Il burqa ialuronico

burqa-featured.jpgAccidenti, mi è spuntato un pelo bianco tra le sopracciglia. Altro che ago nel pagliaio, è proprio un faro nella notte: visibilissimo, quasi brillante. Ai capelli bianchi sono già abituata (anche a coprirli), ma non avevo pensato che anche le sopracciglia s’imbiancano. La mia parrucchiera si lamenta perché ho sempre troppi capelli, nonostante le gravidanze: “Potevi perderne un po’, così io facevo meno fatica!” – mi dice ridendo e sforbiciando. Non ne ho persi, ma dopo il terzo figlio sono spuntate frotte di capelli bianchi, non più uno ogni qualche ciocca. La risposta giusta è shatush, quei riflessi che moltiplicano le sfumature nella chioma, così che il capello bianco scompaia in mezzo a mille tonalità di castano chiaro, biondo scuro, ramato.

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Io – selfie con filtro migliora viso

E poi la fronte, ho sempre il viso corrucciato perché non mi rilasso facilmente. Ma anche quando lo distendo, le rughe restano … non sono da atteggiamento, sono solchi veri e propri. Accidenti, il tempo passa. La risposta giusta è Snapseed, il foto ritocco per migliorare i selfie: c’è il filtro “migliora viso” che rende la pelle liscia e luminosa. Lo uso e mi vedo ancora carina, dai.

Non si può fare i bacchettoni su questo argomento, Narciso siamo tutti. Guardiamo il nostro volto allo specchio, ne scrutiamo i difetti (che altri trascurano, ma noi li vediamo benissimo), prendiamo atto del passare del tempo, abbiamo sulla mensola la crema al collagene e nel cassetto il correttore per le occhiaie. Ci sta. E non è di questo che voglio parlare, ma di un altro stillicidio subdolo che subiamo ogni giorno.

Il corpo della donna, quanto se ne parla! Le discussioni coprono uno spazio mentale più vasto delle praterie americane. Dal femminicidio all’aborto, dalla sacralità di certe ossa alla sacrosanta scelta di frantumarne altre: il corpo della donna è quello troppo spesso violato dalla furia di maschi bestie, il corpo della donna è quel sacro spazio di libertà che le permette di fare scelte che non devono subire il giudizio altrui. Sulla donna non si deve fare violenza, e lei è libera di fare violenza a ciò che porta in grembo se quella è la sua scelta. Si nuota in un mare vasto e contraddittorio, parlando del corpo della donna.

E bazzicando in queste acque, s’incontrano altre contraddizioni o, se vogliamo, similitudini impensabili. È stato molto divertente seguire le peripezie mentali di certi giornalisti nel programma In Onda di LA7 obbligati a tenere i piedi su due staffe (traballanti): in trasmissione dovevano difendere la libera scelta (?!?!?) delle donne musulmane di velarsi, ma poi dovevano essere altrettanto entusiasti di passare la linea al programma successivo, vale a dire la finale di Miss Italia. È stata una frizzante difesa del burqa e delle gnocche in costume da bagno, in contemporanea.

La parte del programma che più mi ha lasciata a bocca aperta (e poi mi ha fatto riflettere) è accaduta quando, pur di svilire chi criticava la cultura che obbliga la donna a mostrarsi in giro senza un centimetro di volto scoperto, i filo pacifisti-accolgotutto-amiamocitutti hanno sfoderato la differenza tra niqab e burqa, come se trattare i due veli in modo indistinto fosse un atto di sacrilegio da pezzenti ignoranti.  “Tu che non sai distinguere un niqab dal burqa devi stare zitto, non puoi dire che la donna che li porta è una schiava!”. Arrampicarsi sugli specchi versione deluxe.

