Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

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Meglio mal accompagnati che soli

Il prossimo 8 Febbraio comincerà a Cento (Ferrara) il mio corso di letteratura intitolato Meglio mal accompagnati che soli; è rivolto a tutti (pensionati, lavoratori, studenti) ed è possibile iscriversi qui.

Ho pensato di ampliare l’orizzonte, facendo di questo corso un progetto didattico da proporre alle scuole medie inferiori e superiori, alle aziende interessate a valorizzare il team building, a qualsiasi ente privato che fa formazione in ambito culturale.

Il depliant illustrativo è scaricabile qui sotto:

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In questo breve video vi racconto l’idea che propongo.

 

SIAMO TUTTI FUORI – Il mio nuovo libro

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Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. C’era nebbia in autostrada, all’altezza di Fiorenzuola D’Arda; Davide guidava tranquillo, Michele s’era già addormentato e io ricevetti quella benedetta telefonata.

Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton.

Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante.

Poi ho capito che il calcio nel sedere era destinato a me. Poi, nel tempo, di calci nel sedere me ne ha dati tanti. Quel nebbioso pomeriggio del 2008 è stato il giorno in cui la nebbia della mia vita ha cominciato a disperdersi, grazie al vento impetuoso delle parole del signor GKC. Accettai – non di buon grado – l’idea di Walter Raffaelli, lo ringrazio tuttora della sua intuizione benedetta.

Dal 2008 ho svolto il mestiere di traduttrice e ho tradotto 11 libri del signor Chesterton.

Un altro provetto avventuriero dell’editoria, Giuseppe Signorin, mi ha chiesto di raccontare questi anni di vita a tu per tu con GKC e ne è uscito il libro che ora è disponibile: SIAMO TUTTI FUORI. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton

Eccone alcuni passaggi accompagnati dalle foto di ciò che mi è accaduto in questi otto anni, così potete capire che si tratta di un gesto di gratitudine e non di saccenza 🙂

 

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Noi ci presentiamo così ai matrimoni, come l’Uomovivo Innocent Smith. Con la pistola che semina gioia.

“Più cercavo di fare bene il mio mestiere di traduttrice, più ne ricavavo un feedback luminoso: la felicità non è immaginare un ipotetico paese delle meraviglie, è ritrovare gli occhi giusti per scoprire che il paese delle meraviglie è il qui e ora della nostra vita. Sulla porta di casa voglio mettere un cartello con un disegno e la scritta Mirabilandia. Ci sto lavorando, insieme ai miei figli. Il metodo della meraviglia prevede un esercizio che è particolarmente affine alla mia natura: il disordine”.

 

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Abbiamo imparato a fare grandi castelli di sabbia proprio in riva al mare. Ce lo ha insegnato Alfred del Cavallo Bianco, non bisogna temere di mettere in piedi grandi progetti e aver sempre voglia di ricostruirli se qualcosa li distrugge

“Chesterton mi ha educato al sistematico ribaltamento e scombussolamento dello status quo del pensiero e dell’esperienza. Proprio perché il vero tollera ogni forma di terremoto e uragano, mentre il falso cade al primo soffio di vento. Non sono mai stata una persona ordinata; tuttora mio marito mi ricorda che non posso esigere dai miei figli che la loro cameretta sia impeccabile se la mia scrivania continua a essere una riproduzione verisimile del giorno dell’apocalisse”. 

 

“In gran parte delle circostanze quotidiane il nostro puro e semplice esserci è la condizione necessaria e sufficiente per fare ciò che ci è chiesto di fare. Ci sono cose che vale la pena fare e vanno fatte anche se siamo stanchi morti o tristi. Le si fa male (cioè le si porta a termine anche se non perfettamente) e le si fa anche di brutto (cioè a testa bassa, senza rimuginare sui «se, ma, però …»). Le si fa, così come si è, e il mondo sta in piedi”.

