Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

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Il bosco (o il desiderio?) verticale

img-bosco1-1000x749Cosa sarebbe successo a Cappuccetto Rosso se la nonna avesse abitato nel bosco verticale? È la prima cosa a cui ho pensato quando mi sono trovata a Milano ai piedi di questi edifici ultra moderni e chic. Ho immaginato la bimba col mantello color rubino tutta bardata da alpinista che scala la facciata esterna del grattacielo per raggiungere il ventitreesimo piano dove sua nonna è alloggiata. Poi ho immaginato il lupo che prende la scorciatoia per arrivare nel medesimo luogo e corre a perdifiato su per le scale … ma – per fortuna! – il cacciatore ha preso l’ascensore e bum! gli spara proprio davanti alla porta di casa della nonna.

Poi ho immaginato che la nonna di Cappuccetto Rosso non avrebbe potuto permettersi di abitare nel bosco verticale. La sua pensione non le avrebbe permesso neppure di accedere all’atrio del bosco verticale. Ed è qui che la fiaba si è interrotta.

L’idea architettonica dei grattacieli verdi è pazzesca. Funziona, perché è molto green, è trendy ed è chic. Unisce il condominio alla foresta. Il grattacielo si ramifica. La forma rigida e fredda del casermone di decine di piani sparisce, tra le forme di giganteschi alberi, arbusti colorati, piante fiorite; gli uomini abitano impilati gli uni sugli altri, ma hanno l’impressione di stare nella casetta sull’albero. Quegli appartamenti però non hanno nulla a che vedere con un piccolo rifugio di legno tra i rami; sono costosissime dimore per un pubblico esclusivo e sofisticato. L’idea abitativa è allettante: «si tratta di un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima».

Bello, bellissimo da vedere. Io amo i fiori e le piante, mi dedico al massimo delle mie capacità a curare il mio minuscolo giardino: ad esempio, ho salvato un limone dalle gelate di quest’inverno e vederne le foglioline nuove spuntare mi dà l’idea che la speranza abita tra noi, in carne e ossa … e foglie.

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foto di Jerome S

Ma il bosco è sempre stato orizzontale. L’idea di esplorarlo, di potersi perdere, di fare un pic-nic, di raccogliere funghi è sempre stata democratica, accessibile a tutti. Disporlo in verticale, con costi di gestione molto alti, enfatizza le disparità sociali del nostro tempo: molti moltissimi sono a livello asfalto e tirano a campare, pochi pochissimi si godono la fresca aria degli attici ultralusso.

Non sono affatto contro l’idea del bosco verticale, anzi. Mi amareggia la versione chic che solo i privilegiati possono godersi a costo altissimo. Quando invece una pianta e un albero hanno solo bisogno di luce e acqua, cose che tutti possono permettersi perché basta … una finestra e la pioggia.

A ben vedere, da quando conosco Milano, di boschi verticali ce ne sono sempre stati. Tendenzialmente, quando visito la grande metropoli del Nord, ci arrivo in treno: venendo da Bologna, un tempo c’era un regionale fantastico che andava lentissimo e mi godevo la vista appieno, ora esistono sono quelli ad alta velocità e gli occhi faticano a stare concentrati sugli oggetti che sfrecciano via.

Panni-stesPerò la visione resta. Dopo Lodi, i campi via via spariscono – e insieme a loro i radi boschetti orizzontali – e i binari, inoltrandosi via via nel centro città, offrono scorci su certi edifici alti e fatiscenti, pieni zeppi di finestre e minuscoli balconi. I muri sono neri per lo smog, l’intonaco cade a pezzi, murales e pubblicità coprono le facciate ad altezza strada. Tutto suggerirebbe tristezza e povertà, una vita misera da formiche schiacciate nella grande metropoli.

Eppure quei minuscoli balconi traboccano di vasi, piante e panni stesi. Sono pertugi microscopici che esplodono di vita, letteralmente. Il muro vecchio e incrostato scompare, vivacizzato da lenzuoli e pantaloni d’ogni colore che sventolano appesi. E ti viene da chiedere come possa starci tutta quella roba in uno stendino minuscolo, attaccato a una finestrella altrettanto minuscola.

È come vedere un enorme getto di fuoco che esce dalla bocca di un gattino, anzichétorino_VIA-PASTRENGO2 di un drago. È un’esuberanza fuori scali, esagerata che mi ha sempre suggerito la vita viva di chi abita lì dentro. Saranno uomini e donne e bambini che fanno fatica ad alzarsi il lunedì mattina, magari che stentano ad arrivare a fine mese, ma che lasciano tracce vivaci della loro presenza.

Le piante sono così rigogliose che sembrano precipitare dai balconi; le foglie e i rami s’infilano tra le esili inferriate e crescono a dismisura. I fiori giganteggiano coi loro colori sfacciati. Sembra un paradosso come un fiore nel deserto; a tutti quelli che hanno pontificato sulla miseria della periferia, sull’aridità della vita moderna, sul disagio umano dei quartieri popolati, quei piccoli arbusti fioriti che debordano dalle piccole finestre scrostate stanno a dire che – sì – ovunque c’è un uomo, c’è un ardore di vita.

Non credo quei vegetali – gerani, aralie, tageti, ficus – se ne siano occupati i paesaggisti laureati che curano il grattacielo col bosco verticale. Eppure il tripudio della natura ha sortito il medesimo effetto.

E mi pare un’immagine autentica di cosa sia il desiderio.

