Dolce far niente

Mangio troppo in fretta, guardo compulsivamente il cellulare, cambio stazione radio prima che l’ultimo ritornello sia finito.

Anche all’aperitivo non mi rilasso e non rallento. Mio marito è ai primi sorsi di spritz, io sto già sgranocchiando i cubetti di ghiaccio. “Ma che fretta hai?” – mi chiede lui. Non è fretta, è frenesia; quella che conduce a casa dell’ansia e, se vai dritto ancora, al casolare senza finestre dell’angoscia.

Non ho finestre, ecco. Quando sono concentrata su di me, rumino il mondo come una mucca. Lo ingurgito senza capire cos’è, senza sentire sapori. Faccio e penso. Penso sempre, e non è un bene farlo senza finestre.

Quella di oggi è stata un punizione, o meglio un esercizio spirituale. Stare con la mia famiglia nel bosco senza far niente. I maschi erano andati a giocare alla guerra tra gli alberi, la piccola Matilde dormiva, il cellulare non prendeva e io ero sola. Si fa per dire, perché un bosco è stipato di vita vivente.

Sono arrivate presto le mosche. Non stanno ferme neanche quando si posano su una foglia o sulle gambe. Una grossa formica ha deciso di darsi a un trasporto eccezionale, un pezzo di pane residuo del nostro pic nic.

Ma neanche qui riesci a stare senza impegnare la testa in qualcosa? – mi sono detta. Ho smesso di osservare qualcosa, di voler vedere. Di volere.

È stata durissima riuscire ad accogliere qualche scampolo di silenzio disarmato. E ho toccato con mano la mia grande ferita: orgoglio bulinico.

Ero solo io, e sentivo che “solo io” non mi bastava. È doloroso da ammettere. Mi riempio di cose per dimostrare “sono utile”; faccio più di quel che mi viene chiesto per “essere brava”; progetto in anticipo per “essere pronta”. Utile, brava, pronta non mi hanno mai dato la felicità. E figuriamoci quanta amarezza, quando – spesso- non sono utile, brava, utile.

Essere e basta. Cosa mi ha insegnato un’ora nel bosco a far niente? Che stare a tu per tu con me mi dice che io sarò sempre “mancanza”. E se questa mancanza la riempio da sola, il risultato è la costipazione fisica e mentale.

Però ci sono state occasioni, anche brevi, in cui ho sentito una pienezza vera. È capitato in certe giornate in cui m’impegnavo senza pensarci su troppo in circostanze che richiedevano il mio contributo non pianificato. Capita qualcosa, ti ci butti come sei. È più adeguato alla felicità, rispondere a una chiamata … piuttosto che fabbricarla tavolino.

Per poter rispondere, devo stare in silenzio, deve esserci una parte di me che sta vuota e aperta. Il niente non è solo una cosa brutta: è come la stanza degli ospiti in una casa, sta vuota in vista di una pienezza viva. Chi arriverà?

Questa stanza vuota deve esserci anche nel mio io, altrimenti la porta d’ingresso rischierà di essere chiusa a chiave.

SIAMO TUTTI FUORI – Il mio nuovo libro

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Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. C’era nebbia in autostrada, all’altezza di Fiorenzuola D’Arda; Davide guidava tranquillo, Michele s’era già addormentato e io ricevetti quella benedetta telefonata.

Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton.

Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante.

Poi ho capito che il calcio nel sedere era destinato a me. Poi, nel tempo, di calci nel sedere me ne ha dati tanti. Quel nebbioso pomeriggio del 2008 è stato il giorno in cui la nebbia della mia vita ha cominciato a disperdersi, grazie al vento impetuoso delle parole del signor GKC. Accettai – non di buon grado – l’idea di Walter Raffaelli, lo ringrazio tuttora della sua intuizione benedetta.

Dal 2008 ho svolto il mestiere di traduttrice e ho tradotto 11 libri del signor Chesterton.

Un altro provetto avventuriero dell’editoria, Giuseppe Signorin, mi ha chiesto di raccontare questi anni di vita a tu per tu con GKC e ne è uscito il libro che ora è disponibile: SIAMO TUTTI FUORI. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton

Eccone alcuni passaggi accompagnati dalle foto di ciò che mi è accaduto in questi otto anni, così potete capire che si tratta di un gesto di gratitudine e non di saccenza 🙂

 

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Noi ci presentiamo così ai matrimoni, come l’Uomovivo Innocent Smith. Con la pistola che semina gioia.

“Più cercavo di fare bene il mio mestiere di traduttrice, più ne ricavavo un feedback luminoso: la felicità non è immaginare un ipotetico paese delle meraviglie, è ritrovare gli occhi giusti per scoprire che il paese delle meraviglie è il qui e ora della nostra vita. Sulla porta di casa voglio mettere un cartello con un disegno e la scritta Mirabilandia. Ci sto lavorando, insieme ai miei figli. Il metodo della meraviglia prevede un esercizio che è particolarmente affine alla mia natura: il disordine”.

 

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Abbiamo imparato a fare grandi castelli di sabbia proprio in riva al mare. Ce lo ha insegnato Alfred del Cavallo Bianco, non bisogna temere di mettere in piedi grandi progetti e aver sempre voglia di ricostruirli se qualcosa li distrugge

“Chesterton mi ha educato al sistematico ribaltamento e scombussolamento dello status quo del pensiero e dell’esperienza. Proprio perché il vero tollera ogni forma di terremoto e uragano, mentre il falso cade al primo soffio di vento. Non sono mai stata una persona ordinata; tuttora mio marito mi ricorda che non posso esigere dai miei figli che la loro cameretta sia impeccabile se la mia scrivania continua a essere una riproduzione verisimile del giorno dell’apocalisse”. 

