Se questi muri potessero parlare…

Sulla porta di camera del mio figlio maggiore sono comparse da qualche settimana scritte minatorie: STOP – NON ENTRARE – BUSSARE!!!

e simboli altrettanto esaustivi, tipo quelli scritti sulle bottiglie che contengono sostanze velenose o presenti vicino ai pali dell’alta tensione.

Ci ho fatto su una pensata ….

 

Così sbagliato, aspetto la Pasqua

Sono solo canzonette; sì, ma le ascoltiamo. Durante gli spostamenti, nelle sale d’attesa, mentre puliamo casa, in palestra sulla pedana, le ascoltiamo queste canzonette. Sono i ritornelli che accompagnano il tran tran quotidiano e, se ci piacciono, ci restano in testa e le canticchiamo sotto la doccia. Niente di clamoroso, eppure ci accompagnano e hanno qualcosa da dire.

Chesterton mi ha insegnato a cercare a occhi sgranati l’oro nelle bancarelle dell’umano a buon mercato, a non fare la sofisticata che non sono, a essere proprio ciò che sono: una persona comune in mezzo a persone comuni.

Non snobbo Sanremo, lo guardo sempre. Ma non sempre colgo al volo la bellezza di una canzone. Quest’anno mi era completamente sfuggita quella della risorta band de Le vibrazioni. Eppure ho sempre apprezzato la vocalità di Francesco Sarcina e i suoi testi.

Qualche sera fa, era notte in effetti, rientravo a casa in auto da un impegno di lavoro; dovevo tenere gli occhi sgranati per non sbandare in una stradina stretta di campagna. Era il momento giusto per apprezzare la canzone Così sbagliato che la radio ha mandato.

Portami a casa, grida nel ritornello Sarcina. E io pensavo ai miei figli, già nel loro letto a dormire, volevo essere con loro; ero al buio sola per strada, e volevo essere a casa. Ero Ulisse, ero la nostalgia che da millenni abita nel cuore degli umani. Casa è un lungo fisico che è anche luogo dell’anima. Casa è un abbraccio che sciolga il freddo delle contraddizioni che ci ghiaccia.

Portami a casa

Salvami ancora

Da queste mani fredde e viola

Riportami a casa

Perché ho paura di me

Tienimi stretto al buio e dimmi

Che mi vuoi bene anche così

Mi vuoi bene anche così

A chi parla chi canta? Alla donna amata, alla madre di suo figlio. Perché casa è tutt’uno con famiglia: è il luogo in cui l’io cede il posto al noi, e si salva dal cortocircuito delle proprie fissazioni. Solo uno che mi ama può dirmi “vai bene anche se sei sbagliato” ed essere credibile. È il paradosso del perdono: deve arrivare da un altro.

Mi vuoi bene anche così

Sbagliato sbagliato sbagliato

Nel mio vestito vuoto vicino a te

E tu mi raccogli comunque

In mezzo ai vetri e puoi farmi credere

Che sia perfetto anche così

Che mi ami anche così

Sbagliato

Una parola molto gettonata è imperfetto; è di moda non essere perfetti. I profili Instagram sono pieni di mamme imperfette, fotografi imperfetti, scrittori imperfetti. Vuol dire tutto e niente; in più dà l’idea di essere limitrofi alla perfezione.

Quanto a me, vorrei non ci fossero dubbi: sbagliato è ciò che mi descrive meglio. A tu per tu con lo specchio, di macchie addosso, dentro, ne vedo di brutte, scomode, indelebili. Negli errori ci ricado; i peccati bussano, entrano e banchettano col mio orgoglio; alle persone che si meritano il meglio do il peggio. Non sono imperfetta, sono proprio sbagliata.

Quando mi sento figlio e sono un padre

E tu mi dici che

Non è così sbagliato sbagliato sbagliato

Eppure, la nostalgia di una casa è bruciante: ho bisogno di un luogo preciso, di una voce precisa che abbiamo compassione di me. Ho bisogno di sentire che la mia persona perennemente capace di sbagliare non sia un vuoto a perdere.

