Morte, venga il tuo regno

Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno.

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Moltissimi stanno piangendo la morte di Chester Bennington, taluni non piangerebbero se si scegliesse la morte per Charlie Gard. In questo tempo di suicidi eccellenti ed eutanasie urbi et orbi, mi ritorna a galla un pensiero balzano: la morte è una cosa buona e giusta.

Forse il talentuoso Chester lo avrà pensato, il suo cuore tormentato avrà visto nel sonno eterno qualcosa di più buono dei mostri che gli attanagliavano l’anima; forse certi dottori pensano che staccare la spina sia il gesto più buono che si può fare verso un bambino come Charlie, che lotta con una malattia gravissima.

No, non è in questo senso che ho rimuginato sulla bontà della morte; non è nell’accezione con cui si vuole giustificare un suicidio o un’eutanasia che trovo il valore provvidenziale della morte.

Semmai è il contrario. La morte ci svela il suo lato buono, quando è crudele: inaspettata. È una forza la cui azione non dipende da noi. Malattia, incidente, vecchiaia; quando accade naturalmente, cioè all’interno delle imprevedibili, tragiche variabili della realtà, è corretto dire che noi subiamo questo estremo evento che ci spegne.

Subire è un verbo che ci piace poco. Ma è l’ultimo di cui faremo esperienza sotto il sole. Accoglieremo nel nostro corpo la venuta della Signora con la Falce e sarà lei a condurre un gioco a noi sconosciuto. Qualcuno, il Santo di Assisi, ha osato chiamarla Sorella: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale». Perché? Perché chiamarla con un nome parentale affettivo? Perché lodare?

Subire è un verbo che significa andare sotto, magari viene spontaneo associarlo all’idea di finire sottoterra; vorrei invece pensarlo in termini archeologici, scavando sotto può venire alla luce un reperto inestimabile e invisibile dalla superficie.

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Foto di Eric Vondy

Il signor Gilbert Chesterton scrisse un libro entusiasmante in cui si prefissava di difendere le cose generalmente definite brutte: tra queste difese anche gli scheletri. Il suo discorso comincia dalle scuse rivoltegli da certi contadini per la presunta bruttezza di certi alberi; GKC visitò un antichissimo bosco inglese in inverno, trovandosi immerso tra tronchi nudi. I contadini del luogo erano avviliti, avrebbero preferito che quel celebre scrittore avesse goduto del luogo durante il meraviglioso rigoglio primaverile ed estivo.

Chesterton li rassicurò:

Quando quel salutare asceta chiamato inverno passa il suo enorme rasoio su colline e valli, e tosa tutti gli alberi come monaci, vedendoli spogli sicuramente si ha l’impressione che assomiglino ancor di più a degli alberi.

( da L’imputato, in difesa di ciò che c’è di bello nel brutto del mondo)

Gli rimase però nel cuore lo sconforto di quegli uomini che si scusavano per lo spettacolo ritenuto sgradevole: «Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno».

Ecco il punto rispetto a cui occorre fare una vigorosa capriola. Subire, accettare l’inverno può essere la strada per scoprire una bellezza profonda. L’albero è più albero in inverno.

Non mi permetterei mai di dire che le foglie sono una cosa brutta; la loro varietà di forme e di colori mi lascia incantata a ogni primavera, lo stormire delle fronde è una ninna nanna quasi materna. Però proviamo ad inoltrarci sul sentiero di un paradosso coraggioso. E se fosse un’indicazione preziosa per la vita ricordarsi che l’ultima cosa di cui corporalmente faremo esperienza sarà una privazione, una sottrazione?

Da questo punto di vista noi incontriamo la morte molto spesso durante la vita, tutte le volte in cui i nostri progetti vanno a monte, o ci accorgiamo di aver preso la strada sbagliata e cambiamo, o un’idea bellissima ci si smonta tra le mani, o falliamo in un’impresa a cui ci siamo dedicati anima e corpo. Muore qualcosa di noi, viene meno.

Qualcuno disse che solo il seme che muore dà frutto. Per lo stesso motivo per cui per vedere bene la strada occorre pulire i vetri dell’auto. Il nostro io più sincero non ama mostrarsi in superficie, il suo compito è stare dove ci sono le fondamenta e curarle; al nostro orgoglio invece piace molto l’aria fresca e luccicante che si respira esibendosi ai quattro venti.

L’albero è più albero in inverno; cioè: se un qualunque rasoio passa ad accorciare l’orgoglio, è probabile che il tronco dell’io emerga alla nostra vista. E non è detto che abbia un aspetto mirabolante o affascinante, eppure la sua nudità è la bellezza più grande di noi. L’unico compito che abbiamo nella vita è scavare in cerca di questo io nascosto, originario, piccolo, autentico, delicato, prezioso.

E non ci si arriva grazie ad azioni volitive come «ottenere», «aggiungere», «aumentare», «moltiplicare». Tutti questi sono mascheramenti. L’unica strada è quella che passa dal subire ed è un percorso di approfondimento tutt’altro che passivo. Cosa vedo di me allo specchio quando mi strucco? Cosa ci vedo quando ho pianto per una sconfitta? Cosa ci vedo quando una sofferenza mi ha prostrato a terra? Cosa ci vedo quando sono stato licenziato?