D’accordo, c’è differenza; ma non così tanta differenza, non abbastanza differenza da dire che uno o l’altro siano rispettosi della dignità femminile. Ma il fatto più esilarante era osservare chi discuteva: da una parte e dall’altra della barricata c’erano donne agiate (politiche e giornaliste famose) dal viso truccatissimo e levigatissimo. Le gote belle rotonde, nessun segno di rughe, le labbra belle turgide. Era come vedere uno che litiga allo specchio con se stesso. Potevano essere cloni, perché – l’ho capito guardandole – indossavano il burqa ialuronico, quel sistema di oppressione della donna fondato sulla sua vanità (e sulle punturine di botox, filler di acido ialuronico, e altro). Erano tre maschere identiche che disquisivano sulla differenza di due veli integrali.

Ironico. Per non dire amaro. È uno strumento di oppressione di massa che subiamo per esperienza indiretta: l’uniformazione delle facce famose verso un volto-Barbie levigato, gonfio, turgido. Non lo dicono tutti che i visi rifatti sono tutti uguali? E le donne col burqa non sono forse un gregge indistinto?

L’alfa e l’omega della repressione s’incontrano. L’eccesso di libertà, soldi e vanità copre il viso con un velo integrale di uniformità, identico a quello che usa l’oppressione che svilisce la donna non mostrando neppure i suoi occhi. Un esempio tra molti: Belen Rodríguez, Rosa Perrotta, Anna Tatangelo.

D’accordo, c’è differenza; ma non così tanta differenza. D’accordo, la meno famosa copia la più famosa; però sono le stesse labbra, le stesse sopracciglia, le stesse gote che si ritrovano su decine di altre soubrette. Sono gli stessi nasi piallati e tette a palloncino che camuffano i corpi di attrici, modelle, giornaliste.

Il burqa ialuronico è un messaggio desolante, ma per fortuna è solo una bolla di sapone.  Nondimeno è uno strumento di oppressione che ci ammicca dietro ogni programma televisivo: un gregge umano perfetto e finto, che sembra felice e pieno di soldi e soddisfazioni. Svela anche il suo veleno. Sì, perché se desideri quel genere di felicità patinata (e poco reale) la posta in gioco è la medesima schiavitù del burqa: la tua identità non vale più nulla, tu – in quanto anima irripetibile – sei un nulla.

Da questo patinato mondo di cloni che gira per i talk show dobbiamo sentirci dire che le differenze sono il sale del mondo. Loro credono fermamente nella pace universale tra bianchi, neri, biondi, mori, alti e bassi. Eppure sono tutti uguali.  Sono loro gli ambasciatori dell’integrazione? Mi sa che sono i portabandiera della dittatura occidentale del consumismo e dell’individualismo, il cui matrimonio d’interesse genere il figlio più pericoloso del mondo: massificazione.

In un gregge di pecore non c’è mai un animale uguale all’altro, ma nel mondo della comunicazione di massa i volti sono davvero tutti uguali.

Per fortuna, la terapia di disintossicazione è facile: si chiama: spiaggia, bar, supermercato, piazza. Si chiama realtà. Lì dove un uomo incontra un altro uomo, e dove una donna incontra le altre donne, si ride e si litiga a crepapelle. Si ride della donna di mezza età che ci ha provato a farsi la tinta da sola, senza però riuscire a coprire i capelli bianchi che ora sono di un violetto fluorescente. Si ride della cellulite propria, constatando che è un guaio certamente comune. Si litiga per il parcheggio, perché io sono arrivato prima. E con quella sana incoerenza – tipicamente – umana quelli che mandano a quel paese mezza popolazione del proprio vicinato, vanno di cuore a fare volontariato in parrocchia.

Amo questa genuina incoerenza, quella di chi è molto imperfetto ma è sincero quando – una volta ogni tanto – desidera fare un gesto buono. Amo le donne che sbagliano la tinta, e vorrebbero essere come Eva Longoria sulla confezione di Elvive. Amo i piccoli vezzi ridicoli della vanità.

Detesto il contrario, cioè l’idolatria della perfezione che sbandiera prediche sulla bellezza della semplicità. Detesto che il telegiornale abbia la presunzione di raccontarci la verità, ma che questa debba essere pronunciata da un volto televisivamente capace di catturare audience.