Anche io sono madre, ma mi sento figlia. Sempre. E non è infantilismo, ma dipendenza come quella dei miei bimbi che mi fissano imploranti appena mi avvicino al frigo. Anche io imploro un nutrimento, un concime buono, da un padre è una madre.

Mi ami anche così sbagliato ?

A chi lo chiedo, io? Certo a mio marito, tutti i santi giorni. E lui sorride, o litiga con me in un modo che mi consola di tutte le mie paure. Ma so che lui è il traduttore di una voce che viene da più lontano, dal Golgota ad essere precisi.

Le mie mani fredde e viola, in mezzo a questa ondata di freddo siberiano, attendono come ogni anno il tepore della primavera, della natura che fiorisce di nuovo, del mistero della Resurrezione. Aspetto la Via Crucis di Chi tutti i miei sbagli se li è messi sulle spalle e poi li ha sciolti in un abbraccio eterno nel giorno di Pasqua.

Vendesi … umanità

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Sono stata fregata, alla grande. Il mio giudizio sui social networks è altalenante, umorale direi, e fino a ieri non avevo messo a fuoco la ragione in modo chiaro. Non che abbia scoperto l’America, no. Anzi forse è proprio la scoperta dell’acqua calda e io come al solito ci arrivo col mio fusorario, quello del bradipo in letargo.
C’è un motivo per cui i social networks riusciranno sempre a fregarmi ed è che dietro le loro mille accattivanti distrazioni c’è l’umano. È ovvio, lo so. Eppure ne ho percepito la potenza con una chiarezza che prima non avevo. Tante volte mi sono lamentata perché Twitter, Facebook e Instagram sono uno strumento per mascherarsi dietro profili anonimi e tirar fuori cattiverie di cui nella realtà ci si vergognerebbe, o per perdere tempo, o per sfuggire all’imprevedibile sconcerto del reale e far finta di vivere in un mondo virtualmente controllabile. Insomma, i contro sono tantissimi. Ma dietro tutte le maschere possibili ed immaginabili restano le persone, vive, in carne ed ossa, nel bene e nel male.
Perciò quando il social network fa sul serio ciò che il suo nome dichiara, cioè crea relazioni, il risultato può essere straordinario; ma non dipende dal mezzo che lo ha favorito, dipende da quello straordinario mistero che è l’umano.

E lo straordinario accade faccia a faccia, non sullo schermo dell’Iphone o del tablet.
Andiamo sul concreto. Ecco cosa mi è accaduto ieri.
Come quasi tutte le famiglie con figli di età diverse, ho tantissima roba stipata negli armadi che non si usa più: vestiti, corredini, giacche, materiale vario per cura del neonato. Tutte cose in ottimo stato, alcune addirittura mai usate. Ad esempio, Matilde, che ora ha quasi due anni, non ha mai degnato di attenzione il lettino Ikea che le avevamo comprato: prima è stata – letteralmente – addosso a me nel lettone, poi è  passata direttamente al letto singolo perché voleva stare vicino al fratello ed essere come lui.
Ho deciso di mettere in vendita il lettino su Facebook, ricevendo tanti contatti che poi non si sono concretizzati. Uno sì. Una ragazza era interessata all’acquisto, in fretta; nei messaggi che mi scriveva era molto sbrigativa e sgrammaticata: niente saluti, niente punteggiatura, niente presentazioni. Diciamo che ero diffidente e un po’ prevenuta, tra me e me borbottavo criticando la solita sfacciataggine a cui ci si lascia andare nel mondo virtuale. Se fossimo a parlare nella realtà, mi diresti almeno “ciao” incontrandomi per la prima volta?
La ragazza era decisa all’acquisto e dunque ho accettato che venisse a casa per vedere il lettino.