Il rasoio della morte è questa vista nuda, senza fronzoli di circostanza. In questi momenti cruciali sentiamo una voce che sale su dal profondo, forse sussurra solamente. È l’umiltà della radice che nutre la pianta. Le foglie sono bellissime, ma con loro l’albero non potrebbe reggersi in piedi. Così è per l’orgoglio, quella debordante maschera che, finché tutto procede bene, regge e governa la nostra volontà. Non è esclusivamente negativa, si chiama anche tenacia, desideri grandi, sogni. Ma è un regno in cui siamo noi a tenere il rasoio in mano. Tagliamo quello che non ci piace. Chester Bennington ha tagliato la sua vita nel punto in cui voleva lui; qualcuno vorrebbe fare la stessa cosa con Charlie, perché non vede nulla più di vita in lui

È paradossale rendersi conto che solo quando è la realtà a tenere in mano il rasoio che emerge la luce più intensa di noi. L’umiltà di una batosta è un colpo benedetto per cambiare prospettiva, senza essere masochisti. Lì, nel buio di una perdita viviamo il privilegio di vivere a tu per tu con noi stessi, ci conosciamo a nudo, ci guardiamo per intero. E questo è fiorire, il frutto del seme che muore. Forse in questi momenti di vera autenticità siamo solo capaci di balbettare o sospirare. È il tessuto scabro del vero.

Quante storie abbiamo sentito di gente che ha cambiato vita dopo un dolore, un incidente, una sconfitta e ha ritrovato se stessa? Queste voci colpiscono sempre per l’entusiasmo vivo con cui ci contagiano. Insinuano la coraggiosa ipotesi che la sottrazione sia un’occasione.

Più ci penso, ed è balzano lo so, più sento che il senso della vita non sia nei riconoscimenti, nei traguardi, nei premi, ma in questi attimi fuggenti di sincerità nuda: poter guardare a se stessi e ascoltarsi, per una volta, senza fronzoli. Io sono. Punto e basta. Capirlo sempre più fondo, a suon di riduzioni.

Ogni piccola tappa nel percorso della vita non è altro che un passo verso una coscienza più baldanzosa nell’accorgersi del «io sono». Anche se non «sono bravo», «sono direttore», «sono impegnato nelle cause sociali», «sono chef».

Qualcuno ha voluto la mia presenza nel mondo, senza accessori, senza competenze, senza se e senza ma. Se il Padreterno avesse voluto che la vita fosse un fiorire di eccellenze e bravure non avrebbe scelto come scena finale una diminuzione, ma un tripudio di moltiplicazioni. Il finale deve per forza essere un’esaltazione del senso di una storia. Cosa esalta di noi Sorella morte? La ridicola finitezza? L’impotenza? Non credo.

Credo che sia il riflettore che illumina il protagonista: la presenza di un piccolo essere irripetibile, così prezioso da passare all’eterno.

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Foto di Vladimir Pustovit

Il bosco (o il desiderio?) verticale

img-bosco1-1000x749Cosa sarebbe successo a Cappuccetto Rosso se la nonna avesse abitato nel bosco verticale? È la prima cosa a cui ho pensato quando mi sono trovata a Milano ai piedi di questi edifici ultra moderni e chic. Ho immaginato la bimba col mantello color rubino tutta bardata da alpinista che scala la facciata esterna del grattacielo per raggiungere il ventitreesimo piano dove sua nonna è alloggiata. Poi ho immaginato il lupo che prende la scorciatoia per arrivare nel medesimo luogo e corre a perdifiato su per le scale … ma – per fortuna! – il cacciatore ha preso l’ascensore e bum! gli spara proprio davanti alla porta di casa della nonna.

Poi ho immaginato che la nonna di Cappuccetto Rosso non avrebbe potuto permettersi di abitare nel bosco verticale. La sua pensione non le avrebbe permesso neppure di accedere all’atrio del bosco verticale. Ed è qui che la fiaba si è interrotta.

L’idea architettonica dei grattacieli verdi è pazzesca. Funziona, perché è molto green, è trendy ed è chic. Unisce il condominio alla foresta. Il grattacielo si ramifica. La forma rigida e fredda del casermone di decine di piani sparisce, tra le forme di giganteschi alberi, arbusti colorati, piante fiorite; gli uomini abitano impilati gli uni sugli altri, ma hanno l’impressione di stare nella casetta sull’albero. Quegli appartamenti però non hanno nulla a che vedere con un piccolo rifugio di legno tra i rami; sono costosissime dimore per un pubblico esclusivo e sofisticato. L’idea abitativa è allettante: «si tratta di un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima».

Bello, bellissimo da vedere. Io amo i fiori e le piante, mi dedico al massimo delle mie capacità a curare il mio minuscolo giardino: ad esempio, ho salvato un limone dalle gelate di quest’inverno e vederne le foglioline nuove spuntare mi dà l’idea che la speranza abita tra noi, in carne e ossa … e foglie.

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foto di Jerome S

Ma il bosco è sempre stato orizzontale. L’idea di esplorarlo, di potersi perdere, di fare un pic-nic, di raccogliere funghi è sempre stata democratica, accessibile a tutti. Disporlo in verticale, con costi di gestione molto alti, enfatizza le disparità sociali del nostro tempo: molti moltissimi sono a livello asfalto e tirano a campare, pochi pochissimi si godono la fresca aria degli attici ultralusso.

Non sono affatto contro l’idea del bosco verticale, anzi. Mi amareggia la versione chic che solo i privilegiati possono godersi a costo altissimo. Quando invece una pianta e un albero hanno solo bisogno di luce e acqua, cose che tutti possono permettersi perché basta … una finestra e la pioggia.

