Tutorial per le luci di Natale

Stavo tornando a casa in auto, dopo aver portato Matilde a dormire dalla nonna; erano le nove di sera e dunque il buio la faceva da padrone, per quanto anche in una piccola città le luci notturne riempiano le strade, ma non tanto il bagliore gradevole dei lampioni bensì i flash accecanti dei cartelloni pubblicitari e delle insegne dei centri commerciali.

Ho improvvisamente notato qualcosa di nuovo in un posto che attraverso mille volte al giorno. Altro non era che una casa, l’ultima di una serie di villette a schiera. Dubito che fosse precipitata giù dal cielo in quell’istante, sono certa che sia lì da molto tempo eppure io non l’avevo mai vista. Ci sono alcuni alberi che coprono in parte la vista, c’è soprattutto l’impero luminoso di un supermercato che cattura su di sé l’attenzione.
Ma ieri sera era impossibile non notare quella casa: era stata addobbata per le feste

natalizie con luci di ogni colore e genere; un putiferio di argenti intermittenti, rossi accecanti, stelle blu e renne verdi. E molto altro. Ne ho dedotto che i proprietari non abbiano letto tutte le newsletter che io ho ricevuto da Ikea, Maison du Monde e Dalani per decorare in modo elegante la propria dimora.

Il must è: non mescolare gli stili. C’è il tema del Natale al Nord, allora tutte le decorazioni devono essere pelose; c’è il Natale classico, allora tutte le decorazioni devono essere sul rosso e dorato; c’è il Natale chic, allora tutte le decorazioni devono essere argentate, anzi silver.
I miei sconosciuti amici della casa ultraluminosa hanno fatto un casino pazzesco assemblando ogni genere di aggeggio elettrico. Ne deduco che hanno fatto bene.

L’edificio sembrava un’astronave in fase di atterraggio, ma è stata la prima volta che l’occhio è caduto sulla casetta e non sul supermercato. Spesso e volentieri ci inducono a essere affamati di cose assolutamente non indispensabili (vuoi non aver bisogno della Nespresso? vuoi fare a meno dell’Iphone X? perché non ti sei già dotato dell’orologio smart?). Per una volta la dimora ha vinto sul consumismo e mi ha ricordato una fame che è attesa, anche quando è inconsapevole.

La fame di luce non è mai abbastanza e chi vuole codificarla col metro della moda prende un abbaglio (non un’illuminazione!). Quando ero sposata da poco e la popolazione infantile non aveva ancora invaso le nostre stanze, anche io fantasticavo di avere un casa total-white per Natale: decorazioni interne ed esterne tutte devote al candore, presepe tutto bianco e luci altrettanto bianche. Era un modo chic di guastare l’evento debordante che è la Luce del Natale. Da quando ci sono i bambini sono arrivati i colori, mescolati e di ogni genere. Ogni anno si aggiunge qualcosa, non necessariamente en pendant col resto.
Perché siamo entusiasti di festeggiare che la Luce nasca nel mondo e la gioia si accompagna a una certa ebbrezza per nulla elegante e morigerata. Quando sta per arrivare un amico a casa, i bambini saltano dappertutto e urlano. Noi aspettiamo il Bambin Gesù in modo altrettanto scoordinato e allegro.
Mi fa un’immensa tenerezza osservare queste case che di sera s’illuminano come fuochi d’artificio permanenti. Ci sono troppe false luci attorno a noi, vetrine attira-clienti di ogni specie, finalmente a Natale qualcosa le sovrasta quasi nascondendole: sono alberi illuminati, finestre e balconi decorati, giardini guizzanti di palline colorate.

