Un vento senza nome. Quello di Irene, di Mary, di Innocent, di Pickwick … e di Dio

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 Il vento oggi ha portato con sé un racconto…

Con un incipit così, la canzone portata a Sanremo da Irene Grandi mi ha conquistata da subito. Poi ho capito meglio perché, grazie a @paga_1993 che non conosco di persona, ma che mi ha illuminato con questo tweet:Mary&Irene

Non ti sei fermata, sei stata di parola…

ed una mattina sei uscita, con il vento sei volata…

Sembrano proprio parole perfette per Mary Poppins. Ma non è per dire che Irene Grandi ha copiato, tutt’altro. Nel mondo erudito della letteratura questi richiami si definiscono riferimenti intertestuali. Io preferisco chiamarli rapporti di parentela. Mary-Poppins-mv01Certe immagini ci parlano, da sempre. E da sempre catturano la nostra attenzione. Dal tempo lontanissimo in cui l’uomo primitivo alzò per la prima volta gli occhi al cielo. Riconosciamo dietro certi immagini altrettanti eco.

Qualcuno ha scritto un messaggio per noi nell’universo, e noi abbiamo uno strumento intimo per comprendere quel messaggio. Dietro certe immagini sentiamo un sussurro.

Il vento è una di queste immagini eterne che parlano, che ci parlano. Nell’antichità era un Dio, Eolo. Oggi una cantautrice, per parlare di irrequietezza e coraggio, tira fuori il vento e scrive una bellissima ballata per Sanremo.

Non lo dico per mescolare sacro e profano, lo dico per riconoscere che ci sono delle eterne fonti di ispirazioni per l’uomo (sia esso un profeta o un menestrello).

In questo caso particolare, ispirazione è parola quanto mai azzeccata. Il vento, infatti, spira da sempre.

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Pentecoste – di Andrew Wyeth

Il vento è un’immagine che porta con sé l’idea che non tutto è già dentro la nostra vita, ma che qualcosa di più grande pervade l’aria. È l’idea che una novità vivace venga a visitarci, e a cambiarci.

Chiamare in causa Mary Poppins significa per me innescare un flusso di coscienza difficile da ordinare in un discorso logico e coerente. Provo a metterlo giù come viene e rinvio a un post successivo un altro bellissimo percorso che va da «questo vento agita anche me» della Bertè a «cercando di raggiungere chi, al vento avrebbe detto sì» di Battisti, per passare poi a Blowing in the wind di Bob Dylan fino all’Ode al vento dell’Ovest di Percy B. Shelley e Al di là del vento del Nord di George Macdonald. Ecco che comincio già a prendere la tangente. Stop.

Per questa volta solo gentildonne, gentiluomini, ombrelli e cappelli.

windyTutti abbiamo amato Mary Poppins. Più che una persona, lei è un angelo: la nostra anima viene talvolta visitata da pensieri provvidenziali che non si sa da dove arrivino. E come arrivano, poi se ne vanno. Te ne stai immerso nel tuo monotono o persino triste tran tran e poi… non sai bene come…ecco, nella tua testa si spalanca un’intuizione che ti permette di vedere le cose in modo diverso. Non sai dire da dove arrivi, è proprio come una folata improvvisa che mette sotto sopra lo status quo delle cose. Magari, senza accorgertene, il tuo sguardo ha fissato un oggetto o una scena che ha ridestato in te una memoria profonda, dimenticata, inconscia; e questa memoria ha subito messo all’opera la parte creativa del cervello. Ha tirato fuori delle risorse sommerse che non sapevi di avere. Proprio come quando si pulisce a fondo una stanza, e salta fuori quel calzino che cercavi da secoli.

La realtà ci stimola oltre e più a fondo di quel che noi percepiamo. Ecco ciò a cui noi diamo il nome di idea, o ispirazione. Qualcosa soffia dentro e sotto l’apparenza delle cose, e ci spinge, ci stimola. Spira da chissà dove e poi va via.

Mary Poppins è la voce della meraviglia, che entra in casa nostra per fare le pulizie di primavera; si mette a parlare al nostro io lo ridesta all’entusiasmo per la realtà. E quello strepitoso film che è Saving Mr Banks ci ha detto una volta per tutte che Mary Poppins viene per salvare i genitori, non i bambini.