A ben vedere, da quando conosco Milano, di boschi verticali ce ne sono sempre stati. Tendenzialmente, quando visito la grande metropoli del Nord, ci arrivo in treno: venendo da Bologna, un tempo c’era un regionale fantastico che andava lentissimo e mi godevo la vista appieno, ora esistono sono quelli ad alta velocità e gli occhi faticano a stare concentrati sugli oggetti che sfrecciano via.

Panni-stesPerò la visione resta. Dopo Lodi, i campi via via spariscono – e insieme a loro i radi boschetti orizzontali – e i binari, inoltrandosi via via nel centro città, offrono scorci su certi edifici alti e fatiscenti, pieni zeppi di finestre e minuscoli balconi. I muri sono neri per lo smog, l’intonaco cade a pezzi, murales e pubblicità coprono le facciate ad altezza strada. Tutto suggerirebbe tristezza e povertà, una vita misera da formiche schiacciate nella grande metropoli.

Eppure quei minuscoli balconi traboccano di vasi, piante e panni stesi. Sono pertugi microscopici che esplodono di vita, letteralmente. Il muro vecchio e incrostato scompare, vivacizzato da lenzuoli e pantaloni d’ogni colore che sventolano appesi. E ti viene da chiedere come possa starci tutta quella roba in uno stendino minuscolo, attaccato a una finestrella altrettanto minuscola.

È come vedere un enorme getto di fuoco che esce dalla bocca di un gattino, anzichétorino_VIA-PASTRENGO2 di un drago. È un’esuberanza fuori scali, esagerata che mi ha sempre suggerito la vita viva di chi abita lì dentro. Saranno uomini e donne e bambini che fanno fatica ad alzarsi il lunedì mattina, magari che stentano ad arrivare a fine mese, ma che lasciano tracce vivaci della loro presenza.

Le piante sono così rigogliose che sembrano precipitare dai balconi; le foglie e i rami s’infilano tra le esili inferriate e crescono a dismisura. I fiori giganteggiano coi loro colori sfacciati. Sembra un paradosso come un fiore nel deserto; a tutti quelli che hanno pontificato sulla miseria della periferia, sull’aridità della vita moderna, sul disagio umano dei quartieri popolati, quei piccoli arbusti fioriti che debordano dalle piccole finestre scrostate stanno a dire che – sì – ovunque c’è un uomo, c’è un ardore di vita.

Non credo quei vegetali – gerani, aralie, tageti, ficus – se ne siano occupati i paesaggisti laureati che curano il grattacielo col bosco verticale. Eppure il tripudio della natura ha sortito il medesimo effetto.

E mi pare un’immagine autentica di cosa sia il desiderio.

Non conta se sei esodato, drogato, cassaintegrato, ragazza madre, pensionato con la minima, giovanotto sbandato; lì dove c’è un uomo c’è un’attesa, un desiderio di fiorire vivendo. Il fiore è cocciuto e sboccia anche in una crepa dell’asfalto. Può essere che la vita non ti riservi altro che dolore, batoste e gran sudore per mantenere i tuoi cari; ma con un paio di euro – un giorno – prendi un vasetto di gerbere al discount. È tutto sciupato e appassito, perché è lì da chissà quanto e nessuno lo annaffia. La commessa ti fa pure lo sconto. Lo metti sulla finestra del cucinotto, verrà inondato dagli odori di fritto e stufati. Con un po’ d’acqua si riprende e dopo un po’ di tempo ti accorgi che quella pianticella è così cresciuta che devi rinvasarla.

Ci sono piante così «entusiaste» – come l’anima di ogni uomo – a cui basta davvero niente e diventano sempre più grandi e rigogliose, devi rinvasarle, e rinvasarle, e rinvasarle. Gli sta pure bene se usi un qualsiasi barattolone di plastica trovato nel ripostiglio. Che ne sa la pianta che il balcone ormai è troppo piccolo per lei? Lei cresce, a dismisura anche in uno spazio risicato. Per le foglie basta l’aria e la luce. Per le radici basta la terra e l’acqua.

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Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Il miracolo doloroso di Rigopiano

 

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«Se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto sarebbe mio! E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!». (da L’idiota)

Lo scrittore russo Fedor Dostoevskij fu condannato a morte per aver preso parte a una società segreta con fini sovversivi; la grazia da parte dello zar gli venne comunicata pochi minuti prima della fucilazione, il 19 dicembre 1849. Non fu un caso provvidenziale, bensì una forma di sadismo del regime che già da molto prima sapeva della grazia concessa. A un passo dalla morte Dostoevskij fu salvato, quest’evento lo segnò per il resto della vita e nel romanzo L’idiota fece pronunciare a un personaggio la frase citata in apertura, specchio dei pensieri stessi dello scrittore.

rondoninaturaDella natura non si può dire che sia sadica, «non è madre, e non è matrigna. Lo sapeva Francesco il santo e poeta: è sorella» (scrive in un tweet il poeta Davide Rondoni).

Eppure mentre tutti eravamo incollati, col cuore lacerato, a guardare in TV le immagini che giungevano da Rigopiano, veniva proprio da pensare alla Natura a cui dà voce Leopardi nelle Operette Morali:

«Quando io vi offendo in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte; come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose per dilettarvi o giovarvi. E, finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei» (Dialogo della natura e di un islandese).

hotel_rigopiano_01-resortL’incuranza della natura ospita una creatura capace di cura. Il bellissimo resort di Rigopiano era stato costruito – si potrebbe dire, rubando le parole della Natura leopardiana – «per dilettarvi e per giovarvi», un’impresa creativa pensata per vacanze serene e gioiose. L’uomo è capace di quella cura che la natura ignora, riversando – per casi meteorologici e tellurici incontrollabili – un gigante di neve sopra tanti piccoli e inerti essere umani. Piccoli, piccolissimi. Schiacciati e spariti. Invisibili sotto un candore immenso e mortale.