Non conta se sei esodato, drogato, cassaintegrato, ragazza madre, pensionato con la minima, giovanotto sbandato; lì dove c’è un uomo c’è un’attesa, un desiderio di fiorire vivendo. Il fiore è cocciuto e sboccia anche in una crepa dell’asfalto. Può essere che la vita non ti riservi altro che dolore, batoste e gran sudore per mantenere i tuoi cari; ma con un paio di euro – un giorno – prendi un vasetto di gerbere al discount. È tutto sciupato e appassito, perché è lì da chissà quanto e nessuno lo annaffia. La commessa ti fa pure lo sconto. Lo metti sulla finestra del cucinotto, verrà inondato dagli odori di fritto e stufati. Con un po’ d’acqua si riprende e dopo un po’ di tempo ti accorgi che quella pianticella è così cresciuta che devi rinvasarla.

Ci sono piante così «entusiaste» – come l’anima di ogni uomo – a cui basta davvero niente e diventano sempre più grandi e rigogliose, devi rinvasarle, e rinvasarle, e rinvasarle. Gli sta pure bene se usi un qualsiasi barattolone di plastica trovato nel ripostiglio. Che ne sa la pianta che il balcone ormai è troppo piccolo per lei? Lei cresce, a dismisura anche in uno spazio risicato. Per le foglie basta l’aria e la luce. Per le radici basta la terra e l’acqua.

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Passi piccoli. Buoni propositi per l’anno nuovo.

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Per ritrovare la sua casa Pollicino doveva seguire la traccia delle briciole di pane. Sto cominciando a pensare che la sua avventura abbia un senso anche per me. Ho raccolto tante briciole negli ultimi giorni, disordinatamente, che mi stanno suggerendo – appunto – quanto proficuo sia il metodo delle briciole.

In effetti non ho fatto una gran scoperta; già da tempo Anna, una mia compagna di università, ci ha fatto un blog; bellissimo.

Da qualche anno ho quest’abitudine: verso novembre drizzo le antenne su tutto ciò in cui m’imbatto perché è sempre capitato che, casualmente, mi piombasse tra le mani una «dritta» per l’anno nuovo. Quest’anno la mia attenzione è stata catturata da questa citazione dal Piccolo principe, pubblicata su un profilo Instagram che seguo.

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi”

Mi è sembrato un messaggio ad personam, cioè proprio diretto a me, perché la mia piccola Matilde è pronta ad avventurarsi nel mondo del gattonamento e poi in quello più spericolato delle camminate. Anno nuovo significherà per la mia famiglia ri-imparare a camminare, accompagnando Matilde nella sua esperienza. Un passo dopo l’altro. L’arte dei piccoli passi è il segreto più recondito del mondo.

Tutte le briciole che sto raccogliendo ultimamente confluiscono sul mistero fruttuoso della piccolezza. Non è una riflessione ben organizzata, è più che altro un ingorgo di domande, un mosaico tutto ancora scombinato. La nostra storia e immaginazione raccolgono tanti spunti in cui tutto ciò che è minuscolo compie meraviglie più clamorose di ciò che è grosso, potente, vistoso.

Il piccolo Jack ha sconfitto i giganti.

Perché proprio e solo un piccolo Hobbit della Contea poteva riuscire a distruggere l’anello?

Dio è diventato un piccolo neonato in una piccola grotta in una piccola provincia del grande impero romano.

Perché per entrare nel paese delle meraviglie Alice si è dovuta infilare in un passaggio piccolo?

In 300 insieme a Leonida sconfissero l’immensa armata persiana alle Termopili.

Queste sono alcune dei tasselli del mosaico confuso che avevo in testa già da un po’; se ne sono aggiunti s-l225altri dopo che la citazione di Saint Exupery mi è piombata addosso. In queste vacanze natalizie ho letto due libri: i Racconti ritrovati di Tolkien e Imagine. Utopia o nichilismo? di David Nieri.

In uno dei racconti di JRRT si parla di un viaggiatore che ha il desiderio di esplorare tutto il conoscibile, una ricerca nel vasto, nell’ampio, nell’illimitato. Proprio come l’Ulisse dantesco. Eppure questo viaggiatore finisce per incuriosirsi e fermarsi in un luogo piccolo piccolo, la casa del gioco perduto in cui si può entrare solo seguendo queste indicazioni:

«Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere davvero piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo mentre stanno sulla soglia».

Può essere che solo la piccolezza abbia risposte davvero sensate per chi sente il bisogno di «tutto» e vorrebbe ottenerlo allargando la mente all’infinito? La risposta non ce l’ho. Però leggere il libro che David Nieri ha scritto su John Lennon e sulla canzone più famosa che abbia composto mi ha fatto procedere nella stessa direzione di riflessione.

coverimagine-5Imagine è ritenuto IL manifesto pacifista; ahimè non è affatto così e io l’ho detestata da sempre, però in modo superficiale. Grazie a questo libro ho conosciuto meglio Lennon, commuovendomi profondamente per il suo disagio irrisolto che confluisce in Imagine come fosse un grande castello, fragilissimo e sul punto di crollare. L’utopia di questa canzone non tiene e frana nel nichilismo proprio perché tende a togliere ogni sorta di limite e confine; è una negazione del piccolo e di ogni cornice possibile.

«Nessun paese, nessuna proprietà, nessuna religione» canta John ed è il balbettio di un uomo solo che ci prova, ci prova, ci prova a immaginarsi come dove quando possa esistere un luogo e un tempo di pace. Toglie i limiti, che lui interpreta come cinture di forza. Ma scrive Nieri: «Imagine prospetta una realtà senza radici e priva di qualsiasi identità … . Si tratta in effetti di una visione nichilista che diventa inesorabilmente fonte di violenza e sopraffazione».