La mia tenerezza è per il senso inconsapevole d’attesa. Tutte le luci domestiche natalizie sono un addobbo piacevole e divertente in sé, e potrebbero essere nulla più di ciò; molti lo fanno perché l’atmosfera del Natale è bellissima. Eppure, non di meno, la luce è un segnale. Come infiniti fari, queste casette di quartiere vestite a festa – forse i loro proprietari lo ignorano – stanno chiedendo che la nave giusta attracchi nel loro porto. Con le luci festose chiedono che la Luce venga ad abitare tra loro. I cuori lo chiedono senza saperlo, anche se non celebrano i riti religiosi dell’Avvento.
Perché ci piace la luce se non perché illumina? Perché di notte è bello vedere le tenebre rischiarate da pupazzi e alberi accesi di rosso, arancione, bianco e azzurro? Il senso di noi, degli eventi, delle emozioni è un calderone oscuro, un guazzabuglio selvatico; per l’anima vale la stessa regola di un black-out improvviso: ti precipiti a cercare una candela o una pila.
Il nostro odierno black-out è paradossale perché sovrabbonda di luci ammiccanti e perciò ci dà l’idea che pur stando fermi ogni risposta sia recapitabile a casa, ogni problema risolvibile on line, ogni cruccio appianato dal prodotto giusto. I Saggi invece si misero in viaggio dietro una stella. È bello, bellissimo, che tutte queste nostre luci  squadernino – esageratamente pacchianamente – il bisogno insopprimibile anche quando inconscio di una chiarezza vigorosa sul senso di tutto ciò che facciamo, ma per distinguere una bella novità oggigiorno occorre affacciarsi alla finestra, mettersi di buona lena e aguzzare la vista fino a intravedere un lumino piccino dentro la mangiatoia di Betlemme, che da 2000 anni non si è ancora spento.

Il bosco (o il desiderio?) verticale

img-bosco1-1000x749Cosa sarebbe successo a Cappuccetto Rosso se la nonna avesse abitato nel bosco verticale? È la prima cosa a cui ho pensato quando mi sono trovata a Milano ai piedi di questi edifici ultra moderni e chic. Ho immaginato la bimba col mantello color rubino tutta bardata da alpinista che scala la facciata esterna del grattacielo per raggiungere il ventitreesimo piano dove sua nonna è alloggiata. Poi ho immaginato il lupo che prende la scorciatoia per arrivare nel medesimo luogo e corre a perdifiato su per le scale … ma – per fortuna! – il cacciatore ha preso l’ascensore e bum! gli spara proprio davanti alla porta di casa della nonna.

Poi ho immaginato che la nonna di Cappuccetto Rosso non avrebbe potuto permettersi di abitare nel bosco verticale. La sua pensione non le avrebbe permesso neppure di accedere all’atrio del bosco verticale. Ed è qui che la fiaba si è interrotta.

L’idea architettonica dei grattacieli verdi è pazzesca. Funziona, perché è molto green, è trendy ed è chic. Unisce il condominio alla foresta. Il grattacielo si ramifica. La forma rigida e fredda del casermone di decine di piani sparisce, tra le forme di giganteschi alberi, arbusti colorati, piante fiorite; gli uomini abitano impilati gli uni sugli altri, ma hanno l’impressione di stare nella casetta sull’albero. Quegli appartamenti però non hanno nulla a che vedere con un piccolo rifugio di legno tra i rami; sono costosissime dimore per un pubblico esclusivo e sofisticato. L’idea abitativa è allettante: «si tratta di un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima».

Bello, bellissimo da vedere. Io amo i fiori e le piante, mi dedico al massimo delle mie capacità a curare il mio minuscolo giardino: ad esempio, ho salvato un limone dalle gelate di quest’inverno e vederne le foglioline nuove spuntare mi dà l’idea che la speranza abita tra noi, in carne e ossa … e foglie.

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foto di Jerome S

Ma il bosco è sempre stato orizzontale. L’idea di esplorarlo, di potersi perdere, di fare un pic-nic, di raccogliere funghi è sempre stata democratica, accessibile a tutti. Disporlo in verticale, con costi di gestione molto alti, enfatizza le disparità sociali del nostro tempo: molti moltissimi sono a livello asfalto e tirano a campare, pochi pochissimi si godono la fresca aria degli attici ultralusso.