L’uomo è anche capace di soccorso. Tutta Italia si è inchinata commossa di fronte agli operatori del soccorso alpino che, vedendo bloccato l’accesso al hotel, si sono messi a marciare in fila sugli sci per 9 km e da allora, ininterrottamente per giorni, lavorano e non demordono. Qualcuno su Twitter ha scritto questo encomio:

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Il signor Tommaso Tani vorrebbe essere realista. Eppure usa due parole che esulano dagli assi cartesiani del naturalismo: «ringraziate» e «soccorso». Ma sono profondamente ragionevoli, cioè spiegano una verità che è esperienziale eppure trascende il naturale. Se una gazzella viene risparmiata da una leonessa perché sopraggiunge un branco di elefanti che distrae il grosso felino, la gazzella non va a ringraziare i pachidermi. Se un albero cade in un bosco a causa di un fulmine, i suoi fratelli alberi non vanno a soccorrerlo.

Se la natura, intesa nel suo insieme di esseri vegetali e animali, è incapace di «ringraziare» e di «soccorrere», perché fa parte di essa un essere che possiede questo plus. Da dove gli viene, chi glielo dà all’uomo questo plus, visto che la natura non ne è depositaria?

Ecco, il signor Tani – a sua insaputa, evidentemente – tratta l’uomo da quel capolavoro che è, non interamente spiegabile in termini naturalistici. Un seme divino, soprannaturale, è nel DNA di chi è capace di ringraziare e soccorrere. Io, perciò, ho pregato molto, senza saper bene cosa chiedere o sperare: ho solo rivolto al Mistero un’intensa chiamata, mettendogli in mano tutta la mia commozione. Stringevo più forte i figli accanto a me, intanto.

E poi – quasi incredibilmente – ci è piombato addosso il miracolo. Un miracolo fatto di dolore, perché sotto le macerie e la neve ci sono molte vittime. Ci sono dei corpi ancora irraggiungibili, e questo lacera il cuore. Però, ci sono dei vivi – grida a un certo punto un vigile del fuoco. Fosse anche solo 1 verrebbe da ringraziare. Invece sono 6 … invece sono 8 … tutti i bambini sono salvi. Tutti i bambini sono salvi, bisogna ripeterselo per convincersi che è vero.

Li tirano fuori da un piccolo pertugio, un buchetto stretto stretto in mezzo a un mare di neve. E i vigili del fuoco che li estraggono sembrano ostetriche, che li fanno nascere per la seconda volta tirandoli fuori dal grembo scuro della madre terra. Una delle donne salvate ha proprio detto: «Sono nata di nuovo».

Molto molto tempo fa un certo Nicodemo rimase perplesso di fronte alle parole di Gesù, noi ora forse – con questa vicenda tragica e miracolosa negli occhi – possiamo intuire il senso di quello strano discorso:

Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Gli replicò Nicodemo: “Come può accadere questo?” (Vangelo di Giovanni, cap. 3)

Chiediamolo a Dostoevskij. C’è una nascita biologica, uguale per tutti che accade nel dolore, per la madre e per il bimbo. Ed è un dolore fecondo quello dello parto, un urlo, uno stringimento, che si fanno apertura e dilatazione. Raggomitolato nel buio dell’utero, il bimbo scende nel canale vaginale, si fa ancora più stretto e schiacciato. Il battito del suo cuore accelera, finché esce e piange, forte. appenanato

C’è una nascita spirituale, che accade sempre attraverso un dolore fecondo; sono quei casi urgenti che ci fanno percepire l’immenso dono che è l’esserci. Di fronte al fucile del boia, qualcuno dice: sei salvo. Il condannato a morte era già sprofondato nel ventre scuro della morte, del nulla. Aveva già detto addio a tutto, forse anche a cose che francamente detestava da vivo. A ogni minima cosa aveva pensato con nostalgia: gli affetti, gli odori, i rumori, i colori del vivere. «Sei salvo» dice qualcuno. E il condannato a morte ri-trova tutto, come gli fosse donato una seconda volta. Nasce in spirito, perché vede da capo ciò che prima non vedeva: l’evidenza che ogni attimo di luce è dono, è prezioso, è immenso. Non è vero che ogni cosa c’è e basta. E’ più vero rendersi conto che ogni cosa poteva non esserci, e quindi se c’è è un dono.

Ecco, Nicodemo. Occorre questa seconda nascita, a tutti. E non è necessario vivere la tragedia dei sopravvissuti di Rigopiano. La vita dispensa dolore su tutti, immancabilmente. Si potrebbe dire che l’inferno è democraticamente distribuito sull’umanità, cioè nessuno è esente dal buio di certe prove cupe da attraversare.

Invece, il purgatorio e il paradiso non sono altrettanto democratici. Sono possibili a tutti, ma non meccanicamente. Richiedono un atto di libertà.

Dostoevskij soffrì di epilessia per tutta la vita a causa di quell’evento incredibile sul patibolo; eppure, per quanto segnato nella sofferenza, non rimase nell’inferno di quel trauma, ma ne fece un purgatorio e forse perfino un paradiso: «E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!».