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“Una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente”. Ho raccontato i paradossi di Chesterton al signor Enzo Iacchetti durante la mostra del Meeting 2013 e lui – ironicamente – aveva la maglietta giusta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ho girato molto scuole italiane per raccontare le opere di Chesterton, autore snobbato da tutti. Ne sono nati fantastici progetti spontanei, come questo a Padova: un gruppo di ragazzi ha ricostruito la valle del Cavallo Bianco nei corridoi del loro liceo.

 

“Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Sia detto per inciso, ho tremato quando la pubblicità mi ha informato che potrei avere al polso un congegno in grado di connettermi alla lavastoviglie o alla lavatrice quando sono fuori casa. Se sto facendo la fila in posta, di certo non bramo di vincere la noia impostando un ciclo di lavaggio. Durante un aperitivo parte del piacere è essere lontano da una lavastoviglie, cioè sapere che non dovrò lavare quel bicchiere e quei piattini”. 

 

 

 

“Non credo sia un caso, anzi è una benedizione provvidenziale, che uno dei rari frammenti sonori in cui ancora oggi possiamo ascoltare la viva voce di Chesterton sia questo invito:
Sono assolutamente sicuro che il nostro mondo precipiterà nella disperazione se non si riuscirà in qualche modo a rendere la mente, cioè i pensieri semplici che ci passano per la testa quotidianamente, più vivace e felice di quel che pare essere al momento attuale, a giudicare dai romanzi e dalle poesie moderni. Voi dovete essere felici in quei momenti di quiete in cui vi ricordate di essere vivi e non in quei rumorosi momenti in cui ve ne dimenticate”.

Addio monti, addio casa, addio famiglia

C’è una storia che tutti conoscono. Ci hanno interrogato a scuola, abbiamo scritto temi sulla sua trama e i suoi personaggi sono entrati nei nostri modi di dire. È talmente nota che nessuno più la nota. Certo, ci sono i suoi fan irriducibili che la venerano e la trattano come oggetto da museo, ma una storia imbalsamata non è più una storia, così come un motociclista fuori dalla pista non è un motociclista.

E dunque c’è questa storia che tutti sono costretti a leggere, pochi si incaponiscono a venerare e moltissimi hanno ingurgitato ed espulso come lo sciroppo per la tosse, necessario e fastidioso.

Sto parlando di Renzo e Lucia, e della truppa che li accompagna: Don Rodrigo e Don Abbondio e la monaca di Monza e tutti gli altri. C’è bisogno di mettersi promessi sposia ripetere la trama della loro storia?

Direi proprio di sì, proprio perché tutti la conoscono. I Promessi sposi è un romanzo che difende ed esalta l’utilità dei violenti capovolgimenti di fronte. La morale complessiva potrebbe essere: non è affatto confortante guardarsi attorno e constatare di non avere avversari.

Ci sono due ragazzi della provincia, si amano e hanno un lavoro. La loro è una vita modesta, ma non sono indigenti. Vivono al lago, un panorama mozzafiato e poco casino. È l’ideale per metter su famiglia, se non si hanno grilli per la testa. Gli amici sono sinceri e il lavoro è pesante. La domenica si va in chiesa e qualche sera all’osteria. Avere un piccolo tetto da condividere con l’amato e i figli è un sogno su misura. Bello e fattibile. Tanto confortante quanto tranquillo. Una gioia semplice, direbbe il romantico. Una noia mortale, direbbe il realista. In ogni caso è ciò che Renzo e Lucia sono pronti a volere per tutta la vita, sinceramente. E nessuno, ma proprio nessuno dei loro amici e parenti si è sognato di contraddirli, anzi tutti si congratulano e festeggiano il progetto delle nozze imminenti.

Una volta sposati, Renzo e Lucia avrebbero vissuto al lago, tra casa e lavoro. E sarebbero stati felici, onestamente e semplicemente felici; avrebbero tirato su dei bravi figlioli, litigato su piccole stupidaggini, goduto delle feste di paese, pianto i loro morti. Niente di più e niente di meno.

