Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

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Il bosco (o il desiderio?) verticale

img-bosco1-1000x749Cosa sarebbe successo a Cappuccetto Rosso se la nonna avesse abitato nel bosco verticale? È la prima cosa a cui ho pensato quando mi sono trovata a Milano ai piedi di questi edifici ultra moderni e chic. Ho immaginato la bimba col mantello color rubino tutta bardata da alpinista che scala la facciata esterna del grattacielo per raggiungere il ventitreesimo piano dove sua nonna è alloggiata. Poi ho immaginato il lupo che prende la scorciatoia per arrivare nel medesimo luogo e corre a perdifiato su per le scale … ma – per fortuna! – il cacciatore ha preso l’ascensore e bum! gli spara proprio davanti alla porta di casa della nonna.

Poi ho immaginato che la nonna di Cappuccetto Rosso non avrebbe potuto permettersi di abitare nel bosco verticale. La sua pensione non le avrebbe permesso neppure di accedere all’atrio del bosco verticale. Ed è qui che la fiaba si è interrotta.

L’idea architettonica dei grattacieli verdi è pazzesca. Funziona, perché è molto green, è trendy ed è chic. Unisce il condominio alla foresta. Il grattacielo si ramifica. La forma rigida e fredda del casermone di decine di piani sparisce, tra le forme di giganteschi alberi, arbusti colorati, piante fiorite; gli uomini abitano impilati gli uni sugli altri, ma hanno l’impressione di stare nella casetta sull’albero. Quegli appartamenti però non hanno nulla a che vedere con un piccolo rifugio di legno tra i rami; sono costosissime dimore per un pubblico esclusivo e sofisticato. L’idea abitativa è allettante: «si tratta di un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima».

Bello, bellissimo da vedere. Io amo i fiori e le piante, mi dedico al massimo delle mie capacità a curare il mio minuscolo giardino: ad esempio, ho salvato un limone dalle gelate di quest’inverno e vederne le foglioline nuove spuntare mi dà l’idea che la speranza abita tra noi, in carne e ossa … e foglie.

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foto di Jerome S

Ma il bosco è sempre stato orizzontale. L’idea di esplorarlo, di potersi perdere, di fare un pic-nic, di raccogliere funghi è sempre stata democratica, accessibile a tutti. Disporlo in verticale, con costi di gestione molto alti, enfatizza le disparità sociali del nostro tempo: molti moltissimi sono a livello asfalto e tirano a campare, pochi pochissimi si godono la fresca aria degli attici ultralusso.

Non sono affatto contro l’idea del bosco verticale, anzi. Mi amareggia la versione chic che solo i privilegiati possono godersi a costo altissimo. Quando invece una pianta e un albero hanno solo bisogno di luce e acqua, cose che tutti possono permettersi perché basta … una finestra e la pioggia.

A ben vedere, da quando conosco Milano, di boschi verticali ce ne sono sempre stati. Tendenzialmente, quando visito la grande metropoli del Nord, ci arrivo in treno: venendo da Bologna, un tempo c’era un regionale fantastico che andava lentissimo e mi godevo la vista appieno, ora esistono sono quelli ad alta velocità e gli occhi faticano a stare concentrati sugli oggetti che sfrecciano via.

Panni-stesPerò la visione resta. Dopo Lodi, i campi via via spariscono – e insieme a loro i radi boschetti orizzontali – e i binari, inoltrandosi via via nel centro città, offrono scorci su certi edifici alti e fatiscenti, pieni zeppi di finestre e minuscoli balconi. I muri sono neri per lo smog, l’intonaco cade a pezzi, murales e pubblicità coprono le facciate ad altezza strada. Tutto suggerirebbe tristezza e povertà, una vita misera da formiche schiacciate nella grande metropoli.

Eppure quei minuscoli balconi traboccano di vasi, piante e panni stesi. Sono pertugi microscopici che esplodono di vita, letteralmente. Il muro vecchio e incrostato scompare, vivacizzato da lenzuoli e pantaloni d’ogni colore che sventolano appesi. E ti viene da chiedere come possa starci tutta quella roba in uno stendino minuscolo, attaccato a una finestrella altrettanto minuscola.