È questo l’eterno messaggio di bene dietro la Commedia di Dante.

lucecavernaI sopravvissuti di Rigopiano possono comprendere bene, dalle viscere dello stomaco fino all’anima, il verso con cui si chiude l’Inferno: «e quindi uscimmo a riveder le stelle»! Loro sì, come Dante, sono scesi nel ventre cupo della terra e lo hanno abitato con disperazione; impossibile sperare dopo 40 ore di buio e silenzio. E poi da un pertugio stretto sono rinati. Cosa avrà «sentito» ciascuno di loro rivedendo la luce del mondo?

Dicono che ci vorranno degli ottimi psicoterapeuti per far superare alle vittime il trauma vissuto. Io non ho studiato psicologia, ma spero che chi li sosterrà in questo percorso non si limiti a tamponare, arginare, chiudere le ferite dell’incubo; spero che, con ogni strumento possibile, venga fatta fiorire la libertà di queste persone, il vigore divinamente umano di poter rendere fecondo il loro dolore.

Come un secondo atto di nascita, deve sbocciare un frutto buono dall’incubo: attraverso le doglie, attraverso il pianto, qualcosa oltre l’incubo può nascere. Bisogna spingersi avanti, nell’inimmaginabile mistero della gratitudine.

Arrivati in fondo all’Inferno Virgilio e Dante non tornano indietro, ma vanno avanti: una volta che l’uomo ha toccato il fondo sbattendo contro il muro gelido del male, non può semplicemente fare il cammino a ritroso, deve trovare una strada nuova che sia opposta a quella dell’andata. Guidato da Virgilio, Dante si aggrappa alla terra e sale attraverso un cunicolo stretto, fa lo sforzo concreto di ritrovare una via che lo rimetta in contatto con il mondo esistente. La salita, per quanto faticosa, è quella lieta della gioia, perché tutto cambia negli occhi che tornano a vedere dopo essere stati al buio. Così Gilbert Chesterton scrisse dell’esperienza di buio spirituale che visse San Francesco prima della conversione, anzi per arrivare alla conversione:

Si dice comunemente in senso un po’ cinico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché non sarà deluso». San Francesco ha detto in senso assolutamente felice ed entusiastico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché tutto gli darà gioia».È stato partendo da questa idea ponderata di ricominciare da zero, dall’oscuro nulla del proprio deserto, che riuscì a godere anche delle cose terrene come pochi altri ci sono riusciti; e queste cose sono di per se stesse i migliori esempi pratici di questo concetto. Perché è impossibile che un uomo possa guadagnarsi una stella o meritarsi un tramonto. (Da San Francesco)

Essere al mondo non è una faccenda meritocratica; nessuno, tecnicamente, ha fatto qualcosa per meritarsi lo spettacolo della realtà. Spettacolarità che rimane tale, pur attraversando tutte le declinazioni che vanno dall’amabile al terribile. Finché non accade nella vita di ciascuno questa seconda nascita, cioè questa coscienza di gratitudine ritagliata sullo sfondo del buio, nessuno può dire di essere davvero vivo.

Less is more

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!

Pietro Metastasio

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Forse è per questo che le Paralimpiadi hanno un impatto così forte, e benedetto, sul pubblico: perché la ferita di un essere umano è esposta in tutto il suo clamore. È stato istintivo, vedendo ciascuno di questi atleti mi era impossibile frenare la curiosità di conoscere la loro storia, di vedere quale sofferenza avevano attraversato.

Sapevo già dell’incidente mortale di Alex Zanardi; ho scoperto che Bebe Vio ha avuto la meningite, che Martina Caironi ha avuto un incidente in moto e che Monica Contraffatto è stata ferita in un’azione di guerra in Afghanistan. E così via. Il mio primo passo è stato ridurre queste persone alla loro ferita. Perché balzava agli occhi. Balzava anche agli occhi che la loro identità umana non si esauriva nella ferita, nel dolore attraversato.

Allora ho pensato ai versi di Metastasio. Chissà quante persone semplici, che incontriamo ogni giorno, sono come quei fantastici atleti paralimpici, ma non ce ne accorgiamo. Perché ci sono ferite invisibili, gravemente invalidanti, che uno si porta dentro per sempre, e che è capace di superare con una positività altrettanto invisibile, semplicemente andando avanti a fare con umile tenacia tutto quel che va fatto .

Chissà quanti vicini di casa o passanti o colleghi hanno la stessa caparbietà gioiosa di Bebe Vio e non la danno a vedere, né noi ci interessiamo a notarla. Notiamo i lamentoni che borbottano, notiamo i primi della classe che ostentano le loro conquiste, notiamo i violenti che spintonano.

Ma non notiamo la forza che tiene in piedi l’universo: l’uomo che cammina a testa alta e voce bassa, portandosi dentro il peso di una lotta dura.

Proprio perciò occorrono esempi lampanti, clamorosi, quasi sfacciati. Per vincere i nostri pregiudizi (del tipo: “Però, a tizio vanno sempre dritte …”) e le paranoie (del tipo: “Eh, ma le sfighe le becco sempre io …”) ci occorre una botta. Ci occorre vedere che ogni uomo è segnato dal suo dolore, e ci occorrono esempi visivi, tangibili e reali di persone che dimostrano che anche una ferita mortale non uccide, ma può essere un’occasione. È un atto di divina libertà decidere se ciò che ti ha prostrato, possa essere anche una novità di vita imprevista, tosta e buona.

Molto più banalmente, penso a quello che mi diceva mia madre quando tornavo a casa triste dal liceo, perché c’erano pomeriggi in cui dovevo studiare troppo. Lei mi diceva sempre: «Credi di non avere abbastanza tempo? Bene, aggiungi un altro impegno».