 

“In gran parte delle circostanze quotidiane il nostro puro e semplice esserci è la condizione necessaria e sufficiente per fare ciò che ci è chiesto di fare. Ci sono cose che vale la pena fare e vanno fatte anche se siamo stanchi morti o tristi. Le si fa male (cioè le si porta a termine anche se non perfettamente) e le si fa anche di brutto (cioè a testa bassa, senza rimuginare sui «se, ma, però …»). Le si fa, così come si è, e il mondo sta in piedi”.

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“Una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente”. Ho raccontato i paradossi di Chesterton al signor Enzo Iacchetti durante la mostra del Meeting 2013 e lui – ironicamente – aveva la maglietta giusta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ho girato molto scuole italiane per raccontare le opere di Chesterton, autore snobbato da tutti. Ne sono nati fantastici progetti spontanei, come questo a Padova: un gruppo di ragazzi ha ricostruito la valle del Cavallo Bianco nei corridoi del loro liceo.

 

“Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Sia detto per inciso, ho tremato quando la pubblicità mi ha informato che potrei avere al polso un congegno in grado di connettermi alla lavastoviglie o alla lavatrice quando sono fuori casa. Se sto facendo la fila in posta, di certo non bramo di vincere la noia impostando un ciclo di lavaggio. Durante un aperitivo parte del piacere è essere lontano da una lavastoviglie, cioè sapere che non dovrò lavare quel bicchiere e quei piattini”. 

 

 

 

“Non credo sia un caso, anzi è una benedizione provvidenziale, che uno dei rari frammenti sonori in cui ancora oggi possiamo ascoltare la viva voce di Chesterton sia questo invito:
Sono assolutamente sicuro che il nostro mondo precipiterà nella disperazione se non si riuscirà in qualche modo a rendere la mente, cioè i pensieri semplici che ci passano per la testa quotidianamente, più vivace e felice di quel che pare essere al momento attuale, a giudicare dai romanzi e dalle poesie moderni. Voi dovete essere felici in quei momenti di quiete in cui vi ricordate di essere vivi e non in quei rumorosi momenti in cui ve ne dimenticate”.

Villa con giardino, affittasi in comodato gratuito – no perditempo.

20150808_121322Sono stata in Provenza al mare con la mia famiglia; e questo è un motivo sufficiente per essere grati. Siamo stati sulle spiagge in cui Antoine de Saint Exupéry scrisse Il piccolo principe. Seppure anch’io mi diletti a scrivere, non ho sentito nessuna ansia da prestazione trovandomi in questo tal luogo, perché il capolavoro in questione è così inarrivabile da rendere comunque ogni tentativo nient’altro che uno scarabocchio.

Racconterò, dunque, qualcosa di molto semplice. La terrazza della casa che abbiamo affittato si affacciava sul mare (altro ottimo motivo di cui essere grati), ma si affacciava anche su una bella villa di color rosa pastello, perfettamente intonata con l’azzurro del mare che la circondava. Io e i miei figli l’abbiamo osservata attentamente perché ci attirava tantissimo: è una casa con un suo accesso privato al mare, un giardino curatissimo di arbusti fioriti di ogni colore e una piscina, anch’essa a sfioro sul mare. Per un paio di giorni è rimasta disabitata e questo ci ha permesso di fantasticare un po’ sull’ipotetico proprietario, con tanto di sospiri tipo “…ah, se io avessi una piscina così!”, oppure “…pensa che bello tuffarsi in mare senza neppure dovere uscir di casa!”.20150807_181718

Poi, una mattina, abbiamo visto delle auto parcheggiate nel posteggio. A quel punto – da veri impiccioni – la curiosità è cresciuta, ma nonostante sguardi attenti e sbirciate furtive, nessuno si vedeva dentro o fuori dalla casa. Solo quando abbiamo smesso di sbirciare, una sera, al tramonto, ecco… proprio a bordo piscina è comparso un vecchio curvo, col bastone e anche claudicante. È rimasto lì a fissare il mare per un po’ poi è scomparso tra le fronde del suo giardino. Il mattino successivo è ricomparso. Camminando a passi faticosi e con un paio di cesoie molto grandi si è messo a potare le piante, in una zona del giardino attigua alla strada. Non l’abbiamo più rivisto fino al mattino successivo, quando ha ripetuto esattamente la stessa attività del giorno precedente.

La privacy è una cosa sacra e, per fortuna, il nostro sguardo indiscreto poteva spaziare in ritagli molto ristretti di quella proprietà; quindi ne deduco che la vita umana della casa fosse molto più vivace (e privata) di quel poco che si mostrava ai nostri occhi. Ma certo è stato curioso vedere questa bellissima villa, predisposta per una vacanza da sogno, e vederla – dal nostro punto di vista – abitata solo da un anziano sfuggente e intento solo a pulizie e giardinaggio. Pareva una contraddizione. Perché quel vecchio non sfruttava nulla degli agi di quella dimora.

Ecco quali erano i nostri pensieri invidiosi, e banali. Poi, una mattina, inaspettatamente ci ha raggiunti una notizia che non avremmo voluto sentire: Raffaella, la mamma di un compagno della scuola materna di mio figlio, è morta. Sapevamo della sua lunga e difficile malattia, ma tenacemente ci aggrappavamo alla speranza … una speranza del tutto terrena, è vero, e quindi forse incompleta. All’inizio mi è parso assurdo conciliare le cose: la nostra serena vacanza di famiglia al mare e il pensiero di un’altra famiglia ferita nel profondo. Col pianto negli occhi e nel cuore, mi sono ritrovata a rimuginare su un groviglio di pensieri inestricabili e con gli occhi fissi su quella bella villa rosa. E, solo allora, l’ho vista con occhi diversi. Ho capito. Oddio, forse ho solo intuito qualcosa.