Amo le mie amiche che si mettono gli occhiali da sole se hanno le occhiaie e detesto ogni forma di burqa. In breve, amo l’umiltà che può permettersi piccoli vezzi strampalati e detesto la superbia velata; sì la superbia velata di dolci sorrisi accondiscendenti, la superbia che si fa velare da ogni forma di schiavitù e svilisce l’umano, credendo di ammantarsi di conquiste.

 

 

#FACCIAmolo – quote rosa

ea9a525055b3996e8b8bad6525c92598In questi giorni sento parlare tantissimo dei «valori» dell’Europa. Punto e basta. Cioè: all’indomani degli attentati di Parigi, tutti i politici e i giornalisti si riempiono la bocca della parola «valori», da opporre all’ideologia del terrorismo islamico, ma sistematicamente non si esplicitano quali sarebbero questi valori.

Un illuminato Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista, ha addirittura dichiarato a La7 che l’unico valore che ci tiene tutti uniti e da cui occorre ripartire è l’umanità. Embé? Che significa? … perché, a ben vedere, umanità è una parola vastissima. Se guardo la mia umanità, ci vedo dentro un putiferio di roba non solo buona, positiva e costruttiva. E poi, forse che non erano umani anche i terroristi che si sono comportati in modo disumano?

No, caro Ferrero, mi permetta di dire che l’umanità dell’umano a me non basta. Perché l’umanità, magari anche in nome di diritti umani, può finire per essere disumana. Pensiamo all’eutanasia infantile in Belgio, senza scomodare il Medio Oriente.

Ma dell’umanità varia ed eventuale fanno parte anche cose simpatiche; che ci possono suggerire esempi di valori concreti concretissimi da cui ripartire davvero. Ad esempio, noi Europei non ci identifichiamo nella cultura del burqua (… spero, almeno).

Il piccolo episodio che voglio raccontare identifica un valore opposto al burqua. Fa parte della mia rubrica #FACCIAmolo che, lo so, prevede fotografie. Purtroppo, non ho fatto foto di quel che mi è capitato. Per una volta, spero che l’immaginazione supplisca…

Appunto per me stessa 1: evita di andare a fare la spesa al supermercato il venerdì alle 18. Pessima idea, troppo affollato. Fallo solo in caso di estrema e disperata necessità.

Appunto per me stessa 2: i pregiudizi, brutta roba. Partono in automatico e ti fanno fare giri di testa allucinanti. La realtà è più bella del tuo livello di acidità mentale.

Eccomi al racconto. Un qualunque venerdì sera mi trovo a fare la spesa intorno alle 18, una invadente marea umana mi suscita un leggerissimo nervosismo. Col mio carrello strapieno sto quasi per decidere di tallonare tutti quelli che si frappongono tra me e l’auto. Mi sorpassa una tipa che vedo solo di spalle. Più o meno deve avere la mia età; osservo il suo stile, è quasi impossibile non notarla.

Indossa un paio di aderentissimi leggins rosa shocking; un paio di scaldamuscoli fucsia le fascia i polpacci e porta delle sneackers bianche con bande laterali rosa. Sopra indossa un bomber marrone scuro che lascia perfettamente in vista il perfettamente scolpito lato B. Ha i capelli raccolti in un voluminoso chignon alto, fermato da una molletta rosa a forma di farfalla. Come borsa, un bauletto … devo davvero aggiungere di che colore era? Rosa.

Scatta il pregiudizio. Inizio a pensare alla solita giovane adulta che fa l’adolescente, penso che magari se lo può permettere, essendo single; penso sia superficiale, vanitosa, stupida. Ma ha il passo veloce veloce. La seguo con l’occhio, e anche coi piedi perché andiamo nella stessa direzione. Oddio, ecco che si precipita proprio verso una carrozzina, dove intravedo un frugoletto di pochi mesi. Faccio leggermente retromarcia coi miei pensieri, ma non abbastanza in fretta. Oddio, ecco che da dietro la carrozzina saltano fuori altri due pargoletti… diciamo una fanciulla di 5 e un fanciullo di 3 anni.