Non sono affatto contro l’idea del bosco verticale, anzi. Mi amareggia la versione chic che solo i privilegiati possono godersi a costo altissimo. Quando invece una pianta e un albero hanno solo bisogno di luce e acqua, cose che tutti possono permettersi perché basta … una finestra e la pioggia.

A ben vedere, da quando conosco Milano, di boschi verticali ce ne sono sempre stati. Tendenzialmente, quando visito la grande metropoli del Nord, ci arrivo in treno: venendo da Bologna, un tempo c’era un regionale fantastico che andava lentissimo e mi godevo la vista appieno, ora esistono sono quelli ad alta velocità e gli occhi faticano a stare concentrati sugli oggetti che sfrecciano via.

Panni-stesPerò la visione resta. Dopo Lodi, i campi via via spariscono – e insieme a loro i radi boschetti orizzontali – e i binari, inoltrandosi via via nel centro città, offrono scorci su certi edifici alti e fatiscenti, pieni zeppi di finestre e minuscoli balconi. I muri sono neri per lo smog, l’intonaco cade a pezzi, murales e pubblicità coprono le facciate ad altezza strada. Tutto suggerirebbe tristezza e povertà, una vita misera da formiche schiacciate nella grande metropoli.

Eppure quei minuscoli balconi traboccano di vasi, piante e panni stesi. Sono pertugi microscopici che esplodono di vita, letteralmente. Il muro vecchio e incrostato scompare, vivacizzato da lenzuoli e pantaloni d’ogni colore che sventolano appesi. E ti viene da chiedere come possa starci tutta quella roba in uno stendino minuscolo, attaccato a una finestrella altrettanto minuscola.

È come vedere un enorme getto di fuoco che esce dalla bocca di un gattino, anzichétorino_VIA-PASTRENGO2 di un drago. È un’esuberanza fuori scali, esagerata che mi ha sempre suggerito la vita viva di chi abita lì dentro. Saranno uomini e donne e bambini che fanno fatica ad alzarsi il lunedì mattina, magari che stentano ad arrivare a fine mese, ma che lasciano tracce vivaci della loro presenza.

Le piante sono così rigogliose che sembrano precipitare dai balconi; le foglie e i rami s’infilano tra le esili inferriate e crescono a dismisura. I fiori giganteggiano coi loro colori sfacciati. Sembra un paradosso come un fiore nel deserto; a tutti quelli che hanno pontificato sulla miseria della periferia, sull’aridità della vita moderna, sul disagio umano dei quartieri popolati, quei piccoli arbusti fioriti che debordano dalle piccole finestre scrostate stanno a dire che – sì – ovunque c’è un uomo, c’è un ardore di vita.

Non credo quei vegetali – gerani, aralie, tageti, ficus – se ne siano occupati i paesaggisti laureati che curano il grattacielo col bosco verticale. Eppure il tripudio della natura ha sortito il medesimo effetto.

E mi pare un’immagine autentica di cosa sia il desiderio.

Non conta se sei esodato, drogato, cassaintegrato, ragazza madre, pensionato con la minima, giovanotto sbandato; lì dove c’è un uomo c’è un’attesa, un desiderio di fiorire vivendo. Il fiore è cocciuto e sboccia anche in una crepa dell’asfalto. Può essere che la vita non ti riservi altro che dolore, batoste e gran sudore per mantenere i tuoi cari; ma con un paio di euro – un giorno – prendi un vasetto di gerbere al discount. È tutto sciupato e appassito, perché è lì da chissà quanto e nessuno lo annaffia. La commessa ti fa pure lo sconto. Lo metti sulla finestra del cucinotto, verrà inondato dagli odori di fritto e stufati. Con un po’ d’acqua si riprende e dopo un po’ di tempo ti accorgi che quella pianticella è così cresciuta che devi rinvasarla.