Se ci fossero vite fortunate e vite sfortunate sarebbe una vera ingiustizia. Se ci fossero privilegiati e derelitti sarebbe una ben amara condizione. In realtà, c’è per tutti una casa, circondata da un giardino di eventi. C’è anche un vecchio giardiniere che, silenzioso e quasi sfuggente, l’ha preparata e la cura per noi. Ce la offre gratuitamente. Nascendo, ci troviamo ad abitare le stanze di una casa che non abbiamo costruito noi; e il giardiniere, che l’ha costruita, non la abita, ma la sorveglia solamente. Da lontano. È attento, ma schivo. Lui ha imbastito una scena, lasciando a noi di esserne protagonisti. Cosa sia mozzafiato, meraviglioso, imperdibile, amabile … spetta a noi deciderlo. Ogni casa ha spazi ariosi, ma anche cantine o rispostigli bui. Insomma, ogni casa è una villa, cioè offre – per il tempo che ci è dato da abitarla – lo spazio e il contesto adeguato per trovare noi stessi fino in fondo.

IMG_20150805_205731È proprio la presenza del giardiniere, schivo e silenzioso, a vincere la tentazione dell’ingiustizia. Perché se lui si è curato di costruire qualcosa di adatto a noi e, anche mentre ci abitiamo, non smette (sebbene sia quasi invisibile) di potare, spazzare e annaffiare, può forse essere che si curi di qualcosa di cattivo per chi ci abita?

Una piscina è facile da capire e da amare: fa pensare a spensieratezza e vacanza. La vita ospita zone di una felicità facile da apprezzare; momenti di gioia trascorsi in luoghi belli e con amici speciali. Una cantina buia è meno appetibile, ma ugualmente indispensabile: perché è sempre dal basso e nel buio che la nostra memoria e la nostra coscienza si nutrono di cibo indispensabile. In cantina stanno le scorte e le cose vecchie. Il buio del dolore può essere questa zona apparentemente poco piacevole, che però tiene in piedi il resto della casa: è al buio che si decide a cosa affidarsi sul serio.

Il giardiniere non è un imbroglione, ogni stanza di casa l’ha pensata per noi e non per freagarci.

Il giardiniere pone una condizione per i suoi affittuari: non accetta perditempo. Anzi, li accetta, ma se ne rammarica. Il tempo infatti è poco, per tutti, anche per quelli che campano cent’anni. Per tutti la vita è una casa in affitto, una locazione temporanea. E la brevità del tempo è la chiave di tutto: è la sola percezione che può aiutarci a disappannare la vista. Solo sapendo che, presto, lasceremo questo luogo possiamo impegnare il nostro affetto e la nostra volontà a decidere su cosa e su chi investire il nostro amore e le nostre energie. Davvero vogliamo solo starcene a galleggiare in piscina? Davvero vogliano solo sonnecchiare sulla sdraio nel terrazzo?

Dimmi tutta la verità, cioè raccontami delle favole

 

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Foto di Steve Corey

«Le favole non insegnano ai bambini che esistono i draghi, le favole insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti», questo è uno degli aforismi più famosi e citati di G. K. Chesterton. Un aforisma un po’ meno noto, sempre sulle favole e sempre di GKC, me lo ha fatto conoscere la mia amica Maria Grazia, che mi ha procurato lo scritto introduttivo di Chesterton alle fiabe di Esopo. Si tratta di poche paginette “fulminanti”, cioè che scuotono e illuminano, in cui a un certo punto si legge: «Non ci possono essere favole buone con esseri umani nella trama; non ci possono essere bei racconti fantastici senza di essi».

La comprensione tecnica della frase prevede la conoscenza della differenza tra l’inglese “fable” (fiaba che educa portando sulla scena animali, tipo La volpe e l’uva) e “fairy tale” (racconto immaginario in cui compaiono fate, folletti, mostri). La comprensione umana della frase prevede un lungo viaggio, in cui ora tento di inoltrarmi …

Un po’ di tempo fa, da qualche parte (forse proprio su questo blog), ho dichiarato la mia profonda afflizione per l’incapacità di trovare un vero e solido lieto fine nelle storie del nostro tempo, che siano romanzi o film. Siamo bravissimi nel tragico, eccellenti nell’incomprensibile, deludenti nel «e vissero tutti felici e contenti». Citavo come esempio il finale del film Michael Clayton, in cui un malinconico George Clooney chiede a un tassista di portarlo in giro a caso per una corsa di venticinque dollari. E lo fa proprio dopo aver concluso un’azione eroica; e lo fa pur avendo un figlio da cui andare, con il quale ha molte cose in sospeso, un rapporto vivo da portare avanti.

«Dove la porto?» chiede il tassista.

«Fin dove mi portano questi 25 dollari, guidi e basta» risponde il protagonista.

Ecco, le grandi storie di un tempo cominciavano dalla selva, da un uomo smarrito. Quelle di oggi, anche se portano in scena un’azione positiva, finiscono con un uomo che non brama altro che perdersi a caso nella selva del traffico di una grande città. Questo mi lascia l’amaro in bocca. Ma, mi rendo conto, il tema del lieto fine va approfondito oltre quest’osservazione. Intendo farlo attraverso un libro e un film in cui mi sono imbattuta di recente.