I limiti sono in realtà le nostre cinture di sicurezza, quelle che ci proteggono in caso di disastro. E la cosa più commovente che ho appreso da questo libro è il finale emblematico della storia di quest’uomo-cantante-idolo-guru. Un bambino piccolo piccolo giunse anche a Lennon per cambiargli la vita. Scrive David Nieri:

«Disilluso, John Lennon si stancherà presto anche della lotta in prima linea, fino ad abbandonare completamente le scene per cinque anni, dopo la nascita del figlio Sean (1975), del quale decide di prendersi cura totalmente, a differenza di Julian, che per lui rimarrà quasi un estraneo.

L’artista che tornerà sulle scene cinque anni dopo con l’album Double Fantasy, condiviso con la moglie, sarà quasi irriconoscibile. È lecito pensare che Imagine a questo punto della sua vita, sia solo la tappa intermedia di un percorso che lo ha portato a comprendere il suo vero significato, grazie anche alla nascita quasi miracolosa di un figlio – le possibilità di averlo, secondo i medici, erano assai remote – , che ne muta radicalmente le prospettive».

Come il viaggiatore di Tolkien, anche Lennon ha esplorato l’esplorabile (illiminata fama, illimitati soldi e viaggi, illimitato abuso di droghe, libertà sessuale e verbale) e poi giunse lui un segno piccolo piccolo, un bimbo così fragile che non avrebbe neppure dovuto sopravvivere. È umano fermarsi ad adorarlo, come fecero i pastori a Betlemme. Cosa «dice» a un uomo bisognoso di senso un segno così piccolo?

La piccolezza insegna il mistero dei piccoli passi fatti da piccole creature. Il granellino di senape è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.  Ogni gesto quotidiano di relazione – che resta innominato dalla cronaca, invisibile alle grandi masse, apparentemente anonimo –  è una pietra miliare nella storia dell’umanità, cambia i destini più di un terremoto o di un attentato terroristico. Non so perché sia così, ma è così.

Dobbiamo custodire piccoli recinti di piccolezza, casette piene di «bambini» insenso letterale e simbolico. Se ci verrà chiesto, dobbiamo sacrificarci per salvare i piccoli (che sono i bambini, che sono gli ultimi, che sono persino i cuori rimpiccioliti dentro anime vanagloriose). Dobbiamo fare come fa miss-peregrine-la-casa-dei-ragazzi-speciali-770x439_cMiss Peregrine; anche questo film natalizio mi ha colpito molto.

Tutto ciò che è speciale va custodito in una piccola casa. Non significa escludersi dal mondo; significa affrontarlo in pienezza, grazie a una certezza che può sopravvivere solo aggrappandosi a qualcosa di concreto e limitato.

Ecco, non so dire altro … è l’ipotesi con cui mi addentro a esplorare l’anno nuovo, in attesa che altre briciole siano messe lungo il mio cammino verso casa.

Ed è motivo di grande gratitudine per loro notare che, mentre io rimuginavo in astratto su queste cose, i miei amici Anita e Giuseppe hanno concretamente composto e cantato Quando saremo piccoli, perfetta colonna sonora del viaggio di chi come me si sente un hobbit piccolo ma non fragile.

 

Anche gli angeli sbrogliano matasse

In un tranquillo dopocena infrasettimanale ho sentito quest’eresia in TV: «… perché noi siamo donne che corrono dalla mattina alla sera, non stiamo a casa a fare la maglia!». Lo diceva una conduttrice per esaltare il comfort di un paio di scarpe.

Bette Davis e Sally Sage

Bette Davis e Sally Sage

Casualmente io stavo facendo la maglia. Mi sono anche fatta un veloce esame di coscienza, richiamando alla memoria che pure io avevo corso tutto il giorno tra figli e lavoro. Perciò ho alzato la testa dalla maglia per guardare in faccia la signora in TV e le ho telepaticamente risposto: «Mia cara, fai anche tu la maglia e ti renderai conto che non è una faccenda da sfaccendate».

Lavorare a maglia è un’attività completa, richiede manualità e pensiero, pazienza e volontà, creatività e ripetizione. Quando mi ci dedico, io mi ricordo del mio posto nel mondo: sono una creatura semplice che si dà da fare dentro un ordito di circostanze che appare casuale ma non lo è. La vita, come la maglia, sembra senza schema se guardata da vicino e in modo frammentato; quando la osservi a distanza di tempo, ti accorgi che eventi irrelati tra loro e insignificanti si sono incrociati in modo fruttuoso o doloroso. Nulla si presenta irrelato o isolato, tutto crea un disegno.

 E poi sferruzzare è un impegno che educa al valore della pazienza: volere tutto e subito è un’illusione fallace; invece, una grande gratificazione attende chi pazientemente lavora a una trama fatta di piccoli passi, a volte ripetitivi.

Ho imparato dal signor Chesterton che i detti popolari sono depositari di grandi verità, perché il popolo è sano e non dice fesserie. La frase sul fare la maglia pronunciata dalla conduttrice non credo appartenga alla sapienza popolare; sarà nata in qualche altra circostanza snob insieme alla frase sul «pettinare le bambole». Pettinare le bambole è un altro impegno benedetto e sacrosanto; basta osservare una bimba che lo fa! Richiede lo stesso tipo di amore con cui una mamma pettina, pulisce ed educa i suoi figli. Pettinare le bambole è sinonimo di «ama il prossimo tuo come te stesso».