Per fortuna, poco prima delle nozze qualcuno si decide a dare una bella raddrizzata a un percorso altrimenti un po’ rattrappito. Qualcuno fa un atto di bene verso Renzo e Lucia, impedisce il loro matrimonio. Con la comparsa in scena di Don Rodrigo entra a piedi pari nella storia anche la speranza. Salta tutto, Renzo e Lucia dicono addio ai loro progetti lieti e quieti. E finalmente comincia una storia umana come Dio comanda!

Potrebbe sembrare fin troppo paradossale il modo in cui finora ho sintetizzato una trama arci-nota, ma talvolta è necessario uno scossone per vedere quel che non si riesce più a vedere. Penso che il vero inizio della storia di Renzo e Lucia sia la memorabile pagina dell’Addio monti, perché da lì in poi loro due cominciano davvero qualcosa.  3715284Fino a quel momento la trama è stata come una testa girata all’indietro, parla di un passato fisso e pianificato: i progetti di una giovane coppia, le mire pruriginose di un signorotto locale, il suo tentativo di mettere i bastoni tra le ruote ai fidanzati e i tentativi falliti dei fidanzati di ricomporre il progetto matrimoniale saltato. Si nuota in acque già note. Ma quando arriva il momento di mollare tutto, perché non è possibile ricucire la tela strappata, allora una vera novità s’introduce nella storia. Inizia un quadro diverso da quello prestabilito nei progetti dei fidanzati. Da quel momento in poi comincia una trama vera e propria, c’è una testa che guarda in avanti.

Il primo effetto di una novità è la scoperta. Sulla piccola barca che la porterà chissà dove, Lucia scopre casa sua, come la vedesse per la prima volta. Proprio nel momento in cui l’abbandona, vede la sua vita (passata). La ragazza non aveva mai guardato ciò che aveva sotto gli occhi come nel momento in cui dice addio a tutto:

 

addio cime ineguali

addio ville sparse e biancheggianti

addio casa natia

addio casa sogguardata tante volte di sfuggita

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Tutto il frutto buono, positivo e costruttivo del romanzo si nutre di questo seme: lo struggimento della perdita. Non c’è «concime» migliore nella vita. Perché se ora – con un grande balzo – passiamo a considerare l’epilogo della storia, vedremo che solo a partire dallo snodo decisivo della perdita si genera un guadagno esponenziale. Può essere utile uno schema:

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Il punto di arrivo coincide con il punto di partenza: la costruzione di una casa. Non è che, dopo tutte le peripezie attraversate, il progetto cambia e Renzo e Lucia decidono, magari, di avere una relazione «aperta» in cui lui diventa imprenditore tessile a Milano e lei viene assunta come segretaria dall’Innominato. No. Pur messo a soqquadro, il progetto iniziale resta tale e viene compiuto: volevano sposarsi e si sposeranno, andando ad abitare dove avevano deciso. Con quale differenza, rispetto alla situazione prima dell’addio? La casa ospita uno spazio umano molto più grande.

Alla fine, la storia piccola di due fidanzati abbraccia la Storia umana complessiva. In principio l’idea di Renzo e Lucia è «egoisticamente» piccola: il loro amore, il loro paese, la loro casa, i loro progetti. Dopo la fuga, gli anni passati lontani e i pericoli superati, quella stessa casa si è ingrandita, perché gli occhi e il cuore dei due protagonisti hanno incontrato una grande varietà umana e geografica: gente buona e gente cattiva, disgrazie e gioie, amici nuovi e vecchi parassiti. E tutto questo guazzabuglio umano entrerà in casa loro: alla fine del viaggio la famiglia di Renzo e Lucia sarà un progetto più ampio e comprensivo di quello che avevano pensato in partenza, sarà un orto nutrito dai semi che hanno raccolto per via.

Proviamo, ad esempio, a pensare a come Renzo guarderà i suoi figli, ricordandosi della madre di Cecilia. L’immagine premurosa di quella donna che accudisce con tutta la dolcezza materna la sua bimba morta e la depone sul carro dei monatti è un «corso di aggiornamento» esauriente per un genitore!

Per tutto il tempo del viaggio, cioè dell’allontanamento e successivo ritorno a casa, il percorso di Renzo e quello di Lucia DEVONO essere diversi. Perché è un viaggio educativo, e il compito del padre non è uguale al compito della madre.