Aprire la porta a uno sconosciuto non mi lasciava tranquilla, peraltro avevo costruito nella mia testa un pregiudizio grande come un castello. Mi sono premurata che mio marito fosse a casa.
Erano circa le 20, fuori non smetteva di piovere ed ero molto arrabbiata perché il figlio maggiore mi aveva mentito sui compiti da fare, il suddetto marito non aveva rispettato la promessa di aiutarmi con l’altro figlio maschio e la piccola Matilde dava il peggio di sé col gatto. Con questo stato d’animo quantomeno scontroso, ho conosciuto Romeo e Giulietta (nomi di fantasia … ma dai!?!?!). Ho aperto la porta a due giovani di quasi vent’anni, lei straniera coi capelli scurissimi e lui biondo, grazioso e sorridente.

romeo-giulietta-riassuntoEducatissimi, innanzitutto; e questo mi spiazza. Mi sembrano poco più che bimbi eppure hanno un bimbo, di due mesi.
Mi verrebbe da far loro mille domande, mentre guardano il lettino, decidono che va bene e danno una mano a mio marito a smontarlo. Perché avete deciso di tenerlo, il bambino? La domanda più idiota possibile, penso; e non la faccio. Eppure le fanfaronate del mondo ci hanno fatto il lavaggio del cervello al punto che se vedi due giovanissimi genitori ti viene da pensare «sarà stato un errore», «potevano decidere di abortire» e altre idiozie del genere. Loro ci sono, di fronte a me, e c’è il loro bambino di cui parlano con affetto indicibile.
Allora chiedo: «Si dorme di notte?»
«Ehhh… » sospira Romeo. Risposta migliore non c’è, intravedo il genitore dietro il bimbo.
Giulietta intanto si coccola Matilde, il gatto e chiacchiera con me. Vuole confidarmi cosa ha imparato diventando mamma; il parto prima di tutto. Le avevano detto che era come farsi un tatuaggio e credeva di saperlo sopportare, visto che è piena di disegni sul corpo. Invece è stato durissimo, insostenibile. Conclude dicendo: «Alla fine ho chiesto a Dio di aiutarmi e tutto è andato bene».
Hai ragione, Giulietta. C’è quel momento finale del travaglio in cui anche io ho sempre messo tutto nelle mani di Dio, perché la forza manca e il corpo grida un dolore da far impazzire.
Poi mi racconta che il bimbo ha avuto problemi di salute, appena nato. In pediatria i medici l’hanno trattata con distacco e lei era spaventata, piangeva sempre. Ha condiviso la stanza con un’altra mamma il cui figlio piccolissimo aveva contratto la meningite, quell’incontro la segna incredibilmente: «È stata una benedizione averla vicina, mi ha dato la forza che io non avevo. Mi ha detto che ora noi siamo mamme e non dobbiamo lamentarci, sono i nostri bambini quelli a cui occorre il sostegno. La mamma deve essere forte, se no chi aiuta il bambino?».
Frasi semplici, verità lapalissiane … diranno gli adulti spocchiosi. Io le ho viste incarnate nella voce di una ragazzina che stava capendo sul serio ciò che diceva e ne era convinta, con una gioia strana sul viso. Una bambina cresciuta troppo in fretta? Non so. Di certo una mamma, brava.
Romeo e Giulietta se ne sono andati via col loro lettino sotto la pioggia lasciandomi col sorriso sulle labbra. Un inaspettato incontro umano è sbucato fuori da un contatto virtuale, portando una ventata di gratitudine alla fine di una giornata familiare pesante per me.