PatrickNess2Ho letto Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, proprio perché in una recensione si parlava del fatto che le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti.  Il titolo inglese originale è, in effetti, A monster calls e la copertina italiana sintetizza benissimo la trama, senza svelare nulla: c’è un bambino, delle tombe, una città distante e un grande albero che sovrasta il tutto. Il mostro è proprio l’albero, che comincia a far visita e a parlare al piccolo Conor presentandosi da lui sette minuti dopo la mezzanotte. È un romanzo che si legge d’un fiato e lascia senza respiro. Bellissimo e tremendo, di quelli che consigli sapendo che farai stringere il cuore e piangere a dirotto chi seguirà il consiglio.

Perché a tema c’è la malattia, e l’ineluttabilità a cui essa costringe un bambino. Il mostro-albero aiuta il giovane Conor raccontandogli delle favole, tutt’altro che concilianti; è un mostro, non è una fata. Non è cattivo, però, è forte come un albero millenario che conosce le viscere della terra. E il mostro lascerà come insegnamento finale al ragazzo questa verità: “La vita non si scrive con le parole. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa”. Il lieto fine, in questa storia, sale a un livello di senso più arduo e interessante; qualcuno obietterà che si possa persino definire un lieto fine … ma per me lo è. A volte, anzi spesso, anzi sempre, dire «e vissero tutti felici e contenti» esclude buona parte della verità; prima di tutto il fatto che oltre a vivere, si muore. Può un lieto fine aver a che fare con la morte? Sì.

Il mostro-albero lo insegna, dicendo che non conta il pensiero, ma la traccia concreta di te che lasci al mondo. La morte non può cancellare la presenza viva di un uomo sulla terra; il grande passo che Conor deve fare è proprio questo, stando accanto a una madre malata: rendersi conto che la cattiveria di certi pensieri è meno importante di ciò possiamo concretamente fare. La realtà vince sull’astrazione. E la verità dentro la realtà vince sulle bugie che ci passano per la testa.

Lieto fine, in questo caso, non significa zuccherosa gioia, ma ardimentosa coscienza del bene (dentro le ombre selvatiche della vita). Non aggiungo altro alla lacerante bellezza di questo libro, ma consiglio questa recensione, in cui ho trovato molte corrispondenze con il mio stato d’animo.

Sì fa, invece, molta fatica a trovare una recensione positiva del film Disney Into the Woods, anche se a me, per andarlo a vedere, è bastato sapere che Johnny Depp interpretava il Lupo diinto-the-woods1-768x1024 Cappuccetto Rosso. «Stai attento a ciò che desideri», recita il sottotitolo ed è questo problema molto contemporaneo del desiderio, o meglio della “dittatura del desiderio”, che il film affronta in modo convincente. Si parte dalla gente comune, che è quel che fece Dante parlando di nostra vita, e dalle difficoltà: un fornaio e sua moglie non possono avere figli. Una strega (la meravigliosa Meryl Streep!) dice loro che potranno averne uno, se porteranno a termine una prova dentro il bosco. E loro vanno.

Tutto comincia dalla selva. Tutto ciò che vale la pena di vivere conosce la prova, l’essere messi alla prova del buio, dell’ombra, dello smarrimento dentro un bosco. Ma un bosco è sempre un luogo di incontri e scontri, ce lo insegna magistralmente Ariosto nell’Orlando furioso: la selva è il posto della ricerca, ed è anche il labirinto dove la ricerca si svia, si perde; la selva è il luogo dell’imprevisto buono o cattivo. La selva, in una parola, è il posto dell’avventura (di ciò che ad-viene, ti viene incontro …nel bene o nel male). Nella selva si erra, cioè si gira, ma si sbaglia anche.

Dentro il bosco, il fornaio e sua moglie incontrano i personaggi delle favole più famose: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack (quello dei fagioli magici). Perché le favole «ci vengono incontro» nel momento del bisogno; in esse sono contenute, sotto forma simbolica, le verità eterne di cui ogni uomo ha bisogno per affrontare la vita (NB: Virgilio, ovvero i racconti epici da lui narrati, va incontro a Dante nella selva!). Chesterton diceva che Cenerentola ricordava all’uomo che «gli umili verranno esaltati». Quanto a Cappuccetto Rosso anche lei ha qualcosa da dire alla nostra ingordigia; lei che entrando nel bosco divora allegramente i dolcetti, che erano per la nonna, e poi diventerà una bambina molto più accorta, dopo aver trascorso attimi tremendi nella pancia del lupo, divorata a sua volta.

Nel film, insomma, è chiaro che le favole c’entrano con la vita molto più di certi discorsi realistici dei benpensanti. E, a un certo punto, tutto sembra compiuto, arriva il perfetto lieto fine, in cui tutti hanno ciò che desideravano. È stato il momento in cui al cinema ho gongolato, perché finalmente avevo di fronte a me il vissero tutti felici e contenti. Poi è arrivato lo schiaffo, perché il film non si conclude così … tutto crolla … e io ho cominciato a sentirmi a disagio, temevo che il messaggio volesse di nuovo andare a parare sulla malinconia dell’uomo moderno. Invece no. Attento a cosa desideri, recita il sottotitolo.

Nella storia subentrano morti, un adulterio, il fraintendimento, la rabbia di un gigante che provoca un terremoto devastante. Eppure tutti i superstiti, si trovano infine attorno a un bimbo appena nato, a raccontarsi una favola. Quel bimbo, fortemente desiderato, avrà solo uno dei suoi genitori accanto a sé. A questo punto, nella mia testa, è entrato in gioco il discorso di Chesterton da cui ho cominciato questa lunga peripezia. Il desiderio è una cosa buona, ma l’uomo non è sempre una creatura buona. Il desiderio contiene un bisogno buono, che può tramutarsi in egoismo per essere realizzato. Noi non abbiamo solo dei desideri, sappiamo già come devono realizzarsi. Non esprimiamo un auspicio, vogliamo assolutamente che si realizzi in un certo modo. E se le multiformi variabile del reale cambiano? Sappiamo difendere il vero, il giusto, il buono oltre il nostro egoismo e la crudeltà della vita?