È come vedere un enorme getto di fuoco che esce dalla bocca di un gattino, anzichétorino_VIA-PASTRENGO2 di un drago. È un’esuberanza fuori scali, esagerata che mi ha sempre suggerito la vita viva di chi abita lì dentro. Saranno uomini e donne e bambini che fanno fatica ad alzarsi il lunedì mattina, magari che stentano ad arrivare a fine mese, ma che lasciano tracce vivaci della loro presenza.

Le piante sono così rigogliose che sembrano precipitare dai balconi; le foglie e i rami s’infilano tra le esili inferriate e crescono a dismisura. I fiori giganteggiano coi loro colori sfacciati. Sembra un paradosso come un fiore nel deserto; a tutti quelli che hanno pontificato sulla miseria della periferia, sull’aridità della vita moderna, sul disagio umano dei quartieri popolati, quei piccoli arbusti fioriti che debordano dalle piccole finestre scrostate stanno a dire che – sì – ovunque c’è un uomo, c’è un ardore di vita.

Non credo quei vegetali – gerani, aralie, tageti, ficus – se ne siano occupati i paesaggisti laureati che curano il grattacielo col bosco verticale. Eppure il tripudio della natura ha sortito il medesimo effetto.

E mi pare un’immagine autentica di cosa sia il desiderio.

Non conta se sei esodato, drogato, cassaintegrato, ragazza madre, pensionato con la minima, giovanotto sbandato; lì dove c’è un uomo c’è un’attesa, un desiderio di fiorire vivendo. Il fiore è cocciuto e sboccia anche in una crepa dell’asfalto. Può essere che la vita non ti riservi altro che dolore, batoste e gran sudore per mantenere i tuoi cari; ma con un paio di euro – un giorno – prendi un vasetto di gerbere al discount. È tutto sciupato e appassito, perché è lì da chissà quanto e nessuno lo annaffia. La commessa ti fa pure lo sconto. Lo metti sulla finestra del cucinotto, verrà inondato dagli odori di fritto e stufati. Con un po’ d’acqua si riprende e dopo un po’ di tempo ti accorgi che quella pianticella è così cresciuta che devi rinvasarla.

Ci sono piante così «entusiaste» – come l’anima di ogni uomo – a cui basta davvero niente e diventano sempre più grandi e rigogliose, devi rinvasarle, e rinvasarle, e rinvasarle. Gli sta pure bene se usi un qualsiasi barattolone di plastica trovato nel ripostiglio. Che ne sa la pianta che il balcone ormai è troppo piccolo per lei? Lei cresce, a dismisura anche in uno spazio risicato. Per le foglie basta l’aria e la luce. Per le radici basta la terra e l’acqua.

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Passi piccoli. Buoni propositi per l’anno nuovo.

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Per ritrovare la sua casa Pollicino doveva seguire la traccia delle briciole di pane. Sto cominciando a pensare che la sua avventura abbia un senso anche per me. Ho raccolto tante briciole negli ultimi giorni, disordinatamente, che mi stanno suggerendo – appunto – quanto proficuo sia il metodo delle briciole.

In effetti non ho fatto una gran scoperta; già da tempo Anna, una mia compagna di università, ci ha fatto un blog; bellissimo.

Da qualche anno ho quest’abitudine: verso novembre drizzo le antenne su tutto ciò in cui m’imbatto perché è sempre capitato che, casualmente, mi piombasse tra le mani una «dritta» per l’anno nuovo. Quest’anno la mia attenzione è stata catturata da questa citazione dal Piccolo principe, pubblicata su un profilo Instagram che seguo.