Do a Cesare quel che è di Cesare: ringrazio Facebook perché, dietro le faccine gialle, dietro le mille pubblicità, dietro il gossip e dietro le maschere, è stato il piccolo tramite di una grandezza incontenibile nel virtuale, lo spettacolo dei rapporti umani. Poteva pure accadere che un malintenzionato si presentasse a casa mia, combinando chissà quale disastro. Ci sta. Aprire la porta, simbolicamente e non, a un altro essere umano presuppone un rischio. Di certo si deve essere disposti a lasciarsi cambiare dalla presenza altrui, persino a farsi ferire. L’umano è inclassificabile nella sua imprevedibile capacità di fare il bene e il male.
Questa volta ho accolto in casa Romeo e Giulietta. Ho incontrato ciò che Shakespeare immaginò secoli fa, la freschezza giovane che l’Amore porta nel mondo, il suo essere una voce che canta sopra i calcoli meschini del mondo, il suo essere leggero e totalizzante, il suo essere onesto con il cuore intero, soprattutto. Immagino che dietro ai sorrisi cortesi non sia tutto rose e fiori per i miei Romeo e Giulietta, non vivono in un ricco palazzo di Verona circondati da balie e camerieri.
Non smetto di pensare a loro, anche adesso che ascolto alla TV politici di ogni parte fare promesse di ogni tipo. A Romeo e Giulietta non occorre il bonus bebé, il reddito di cittadinanza o un mutuo agevolato. Occorre qualcosa di più complessivo: sostenere ciò che loro hanno già capito. La famiglia è un’avventura impegnativa che ti stravolge la vita, eppure ti dà una forza che non credevi di avere; ti regala notti insonni, ma anche la tenerezza di un figlio. Ho visto due volti sinceri e persino ingenui, ma pieni di una felicità semplice di cui spesso io mi dimentico. Romeo e Giulietta hanno bisogno che si confermi loro quello che già hanno intuito: vale la pena portare a compimento ciò che Amore comincia, vale la pena che l’affetto sia un luogo e dei volti in cui s’incarni il bisogno di sentirsi dire “ti amerò per sempre”.

Romeo e Giulietta hanno anche bisogno di sentirsi le colonne portanti del nostro paese, quelli che scommettono in grande nonostante la possibilità di scappatoie facili, quelli che non accettano di essere ingabbiati nelle logiche dilaganti eppure disumane del «faremo un figlio solo quando saremo economicamente tranquilli». Loro ci hanno donato una speranza oggi, senza fare troppi calcoli e senza essere sprovveduti. Mettendocela tutta, sbagliando per inesperienza, riprovandoci meglio. La loro speranza pesa attorno ai 4 o 5 chili, è nato con un po’ di anticipo e ora ha un lettino nuovo da conoscere.
A questa concretezza di bene che loro hanno regalato al mondo come rispondiamo noi adulti?

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Tutorial per le luci di Natale

Stavo tornando a casa in auto, dopo aver portato Matilde a dormire dalla nonna; erano le nove di sera e dunque il buio la faceva da padrone, per quanto anche in una piccola città le luci notturne riempiano le strade, ma non tanto il bagliore gradevole dei lampioni bensì i flash accecanti dei cartelloni pubblicitari e delle insegne dei centri commerciali.

Ho improvvisamente notato qualcosa di nuovo in un posto che attraverso mille volte al giorno. Altro non era che una casa, l’ultima di una serie di villette a schiera. Dubito che fosse precipitata giù dal cielo in quell’istante, sono certa che sia lì da molto tempo eppure io non l’avevo mai vista. Ci sono alcuni alberi che coprono in parte la vista, c’è soprattutto l’impero luminoso di un supermercato che cattura su di sé l’attenzione.
Ma ieri sera era impossibile non notare quella casa: era stata addobbata per le feste

natalizie con luci di ogni colore e genere; un putiferio di argenti intermittenti, rossi accecanti, stelle blu e renne verdi. E molto altro. Ne ho dedotto che i proprietari non abbiano letto tutte le newsletter che io ho ricevuto da Ikea, Maison du Monde e Dalani per decorare in modo elegante la propria dimora.

Il must è: non mescolare gli stili. C’è il tema del Natale al Nord, allora tutte le decorazioni devono essere pelose; c’è il Natale classico, allora tutte le decorazioni devono essere sul rosso e dorato; c’è il Natale chic, allora tutte le decorazioni devono essere argentate, anzi silver.
I miei sconosciuti amici della casa ultraluminosa hanno fatto un casino pazzesco assemblando ogni genere di aggeggio elettrico. Ne deduco che hanno fatto bene.