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Foto di Audra B

I veri detti popolari sul lavoro a maglia sono – guarda caso – molto più assennati e realistici. Si dice «trovare il bandolo della matassa», si dice «sbrogliare la matassa», si dice persino «sta attaccato con lo sputo».

Non sono esperta nel metodo dello sputo, ma dicono che funzioni davvero ed è un modo efficace per unire due gomitoli di lana.

Sono molto esperta in matasse, invece. Soprattutto in matasse tutte imbrogliate.

Qualche settimana fa mi occorreva un filato mélange per fare un paio di guanti e sono andata nel negozio di fiducia, dove l’addetta mi ha mostrato ciò che aveva. Ha aggiunto: «Queste sono matasse, non gomitoli. Sa come fare gomitoli da una matassa?».

Le ho chiesto di fare un ripasso, non si sa mai. E lei ha cominciato mostrandomi come trovare «il bandolo della matassa». C’era un piccolo filo di cotone bianco che indicava il punto da cui si dipanava la matassa. Poi mi ha mostrato la tecnica per fare il gomitolo, suggerendomi di avvalermi di qualche aiutante. Arrivata a casa, ho chiesto aiuto ai miei figli che hanno trovato la cosa a tratti divertente e a tratti noiosa.

Alla fine, grazie al loro contributo esilarante, mi sono ritrovata con una matassa di filo mélange tutta intrecciata. È una prova di pazienza sbrogliarla. Mi è venuto in soccorso mio marito, il cui sguardo è più analitico e operativo del mio. Però lui di solito non ha pazienza; invece quella sera se ne stava lì sul tavolo e silenziosamente sbrogliava la mia matassa.

È stato a quel punto che ho pensato alle Parche e al fatto che la loro versione dei fatti non mi convincesse del tutto.

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Mi riferisco alle figlie di Zeus e Temi, le tre divinità a cui era affidato il destino dell’uomo: Cloto filava il filo della vita, Lachesi distribuiva i destini e decideva la durata del filo della vita, infine Atropo tagliava il filo nel momento della morte. Le loro decisioni erano immutabili, neppure gli dèi potevano metterci becco.

È interessante che la metafora tessile sia associata alla vita umana fin dalla classicità, segno – appunto – che non è cosa insignificante mettersi a tessere e cucire. Però, dove sta la mia libertà in una visione così ineluttabile e affidata al discernimento insondabile di quelle tre signore?

Guardando mio marito alle prese con la mia matassa, un pensiero mi ha attraversato la mente. In quel filo tutto intrecciato ho visto la mia vita incasinata, in quelle mani lente che lo districavano ho visto un angelo soccorritore. Mani più grandi della matassa erano all’opera per farne un gomitolo ordinato. E la matassa si faceva aiutare perché da sola era inerte.

Come essere umano, io certo non sono inerte. Però sono incapace di venire a capo di tutto il putiferio che mi circonda. Ne combino così tante che mi ritrovo spesso a dover trovare il bandolo della matassa. La confusione degli eventi e l’ansia mi rendono smemorata, mi precipitano nella nebbia di non ricordare più l’origine di un’azione o di una scelta. Perché lo sto facendo? Boh.

Senza il bandolo della matassa non si combina nulla. Senza aver chiara l’origine di ogni gesto non si porta a termine nulla.

Sono poi così disordinata e frenetica da mandare all’aria i progetti. Tutto il filo della vita si attorciglia … e quanti brutti nodi sono capace di creare. Forse sarebbe davvero meglio che se ne occupassero Cloto, Lachesi e Atropo! E invece no. La mia libertà è una cosa sacrosanta, così preziosa che il Creatore ha tollerato ogni nostra specie di garbuglio pur di salvaguardarla.

Accade talvolta che nodi strettissimi si sciolgano in modo inaspettato, o che matasse di eventi indecifrabili ci svelino all’improvviso un’ombra di senso. È in queste circostanze che ho la certezza che il Creatore ci abbia offerto della manodopera di alta sartoria di cui avvalerci. Sono certa che non sia rimasto passivo nel vedere il nostro filo annodarsi e attorcigliarsi.

Ha pensato per noi a degli aiutanti, gli angeli. Definirli degli sbroglia-matassa è riduttivo, perché loro sono la milizia celeste e quindi suppongo che, quando a tempra volitiva, non siano da meno delle Parche. D’altra parte, per proteggere le nostre matasse ci vuole proprio un sacco di fermezza e volontà. Illumina, custodisci, reggi, governa. Li preghiamo con queste parole e forse loro sono proprio come le mani di mio marito che, silenziose, si mettono di buona lena per accudire la trama della nostra vita.

Ci fa bene che il loro intervento non sia sempre attivo e risolutivo; ci reggono e ci governano anche quando la barca sembra in completa balia della tempesta, perché nessun bambino impara a camminare se i suoi genitori lo tengono sempre stretto.

Però ci sono dei momenti in cui è evidente che il nostro destino non è abbandonato al puro o semplice caso, o al nostro istinto.

Sono quei momenti in cui noi avvertiamo, vagamente, un sollievo; o quando ci piomba addosso un’intuizione improvvisa e benedetta. Sono quei momenti in cui, pur da soli, sentiamo di non aver risolto tutto da soli. Lì c’è il tocco di angelo, che ha sciolto un nodo o ha sbrogliato l’intrico di fili attorcigliati.