Una volta, era l’anno della maturità, mi costrinse a prenotare un’ora di guida per la patente nel pomeriggio in cui dovevo prepararmi a un compito in classe e due interrogazioni per il giorno successivo. Io avevo pianto e borbottato. Fu la terapia giusta. Feci la guida e studiai tutto. Credevo di non avere tempo. Ma con ancora meno tempo a disposizione, ho reso di più.

Less is more. Quante volte lo si sente dire. È una regola dell’eleganza e del design, una strategia vincente nel mondo della comunicazione. Meno elementi, più efficacia. La semplicità è vincente, perché dimostra la capacità di sintesi creativa di un artista. Se abbiamo un scopo chiaro o un’idea precisa, non occorrono fronzoli; se invece siamo confusi o eccessivamente preoccupati della superficie e non della sostanza, allora i dettagli e le parole si moltiplicano, ma il risultato è un disordinato balbettio.

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Eppure mi è impossibile non attribuire un nuovo senso al motto Less is more, alla luce di quel che ho visto alle Paralimpiadi. Mi pare ci sia un significato radicalmente più provocatorio nel dire che meno è di più.

Considerando l’esperienza di Alex Zanardi, s’intuisce.  Lui era un bravo pilota, maalex_zanardi_3 la parte più luminosa della sua persona è sbocciata dopo che quel brutto incidente gli ha tolto tantissimo. La sottrazione scolpita sul suo corpo ha generato un’addizione di umanità, che ora si esprime in tenacia, coraggio, solarità, altruismo. E questo “di più” c’è in lui al di là delle medaglie. Le sue medaglie servono a noi, più che a lui. La conferma di un di più, che si guadagna passando per un di meno, serve a noi che tremiamo all’idea di perdere un qualsiasi frammento della nostra quieta sicurezza.

1473928688_bebe-696x390Bebe Vio si definisce una rompipalle, non semplicemente testarda … . Anche in lei la sottrazione corporea ha generato un’addizione di umanità. È misterioso come certe persone fioriscano forgiate dal dolore, e senza sconti di pena. No. Non è comprensibile, è solo e semplicemente misterioso. Ma resta misteriosamente vero, visto che è scolpito nella carne di questi testimoni.

In questo flusso di pensieri mi trovo a tornare alla mia infanzia, a quando mio nonno potava senza remore le viti e io le vedevo più floride che mai la stagione successiva. Non capivo. Da dove spuntavano tutte quelle foglie, tutti quei rami, tutti quei frutti se mio nonno li aveva tagliati?

Scoprii più tardi che ne parlava anche il Vangelo: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Giovanni, 15-1). Anche qui torna l’idea del less is more. Passare attraverso la potatura della perdita e del dolore, porta frutto. L’ipotesi provocatoria cristiana è che Dio chiami l’io a una vocazione grande attraverso l’umiltà di una potatura, che può essere dolore fisico, contraddizione, patimento.

Al di là della verità morale ed esistenziale che ciascuno può dare (o non dare) alle parole del Vangelo, qualcosa di radicalmente paradossale e autentico c’è in quelle parole. Chi fa giardinaggio lo sa. Ad esempio, io, in tutto il mio dilettantismo, so che per le mie rose devo seguire questa regola: la pianta debole che ha fiorito poco, devo potarla poco; quella che è stata generosa e forte, devo potarla radicalmente. Puntualmente, verso marzo, è un tripudio di fiori pazzeschi.

Nella vita io mi sento senz’altro la pianta debole, che per fortuna è stata potata poco. Piccoli incidenti e dolori, che però nel tempo hanno sempre fatto germogliare parti della mia persona insospettabilmente meno meschine di quanto credessi.

La moda, l’arte, la comunicazione si affidano all’efficacia del detto less is smore perché funziona davvero. La sua efficacia non sta in una regola estetica o verbale, ma nel mistero della vita. Quel mistero per cui la forza più autentica e potente di noi si sprigiona dalle perdite.

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Tu, Sara e io nella selva oscura. E oltre.

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La realtà è quella «cosa» che accade, mentre tu avevi in mente di fare altro. La casualità è quella «cosa» che, grazie a una vera e propria scemenza, ti fa accorgere di ciò che sciocco non è.

La scorsa settimana sono stata invitata a Forlì per partecipare a una conferenza introduttiva a un evento bellissimo, la lettura integrale della Divina Commedia in tre giorni consecutivi, allestita da gente comune sotto la guida del regista Franco Palmieri.

Dopo anni di seminari, conferenze e incontri, ho cambiato il mio stile oratorio: all’inizio avevo sempre l’assillo di stupire l’uditorio, come se fossi io al centro della scena. L’orgoglio è una brutta bestia. Nel tempo, mi sono messa in discussione e ho scelto di non preparare in anticipo i discorsi. Non è incuranza o pigrizia. È una sfida. Ho sempre sostenuto astrattamente che la letteratura ha a che fare con la vita, quella quotidiana, quella carnale; perché non verificarlo esperienzialmente? – mi sono detta. Ora il mio piano di battaglia abituale è questo: preparo in anticipo solo il tema o fulcro da proporre all’attenzione di chi mi ascolta e poi, sul momento, «guardo» cosa accade attorno a me e uso le particolari circostanze che incontro per «incarnare» il tema che ho scelto. Da quando ho fatto questa scelta, è sempre accaduto che ci fossero eventi piccoli o grandi capaci di illuminare di esperienza il tema astratto da me pensato. È un salto nel vuoto, perché mi chiede di fidarmi dell’onestà della vita, che non tradisce mai quel vero che s’incontra nei libri.