Ci sono piante così «entusiaste» – come l’anima di ogni uomo – a cui basta davvero niente e diventano sempre più grandi e rigogliose, devi rinvasarle, e rinvasarle, e rinvasarle. Gli sta pure bene se usi un qualsiasi barattolone di plastica trovato nel ripostiglio. Che ne sa la pianta che il balcone ormai è troppo piccolo per lei? Lei cresce, a dismisura anche in uno spazio risicato. Per le foglie basta l’aria e la luce. Per le radici basta la terra e l’acqua.

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Prima e dopo

Non è niente di che … l’ho girato col telefonico mentre camminavo (e si vede). Era ieri, un giorno qualunque, in un caldo pomeriggio qualunque.
Ma è giusto per dire cos’è la poesia. Soprattutto è per quelli che credono che sia roba pallosa per eruditi.
… il “prima e dopo” non vale solo per i prodotti cosmetici, ma anche per la realtà, che a volte ci sembra banale se qualcuno non ce la fa “vedere”.

Il testo è di Eugenio Montale – Ora sia il tuo passo

Alluvioni ed esondazioni. Il maltempo e il nostro tempo.

maltempo

Nel 1952, a un anno di distanza dall’alluvione nel Polesine, Dino Buzzati scrisse un articolo sul Corriere della sera che è attuale, pensando a chi in queste ore vive un grande dramma.

«Eppure a rimanere qui in città coi piedi asciutti, la casa riscaldata e la minestra in tavola ci sembrava un tradimento.  Ma laggiù a che potevamo servire?

Questo per dire come in circostanze simili il sentimento – pur nobilissimo – prenda spesso il sopravvento sul cervello. E come sia relativamente facile abbandonarsi all’onda della bontà collettiva, nell’eccitazione del momento, ma sia invece difficile durare, che è la cosa più importante. Perché non essere sinceri? Di fronte a una disgrazia noi siamo dispostissimi a commuoverci e a fare anche un sacrificio; purché, compiuto il sacrificio e versate le lacrime del caso, noi possiamo tornare ai fatti nostri. […]. Fatto il proprio dovere verso la sventura altrui, l’uomo si sente come alleggerito, e in cuor suo ci fa un bel frego sopra.  Tutto questo è umano, umanissimo. Siamo fatti così e sarebbe ipocrisia stupida negarlo. Non solo, tanta capacità di dimenticare è salvezza, la vita se no si fermerebbe e non faremmo che piagnucolare tutto l’anno.

Però ogni tanto capitano disgrazie lunghe che non si esauriscono in una frazione di secondo. Accadono delle afflizioni che colpiscono vaste contrade e per smaltirle occorre un’immensa quantità di tempo. Certo, sono straordinariamente incomode, queste disgrazie. Perché allora non basta gettarsi contro la calamità a capofitto, con l’impeto di un assalto alla baionetta. Bisogna invece tener duro e aspettare, e non lasciarsi buttar giù dalla stanchezza, con l’ostinazione di una guerra di trincea. Sì, sono maledettamente incomodi, tali accidenti, inadatti alla nostra debole e instabile natura. Qui tuttavia si misura la tempra degli uomini, se sono soltanto dei temperamenti passionali e sensitivi, pronti a scaldarsi e altrettanto veloci a raffreddarsi o se meritano veramente il nome di uomo. Qui si vede se un popolo, una città, una famiglia ha in sé una vera forza morale o invece è vuoto di dentro».

http://www.youreporter.it/video_ESCLUSIVA_Serra_Ricco_torrente_travolge_auto_un_disperso

Belìn!

 

Appa Sarzano

 

Appa Sarzano. Per me tutto comincia da questo appartamento di universitari affacciato su Genova. Città di mare, da cui simbolicamente m’imbarco anch’io. Cristoforo Colombo spintonami tu…

Fra circa un mese uscirà il mio libro, che s’intitola come questo blog. Una frase così, spudoratamente promozionale, mi suonerebbe già male se non fosse che ho visto, tra gli amici di Genova, cosa vuol poi concretamente dire mettersi a parlare di qualcosa che ho scritto io … ed è tutt’altro che un esercizio di vanità.