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Grace Brett, 104 anni, è la più anziana street artist al mondo. Decora la sua città in Scozia con i suoi lavori all’uncinetto e a maglia

Arrivata a questo punto del mio sogno a occhi aperti, mi è passata per la testa un’altra visione del tutto strampalata ma confortante. Ho pensato che gli angeli sono così angelicamente virtuosi da essere solidi come il marmo, distanti dalla fragilità umana. Ho pensato che ai loro occhi tutti i nostri gesti e tentativi devono sembrare dei miseri scimmiottamenti, qualcosa di incomprensibile in base alla logica della Puro Bene.  

Forse abbiamo bisogno di traduttori che spieghino alla milizia celeste il senso dei nostri piccoli gesti, o anche solo di rompiscatole che incalzino i cherubini ad aiutarci per cose che ai loro occhi angelici parrebbero stramberie.

Ecco … forse parte del purgatorio dei nostri morti consiste nell’elemosinare pietà per noi. Io me la vedo benissimo mia nonna che, lassù, importuna una creatura celeste spiegando e rispiegando che sono un’egoista orgogliosa, ma in fondo sono buona. Me la vedo che fissa dritta negli occhi un serafino (lei non ha mai avuto paura di nessuno!) e lo convince: «Dai, su, fai qualcosa … Non vedi che s’è di nuovo cacciata in un pasticcio? Guarda che non ne viene mica fuori, dai dalle una mano. Io glielo dicevo sempre che è precipitosa e ansiosa!».

Ovviamente questa visione non ha alcuna attendibilità teologica, è solo un mio viaggio di testa. È anche nostalgia di quei pomeriggi invernali trascorsi in silenzio a sferruzzare con mia nonna.

Addio monti, addio casa, addio famiglia

C’è una storia che tutti conoscono. Ci hanno interrogato a scuola, abbiamo scritto temi sulla sua trama e i suoi personaggi sono entrati nei nostri modi di dire. È talmente nota che nessuno più la nota. Certo, ci sono i suoi fan irriducibili che la venerano e la trattano come oggetto da museo, ma una storia imbalsamata non è più una storia, così come un motociclista fuori dalla pista non è un motociclista.

E dunque c’è questa storia che tutti sono costretti a leggere, pochi si incaponiscono a venerare e moltissimi hanno ingurgitato ed espulso come lo sciroppo per la tosse, necessario e fastidioso.

Sto parlando di Renzo e Lucia, e della truppa che li accompagna: Don Rodrigo e Don Abbondio e la monaca di Monza e tutti gli altri. C’è bisogno di mettersi promessi sposia ripetere la trama della loro storia?

Direi proprio di sì, proprio perché tutti la conoscono. I Promessi sposi è un romanzo che difende ed esalta l’utilità dei violenti capovolgimenti di fronte. La morale complessiva potrebbe essere: non è affatto confortante guardarsi attorno e constatare di non avere avversari.

Ci sono due ragazzi della provincia, si amano e hanno un lavoro. La loro è una vita modesta, ma non sono indigenti. Vivono al lago, un panorama mozzafiato e poco casino. È l’ideale per metter su famiglia, se non si hanno grilli per la testa. Gli amici sono sinceri e il lavoro è pesante. La domenica si va in chiesa e qualche sera all’osteria. Avere un piccolo tetto da condividere con l’amato e i figli è un sogno su misura. Bello e fattibile. Tanto confortante quanto tranquillo. Una gioia semplice, direbbe il romantico. Una noia mortale, direbbe il realista. In ogni caso è ciò che Renzo e Lucia sono pronti a volere per tutta la vita, sinceramente. E nessuno, ma proprio nessuno dei loro amici e parenti si è sognato di contraddirli, anzi tutti si congratulano e festeggiano il progetto delle nozze imminenti.

Una volta sposati, Renzo e Lucia avrebbero vissuto al lago, tra casa e lavoro. E sarebbero stati felici, onestamente e semplicemente felici; avrebbero tirato su dei bravi figlioli, litigato su piccole stupidaggini, goduto delle feste di paese, pianto i loro morti. Niente di più e niente di meno.

Per fortuna, poco prima delle nozze qualcuno si decide a dare una bella raddrizzata a un percorso altrimenti un po’ rattrappito. Qualcuno fa un atto di bene verso Renzo e Lucia, impedisce il loro matrimonio. Con la comparsa in scena di Don Rodrigo entra a piedi pari nella storia anche la speranza. Salta tutto, Renzo e Lucia dicono addio ai loro progetti lieti e quieti. E finalmente comincia una storia umana come Dio comanda!

Potrebbe sembrare fin troppo paradossale il modo in cui finora ho sintetizzato una trama arci-nota, ma talvolta è necessario uno scossone per vedere quel che non si riesce più a vedere. Penso che il vero inizio della storia di Renzo e Lucia sia la memorabile pagina dell’Addio monti, perché da lì in poi loro due cominciano davvero qualcosa.  3715284Fino a quel momento la trama è stata come una testa girata all’indietro, parla di un passato fisso e pianificato: i progetti di una giovane coppia, le mire pruriginose di un signorotto locale, il suo tentativo di mettere i bastoni tra le ruote ai fidanzati e i tentativi falliti dei fidanzati di ricomporre il progetto matrimoniale saltato. Si nuota in acque già note. Ma quando arriva il momento di mollare tutto, perché non è possibile ricucire la tela strappata, allora una vera novità s’introduce nella storia. Inizia un quadro diverso da quello prestabilito nei progetti dei fidanzati. Da quel momento in poi comincia una trama vera e propria, c’è una testa che guarda in avanti.