“Mamma, dov’eri? Ti dai una mossa” – dice la fanciulla.

“Papà è già sceso?” – chiede lei.

“Sì, è sulle scale mobili col carrello” – risponde la fanciulla indicando le scale mobili.

“Allora muoviamoci, mi aiutate con la carrozzina? Guardate che tenerla sulle scale mobili è difficile, avete forza abbastanza?” – li invita la mamma total-look-rosa.

Entusiasti, i piccoli rispondono in coro «Sìììì». Io mi infilo dietro di loro, perché a questo punto sono estasiata e ammirata. Scendiamo sulle scale mobili; i piccoli, uno davanti l’altra dietro, tengono la carrozzina come fosse lo scrigno del tesoro. Intanto la mamma interagisce col papà, che è già alla rampa successiva col carrello: «Ci siamo, eh! Non mi sono persa … ma gli altri?». Il papà alza la fronte e le risponde: «Secondo te?» e indica la porta d’uscita.

Ecco laggiù altre due creature, maschio e femmina, diciamo attorno ai 10 anni che si rincorrono in girotondo e poi gridano: «La mamma è sempre l’ultima, la mamma è sempre l’ultima». Ridendo.

5 figli. Li conto e li riconto, sono proprio 5. Mia cara, non mi occorre sapere nient’altro di te. Io ti voto. Sei la mia quota rosa. Puoi abusare di fucsia quanto vuoi. Tu devi spiccare, farti vedere da tutti: bella, sorridente, curata, vanitosa e madre. Sarai molto più incasinata di me che di figli ne ho solo due; eri come me nel putiferio di tutta quella gente al supermercato, eppure non strillavi e non strillavano i tuoi figli. Io ti voto, perché tu sei il mio valore opposto al burqua. Tu sei famiglia; qualcosa che emerge in mezzo alla monotonia della solitudine di massa. Tutto quel tuo tripudio di rosa è il nostro messaggio di luce contro ogni velo nero.

#FACCIAmolo – la bevitrice americana

Finalmente non sono più da sola a chiacchierare su questo blog!! Sono strafelice di ospitare il racconto di una amica che chiameremo lapazientebionda . Lei è schiva a esporsi, ma il suo mestiere la costringe a guardare con attenzione “chirurgica” le persone. Questa dote se la porta dietro sempre e sa, quindi, scovare piccoli frammenti di paradiso nel quotidiano tran tran. Insomma, è la narratrice perfetta per la nostra rubrica #FACCIAmolo.

Ecco il suo racconto, intitolato La bevitrice americana e il ragazzo dei fiori

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Foto di Karsten Bitter

Erano le 18 circa.
La ragazza bionda entra a salutare Nereide che gestisce il bar san Paolo: è a caccia di un sorriso e di una parola. Chiede una Lemonsoda ed apre il quotidiano oramai vecchio.
L’americana anziana, cliente nota per la passione alcolica a Nereide ed a chi il suo bar frequenta, si beve in rapidità una spremuta di limone con chissà quale superalcolico. A due passi da lei, appoggia i gomiti sul bancone un ragazzo di colore: ha lasciato fuori del negozio lo strumento del suo mestiere cioè i fiori, che cerca di vendere ai passanti. Nereide gli chiede: «E ti fidi?» Lui fa spallucce e sta in silenzio. Poi beve con la consueta calma degli africani il caffe’ macchiato che Nereide gli ha preparato.
La donna americana ha le gote rosse e di sotto gli occhiali ed i capelli bianchi ed unti lo osserva e ad un certo punto estrae i soldi per pagare e dice che vuole pagare anche il caffè del ragazzo. Le tre donne si rivolgono verso il giovane uomo pensando che questo ringrazi. Macché. Si continua a bere il suo caffè lungo … tendente all’infinito. L’americana esce in silenzio e le rimanenti osservatrici sono un po’ deluse. Il ragazzo finisce il caffé e si avvia, ringraziando Nereide, verso l’uscita. Nereide allora gli dice: «Non me devi ringraziare, ma la signora». Allora lui apre lo sguardo e diventa veloce: apre la porta e prende dal tavolino fuori il mazzo di rose rosse e bianche che aveva appoggiato sopra e ne estrae una.
La bionda dentro il bar si risveglia dalla sua assopita tristezza e dice a Nereide: «Non voglio perdermi la scena!». Cosi apre la porta e segue con lo sguardo il ragazzo di colore. Questo ha camminato di corsa e ha infine raggiunto l’anziana bevitrice che stava per entrare in casa. Le sorride e le porge una rosa bianca.