L’edificio sembrava un’astronave in fase di atterraggio, ma è stata la prima volta che l’occhio è caduto sulla casetta e non sul supermercato. Spesso e volentieri ci inducono a essere affamati di cose assolutamente non indispensabili (vuoi non aver bisogno della Nespresso? vuoi fare a meno dell’Iphone X? perché non ti sei già dotato dell’orologio smart?). Per una volta la dimora ha vinto sul consumismo e mi ha ricordato una fame che è attesa, anche quando è inconsapevole.

La fame di luce non è mai abbastanza e chi vuole codificarla col metro della moda prende un abbaglio (non un’illuminazione!). Quando ero sposata da poco e la popolazione infantile non aveva ancora invaso le nostre stanze, anche io fantasticavo di avere un casa total-white per Natale: decorazioni interne ed esterne tutte devote al candore, presepe tutto bianco e luci altrettanto bianche. Era un modo chic di guastare l’evento debordante che è la Luce del Natale. Da quando ci sono i bambini sono arrivati i colori, mescolati e di ogni genere. Ogni anno si aggiunge qualcosa, non necessariamente en pendant col resto.
Perché siamo entusiasti di festeggiare che la Luce nasca nel mondo e la gioia si accompagna a una certa ebbrezza per nulla elegante e morigerata. Quando sta per arrivare un amico a casa, i bambini saltano dappertutto e urlano. Noi aspettiamo il Bambin Gesù in modo altrettanto scoordinato e allegro.
Mi fa un’immensa tenerezza osservare queste case che di sera s’illuminano come fuochi d’artificio permanenti. Ci sono troppe false luci attorno a noi, vetrine attira-clienti di ogni specie, finalmente a Natale qualcosa le sovrasta quasi nascondendole: sono alberi illuminati, finestre e balconi decorati, giardini guizzanti di palline colorate.

La mia tenerezza è per il senso inconsapevole d’attesa. Tutte le luci domestiche natalizie sono un addobbo piacevole e divertente in sé, e potrebbero essere nulla più di ciò; molti lo fanno perché l’atmosfera del Natale è bellissima. Eppure, non di meno, la luce è un segnale. Come infiniti fari, queste casette di quartiere vestite a festa – forse i loro proprietari lo ignorano – stanno chiedendo che la nave giusta attracchi nel loro porto. Con le luci festose chiedono che la Luce venga ad abitare tra loro. I cuori lo chiedono senza saperlo, anche se non celebrano i riti religiosi dell’Avvento.
Perché ci piace la luce se non perché illumina? Perché di notte è bello vedere le tenebre rischiarate da pupazzi e alberi accesi di rosso, arancione, bianco e azzurro? Il senso di noi, degli eventi, delle emozioni è un calderone oscuro, un guazzabuglio selvatico; per l’anima vale la stessa regola di un black-out improvviso: ti precipiti a cercare una candela o una pila.
Il nostro odierno black-out è paradossale perché sovrabbonda di luci ammiccanti e perciò ci dà l’idea che pur stando fermi ogni risposta sia recapitabile a casa, ogni problema risolvibile on line, ogni cruccio appianato dal prodotto giusto. I Saggi invece si misero in viaggio dietro una stella. È bello, bellissimo, che tutte queste nostre luci  squadernino – esageratamente pacchianamente – il bisogno insopprimibile anche quando inconscio di una chiarezza vigorosa sul senso di tutto ciò che facciamo, ma per distinguere una bella novità oggigiorno occorre affacciarsi alla finestra, mettersi di buona lena e aguzzare la vista fino a intravedere un lumino piccino dentro la mangiatoia di Betlemme, che da 2000 anni non si è ancora spento.