Il primo effetto di una novità è la scoperta. Sulla piccola barca che la porterà chissà dove, Lucia scopre casa sua, come la vedesse per la prima volta. Proprio nel momento in cui l’abbandona, vede la sua vita (passata). La ragazza non aveva mai guardato ciò che aveva sotto gli occhi come nel momento in cui dice addio a tutto:

 

addio cime ineguali

addio ville sparse e biancheggianti

addio casa natia

addio casa sogguardata tante volte di sfuggita

addio chiesa

 

Tutto il frutto buono, positivo e costruttivo del romanzo si nutre di questo seme: lo struggimento della perdita. Non c’è «concime» migliore nella vita. Perché se ora – con un grande balzo – passiamo a considerare l’epilogo della storia, vedremo che solo a partire dallo snodo decisivo della perdita si genera un guadagno esponenziale. Può essere utile uno schema:

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Il punto di arrivo coincide con il punto di partenza: la costruzione di una casa. Non è che, dopo tutte le peripezie attraversate, il progetto cambia e Renzo e Lucia decidono, magari, di avere una relazione «aperta» in cui lui diventa imprenditore tessile a Milano e lei viene assunta come segretaria dall’Innominato. No. Pur messo a soqquadro, il progetto iniziale resta tale e viene compiuto: volevano sposarsi e si sposeranno, andando ad abitare dove avevano deciso. Con quale differenza, rispetto alla situazione prima dell’addio? La casa ospita uno spazio umano molto più grande.

Alla fine, la storia piccola di due fidanzati abbraccia la Storia umana complessiva. In principio l’idea di Renzo e Lucia è «egoisticamente» piccola: il loro amore, il loro paese, la loro casa, i loro progetti. Dopo la fuga, gli anni passati lontani e i pericoli superati, quella stessa casa si è ingrandita, perché gli occhi e il cuore dei due protagonisti hanno incontrato una grande varietà umana e geografica: gente buona e gente cattiva, disgrazie e gioie, amici nuovi e vecchi parassiti. E tutto questo guazzabuglio umano entrerà in casa loro: alla fine del viaggio la famiglia di Renzo e Lucia sarà un progetto più ampio e comprensivo di quello che avevano pensato in partenza, sarà un orto nutrito dai semi che hanno raccolto per via.

Proviamo, ad esempio, a pensare a come Renzo guarderà i suoi figli, ricordandosi della madre di Cecilia. L’immagine premurosa di quella donna che accudisce con tutta la dolcezza materna la sua bimba morta e la depone sul carro dei monatti è un «corso di aggiornamento» esauriente per un genitore!

Per tutto il tempo del viaggio, cioè dell’allontanamento e successivo ritorno a casa, il percorso di Renzo e quello di Lucia DEVONO essere diversi. Perché è un viaggio educativo, e il compito del padre non è uguale al compito della madre.

La madre genera e, proprio come suggerisce il nome della protagonista, la donna è la luce che promana dalla casa e produce frutti. A Lucia spetta incontrare l’umano e cambiarlo attraverso la sua testimonianza, se la libertà altrui l’accoglie. Infatti, l’Innominato cambia, ma la monaca di Monza no.

Il padre ha un ruolo comprensivo, quasi «digestivo». A lui spetta il compito di guardare il mondo, conoscerlo e portarlo «digerito» dentro casa. Renzo è testimone della Storia (le insurrezioni popolari, la peste) e dell’umano (oste, fornai, madre di Cecilia). Renzo osserva, sbaglia, capisce e alla fine dirà: «ho imparato questo, ho imparato quello, ecc …».

In questo spazio aperto il compito familiare dei due promessi sposi si compie: Lucia porta la feconda luce domestica al mondo, Renzo conosce e porta il mondo dentro le pareti domestiche. Lei dona fuori, lui accoglie dentro. Il frutto finale è che la casa piccola ed egoistica dell’inizio diventa una casa grande e fecondata dal contributo dell’umanità. È la stessa casa, ma è diversa. È fatta nuova.

Ora chiediamoci chi è l’artefice di questo frutto inaspettato e grande.

Don Rodrigo. Sì, proprio lui. Insieme all’ignavo Don Abbondio.

L’avversario genera l’avventura. O meglio: l’avversario genera un cambiamento che i protagonisti scelgono di vivere come un’avventura e non come una sconfitta.

Ciò che viene in direzione opposta e fa saltare tutti i piani è il motore di un cambiamento infine buono. Per questo, all’inizio, dicevo che Don Rodrigo porta la speranza. Per quanto contraddittorio possa sembrare, è lui a forzare la mano, a dare un calcio nel sedere all’affetto semplice e impigrito di Renzo e Lucia. La prova dolorosa conduce a una gioia più grande di quella progettata in principio. È come il parto per una madre.

 Il tempo in cui viviamo è molto simile a questa storia. Da sempre si credeva che la famiglia fosse Renzo e Lucia, un uomo e una donna che si sposano e mettono su casa. Era una verità data talmente per scontato da essere lasciata nel dimenticatoio. Si può dire che anche i più entusiasti sostenitori della vita domestica fossero pigri quanto Renzo e Lucia all’inizio della storia. La casa era solida e già costruita, i progetti erano semplici e sinceri.

Invece – proprio in questi giorni – ci ritroviamo sbattuti sulla barca dell’Addio. È arrivato Don Rodrigo a buttare giù il castello che reggeva da secoli. Sul tema della famiglia è in corso un dibattito gigantesco e profondo. Tutto ciò che si dava per scontato sta saltando e viene attaccato. Siamo sulla barca dell’Addio. Lasciamo, come Renzo e Lucia, la piccola casa in cui credevamo di essere tranquilli e beati. Ma «addio» – come nel caso dei Promessi sposi – non è un congedo finale, bensì la porta spalancata verso una casa che troveremo più grande. Voglio pensarla così.