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi”

Mi è sembrato un messaggio ad personam, cioè proprio diretto a me, perché la mia piccola Matilde è pronta ad avventurarsi nel mondo del gattonamento e poi in quello più spericolato delle camminate. Anno nuovo significherà per la mia famiglia ri-imparare a camminare, accompagnando Matilde nella sua esperienza. Un passo dopo l’altro. L’arte dei piccoli passi è il segreto più recondito del mondo.

Tutte le briciole che sto raccogliendo ultimamente confluiscono sul mistero fruttuoso della piccolezza. Non è una riflessione ben organizzata, è più che altro un ingorgo di domande, un mosaico tutto ancora scombinato. La nostra storia e immaginazione raccolgono tanti spunti in cui tutto ciò che è minuscolo compie meraviglie più clamorose di ciò che è grosso, potente, vistoso.

Il piccolo Jack ha sconfitto i giganti.

Perché proprio e solo un piccolo Hobbit della Contea poteva riuscire a distruggere l’anello?

Dio è diventato un piccolo neonato in una piccola grotta in una piccola provincia del grande impero romano.

Perché per entrare nel paese delle meraviglie Alice si è dovuta infilare in un passaggio piccolo?

In 300 insieme a Leonida sconfissero l’immensa armata persiana alle Termopili.

Queste sono alcune dei tasselli del mosaico confuso che avevo in testa già da un po’; se ne sono aggiunti s-l225altri dopo che la citazione di Saint Exupery mi è piombata addosso. In queste vacanze natalizie ho letto due libri: i Racconti ritrovati di Tolkien e Imagine. Utopia o nichilismo? di David Nieri.

In uno dei racconti di JRRT si parla di un viaggiatore che ha il desiderio di esplorare tutto il conoscibile, una ricerca nel vasto, nell’ampio, nell’illimitato. Proprio come l’Ulisse dantesco. Eppure questo viaggiatore finisce per incuriosirsi e fermarsi in un luogo piccolo piccolo, la casa del gioco perduto in cui si può entrare solo seguendo queste indicazioni:

«Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere davvero piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo mentre stanno sulla soglia».

Può essere che solo la piccolezza abbia risposte davvero sensate per chi sente il bisogno di «tutto» e vorrebbe ottenerlo allargando la mente all’infinito? La risposta non ce l’ho. Però leggere il libro che David Nieri ha scritto su John Lennon e sulla canzone più famosa che abbia composto mi ha fatto procedere nella stessa direzione di riflessione.

coverimagine-5Imagine è ritenuto IL manifesto pacifista; ahimè non è affatto così e io l’ho detestata da sempre, però in modo superficiale. Grazie a questo libro ho conosciuto meglio Lennon, commuovendomi profondamente per il suo disagio irrisolto che confluisce in Imagine come fosse un grande castello, fragilissimo e sul punto di crollare. L’utopia di questa canzone non tiene e frana nel nichilismo proprio perché tende a togliere ogni sorta di limite e confine; è una negazione del piccolo e di ogni cornice possibile.

«Nessun paese, nessuna proprietà, nessuna religione» canta John ed è il balbettio di un uomo solo che ci prova, ci prova, ci prova a immaginarsi come dove quando possa esistere un luogo e un tempo di pace. Toglie i limiti, che lui interpreta come cinture di forza. Ma scrive Nieri: «Imagine prospetta una realtà senza radici e priva di qualsiasi identità … . Si tratta in effetti di una visione nichilista che diventa inesorabilmente fonte di violenza e sopraffazione».

I limiti sono in realtà le nostre cinture di sicurezza, quelle che ci proteggono in caso di disastro. E la cosa più commovente che ho appreso da questo libro è il finale emblematico della storia di quest’uomo-cantante-idolo-guru. Un bambino piccolo piccolo giunse anche a Lennon per cambiargli la vita. Scrive David Nieri:

«Disilluso, John Lennon si stancherà presto anche della lotta in prima linea, fino ad abbandonare completamente le scene per cinque anni, dopo la nascita del figlio Sean (1975), del quale decide di prendersi cura totalmente, a differenza di Julian, che per lui rimarrà quasi un estraneo.