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Foto di Lord Marmelade

Ecco, è questo che emerge da questa pellicola: lì dove c’è un uomo c’è un desiderio, ma lì dove ci sono gli uomini c’è anche il male. Il lieto fine non è dunque lo scorrere liscio e placido delle cose, la realizzazione perfetta del mio desiderio come-lo-voglio-io; il lieto fine diventa la capacità di sostenere le prove che la vita ti impone, esaudendo un desiderio e dandoti al contempo altro dolore indesiderato. Sai stare di fronte al bene, senza sottrarti alla prova del male? Un uomo che accoglie questo invito e risponde sì, vive felice e contento (col cuore ferito, con l’anima spalancata).

Torno da dove sono partita, dalla frase di Chesterton sulle favole di Esopo: raccontare la verità attraverso le figure animali significa dipingere davanti all’uomo le semplici colonne portanti del vivere, immutabili e fisse immagini, come la furbizia, il coraggio, la lealtà, la pavidità.  L’uomo ha bisogno di questi racconti; ha bisogno di vedere che le verità fondamentali che sostengono il mondo non sono fluttuanti o incerte; ha bisogno che abbiano un volto. Ma l’uomo ha anche bisogno di «vedere» che la vita è una prova e non un copione fisso; per questo esistono favole o racconti fantastici di cui sono protagonisti esseri umani o simil-umani (folletti, giganti, ecc). In questi racconti va in scena un’altra verità: il viaggio vertiginosamente arduo di una creatura libera verso la sua felicità.  Ma lascio la parola a GKC:

«Non possiamo insegnare le verità più semplici senza trasformare gli uomini in scacchi. Non possiamo parlare delle cose più semplici senza usare gli animali, che nella realtà non parlano affatto. Il lupo sarà sempre vorace e la volpe furba. Ma ogni volta che si dà a un’idea un paio di gambe, anziché delle piume, non si può che ricorrere agli uomini, alle loro imprese eroiche e anti-eroiche».

Insomma, possiamo imparare l’alfabeto dell’umanità decorando ogni lettera con le forme di un animale, G come gatto e C come cane. Forte come il leone, puro come l’agnello. Quando, però entra in gioco l’uomo, la semplicità s’incasina alla grande. Lui diventa protagonista di storie assai più complesse, ma sensate. Perché tutte le grandi fiabe in cui sono presenti gli uomini (principi e sguattere, bambini e giganti) hanno in comune un punto di arrivo, solido e innegabile. Non un girovagare insensato senza meta.

Per questo le favole non sono uno svago; non vagano e non sono vaghe; non girano attorno alla verità, ci conducono – per mano – dritti verso il vero. Anche, e soprattutto, quando ci dicono che la felicità affonda le radici nella prova dolorosa.

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La scelta di Darby. Opportunità, non imposizioni (l’uomo è un cavaliere libero)

Stanca del ciarpame che mettono in circolazione i nostri quotidiani e giornali più blasonati, mi sto costruendo network per recuperare informazioni, fatti, eventi . Tra gli altri, mi sono messa a seguire il blog The Oregon Optimist.

Ci trovo notizie positive. Quelle che non sentiamo mai nei Tg. Ma ci sono. Perché, grazie al cielo, il mondo è un posto in cui il bene germoglia. E tendenzialmente resiste e perdura più della violenza e del male, che si esauriscono una volta esplosi.

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Foto di Elizabeth Haslam

Mi sono così imbattuta nella storia di Darby, che a sedici anni è rimasta incinta e ha deciso di non ricorrere all’aborto, grazie a una frase detta dal ginecologo che l’ha visitata. Non voglio fare di questa storia una pura e semplice propaganda anti-aborto, ma se possibile qualcosa di più generale.

Ebbene, ecco la storia della giovane Darby che va a farsi visitare. Ha il dubbio di essere incinta e ha anche il dubbio di cosa fare nel caso di un’eventuale gravidanza. Il ginecologo che la visita le conferma la gravidanza. E a quel punto, vedendo la reazione emotiva della giovane, le dice una cosa che per lei diventerà decisiva: “Ho visto tante donne pentirsi di un aborto, ma non ho mai incontrato una ragazza madre pentita di aver avuto un figlio”.

Darby racconta che quella frase le ha cambiato la vita, a quel punto le è stato chiara la strada da percorrere. E ha avuto il suo bambino.

In che modo stiamo accanto a chi deve affrontare eventi o scelte decisive, capitali, difficilissime?

Spesso la modalità “ora ti dico io cosa è giusto” (con relativo indice alzato) si innesca istantaneamente. Ed è corretto proporre in  modo onesto alle persone le nostre convinzioni. Io credo, infatti, che sia una balla mostruosa dire: “Per rispettare la tua libertà, mi astengo dal dirti qual è la mia opinione”. Non è rispetto della libertà, è fregarsene e non avere il coraggio di esporsi.

Eppure è decisivo rispettare la libertà altrui; e il modo più corretto di rispettarla è metterla in moto. Come? Non ho la ricetta universale, ho un’ipotesi che mi ha insegnato il signor Chesterton e che ha riempito di ginnastica la mia vita.

Partiamo da questa premessa. La libertà non è un modo per avere la strada spianata. Spesso, oggi, si crede di essere liberi quando si hanno sufficienti diritti per fare le cose che vogliamo, per fare e disfare in base all’istinto di ogni momento. Voglio essere libero/a di innamorarmi e di non sposarmi; voglio essere libero/a di sposarmi e poi divorziare; voglio essere libero/a di avere figli senza avere un/a compagno/a, ecc ecc. Se questa è libertà, assomiglia molto a una sottospecie di dittatura dell’istinto: come se ogni nostro momentaneo desiderio dovesse subito e per forza realizzarsi, se no non sono felice.