La madre genera e, proprio come suggerisce il nome della protagonista, la donna è la luce che promana dalla casa e produce frutti. A Lucia spetta incontrare l’umano e cambiarlo attraverso la sua testimonianza, se la libertà altrui l’accoglie. Infatti, l’Innominato cambia, ma la monaca di Monza no.

Il padre ha un ruolo comprensivo, quasi «digestivo». A lui spetta il compito di guardare il mondo, conoscerlo e portarlo «digerito» dentro casa. Renzo è testimone della Storia (le insurrezioni popolari, la peste) e dell’umano (oste, fornai, madre di Cecilia). Renzo osserva, sbaglia, capisce e alla fine dirà: «ho imparato questo, ho imparato quello, ecc …».

In questo spazio aperto il compito familiare dei due promessi sposi si compie: Lucia porta la feconda luce domestica al mondo, Renzo conosce e porta il mondo dentro le pareti domestiche. Lei dona fuori, lui accoglie dentro. Il frutto finale è che la casa piccola ed egoistica dell’inizio diventa una casa grande e fecondata dal contributo dell’umanità. È la stessa casa, ma è diversa. È fatta nuova.

Ora chiediamoci chi è l’artefice di questo frutto inaspettato e grande.

Don Rodrigo. Sì, proprio lui. Insieme all’ignavo Don Abbondio.

L’avversario genera l’avventura. O meglio: l’avversario genera un cambiamento che i protagonisti scelgono di vivere come un’avventura e non come una sconfitta.

Ciò che viene in direzione opposta e fa saltare tutti i piani è il motore di un cambiamento infine buono. Per questo, all’inizio, dicevo che Don Rodrigo porta la speranza. Per quanto contraddittorio possa sembrare, è lui a forzare la mano, a dare un calcio nel sedere all’affetto semplice e impigrito di Renzo e Lucia. La prova dolorosa conduce a una gioia più grande di quella progettata in principio. È come il parto per una madre.

 Il tempo in cui viviamo è molto simile a questa storia. Da sempre si credeva che la famiglia fosse Renzo e Lucia, un uomo e una donna che si sposano e mettono su casa. Era una verità data talmente per scontato da essere lasciata nel dimenticatoio. Si può dire che anche i più entusiasti sostenitori della vita domestica fossero pigri quanto Renzo e Lucia all’inizio della storia. La casa era solida e già costruita, i progetti erano semplici e sinceri.

Invece – proprio in questi giorni – ci ritroviamo sbattuti sulla barca dell’Addio. È arrivato Don Rodrigo a buttare giù il castello che reggeva da secoli. Sul tema della famiglia è in corso un dibattito gigantesco e profondo. Tutto ciò che si dava per scontato sta saltando e viene attaccato. Siamo sulla barca dell’Addio. Lasciamo, come Renzo e Lucia, la piccola casa in cui credevamo di essere tranquilli e beati. Ma «addio» – come nel caso dei Promessi sposi – non è un congedo finale, bensì la porta spalancata verso una casa che troveremo più grande. Voglio pensarla così.

Come in ogni cosa umana, l’attuale dibattito sulla famiglia ospita voci sincere e voci ideologicamente interessate. Ci sono anche i Don Abbondio, gli ignavi. C’è di tutto.

Cos’è una famiglia? L’affetto tra due persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale, è una dote per lo Stato? Che posto hanno i figli dentro la sfera affettiva di una coppia? E cosa esige la dignità della loro persona? Tutto ciò è materia di scontro, più che di confronto. Tutto ciò spesso degenera in materia di scambio politico o preteso per offensive indegne. È un campo di battaglia, come da sempre lo è la Storia.

Quando si è in mezzo al polverone è inutile battersi il petto, si deve stare sul pezzo. Ma quando si è nel polverone non si può andare alla cieca. Bisogna seguire qualcosa, anche una piccola luce. Forse Lucia.