L’artista che tornerà sulle scene cinque anni dopo con l’album Double Fantasy, condiviso con la moglie, sarà quasi irriconoscibile. È lecito pensare che Imagine a questo punto della sua vita, sia solo la tappa intermedia di un percorso che lo ha portato a comprendere il suo vero significato, grazie anche alla nascita quasi miracolosa di un figlio – le possibilità di averlo, secondo i medici, erano assai remote – , che ne muta radicalmente le prospettive».

Come il viaggiatore di Tolkien, anche Lennon ha esplorato l’esplorabile (illiminata fama, illimitati soldi e viaggi, illimitato abuso di droghe, libertà sessuale e verbale) e poi giunse lui un segno piccolo piccolo, un bimbo così fragile che non avrebbe neppure dovuto sopravvivere. È umano fermarsi ad adorarlo, come fecero i pastori a Betlemme. Cosa «dice» a un uomo bisognoso di senso un segno così piccolo?

La piccolezza insegna il mistero dei piccoli passi fatti da piccole creature. Il granellino di senape è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.  Ogni gesto quotidiano di relazione – che resta innominato dalla cronaca, invisibile alle grandi masse, apparentemente anonimo –  è una pietra miliare nella storia dell’umanità, cambia i destini più di un terremoto o di un attentato terroristico. Non so perché sia così, ma è così.

Dobbiamo custodire piccoli recinti di piccolezza, casette piene di «bambini» insenso letterale e simbolico. Se ci verrà chiesto, dobbiamo sacrificarci per salvare i piccoli (che sono i bambini, che sono gli ultimi, che sono persino i cuori rimpiccioliti dentro anime vanagloriose). Dobbiamo fare come fa miss-peregrine-la-casa-dei-ragazzi-speciali-770x439_cMiss Peregrine; anche questo film natalizio mi ha colpito molto.

Tutto ciò che è speciale va custodito in una piccola casa. Non significa escludersi dal mondo; significa affrontarlo in pienezza, grazie a una certezza che può sopravvivere solo aggrappandosi a qualcosa di concreto e limitato.

Ecco, non so dire altro … è l’ipotesi con cui mi addentro a esplorare l’anno nuovo, in attesa che altre briciole siano messe lungo il mio cammino verso casa.

Ed è motivo di grande gratitudine per loro notare che, mentre io rimuginavo in astratto su queste cose, i miei amici Anita e Giuseppe hanno concretamente composto e cantato Quando saremo piccoli, perfetta colonna sonora del viaggio di chi come me si sente un hobbit piccolo ma non fragile.

 

Anche gli angeli sbrogliano matasse

In un tranquillo dopocena infrasettimanale ho sentito quest’eresia in TV: «… perché noi siamo donne che corrono dalla mattina alla sera, non stiamo a casa a fare la maglia!». Lo diceva una conduttrice per esaltare il comfort di un paio di scarpe.

Bette Davis e Sally Sage

Bette Davis e Sally Sage

Casualmente io stavo facendo la maglia. Mi sono anche fatta un veloce esame di coscienza, richiamando alla memoria che pure io avevo corso tutto il giorno tra figli e lavoro. Perciò ho alzato la testa dalla maglia per guardare in faccia la signora in TV e le ho telepaticamente risposto: «Mia cara, fai anche tu la maglia e ti renderai conto che non è una faccenda da sfaccendate».

Lavorare a maglia è un’attività completa, richiede manualità e pensiero, pazienza e volontà, creatività e ripetizione. Quando mi ci dedico, io mi ricordo del mio posto nel mondo: sono una creatura semplice che si dà da fare dentro un ordito di circostanze che appare casuale ma non lo è. La vita, come la maglia, sembra senza schema se guardata da vicino e in modo frammentato; quando la osservi a distanza di tempo, ti accorgi che eventi irrelati tra loro e insignificanti si sono incrociati in modo fruttuoso o doloroso. Nulla si presenta irrelato o isolato, tutto crea un disegno.