Il frigorifero dei miracoli

 

Puntualmente è la frase «non ho niente nel frigo!» a generare le cene più luculliane.
Mi danno abbastanza fastidio gli chef in TV che suggeriscono soluzioni dell’ultimo minuto, proponendo piatti «salvacena» con ingredienti assurdi, come se tutti avessimo a portata di mano il succo di tamarindo, un filetto di bovino Wagyu, dei tobinabur e qualche pistacchio di Bronte.

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foto di weegeebored

In una casa normale, quando il frigo è vuoto vuol dire che è vuoto: una triste carota è rimasta sola nel cassetto della verdura, un paio di uova che non bastano per cinque persone e una mozzarella forse è scaduta.
Eppure è proprio in queste occasioni tragiche, di fronte a familiari affamati imploranti una cena soddisfacente, che la casalinga sgangherata che è in me fa saltar fuori tre o quattro portate più abbondanti del dovuto. Come mai? In effetti, non c’è nulla di nuovo.

È sempre così: saper guardare quello che c’è è un esercizio impegnativo; l’occhio

pigro vede «nulla» perché non trova quel che vorrebbe, la necessità incombente aguzza la vista che – meravigliata – si accorge che non è mai completamente «nulla» il poco che c’è.
Due uova non bastano per sfamare cinque persone, ma se ci aggiungi un po’ di latte e farina e vai a disturbare le scatolette di tonno tumulate e dimenticate in dispensa, salta fuori una specie gustosa di frittata. Cracco inorridirebbe, ma sono fatti suoi.
Con la carota striminzita e le poche patate rimaste, salta fuori una vellutata. Eccettera eccetera.Impegnata in questa battaglia per trasformare il «nulla» in qualcosa, mi è venuto in mente l’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Unico miracolo riportato da tutti e quattro gli evangelisti, chissà perché.
Potrebbe essere giudicato uno degli effetti speciali più riusciti di Gesù: c’era una folla strepitosa a seguirlo e lui li ha sfamati abbondantemente tutti! Un grande mago, un furbacchione che sa come accalappiarsi il consenso del popolo? Mi sa di no. Credo che il miracolo non sia disgiunto da ciò lui stava insegnando alla gente.

Nonostante i falsi luoghi comuni, se io dovessi dire qual è uno degli insegnamenti più grandi che il Cristianesimo mi ha donato è la capacità e la voglia di «guardare»;

intendo guardare la realtà, tentare di farlo con un’intensità viva e non con la pigrizia dell’uomo già stanco prima di svegliarsi. Ed è un grande mistero il fatto che, se qualche volta questa vista stupita e spalancata accade, la realtà regala una moltiplicazione.

Molto spesso è l’urgenza a vincere la pigrizia, proprio come accade col frigo vuoto e il bisogno di mettere in tavola una cena.

 

Il frigo non è mai vuoto, e fuor di metafora nulla di quotidiano è mai solo «un nulla».

Credo che le parole di Gesù alla folla entusiasta stessero in qualche modo educando a uno sguardo rivoluzionario sul mondo e, di fronte alla triste constatazione dei discepoli «abbiamo solo sette pani e due pesci», lui ne fece un’occasione per trasformare in esempio le sue parole: quel che c’è non è mai poco, non è mai «solo due pesci», è invece tutto quel che ti occorre per dar prova di intraprendenza.

La massima virtù dell’uomo è la sua creatività, cioè la capacità di azioni «nuove» in un mondo che ha milioni di anni. E non c’è bisogno di costosi ingredienti chic, perché una moltitudine di possibilità fantastiche è già potenzialmente dentro le cose più semplici. Il mondo ha bisogno della tua opera e per metterti al lavoro devi solo saper guardare quel che c’è, devi amare la sua presenza come già qualcuno amò la tua presenza mettendoti al mondo.

Credo che Gesù – in fondo – parlasse di questo alla gente: la moltiplicazione miracolosa non è il trucco di uno chef stellato, ma una via possibile a tutti. Cosa disse San Francesco, il povero per eccellenza, quello che aveva dato via tutte le sue ricchezze? «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».