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Foto di Angus Kirk

Non so cosa nascerà da tutto questo putiferio sulla famiglia, ma sono certa che si possa vivere questo putiferio nel modo in cui Renzo e Lucia hanno vissuto i loro casini. Ci è chiesto di uscire di casa, di dirle addio, cioè di mettere tutto in discussione e non per abbandonarlo, ma per vederlo meglio. Non ci è chiesto di cambiare casa, ma di essere pronti a ricostruirla da capo. Perché anche chi crede di sapere già tutto deve imparare qualcosa. E Lucia vede davvero casa sua nel momento dell’addio. Dicendole addio, la troverà più grande alla fine del viaggio.

Il punto, infatti, non è la necessità di cambiare casa. Si può andare in capo al mondo per ritrovare il punto di partenza. Ed è un esercizio fruttuoso. Personalmente, io ho un’idea di famiglia radicata nell’esperienza cristiana e ne sono così nutrita da non volerla affatto vedere distrutta. Ma sono pronta a ricostruirla da capo, a metterne a fuoco meglio le fondamenta e l’arredamento attraverso un dibattito anche radicale, perché non voglio darla per scontato.

Ero molto piccola quando ho visto che strade non convenzionali possono portare a risultati molto tradizionali. Mia madre fu così coraggiosa da scegliere la via della separazione non consensuale per tenere unita la nostra famiglia. Passò dal tribunale per non tradire ciò che aveva promesso a Dio in chiesa. Assurdo. Ma vero. All’inizio fu incomprensibile a tutti, dopo anni lo schema del disegno si mostrò e la ferita della separazione ci ha permesso di ritrovare un’unità più vera, tra me, mia madre e mio padre. Non ci siamo trasformati in una famiglia allargata, ma siamo tornati a essere una famiglia tradizionale.

Dunque non mi spaventano gli addii, se non sono una via di fuga facile.

Dunque ringraziamo anche Don Rodrigo, se l’avversario mi introduce a un’avventura.

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «desiderio»: attesa di compimento? progetto ambizioso? volontà cocciuta?

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «diritto», cosa è la «generazione», come è compatibile la visione tradizionale della famiglia con la lunga serie di omicidi domestici che la cronaca ci documenta. Ne faremo fondamenta rinnovate di un progetto antico quanto il mondo.

“Io trovo l’ispirazione in bagno”, parola di Agatha Christie

Fare lo scrittore è un mestiere pericoloso: si corre il rischio di prendersi sul serio e, peggio ancora, che gli altri ti prendano sul serio. Non è una battuta. Siamo pieni di serissimi scrittori che pontificano dalle colonne dei quotidiani e si pongono come i detentori della Verità assoluta su persone, eventi, leggi. Stare sul piedistallo è il veleno peggiore per uno scrittore, e per i suoi lettori.

Esiste, infatti, una frontiera tra lo scrittore e la sua scrittura: è una linea di demarcazione netta, invalicabile. La scrittura può ospitare intuizioni vere, riverberi della Verità; lo scrittore, invece, non è mai possessore, né tantomeno creatore di verità. Dante lo sapeva bene e diede una definizione onesta del suo mestiere di poeta: “I’ mi son un che quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”. Voleva dire che il motore della sua poesia non è mai stato una sua capacità, quanto un ascolto: talvolta – dice lui – spira nell’aria l’eco di qualcosa che ti spalanca il cuore e muove la tua testa verso intuizioni che non avresti avuto da solo; ne sei segnato come da una macchia, e allora cominci a usare la tua voce per parlarne anche ad altri. In questo senso dico che tra scrittura e scrittore esiste una linea netta di demarcazione. Lo scrittore non deve essere scambiato per una divinità.

Dalle ultime indagini risulta che il mercato editoriale trabocca di autori autobiografici, che scrivono memorie personali più o meno apprezzabili. E dicono che questo sia un bene. Ecco, per me questo è un segno inequivocabile dell’aridità egoistica del nostro tempo. Non sappiamo guardare oltre il nostro ombelico. Non vogliamo correre il rischio sano di inoltrarci nella conoscenza dell’altro, nell’impegno di conoscere ciò che c’è oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. L’autoreferenzialità è la tomba dell’immaginazione.