 E poi sferruzzare è un impegno che educa al valore della pazienza: volere tutto e subito è un’illusione fallace; invece, una grande gratificazione attende chi pazientemente lavora a una trama fatta di piccoli passi, a volte ripetitivi.

Ho imparato dal signor Chesterton che i detti popolari sono depositari di grandi verità, perché il popolo è sano e non dice fesserie. La frase sul fare la maglia pronunciata dalla conduttrice non credo appartenga alla sapienza popolare; sarà nata in qualche altra circostanza snob insieme alla frase sul «pettinare le bambole». Pettinare le bambole è un altro impegno benedetto e sacrosanto; basta osservare una bimba che lo fa! Richiede lo stesso tipo di amore con cui una mamma pettina, pulisce ed educa i suoi figli. Pettinare le bambole è sinonimo di «ama il prossimo tuo come te stesso».

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Foto di Audra B

I veri detti popolari sul lavoro a maglia sono – guarda caso – molto più assennati e realistici. Si dice «trovare il bandolo della matassa», si dice «sbrogliare la matassa», si dice persino «sta attaccato con lo sputo».

Non sono esperta nel metodo dello sputo, ma dicono che funzioni davvero ed è un modo efficace per unire due gomitoli di lana.

Sono molto esperta in matasse, invece. Soprattutto in matasse tutte imbrogliate.

Qualche settimana fa mi occorreva un filato mélange per fare un paio di guanti e sono andata nel negozio di fiducia, dove l’addetta mi ha mostrato ciò che aveva. Ha aggiunto: «Queste sono matasse, non gomitoli. Sa come fare gomitoli da una matassa?».

Le ho chiesto di fare un ripasso, non si sa mai. E lei ha cominciato mostrandomi come trovare «il bandolo della matassa». C’era un piccolo filo di cotone bianco che indicava il punto da cui si dipanava la matassa. Poi mi ha mostrato la tecnica per fare il gomitolo, suggerendomi di avvalermi di qualche aiutante. Arrivata a casa, ho chiesto aiuto ai miei figli che hanno trovato la cosa a tratti divertente e a tratti noiosa.

Alla fine, grazie al loro contributo esilarante, mi sono ritrovata con una matassa di filo mélange tutta intrecciata. È una prova di pazienza sbrogliarla. Mi è venuto in soccorso mio marito, il cui sguardo è più analitico e operativo del mio. Però lui di solito non ha pazienza; invece quella sera se ne stava lì sul tavolo e silenziosamente sbrogliava la mia matassa.

È stato a quel punto che ho pensato alle Parche e al fatto che la loro versione dei fatti non mi convincesse del tutto.

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Mi riferisco alle figlie di Zeus e Temi, le tre divinità a cui era affidato il destino dell’uomo: Cloto filava il filo della vita, Lachesi distribuiva i destini e decideva la durata del filo della vita, infine Atropo tagliava il filo nel momento della morte. Le loro decisioni erano immutabili, neppure gli dèi potevano metterci becco.

È interessante che la metafora tessile sia associata alla vita umana fin dalla classicità, segno – appunto – che non è cosa insignificante mettersi a tessere e cucire. Però, dove sta la mia libertà in una visione così ineluttabile e affidata al discernimento insondabile di quelle tre signore?

Guardando mio marito alle prese con la mia matassa, un pensiero mi ha attraversato la mente. In quel filo tutto intrecciato ho visto la mia vita incasinata, in quelle mani lente che lo districavano ho visto un angelo soccorritore. Mani più grandi della matassa erano all’opera per farne un gomitolo ordinato. E la matassa si faceva aiutare perché da sola era inerte.

Come essere umano, io certo non sono inerte. Però sono incapace di venire a capo di tutto il putiferio che mi circonda. Ne combino così tante che mi ritrovo spesso a dover trovare il bandolo della matassa. La confusione degli eventi e l’ansia mi rendono smemorata, mi precipitano nella nebbia di non ricordare più l’origine di un’azione o di una scelta. Perché lo sto facendo? Boh.