La ragazza bionda esce e va a farsi un giro, e poi va a messa e che sente dire dall’anziano prete?
«Beati coloro che vedono quello che oggi avete visto».

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#FACCIAmolo: santa pazienza

… per chi si è perso le puntate precedenti: #FACCIAmolo

La vita quotidiana mette a nostra disposizione figure meravigliose, a patto che noi sgraniamo bene gli occhi per vederle …

In questi casi lo scrittore, come me, si sente più che altro uno scrivano (che è fantastico!): non devi inventare nulla, ma solo tentare di restituire un briciolo della luminosa eccezionalità che hai incontrato.
Ecco. Ci provo.

Sala d’attesa fuori dal reparto di chirurgia, luogo strapieno di gente stanca, malata, preoccupata. Si aggiunge ai presenti una gentildonna anziana: capelli sale e pepe, curatissimi; occhiali e un velo di rossetto rosso. Inizia a parlare ad alta voce, ma senza esibizionismo…per sua indole spontanea. Dopo pochi minuti si è già informata su tutti quelli che sono lì, storie e preoccupazioni. Una donna più giovane si lamenta della lunga attesa, lei con una gentilezza robusta le dice: “Il nostro tempo ha perso una delle virtù più importanti, la pazienza. E noi siamo appunto qui … in ospedale … pazienti, in tutti i sensi”. Quando la situazione si fa incandescente (parenti che assalgono ogni infermiera e dottore che transita), ecco la gentildonna sfoderare un’altra perla degna di un romanzo; scuote il capo, quasi infastidita da quel putiferio di parole e persone, ed esclama tra sé e sé. “Io sono mitteleuropea: chiarezza, ordine e semplicità”. Dopodiché l’argomento si sposta su quale cappello sia più opportuno indossare in inverno, per riscaldarsi senza rinunciare all’eleganza.
Eccoci qua, noi. Piccole grandi storie che s’incrociano.

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#FACCIAmolo. Vuoi un pugno?

La scorsa estate avevo lanciato la sfida del #FACCIAmolo , prendendo spunto da un aforisma di Chesterton: “Ogni faccia per strada ha l’incredibile imprevedilità della fiaba”.

Oggi riprendo in mano quella proposta, in attesa anche dei vostri contributi…

Chiamo in causa un grande artista, lo scultore Auguste Rodin, di cui ho visto una mostra eccellente lo scorso anno a Palazzo Reale a Milano. In quell’occasione fui colpita nel vedere dal vivo La mano di Dio, un capolavoro; ne scrissi a suo tempo perché mi pareva la sintesi perfetta della speranza insita nella Creazione: Dio ha fatto le cose con le mani, come un bimbo che gioca col pongo.

Ma ora ritorno al grandissimo Rodin per parlare di volti, visto che il tema è la faccia. Scolpire il marmo non è una roba semplice, anzi … per me che sono ignorante … è praticamente impossibile immaginare come da un blocco di durissima pietra possano saltar fuori immagini di una delicatezza infinita. Per esaltare questo contrasto tra l’asprezza del marmo e la levigatezza della scultura, il signor Rodin amava il non finito, di cui già Michelangelo era stato maestro. Spiegava così la cosa:

«Le asperità del marmo grezzo esaltano la delicatezza … Qui la sensazione è in parte di dolore come se per l’essere che esce completamente formato dal blocco di marmo fosse gravoso lasciare l’incoscienza della materia per entrare nella coscienza della vita» (A. Rodin)

Ritratto di Lady Sackville - A. Rodin

Ritratto di Lady Sackville – A. Rodin

Col talento che aveva, il signor Rodin poteva stupire con grandi effetti speciali; soprattutto all’inizio della sua carriera, quando da giovane sconosciuto doveva farsi conoscere dal grande mondo dell’Arte. Un’occasione senz’altro importante per lui fu il Salon di Parigi del 1864, un luogo di esposizione che gli avrebbe garantito grande visibilità. Cosa avremmo fatto noi al suo posto? Come si dice volgarmente, “avremmo sceso l’asso” … cioè ci saremmo proposti al pubblico con un’opera il più possibile perfetta.