Se esiste, invece, un genere letterario che è la fontana dell’immaginazione e pone a fondamento della scrittura il mistero (e non la saccenza), direi che è proprio il giallo.

La smetto subito con questa mia predica, perché ogni mia parola sbiadisce di fronte alla meraviglia del testo che sto per proporvi. Altro che corsi di scrittura creativa! … ecco un documento umano equivalente a un blister di vitamine.

Agatha-ChristieLa mia amica Maria Grazia mi ha spedito alcune paginette in cui la grande giallista Agatha Christie racconta di sé e del suo lavoro. Non è un documento che interessa solo gli esperti, è come la visita di una vecchia amica che aspetti da tempo. Leggendolo la prima volta, ho pensato che se sapessi guardare la mia vita con questi occhi sinceri e ironici, probabilmente apprezzerei miliardi di piccole cose che quotidianamente mi perdo; e saprei ridere delle mie mancanze.

Nelle righe che ora vi riporto è evidente la sana chiarezza di fondo che lei aveva: quanto più si descrive con allegra umiltà, tutt’altro che patetica, tanto più le sue parole passano dall’autoreferenzialità alla verità. Non c’è dono più grande del mettersi a nudo con ironia, come per dire ai propri lettori: “Guarda, son ben felice se trovi qualcosa di buono in quel che ho fatto; ma stai tranquillo, io sono una come te che si barcamena con gli alti e bassi della vita”.

In ogni caso, potete anche tralasciare tutte le mie sciocchezze letterarie, e godervi semplicemente la piacevolezza della passeggiata in compagnia di questa grande signora:

«Mio padre era americano: sì, è per questo che ho una deplorevole indulgenza per i vizi e le stupidaggini degli americani. Mio padre non faceva niente, la sua attività più faticosa era versarsi da bere. Ciononostante morì giovanissimo, quando io ero bambina. Mia madre, invece, era inglese al cento per cento, e nobile per di più. Non riusciva a capacitarsi che potessero esistere le scuole pubbliche e che la gente di ogni classe sociale potesse mandarvi i figli tutti insieme. So che pianse molto quando mio padre mandò alla scuola pubblica mio fratello e mia sorella maggiori. Ma si oppose disperatamente quando toccò a me: “Questa è la più piccola, almeno questa teniamola a casa, salviamola”. Mio padre cedette subito, un po’ perché non amava le discussioni, un po’ perché aveva mandato a scuola due figli su tre ed era un’ottima percentuale. Così non andai alla scuola pubblica: studiai a casa, sotto la guida di un precettore, come si usava ai vecchi tempi. Ufficialmente, per il ministero dell’Istruzione, sono analfabeta.

Per imparare, tuttavia, ho imparato lo stesso quello che mi occorreva, almeno l’indispensabile. Ma ho avuto un enorme vantaggio: molto tempo libero a disposizione. Non so se mia madre mi avrebbe dato il permesso di giocare con i figli dei vicini di casa: il problema non si pose mai, perché la nostra casa era isolata e perciò non c’erano vicini. A giocare da sola, dopo un po’ mi annoiavo. Così passavo buona parte del mio tempo nella biblioteca di casa, a leggere i romanzi di Jane Austen, delle povere sorelle Brontë, di Dickens, di Conan Doyle.

[…] Confesso che scrivere romanzi polizieschi mi ha sempre divertito, anche se il farlo comporta uno sforzo notevole.sleeping-murder-miss-marples-last-case-agatha-christie-paperback-cover-art Il primo romanzo poliziesco lo scrissi negli anni della prima guerra mondiale. Cercavo di fare qualcosa, senza sapere bene cosa volessi, un po’ come tutti. In un primo momento tentai di scrivere poesie. Poi scrissi un dramma piuttosto tenebroso, qualcosa a base di incesto, se ben ricordo. Poi un romanzo molto lungo, complesso, morboso: in alcune parti non poi male del tutto. Poi scrissi Poirot a Styles Court. Non avevo letto molti romanzi polizieschi, prima: non ce n’erano molti da leggere. Dopo che il mio libro fu scartato da tutti gli editori, lo comperò Lane, e io mi sentii inondare dalla felicità.