Eccomi, dunque, pronta a preparare il mio intervento alla conferenza di Forlì: la mia scelta astratta era stata quella di fare la cosa più scontata possibile, per dimostrare che scontata non è. Tutti conoscono i primi versi della Divina Commedia, eppure sappiamo davvero cosa dicono? Ebbene, il mio piano teorico era di parlare di questi versi super-mega-conosciuti e poi … stare a vedere cosa mi avrebbe aiutato a spiegarli.

Ed è accaduto di nuovo. La realtà mi ha portato un fatto che, inaspettatamente, ha confermato la verità di quei versi in modo così autentico da essere commovente. Ed è stata una vera e propria scemenza a farmi accorgere di un parallelo che altrimenti avrei ignorato. Io dovevo parlare di una selva oscura, la cronaca parlava a gran voce dell’atroce vicenda di Sara Bosco. Selva e bosco. È bastata questa sciocchezza a catturare i miei pensieri, una casualità che ha spazzato via la distrazione.

Sara Bosco è morta a 16 anni di overdose, sola su una barella tra i corridoi fatiscenti dell’ospedale Forlanini di Roma (quella parte abbandonata dell’edificio che attualmente è ricettacolo di drogati, vagabondi, prostitute). Sua madre l’ha cercata tutto il giorno, disperatamente, e l’ha trovata quando ormai era troppo tardi. Katia, la mamma, ha provato a rianimare la figlia, al buio in quel corridoio sporco e zeppo di rifiuti e siringhe, ma non ce l’ha fatta. Dice Katia: «Le ho dato due baci in fronte e poi l’ho vista portare via chiusa in un sacco nero». Sua figlia, di 16 anni. È la selva oscura che ri-accade. Dante non scherzava quando scrisse «nel mezzo del cammin di nostra vita». Nostra: accade a me il buio, accadrà a te fra dieci anni, accadde sul Calvario 2000 anni fa. È roba nostra, il buio.

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Ospedale Forlanini – “ché la diritta via era smarrita”

Alla luce di ciò, mi sono detta che avrei ripercorso la mia lettura dei primi versi della Divina commedia ambientandoli al Forlanini come se a parlare fosse Sara.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva OSCURA,

ché la diritta via era smarrita.

In base a uno stereotipo falso la poesia sarebbe un linguaggio difficile. Al contrario, la poesia fa di tutto per mettere tra le mani del lettore un senso di parole che sia fortissimo e semplice. La rima, ad esempio, è un meccanismo per non distrarci; il grande critico Gianfranco Contini scrisse che la rima è l’ostacolo a partire da cui il poeta lavora: si mette in rima la parola dolente, quella che urta e ferisce, quella problematica; è l’urlo di una ferita, la lama di un coltello. Se Dante scrive «oscura» come parola rima, vuol dire che quello è il nucleo drammatico; occorre immedesimarsi appieno nel significato di oscurità.

Sara era precipitata dentro la tenebra, quel buio giovanile che – se non viene soccorso – precipita in una voragine sempre più oscura. Si drogava di eroina, era scappata di casa molte volte, dormiva nei garage pubblici di Roma. Ricoverata in una casa famiglia, ne era fuggita calandosi da una finestra e precipitando: la caduta le aveva procurato un codice rosso al Pronto Soccorso, era quasi morta. Poi, di nuovo fughe, droga e chissà cosa.

Il buio è una paura atavica e viscerale. È ciò che spaventa di più un bambino. A partire dalla parola «oscura» Dante crea una situazione di letterale oscurità, mette in scena l’incubo di chi si trova con gli occhi chiusi in un luogo che non conosce. Sul serio. Dopo la parola «oscura» ogni dettaglio visivo scompare, e il protagonista deve provare a uscire dalla selva usando gli altri sensi. Tasta, odora, ascolta. È letteralmente cieco.

Ahi quanto a dir qual era è cosa DURA

eSta Selva Selvaggia e ASPRA e FORTE

che nel pensier rinova la PAURA!

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“è cosa dura”

La prima indicazione che il lettore riceve su cos’è e com’è fatta la selva è l’aggettivo «dura». Il tatto è il primo senso chiamato in causa in assenza della vista: la durezza significa estraneità e repulsione. La selva non è un abbraccio morbido, ma è un ambiente ostile, innanzitutto nell’accezione di rigido, non malleabile, non accogliente. Duro è il cemento armato, quello scabro e misero delle stanze del Forlanini dove Sara è morta; il suo grido è rimbalzato su pareti fredde e amorfe, che non le hanno procurato altro che il rimbombo del suo dolore.

Al tatto seguono l’udito e il gusto: nella selva si odono suoni sibilanti («esta selva selvaggia) e sapori sgradevoli (aspra). La presenza del serpente, accennata dai suoni, suggerisce diffidenza e tradimento: nella selva possono nascondersi trappole. Tutto culmina in un’altra parola-rima dal significato denso: forte. È un aggettivo comune, eppure suggerisce sia informazioni uditive sia tattili. Forte è uno strillo. Forte è uno schiaffo. Sara Bosco, una ragazzina tutt’altro che forte, ha ricevuto forte sul suo corpo i segni della brutalità del mondo. Quella notte in cui è scappata dalla casa-famiglia ha sbattuto forte per terra buttandosi dalla finestra, e s’è quasi ammazzata. A suo modo ha gridato forte, di paura.

