domestico. È proprio come trovare un serpente in un giardino … per citare Adamo ed Eva. Basta poco, dentro il recinto della nostra domesticità, per precipitarci dalle stelle alle stalle. In questo senso, il racconto biblico del Giardino dell’Eden è più vero della storia: contiene la verità più autentica del genere umano: un piccolo seme di male è in noi ed è capace di rovinarci la festa. Sonnifero nel caffè, un trucco per fregare della povera gente che si fida, proprio perché sta bevendo un caffè. Ma non mi scandalizza dire che anche tra le stelle noi saremmo capaci di portare le stalle; saremmo cioè capaci di scombussolare la perfetta magnificenza delle stelle. Se abbandonassimo la terra per andare a stabilirci in un’altra galassia, non solo ci porteremmo dietro la nostra caffettiera, ma anche tutto ciò che le va dietro. Cioè: pur tra le stelle, l’uomo non smetterebbe di essere uomo. Non diventa un angelo solo perché ha spiccato il volo.

Foto di Kris Williams

Foto di Kris Williams

Come prima reazione, leggendo insieme quelle due notizie, ho provato amarezza; prima ho pensato: “Che bello sentire l’aroma di caffè su Orione!”, poi ho pensato che anche su Orione c’era il pericolo di bere un caffè avvelenato. Come reazione meno immediata, ho invece intuito che solo l’associazione delle due notizie ci restituisce una scena davvero autentica e interessante. Un caffè avvelenato è tragico e basta. Un caffè tra le stelle può correre il rischio di essere come certi “caffé letterari”, in cui si chiacchiera volando a un metro da terra e perdendo il senso della realtà. Insieme, creano una storia avvincente.

Per quanto non sia un’esperta, credo che il veleno sia all’origine di tanti bellissimi racconti gialli. E questo genere di storie andrebbe letto come la Bibbia, perché il racconto del mistero è uno specchio umano autentico. A volte, anzi spesso, anzi sempre, una bella storia comincia con un delitto; una bella giornata comincia con un guaio; un’avventura comincia imboccando il sentiero sbagliato. Perfino se la creatura umana più pacata fosse proiettata su un microscopico pianeta di una galassia sperduta, quel posto diventerebbe un casino. Sì, un amabile casino domestico. Di quelli che poi ti trovi a raccontare a uno sconosciuto barista dicendogli: «Lei non ha idea di quel che mi è capitato oggi …». Affermazione che, di solito, implica che l’ascoltatore cominci ad annuire … perché ne ha idea, eccome.