Questi intraprendenti ragazzi mi hanno invitato a presentare il suddetto libro, prima che sia uscito…essendo un gesto folle, mi è piaciuto. Ne è poi conseguito che ho avuto la possibilità di visitare Genova, le vie della città vecchia cantate da De André (…ora popolate da ecuadoregni e islamici, e in cui gli odori liguri si mescolano a quelli del kebab), le mille chiese e chiesette che spuntano ovunque in quei vicoli strettissimi, il porto. E poi, l’Appa Sarzano: la casa di questi 10 giovani studenti, il cui terrazzo abbraccia a 360° il panorama della città, spingendo l’occhio a vedere, oltre la Lanterna, fino a Ventimiglia.

Foto di guidosky

Foto di guidosky

È stato lì, circondata da ragazzi e ragazze ed esposta alla luce romantica del tramonto, che ogni timore e pensiero di vanità egoistica è scomparso. Mi sono sentita simile al signor Pickwick, quando comincia le sue avventure e sentenzia – più o meno – : “Bé, io potrei starmene a guardare il mondo dietro la mia finestra, e vedrei tutto ciò che mi passa sotto gli occhi. E, invece, per conoscerlo davvero, io ci mi ci butto in mezzo”. Su quel terrazzo, mi son sentita anch’io IN MEZZO (ai tetti della città, alle voci allegre dei giovani), forse ero proprio nel mezzo del cammin di NOSTRA vita.

In fondo è esattamente questo il messaggio che ho tentato di mettere per iscritto nel mio libro: uno non può risolvere il mistero e l’enigma della sua persona in solitudine, deve buttarsi in mezzo alla vivace realtà per “mettersi alla prova”. È questo il punto da cui Dante comincia, la vita è nostra eppure sono io che mi ritrovai; e da quel momento in poi comincia il suo viaggio, che è un immergersi tra migliaia di uomini. Per ritrovare la diritta via, Dante non fa yoga o non si mette a riflettere, si butta dentro l’umanità (le sue grida, le sue risate, gl’insulti, gli abbracci).

… e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate

M’apparecchiava. Curioso, – e dicendo questo forse la mia credibilità accademica franerà rovinosamente… ma non è un problema – uno dei primi compiti domestici che affidiamo ai nostri figli è quello di aiutarci ad apparecchiare la tavola. Che sia forse l’unica grande cosa che dobbiamo insegnar loro? E imparare noi? Sì, perché etimologicamente il verbo “apparecchiare” significa “trovare a ogni cosa il suo pari, il suo simile”. Sei pronto a scendere in campo ogni giorno, nelle cose che devi e vuoi fare, sapendo che stai cercando il tuo pari, il tuo simile? E cosa puoi dire che sia pari e simile a ciò che c’è dentro la tua anima?

È un cammino di guerra, perché ti è simile – hai dentro – non solo il bello e il buono, ma anche il sordido. È, perciò, anche un cammino di pietà, perché la cosa più simile a noi e che desideriamo è qualcosa o qualcuno che ci ami e ci perdoni nella nostra intera conflittualità e bellezza.

Pensando a questo, mi è sembrato interessante il fatto che spenderò i prossimi mesi con lo zaino in spalle “a promuovere il mio libro”. In fondo, devo pensarlo come un mestiere domestico. Mi sto apparecchiando, sto mettendo ciò che sono sulla tavola della realtà. Chissà che ne verrà fuori… Belìn! …come dicono i miei amici genovesi…

Tavola

Foto di Ilaria

«Il limone già tagliato, i bicchieri puliti, la tovaglia di bucato; e la voglia di mangiare. Sono impaziente; mi guardo le mani, mi specchio ai vetri della finestra. nessuna stanza è bella come questa; e la mia anima è anche più gaia dell’aria: il limone, i bicchieri, i piatti sono belli perché miei. Il senso di averli e loro stessi sono una cosa sola. Ed è una sola realtà». Federigo Tozzi, da Bestie