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“tant’è amara che poco è più morte”

Sì, questo percorso sensoriale, breve ma intensissimo, culmina in una parola disarmante nella sua capacità di comunicare un’emozione: paura. Dante era un grande poeta, capace perfino di scrivere le rime petrose, cioè rime difficilissime. Se avesse voluto, avrebbe potuto trovare parole ben più erudite e forbite per suggerire il suo dramma, eppure no. Sceglie la parola più usata da tutti. Tutti sanno cos’è «avere paura». È così che il poeta ci prende per mano dentro la sua selva, che è anche la nostra selva. Ognuno sa, nel suo cuore, quando e perché ha detto in vita sua: ho paura!. Ognuno e tutti siamo stati nella selva.

Tremo al pensiero di immaginare che anche Sara nella notte della sua morte abbia avuto un barlume di coscienza tale da sentire paura e non abbia visto attorno a sé altro che buio, silenzio e puzza. Tremo perché sono mamma e la penso come figlia mia. Una ragazzina di 16 anni è ancora piccola e se ha paura, dovrebbe essere abbracciata dalla mamma. Piango al pensiero che lei si sia sentita sola e impaurita, anche se era stordita di droga.

Tant’ è amara che poco è più MORTE;

ma per trattar del BEN ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho SCORTE.

Tutta l’umiltà di Dante è contenuta in questi versi.

Facciamo il punto: il poeta s’imbarca nell’impresa di scrivere un poema, un poema che alla fine sarà costituito di 100 canti e circa 20.000 versi. Eppure, alla fine del settimo verso s’incontra la parola morte, che è equivalente a fine. Quando il protagonista muore, la sua storia finisce. Un progetto ambizioso naufraga dopo sette versi. È una tragedia, non una commedia.

È una tragedia come quella di Sara la cui vita doveva essere un poema più lungo, che ha incontrato troppo presto la parola morte. La storia di Sara ha trovato un definitivo punto fermo a soli 16 anni, cioè a poca distanza dal suo inizio; invece, la storia di Dante, pur incontrando presto la parola morte, non si ferma a un punto fermo, ma va avanti.

Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile?

Non solo. La quinta parola che Dante scrive dopo «morte» è «bene». Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile passare dalla fine a un lieto fine in così breve spazio?

Questo è il luogo poetico in cui si passa dalla tragedia alla commedia; e si può onestamente arrivare alla commedia solo avendo conosciuto la tragedia. Un uomo che non abbia seriamente preso in considerazione la morte, cioè la sua finitezza, non può comprendere con la ragione e abbracciare col cuore l’unica ipotesi che sconfigge la morte.

Tutto sta in piedi grazie a una parola piccolissima, a una congiunzione avversativa: MA. Questa paroletta è quella che usiamo per descrivere certi momenti in cui le cose non vanno come volevamo. Avevamo deciso di fare una passeggiata, ma è venuto giù il diluvio. Volevo fare una torta, ma mi mancava il lievito. Eccetera …

Si chiama avversativa, perché è una congiunzione che introduce qualcosa che va in direzione opposta (ad-versa) rispetto a ciò che la precede. Etimologicamente è uguale ad «avversario» che è proprio colui che viene in direzione opposta e sbarra la strada, ad esempio, al calciatore che vuole fare gol.avversario

Però è anche simile alla parola «avventura» (ad-venio). Un avversario può portare un’avventura. Qualcuno che introduce nella tua vita un’ipotesi non preventivata, può salvarti la vita. Ecco quel che accade a Dante. Il poema è tale, cioè è una storia che va oltre la morte, perché qualcuno arriva incontro a Dante procedendo in direzione opposta alla sua. Il cielo lo soccorre e manda incontro a lui Virgilio e Beatrice. Loro due sono «avversari» perché chiedono a Dante di essere seguiti su un percorso diverso da quello preventivato dal poeta: lui voleva uscire dalla selva salendo su un monte, loro lo conducono fuori facendolo innanzitutto scendere all’inferno. Ne deriva un bene. Non solo Dante esce dalla selva, ma in 100 canti e circa 20.000 versi ci racconta di aver trovato un luogo in cui la felicità è esperienzialmente possibile.

Ritorniamo, però, ai primi versi del poema.

Dopo questa clamorosa inversione di marcia, dopo il «ma» il lettore scopre che l’oscurità è scomparsa. Il bene si vede subito perché s’incontra come parola rima il participio passato «scorte». Il verbo scorgere è il primo indizio visivo dopo una pausa di buio. Qui il poeta vede di nuovo, o meglio scorge: intravede, comincia pian piano a distinguere qualcosa di luminoso. C’è di più. Ancora una volta, la parola-rima è potente. La scorta, infatti, è la persona che accompagna ed è anche la riserva di cibo.

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Un raggio di sole entra al Forlanini

Nel giro di soli 9 versi Dante ci ha anticipato il senso profondissimo del suo viaggio: l’oscurità in cui precipita l’essere umano è stata soccorsa da una compagnia che ha offerto nutrimento all’anima e ha snebbiato la vista. Se, dopo 7 secoli, ha senso leggere e raccontare ad alta voce la Divina commedia è per questa esperienza di speranza vissuta. È per rispondere al grido strozzato di chi – come Sara Bosco – arriva alla morte troppo presto e non vede via d’uscita al buio.

Chi ha conosciuto che un’avventura diversa dalla selva oscura è possibile, chi si è lasciato condurre da un avversario buono, non può e non deve tacere.