Come in ogni cosa umana, l’attuale dibattito sulla famiglia ospita voci sincere e voci ideologicamente interessate. Ci sono anche i Don Abbondio, gli ignavi. C’è di tutto.

Cos’è una famiglia? L’affetto tra due persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale, è una dote per lo Stato? Che posto hanno i figli dentro la sfera affettiva di una coppia? E cosa esige la dignità della loro persona? Tutto ciò è materia di scontro, più che di confronto. Tutto ciò spesso degenera in materia di scambio politico o preteso per offensive indegne. È un campo di battaglia, come da sempre lo è la Storia.

Quando si è in mezzo al polverone è inutile battersi il petto, si deve stare sul pezzo. Ma quando si è nel polverone non si può andare alla cieca. Bisogna seguire qualcosa, anche una piccola luce. Forse Lucia.

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Foto di Angus Kirk

Non so cosa nascerà da tutto questo putiferio sulla famiglia, ma sono certa che si possa vivere questo putiferio nel modo in cui Renzo e Lucia hanno vissuto i loro casini. Ci è chiesto di uscire di casa, di dirle addio, cioè di mettere tutto in discussione e non per abbandonarlo, ma per vederlo meglio. Non ci è chiesto di cambiare casa, ma di essere pronti a ricostruirla da capo. Perché anche chi crede di sapere già tutto deve imparare qualcosa. E Lucia vede davvero casa sua nel momento dell’addio. Dicendole addio, la troverà più grande alla fine del viaggio.

Il punto, infatti, non è la necessità di cambiare casa. Si può andare in capo al mondo per ritrovare il punto di partenza. Ed è un esercizio fruttuoso. Personalmente, io ho un’idea di famiglia radicata nell’esperienza cristiana e ne sono così nutrita da non volerla affatto vedere distrutta. Ma sono pronta a ricostruirla da capo, a metterne a fuoco meglio le fondamenta e l’arredamento attraverso un dibattito anche radicale, perché non voglio darla per scontato.

Ero molto piccola quando ho visto che strade non convenzionali possono portare a risultati molto tradizionali. Mia madre fu così coraggiosa da scegliere la via della separazione non consensuale per tenere unita la nostra famiglia. Passò dal tribunale per non tradire ciò che aveva promesso a Dio in chiesa. Assurdo. Ma vero. All’inizio fu incomprensibile a tutti, dopo anni lo schema del disegno si mostrò e la ferita della separazione ci ha permesso di ritrovare un’unità più vera, tra me, mia madre e mio padre. Non ci siamo trasformati in una famiglia allargata, ma siamo tornati a essere una famiglia tradizionale.

Dunque non mi spaventano gli addii, se non sono una via di fuga facile.

Dunque ringraziamo anche Don Rodrigo, se l’avversario mi introduce a un’avventura.

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «desiderio»: attesa di compimento? progetto ambizioso? volontà cocciuta?

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «diritto», cosa è la «generazione», come è compatibile la visione tradizionale della famiglia con la lunga serie di omicidi domestici che la cronaca ci documenta. Ne faremo fondamenta rinnovate di un progetto antico quanto il mondo.

Un po’ di selva nel mezzo del giardin

Foto di Tom Jutte ukgardenphotos

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Foto di ukgardenphotos

Quando mi affaccio dal balcone della sala, l’occhio mi cade immancabilmente su quell’angolo del mio giardino che trascuro, perché richiederebbe una manutenzione pesante. Ora, d’inverno, quel cantuccio è proprio bruttarello … tutto spoglio e pieno di foglie secche che sono marcite per la pioggia … ma in primavera e in estate è un anarchico tripudio di erbe, fiori, pianticelle spontanee.

Guardandolo, mi torna sempre in mente una riflessione di Chesterton, in cui mi sono imbattuta traducendo La ballata del cavallo bianco: l’ultima scena che si descrive in quel poema è l’eroica impresa di un grande re che per l’ennesima volta sconfigge i nemici invasori. È un trionfo, che però la penna di GKC mitiga o altera facendo notare che, mentre il re era impegnato nella grande battaglia, il giardino del suo regno era stato invaso dalle erbacce, le quali avevano coperto e nascosto tutti i segni belli presenti sulla terra, tra cui il disegno del cavallo bianco.

La critica ha sempre giudicato pessimistico questo poema, proprio a causa del finale. Da un racconto epico ci si aspetta un epilogo glorioso, nel trionfo o nella tragedia, invece è insolito trovare una storia che finisce in modo così triviale e dimesso e che parla di erbacce del giardino. Chesterton è così, deve sempre lanciare un guanto di sfida al suo lettore. E se sono sicura di qualcosa, è proprio che le sue sfide non s’inchinano mai al pessimismo, bensì alla scommessa di discernere una gioia più grande.

Non dico che quel finale mi sia stato subito chiaro, però pensandoci e, soprattutto, pensandoci stando immersa nella mia vita, ne è emerso un orizzonte interessante: il punto è che noi siamo sempre impegnati in «grandi progetti», spesso facciamo dipendere il valore della nostra persona dall’esito di eventi clamorosi, l’ago della bilancia si sposta sul positivo se vediamo – dati alla mano – risultati eclatanti. In realtà, mentre noi spostiamo l’attenzione su tutto ciò, perdiamo per la strada qualcosa. Il nostro giardino.