Così continuai a scrivere romanzi polizieschi, non riuscii più a staccarmene. Se avessi saputo che la cosa sarebbe durata tanto a lungo, avrei scelto dei protagonisti più giovani. Dio sa quale dovrebbe essere la loro vera età oggi! E Poirot, temo, col passare del tempo deve sembrare una creatura sempre più irreale. Un investigatore privato, che accetta di fare indagini su casi criminosi, oggi non esiste, e diventa sempre più difficile trovare il pretesto per coinvolgerlo in un’inchiesta. Il problema non si pone con Miss Marple: tipi come lei ce ne sono ancora a migliaia.

La gente pensa sempre che si prenda a modello, nello scrivere i libri, qualcuno che si conosce bene, ma non è il mio caso. Certi personaggi nascono da impressioni causate da persone a cui non si è mai rivolta la parola: qualcuno che si vede a una scampagnata, per esempio, e di cui si immaginano gesta incredibili. Mi preoccupava la necessità di trovare un detective per il mio primo libro, e nei primi anni della guerra c’erano da noi alcuni rifugiati begli: così pensai che sarebbe stata una buona idea prendere un rifugiato belga. Eppure io non conoscevo nessuno del genere. Miss Marple, invece, è molto simile alle zie o alle nonne che abbiamo un po’ tutti.

I miei primi libri erano molto convenzionali. Erano anche troppo complicati, con un mucchio di falsi indizi e di intrighi secondari. Continuavo in ogni momento a tirare in ballo poliziotti stupidi, finché finii col capire che mi era necessario un Watson. Del Watson di Poirot, il capitano Hastings, però, mi stancai presto e lo mandai in esilio in Argentina.

Quando leggo quei primi libri rimango sempre stupita dal numero di domestici che vi compaiono: non c’è mai nessuno che faccia qualcosa, sembra che la sola preoccupazione di tutti sia quella di farsi servire un tè in giardino. Un’epoca per cui si prova una certa nostalgia. Il gusto moderno è profondamente mutato, e si è passati dal romanzo poliziesco al romanzo criminale, quelli che in America si chiamano “gabblers”: una sequenza di episodi violenti che seguono uno all’altro. Questi romanzi mi annoiano.

Di solito, consegno all’editore un nuovo libro entro la fine di marzo. È un ottimo sistema. Si può scrivere durante i tristi mesi invernali e arrivare pieni di energia alla stagione delle gemme. Prima che un libro sia finito, non ne parlo mai: ho scoperto che a parlare di un tema si finisce sempre per trovarlo difettoso. Quando è finito, lo faccio leggere a un paio di persone e sento che cosa ne dicono. Difficilmente riesco a trarre in inganno mia figlia Rosalind: indovina sempre! Rosalind è la ragazza più intelligente che io conosca. Ha un unico difetto, non sa allevare suo figlio Matthew, ma forse è anche colpa mia se lui è un po’ lazzarone: nel ’52, quando aveva 12 anni, gli regalai i diritti di una mia commedia, Trappola per topi, che gli ha fatto guadagnare 150 milioni e gli permette di vivere comodamente di rendita.

Ormai però mi basta un niente a deprimermi: qualsiasi scusa è buona per non scrivere, perché, in certi momenti, mi sembra che scrivere sia come sfornare salsicce: io sono una perfetta macchina sfornasalsicce! Penso sempre che presto dovrei smetterla, poi sono sempre contenta di cominciare a scrivere un altro libro, e, dopo tutto, non è poi così difficile inventare qualcosa di nuovo. Naturalmente, a mano a mano che si diventa vecchi, si cambia punto di vista. Con ogni probabilità, potrei continuare a riscrivere lo stesso libro, e nessuno se ne accorgerebbe: e non è detto che non lo faccia, il giorno in cui mi troverò a corto di idee!