La libertà è qualcosa di più ricco e impegnativo. Che soddisfa pienamente l’uomo, offrendogli delle sfide da accettare. Offrendogli l’opportunità di combattere per ciò che ama. Chesterton dice che l’uomo è come il cavaliere della fiaba; deve raggiungere un castello lontano, passando attraverso un bosco, dove lo attendono prove e avventure. Questa è la trama fatta su misura per il nostro cuore. La nostra natura non è fatta per godersi la soddisfazione di ottenere ogni cosa che ci passa per la testa, ma è fatta per godere della libera scelta di poter dar prova di difendere e conquistare ciò che davvero ama.

Un'immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Un’immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Siamo fatti per le avventure impegnative che ci portano verso il castello. Non appena ci viene proposta una prova che possa svelare il nostro valore, noi ci sentiamo finalmente “vivi”, pronti a dare tutto noi stessi in nome di qualcosa che vale la pena salvare, conquistare, custodire. Perché intuiamo che un bene grande per noi è in gioco in un’impresa di valore . La bugia moderna dice, invece, che il cavaliere è più libero se si dimentica del castello lontano e comincia a divertirsi nel bosco, dove gli DEVONO essere date tutte le cose che vuole: un rifugio su un albero, cacciagione fresca, solitudine, agio e relax. Un cavaliere che si riduce così è indolente, ma soprattutto non è felice.

La storia di Darby testimonia che se a una persona è data l’opportunità di risvegliare la propria libertà, allora si sentirà di nuovo come il cavaliere della fiaba. Non abbiamo bisogno di persone che ESEGUANO la cosa giusta, ma che vogliano essere libere di dare tutto se stesse per qualcosa che riconoscono giusto. La risposta del ginecologo è perciò esemplare: non ha dato alla ragazza una risposta moralisticamente impacchettata, ha messo di fronte a lei un dato della sua esperienza, in modo che sembrasse una sfida. Non una provocazione, ma una sfida. A quel punto Darby aveva davanti a sé non una casella da barrare (gravidanza sì, gravidanza no), ma un percorso libero di cui essere protagonista: che nessuna ragazza madre si fosse pentita di aver avuto un figlio non era certo un dato neutro. Non dipingeva ai suoi occhi un orizzonte facile, sereno e in discesa, eppure lasciava trapelare un’avventura corrispondente al suo cuore. Un’opportunità. Come quella del cavaliere che sceglie di inoltrarsi nel bosco, perché si sente pienamente libero di affrontare tutte le prove necessarie per raggiungere il castello.

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Foto di Michal Kulesza

Nel mio piccolo, ma molto piccolo, è capitato anche a me qualcosa di simile, che conferma ciò che Chesterton mi ha fatto intuire; ovvero che l’uomo, messo di fronte a un’avventura impegnativa, ha voglia in piena libertà di dar prova del suo valore.

Io sono rimasta incinta proprio a metà del dottorato e, per quanto non avessi nessun dubbio sulla mia gravidanza, un certo pessimismo aleggiava nella mia testa. Sapevo bene che avere un figlio sarebbe stato incompatibile con il percorso universitario che avevo di fronte; per ottenere qualcosa nel futuro (una borsa di studio per la ricerca, un posto come docente) i professori  esigevano una disponibilità illimitata di spazio e tempo; era ovviamente una legge non scritta, ma vera quanto invisibile. Io ero fatta istantaneamente fuori. I miei compagni di dottorato, saputo che io aspettavo un bambino, mi venivano incontro dicendomi: «Mi dispiace». Lo giuro. Ma era il sentimento onesto di chi aveva messo in conto che la carriera richiedeva un netto sacrificio rispetto agli affetti.

Io non condividevo questa linea, tanto che mi ero sposata mentre studiavo, eppure quando si trattò di trovarsi di fronte al fatto che non avrei avuto un futuro in università, perché sarei diventata madre, ecco … i pensieri si annebbiarono. Fu decisivo mio marito che risistemò il mio orizzonte mentale con una frase tutt’altro che consolatoria, bensì provocatoria. Da ingegnere, mi richiamò alle fredde ma vere leggi matematiche e mi disse: “In aritmetica un positivo + un positivo non dà mai risultato negativo”. Vero. Io studiavo ciò che mi piaceva (positivo) e stavo portando nel grembo un figlio (positivo); spettava a me verificare che queste due cose insieme non potevano dare frutto negativo.

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Appunti miei … scarabocchi dei figli

È l’avventura in cui sono impegnata a vivere da allora. Ho lasciato l’università, e questo non ha significato smettere di scrivere e studiare ciò che mi piace. Non è una strada facile. Ora scrivo ascoltando un figlio di 8 anni che ripete la lezione sui Sumeri e con un altro di 4 sulle ginocchia che pigia a caso i tasti del mio computer. E dicono che scrivere dovrebbe essere un mestiere di solitudine e concentrazione. Può essere. Nella mia fiaba non è così. Sto cavalcando verso il castello e tante volte esco ferita dagli scontri coi goblin o coi draghi, ma questo mi aiuta meglio a capire perché sto qui a combattere.