Rodin avrebbe potuto stupire tutti, ad esempio, con L’orfana alsaziana:

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… oppure con Il bacio:

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Invece… propose L’uomo col naso rotto. E il Salon di Parigi respinse l’opera.

17857-02_125 Rodin rimase molto affezionato a quest’opera che gli aveva chiesto 18 mesi di lavoro, e in cui vedeva quasi un proprio autoritratto: i suoi inizi difficoltosi, il rifiuto del mondo ufficiale … ecc.

È un po’ come andarsi a fare la foto per la carta d’identità cinque minuti dopo che uno ci ha dato un pugno in faccia. Mi si perdoni il paragone semplicistico, ma in fondo ciò che fece Rodin fu proprio questo: mostrare che la scultura poteva essere perfetta nel cesellare le imperfezioni. Esaltò la ferita, ciò che esteticamente può risultare deforme e ripugnante.

Anche solo per uscire a cena o con gli amici, noi ci diamo una sistemata davanti allo specchio; noi donne poi siamo capacissime di perdere ore con spazzola e trucchi. È un moto giusto di cura verso di noi, la voglia non solo narcisistica di presentarci “bene”. Non è da biasimare questo, assolutamente.

Eppure Rodin con quell’opera ci racconta che, quando venne per lui il momento del debutto in società, lui scelse di spogliarsi degli orpelli, si mise a nudo in pubblico con un naso storto. Non presentò un’opera incompleta o trasandata, ma compiutissima nella sua imperfezione. Non sono un’esperta e non so fornire le motivazioni per cui il Salon la rigettò. So dire che questo capolavoro è un fratello di viaggio, un messaggio che va contro l’attuale l’idolatria della chirurgia estetica (che anziché modellare un viso, lo cancella).

Di recente la già bellissima René Zellweger è uscita in pubblico con un volto completamente irriconoscibile. Qualunque motivazione l’abbia spinta a ritoccarsi così pesantemente la faccia ora la fa essere un’anonima Barbie bionda: l’uniformità del suo viso potrà anche rispettare degli asettici canoni estetici, ma la fa essere meno persona. È l’opposto di ciò che fece Rodin: il marmo così liscio, così bianco si presta bene a dar forma a figure eteree e perfette; eppure lui faticò per far assomigliare quella pietra a una persona, la cui vera umanità sta nelle cicatrici che la vita imprime addosso. René che era piena della sua umanità bella e particolare ha scelto di diventare marmo, una maschera immobile e fissa.

Bé, giudicare gli altri è facile. Allora stop. Mi limito a serbare la dritta coraggiosa di Rodin, che non è una pura e semplice lezione sull’accettare i propri difetti. Per scolpire quel naso storto ci avrà messo tempo e fatica, avrà studiato e fatto bozzetti. Forse un naso dritto era più semplice. Ma forse quella fatica in più, quello sforzo era un modo di cesellare la propria anima e non solo il pezzo di marmo. L’unicità imperfetta e magari anche sgradevole non va tollerata o accettata, perché così sarebbe come metterla da parte. Spesso, tollerare significa solo archiviare in fretta.

Quel naso storto dimostra la pazienza di un artista, che si è immerso a conoscere la forma sghemba, schiacciata … e in quello studiare ed essere all’opera c’è una riflessione che diventa condivisione: è come se dicesse “eccomi, sono così … forse non sono proprio come avrei immaginato … sono più stanco e storto di quello che vorrei; anche per te  è così, vero?”.