tumblr_mejz2gItM51rsqnpro1_250[…] Per ogni nuovo romanzo io trovo l’ispirazione in bagno. È sempre stato così. Fin da ragazza, se volevo concentrarmi, dovevo chiudermi in bagno. Quando ho cominciato a guadagnare, le prime spese sono state per la stanza da bagno: enorme, lussuosa, una sala da soggiorno vera e propria, con poltrone, tavoli, sedie, e una vasca meravigliosa, istoriata, con il bordo di mogano. Adagiata nell’acqua calda profumata dai sali, mangiando mele e bevendo tè, ho sognato decine di delitti perfetti. Ma ci sono altri modi per trovare l’ispirazione: il più semplice è sfogliare il giornale e lavorare di fantasia su un fatto di cronaca. Di solito uno pensa prima alla struttura generale del romanzo, magari sorprendendosi a dire: “Quello sarebbe uno strepitoso colpo di scena, un sotterfugio davvero buono”. Il primo scopo da raggiungere è quello di trarre in inganno il lettore: da lì si procede a ritroso. Io comincio sempre con un’idea abbastanza precisa dell’intero libro, anche se qualche particolare viene aggiunto o cambiato mentre scrivo. Si è sempre un po’ preoccupati dalla prima apparizione dell’assassino. L’assassino non deve mai comparire troppo tardi: questo renderebbe il libro poco interessante per il lettore. E la soluzione deve funzionare perfettamente, giungendo quanto più prossima possibile alla fine della storia. Io ho alcune regole da cui non derogo. Non devo scrivere cose false. Scrivere “La signora Armstrong tornò a casa chiedendosi chi fosse l’assassino”, se l’assassino era poi lei, sarebbe sleale. Ma non è sleale tacere qualcosa. In Dalle nove alle dieci, il narratore scrive: “Me ne andai dieci minuti più tardi, dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare”. Qui manca qualcosa, ma non c’è bugia.

Chiunque sia l’assassino, deve essere qualcuno che, a mio giudizio, può essere l’assassino. Un omicida deve avere una personalità su cui i freni inibitori non funzionano. La vanità, ritengo, è una caratteristica molto importante al riguardo. Un assassino non è un tipo dubbioso, non c’è alcun freno in lui, ed egli è ben sicuro di quello che fa. Ma non c’è bisogno che questo particolare sia ovvio: raramente, infatti, si arriva a questo punto, nella vita reale.

[…] Molte ragazze americane mi scrivono lettere di ammirazione. E tutte così affettuose! Ma gli indiani sono ancora peggio. “Ho letto tutti i suoi libri: lei deve essere una donna molto nobile”. Chissà cosa c’è mai nei miei libri che possa far pensare a qualcuno che io sia una donna nobile.

Qualche volta gli ammiratori sono delusi dalle mie fotografie: “Non pensavo che lei fosse così vecchia”, scrive qualcuno. Altri mi fanno delle domande: “Che emozioni prova quando scrive?”. Io scrivo per divertire.

Un africano, una volta, mi scrisse una lettera preoccupante: “Sono entusiasta dei suoi libri e voglio che lei diventi mia madre. Verrò in Inghilterra il mese prossimo …”. Dovetti rispondere subito che stavo partendo per un lungo viaggio all’estero …

I critici sono brava gente, di solito credono in ciò che dicono. Forse hanno ragione a non prendermi troppo sul serio. Neppure io mi prendo in seria considerazione, so che i miei libri sono cosa di poca importanza. Ho solo cercato di intrattenere, di divertire la gente, non ho avuto ambizioni maggiori. Dieci anni dopo che sarò morta, sono sicura che nessuno si ricorderà più di me».

Agatha Christie

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Il piccolo principe: è triste dimenticare un amico

Siamo stati in ferie sulle spiagge dove è stato scritto il libro “Il piccolo principe”. L’ho riletto insieme a mio figlio Michele e, come sempre accade, mi ha colpito un aspetto che in precedenza non avevo colto: il grande punto di forza che sono le nostre fragilità.

Ne parlo qui.