Senza il bandolo della matassa non si combina nulla. Senza aver chiara l’origine di ogni gesto non si porta a termine nulla.

Sono poi così disordinata e frenetica da mandare all’aria i progetti. Tutto il filo della vita si attorciglia … e quanti brutti nodi sono capace di creare. Forse sarebbe davvero meglio che se ne occupassero Cloto, Lachesi e Atropo! E invece no. La mia libertà è una cosa sacrosanta, così preziosa che il Creatore ha tollerato ogni nostra specie di garbuglio pur di salvaguardarla.

Accade talvolta che nodi strettissimi si sciolgano in modo inaspettato, o che matasse di eventi indecifrabili ci svelino all’improvviso un’ombra di senso. È in queste circostanze che ho la certezza che il Creatore ci abbia offerto della manodopera di alta sartoria di cui avvalerci. Sono certa che non sia rimasto passivo nel vedere il nostro filo annodarsi e attorcigliarsi.

Ha pensato per noi a degli aiutanti, gli angeli. Definirli degli sbroglia-matassa è riduttivo, perché loro sono la milizia celeste e quindi suppongo che, quando a tempra volitiva, non siano da meno delle Parche. D’altra parte, per proteggere le nostre matasse ci vuole proprio un sacco di fermezza e volontà. Illumina, custodisci, reggi, governa. Li preghiamo con queste parole e forse loro sono proprio come le mani di mio marito che, silenziose, si mettono di buona lena per accudire la trama della nostra vita.

Ci fa bene che il loro intervento non sia sempre attivo e risolutivo; ci reggono e ci governano anche quando la barca sembra in completa balia della tempesta, perché nessun bambino impara a camminare se i suoi genitori lo tengono sempre stretto.

Però ci sono dei momenti in cui è evidente che il nostro destino non è abbandonato al puro o semplice caso, o al nostro istinto.

Sono quei momenti in cui noi avvertiamo, vagamente, un sollievo; o quando ci piomba addosso un’intuizione improvvisa e benedetta. Sono quei momenti in cui, pur da soli, sentiamo di non aver risolto tutto da soli. Lì c’è il tocco di angelo, che ha sciolto un nodo o ha sbrogliato l’intrico di fili attorcigliati.

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Grace Brett, 104 anni, è la più anziana street artist al mondo. Decora la sua città in Scozia con i suoi lavori all’uncinetto e a maglia

Arrivata a questo punto del mio sogno a occhi aperti, mi è passata per la testa un’altra visione del tutto strampalata ma confortante. Ho pensato che gli angeli sono così angelicamente virtuosi da essere solidi come il marmo, distanti dalla fragilità umana. Ho pensato che ai loro occhi tutti i nostri gesti e tentativi devono sembrare dei miseri scimmiottamenti, qualcosa di incomprensibile in base alla logica della Puro Bene.  

Forse abbiamo bisogno di traduttori che spieghino alla milizia celeste il senso dei nostri piccoli gesti, o anche solo di rompiscatole che incalzino i cherubini ad aiutarci per cose che ai loro occhi angelici parrebbero stramberie.

Ecco … forse parte del purgatorio dei nostri morti consiste nell’elemosinare pietà per noi. Io me la vedo benissimo mia nonna che, lassù, importuna una creatura celeste spiegando e rispiegando che sono un’egoista orgogliosa, ma in fondo sono buona. Me la vedo che fissa dritta negli occhi un serafino (lei non ha mai avuto paura di nessuno!) e lo convince: «Dai, su, fai qualcosa … Non vedi che s’è di nuovo cacciata in un pasticcio? Guarda che non ne viene mica fuori, dai dalle una mano. Io glielo dicevo sempre che è precipitosa e ansiosa!».

Ovviamente questa visione non ha alcuna attendibilità teologica, è solo un mio viaggio di testa. È anche nostalgia di quei pomeriggi invernali trascorsi in silenzio a sferruzzare con mia nonna.