Un vento senza nome. Quello di Irene, di Mary, di Innocent, di Pickwick … e di Dio

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 Il vento oggi ha portato con sé un racconto…

Con un incipit così, la canzone portata a Sanremo da Irene Grandi mi ha conquistata da subito. Poi ho capito meglio perché, grazie a @paga_1993 che non conosco di persona, ma che mi ha illuminato con questo tweet:Mary&Irene

Non ti sei fermata, sei stata di parola…

ed una mattina sei uscita, con il vento sei volata…

Sembrano proprio parole perfette per Mary Poppins. Ma non è per dire che Irene Grandi ha copiato, tutt’altro. Nel mondo erudito della letteratura questi richiami si definiscono riferimenti intertestuali. Io preferisco chiamarli rapporti di parentela. Mary-Poppins-mv01Certe immagini ci parlano, da sempre. E da sempre catturano la nostra attenzione. Dal tempo lontanissimo in cui l’uomo primitivo alzò per la prima volta gli occhi al cielo. Riconosciamo dietro certi immagini altrettanti eco.

Qualcuno ha scritto un messaggio per noi nell’universo, e noi abbiamo uno strumento intimo per comprendere quel messaggio. Dietro certe immagini sentiamo un sussurro.

Il vento è una di queste immagini eterne che parlano, che ci parlano. Nell’antichità era un Dio, Eolo. Oggi una cantautrice, per parlare di irrequietezza e coraggio, tira fuori il vento e scrive una bellissima ballata per Sanremo.

Non lo dico per mescolare sacro e profano, lo dico per riconoscere che ci sono delle eterne fonti di ispirazioni per l’uomo (sia esso un profeta o un menestrello).

In questo caso particolare, ispirazione è parola quanto mai azzeccata. Il vento, infatti, spira da sempre.

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Pentecoste – di Andrew Wyeth

Il vento è un’immagine che porta con sé l’idea che non tutto è già dentro la nostra vita, ma che qualcosa di più grande pervade l’aria. È l’idea che una novità vivace venga a visitarci, e a cambiarci.

Chiamare in causa Mary Poppins significa per me innescare un flusso di coscienza difficile da ordinare in un discorso logico e coerente. Provo a metterlo giù come viene e rinvio a un post successivo un altro bellissimo percorso che va da «questo vento agita anche me» della Bertè a «cercando di raggiungere chi, al vento avrebbe detto sì» di Battisti, per passare poi a Blowing in the wind di Bob Dylan fino all’Ode al vento dell’Ovest di Percy B. Shelley e Al di là del vento del Nord di George Macdonald. Ecco che comincio già a prendere la tangente. Stop.

Per questa volta solo gentildonne, gentiluomini, ombrelli e cappelli.

windyTutti abbiamo amato Mary Poppins. Più che una persona, lei è un angelo: la nostra anima viene talvolta visitata da pensieri provvidenziali che non si sa da dove arrivino. E come arrivano, poi se ne vanno. Te ne stai immerso nel tuo monotono o persino triste tran tran e poi… non sai bene come…ecco, nella tua testa si spalanca un’intuizione che ti permette di vedere le cose in modo diverso. Non sai dire da dove arrivi, è proprio come una folata improvvisa che mette sotto sopra lo status quo delle cose. Magari, senza accorgertene, il tuo sguardo ha fissato un oggetto o una scena che ha ridestato in te una memoria profonda, dimenticata, inconscia; e questa memoria ha subito messo all’opera la parte creativa del cervello. Ha tirato fuori delle risorse sommerse che non sapevi di avere. Proprio come quando si pulisce a fondo una stanza, e salta fuori quel calzino che cercavi da secoli.

La realtà ci stimola oltre e più a fondo di quel che noi percepiamo. Ecco ciò a cui noi diamo il nome di idea, o ispirazione. Qualcosa soffia dentro e sotto l’apparenza delle cose, e ci spinge, ci stimola. Spira da chissà dove e poi va via.

Mary Poppins è la voce della meraviglia, che entra in casa nostra per fare le pulizie di primavera; si mette a parlare al nostro io lo ridesta all’entusiasmo per la realtà. E quello strepitoso film che è Saving Mr Banks ci ha detto una volta per tutte che Mary Poppins viene per salvare i genitori, non i bambini.

Mary Poppins non è sola; ha una famiglia numerosa. Io penso di conoscere suo padre, ovvero un romanzo uscito vent’anni prima del capolavoro di Pamela L. Travers. Mi riferisco a Uomovivo di G. K. Chesterton che io stessa ho tradotto, letteralmente perdendomi nel flusso delle prime dieci pagine, completamente occupate dal soffio impetuoso di un vento buono che scombussola Londra:

S’alzò a occidente un vento maestoso, come un’onda d’irragionevole felicità, e si lanciò verso oriente sull’Inghilterra, portandosi dietro la gelida fragranza delle foreste e il freddo inebriante del mare. Giunse in milioni di covi e angoli a rinfrescare un uomo come un boccale pieno e lo sorprese come uno scoppio. […] Ma ovunque quel vento sprigionò un fuoco dentro vite sfuocate, propagando per il mondo lo squillo di tromba della crisi. […] C’era in quel soffio qualcosa di persino più intenso e imperioso dell’antico vento del proverbio, perché questo era il vento buono che non ferisce nessuno.

Non  solo non ferisce nessuno, ma anzi quel vento guarisce in molti. Trasportata da questa impetuosa corrente, appare una figura ornata di cappello e ombrello proprio come Mary Poppins, ma è un gentiluomo in verde: Innocent Smith.