Non appena trascuri un ritaglio d’erba, ci sono migliaia di piccoli vegetali pronti a invaderlo e a mascherare la sua forma originaria. Così accade anche la nostra testa: mille specie di parassiti sono pronti a oscurare i nostri pensieri, non appena noi ci concentriamo su altro, cioè quando spostiamo l’attenzione dall’«io» all’«ego».

«Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?» – si legge nel Vangelo. E la domanda si riferisce a un’esperienza concretissima: noi tendiamo a liquidare come insignificante quello che è piccolo e vicino, rispetto a imprese grandi ed eclatanti. Il nostro Ego gode della visibilità ampia e plateale. Ma lì dove l’Ego gode, l’Io si avvizzisce.

L’Io, tendenzialmente, si nutre proprio di ciò che circonda la nostra vita; curare le piccole cose domestiche che ci stanno intorno è l’impresa più eroica e faticosa che possiamo fare. Perché le erbacce non basta sradicarle una volta sola, bisogna farlo di giorno in giorno. Ma è un lavoro cosmetico fondamentale, come quando ogni brava signora o signorina si strucca la sera davanti allo specchio: «E ora, togliendo la maschera che ti fa bella agli occhi del mondo, vediamo chi sei davvero!».

Però, il bello di ogni immagine reale è la sua grande potenza simbolica. Il simbolo è una spinta per stimolare la nostra intelligenza a vedere … a vedere dentro le forme della realtà il profondo della nostra anima. E ogni immagine può contenere simboli diversi, anche opposti eppure significativi nella loro diversità. Questo è davvero entusiasmante. Ad esempio, qualche giorno fa ero in macchina coi miei figli e – non ricordo a proposito di quale discorso – è saltata fuori la domanda: «A cosa ti fa pensare il mare?». Il figlio di 9 anni ha detto: «Alla libertà», quello di 5 ha detto: «Mi fa paura». Una stessa immagine può aprire un ventaglio di intuizioni complesse e articolate … e non c’è il giusto e lo sbagliato, c’è un senso che si approfondisce.

Lo stesso è capitato a me a proposito delle erbacce.

Dopo la lettura di Chesterton, vedere le erbacce in giardino mi aveva sempre «punzecchiato» a ricordarmi che, prima di perdermi in sogni di gloria, devo curare le cose che ho a portata di mano. E le sradicavo pazientemente. Nell’ultimo numero della rivista Gardenia ho trovato qualcosa che ha rivoluzionato, ampliandolo, lo status quo della mia idea sulle erbacce. Nell’articolo in questione, scritto da Pia Pera, si citava un passo dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco:

«Poiché Dio si manifesta in ogni sua creatura, San Francesco chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio autore di tanta bellezza».

Leggendo queste righe, ho subito pensato al mio cantuccio di giardino lasciato all’incuria. E ho pensato anche alla mia mano pesante che talvolta va lì a togliere l’esuberanza di certa vegetazione spontanea. Ne ho dedotto qualcosa di molto sincero: «Quante volte sono capace di strappare le cose, solo perché non crescono come voglio io». Ne ho anche dedotto: «Quante volte ho raccolto del buono, proprio dove non l’avevo seminato io». IMG_0184

Insomma, il rapporto con le erbacce si complica. O meglio, si fa entusiasmante. È vero che, da una parte, bisogna stare all’erta dalle invasioni infestanti che alterano le forme originarie e nascondono la verità. È altrettanto vero, ed educativo, che ci deve essere una parte del nostro «giardino» che sia libera dalla nostra mano, affinché possa vedersi una mano più grande.

Sarebbe orgoglioso ridursi a pensare che la bellezza e i frutti dipendono esclusivamente dalla nostra opera, sarebbe fuorviante ridursi a pensare che solo un ordine progettuale e definito genera frutti buoni. Quante volte una situazione ingarbugliata e incasinata come una selva ci ha portato a un risultato inaspettatamente buono, e non preventivato?

Il destino a volte segue percorsi bui e contorti. Ma genera sempre qualcosa di fruttuoso, anche se passa dalla fatica della selva. La bellezza non è solo ordine e colori «che si abbinano bene»; c’è una bellezza disarmante nei giardini selvaggi, lì dove è all’opera una potenza libera che si manifesta in forme che sbriciolano i logici criteri paesaggistici, eppure sono magnifiche.

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Foto di Tom Jutte 

Ci sono disegni che la mente umana decifra come disordine a prima vista, e invece sono un ordine più grande. C’è di più, molto di più nel mondo. Più di quello che noi siamo capaci di progettare, preventivare, organizzare. Ed è questo misterioso “di più” il custode della nostra speranza. Perché talvolta il bene e il buono possono sbocciare solo da variabili impazzite, quando a noi ogni via sembrerebbe chiusa e impraticabile.

 

Anche io, dunque, lascerò una parte del mio giardino all’opera libera delle erbe selvatiche, per ricordarmi che c’è bisogno pure della selva: c’è bisogno di non temere i disegni del destino incomprensibili a prima vista e c’è bisogno che queste variabili ingestibili facciano parte di noi, per non ridurci a pensare che sia degno e utile solo ciò che è a nostra misura.

Intanto, nell’altra parte di giardino continuerò l’altra grande battaglia, quella della cura alle piccole cose. Starò ferma ad ammirare il ritaglio di terra dove la bellezza segue i criteri assurdi del Creatore, e mi rimboccherò le maniche per lavorare nell’altro ritaglio, dove è necessario che la mia mano sia utile per accudire tutto ciò che cresce, affinché non venga rovinato dalle malattie o dalle infestanti.

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