La straordinaria limpidezza che il vento aveva portato in quel cielo nuvoloso divenne ancora più limpida e splendente; la volta celeste sembrava spalancarsi di stanza in stanza fino al paradiso. Si aveva l’impressione che sarebbe infine comparso qualcosa di più lucente della luce. […]. Ed ecco un nuovo sussulto dell’aria li sbilanciò quasi completamente e piegò fino a spezzarli gli alberi scuri del giardino. E più in là si poteva scorgere ogni sorta di strano oggetto volare in quel cielo spazzato dal vento: pagliuzze, rametti, stracci, fogli e, ancora più in lontananza, un cappello in fuga. Sfuggì alla vista, ma non definitivamente; dopo un paio di minuti lo videro ricomparire e da vicino si mostrò ancora più grande: era un panama bianco che si librava nel cielo come un pallone, sobbalzò per un istante qua e là come un aquilone strattonato e venne poi a posarsi al centro del loro prato, tremolante come una foglia caduta. E poi un altro oggetto spuntò sopra il muro del loro giardino, quasi volando dietro al panama in fuga. Si trattava di un grande ombrello verde

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Una scena dallo spettacolo Manalive, realizzato da Compagnia bella

Il proprietario di questi indumenti è un uomo straordinario che porterà scompiglio e gioia in una casa inglese, abitata da cinque personaggi tristi e annoiati. Una volta che essi avranno recuperato la gioia e la meraviglia di vivere, Innocent sparirà nel vento senza dare nell’occhio, per non tornare più – proprio come Mary Poppins.

Sia Innocent che Mary sono presenze che scompigliano tutto per sistemare per bene le cose. Fanno le pulizie di primavera. È sempre necessario uno scossone per vederci di nuovo chiaro. Come accade al cielo dopo una tempesta, che ritorna più limpido di prima. È anche un atto di profonda umiltà quello che comporta il vento, perché non c’è niente di così imbarazzante come una persona sballottata da un soffio impetuoso.

A questo punto, infatti, vorrei dire che conosco anche il nonno di Mary Poppins, cioè il papà dell’Uomovivo di Chesterton. GKC era un grande amante di Dickens, lo conosceva e citava a memoria. E Dickens ci lasciò una meravigliosa descrizione di un uomo che insegue il suo cappello nel vento: il signor Samuel Pickwick. Evidentemente, Chesterton aveva in mente questa scena quando scrisse del suo Innocent. Tutti questi si chiamano – lo ripeto – riferimenti intertestuali, ma io uso l’immagine della parentela (papà, nonni) perché un libro ti nutre di suggestioni e immagini; se tu le riusi dando ad esse una voce nuova, non stai copiando ma stai rinnovandole … proprio come noi rinnoviamo sul nostro volto i segni genetici di papà e mamma.

Ma torniamo alla penna formidabile di Dickens, intenta a raccontare del signor Pickwick che ha perso nel vento il cappello:

Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nel quale sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova a inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del recuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso né precipitarvisi sopra; né d’altra parte si deve cadere nell’estremo contrario e rischiare di perderlo addirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all’oggetto che si ha di mira, di essere vigile e cauto, avanzarlo di qualche passo, e poi fare una subita diversione, afferrarlo e cacciarselo in testa solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse come la più piacevole di questo mondo.People-struggle-with-umbrellas-in-high-wind-speed

Spirava un bel venticello, e il cappello del signor Pickwick se ne andava rotolando e balzando allegramente. Soffiava il vento e soffiava il signor Pickwick, e il cappello continuava a balzare e a rotolare come un pesce vivace nella corrente; ed avrebbe seguitato chissà fin dove la sua corsa se non fosse stato provvidenzialmente arrestato, proprio quando il signor Pickwick era completamente disperato.

Un uomo cosa insegue? Molto spesso non insegue nulla, è questo il punto. Se ne sta comodo e seduto nel suo spazio di realtà, adagiato sulle sue fissazioni e sulla routine. Come il signor Banks, in Mary Poppins. Occorre un trambusto celeste per fargli ricordare che lui non è una creatura ferma, ma anzi è la più irrequieta del creato. Il vento arriva e gli ricorda la sua natura profonda, quella di essere una creatura in perenne ricerca. Che cerca un senso, un significato, la felicità magari. L’uomo è sempre all’inseguimento del suo cappello. Di qualcosa che gli calzi perfettamente in testa, che sia cioè all’altezza dei suoi pensieri più profondi.

E anche una volta che il proprio cappello è stato trovato, occorre perderlo e ritrovarlo. Occorre mettere sotto sopra tutto, per non dare per scontate le cose. Il signor Banks non ha bisogno di un’altra famiglia, non ha bisogno di essere portato lontano dal vento; ha bisogno che il vento stia in casa sua, così che lui si accorga del diamante che ha già per le mani. Mary Poppins non porta altrove il signor Banks, lo lascia lì dove l’ha trovato. Ma se prima lui era un manichino imbalsamato, alla fine è un soldato sorridente armato d’aquilone.

Noi abbiamo bisogno di perdere le cose, per ritrovarle. Abbiamo bisogno che la bufera arrivi per pulire il cielo.

Ho citato solo alcuni testi, voi ne troverete mille altri. Ma c’è un’altra voce che, infine, bisogna introdurre. C’è un paragone da fare. Nel Vangelo di Giovanni viene annotato l’episodio in cui Gesù disse che solo chi rinasce dall’alto può vedere il regno di Dio; e allora un uomo di nome Nicodemo chiese a Gesù il modo in cui un uomo può rinascere. Gesù gli rispose che bisogna nascere dallo Spirito, e aggiunse: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Ci sono tanti venti che soffiano, alcuni fanno solo disordine o distruggono o ci fanno smarrire lontano. C’è un vento che non sai da dove viene né dove va, e che non è una burrasca di passaggio che distrugge e basta. È un vento buono che ti avvolge e accompagna; anche se inizialmente ti scombussola, poi ti ripulisce la vista e infonde una nuova primavera tra le stanze infreddolite e gelide del tuo cuore. Soffia, arriva, ti avvolge, ti accompagna e ti cambia, e ritorna da Chi lo ha mandato. Come Mary Poppins.