Mary Poppins non è sola; ha una famiglia numerosa. Io penso di conoscere suo padre, ovvero un romanzo uscito vent’anni prima del capolavoro di Pamela L. Travers. Mi riferisco a Uomovivo di G. K. Chesterton che io stessa ho tradotto, letteralmente perdendomi nel flusso delle prime dieci pagine, completamente occupate dal soffio impetuoso di un vento buono che scombussola Londra:

S’alzò a occidente un vento maestoso, come un’onda d’irragionevole felicità, e si lanciò verso oriente sull’Inghilterra, portandosi dietro la gelida fragranza delle foreste e il freddo inebriante del mare. Giunse in milioni di covi e angoli a rinfrescare un uomo come un boccale pieno e lo sorprese come uno scoppio. […] Ma ovunque quel vento sprigionò un fuoco dentro vite sfuocate, propagando per il mondo lo squillo di tromba della crisi. […] C’era in quel soffio qualcosa di persino più intenso e imperioso dell’antico vento del proverbio, perché questo era il vento buono che non ferisce nessuno.

Non  solo non ferisce nessuno, ma anzi quel vento guarisce in molti. Trasportata da questa impetuosa corrente, appare una figura ornata di cappello e ombrello proprio come Mary Poppins, ma è un gentiluomo in verde: Innocent Smith.

La straordinaria limpidezza che il vento aveva portato in quel cielo nuvoloso divenne ancora più limpida e splendente; la volta celeste sembrava spalancarsi di stanza in stanza fino al paradiso. Si aveva l’impressione che sarebbe infine comparso qualcosa di più lucente della luce. […]. Ed ecco un nuovo sussulto dell’aria li sbilanciò quasi completamente e piegò fino a spezzarli gli alberi scuri del giardino. E più in là si poteva scorgere ogni sorta di strano oggetto volare in quel cielo spazzato dal vento: pagliuzze, rametti, stracci, fogli e, ancora più in lontananza, un cappello in fuga. Sfuggì alla vista, ma non definitivamente; dopo un paio di minuti lo videro ricomparire e da vicino si mostrò ancora più grande: era un panama bianco che si librava nel cielo come un pallone, sobbalzò per un istante qua e là come un aquilone strattonato e venne poi a posarsi al centro del loro prato, tremolante come una foglia caduta. E poi un altro oggetto spuntò sopra il muro del loro giardino, quasi volando dietro al panama in fuga. Si trattava di un grande ombrello verde

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Una scena dallo spettacolo Manalive, realizzato da Compagnia bella

Il proprietario di questi indumenti è un uomo straordinario che porterà scompiglio e gioia in una casa inglese, abitata da cinque personaggi tristi e annoiati. Una volta che essi avranno recuperato la gioia e la meraviglia di vivere, Innocent sparirà nel vento senza dare nell’occhio, per non tornare più – proprio come Mary Poppins.

Sia Innocent che Mary sono presenze che scompigliano tutto per sistemare per bene le cose. Fanno le pulizie di primavera. È sempre necessario uno scossone per vederci di nuovo chiaro. Come accade al cielo dopo una tempesta, che ritorna più limpido di prima. È anche un atto di profonda umiltà quello che comporta il vento, perché non c’è niente di così imbarazzante come una persona sballottata da un soffio impetuoso.

A questo punto, infatti, vorrei dire che conosco anche il nonno di Mary Poppins, cioè il papà dell’Uomovivo di Chesterton. GKC era un grande amante di Dickens, lo conosceva e citava a memoria. E Dickens ci lasciò una meravigliosa descrizione di un uomo che insegue il suo cappello nel vento: il signor Samuel Pickwick. Evidentemente, Chesterton aveva in mente questa scena quando scrisse del suo Innocent. Tutti questi si chiamano – lo ripeto – riferimenti intertestuali, ma io uso l’immagine della parentela (papà, nonni) perché un libro ti nutre di suggestioni e immagini; se tu le riusi dando ad esse una voce nuova, non stai copiando ma stai rinnovandole … proprio come noi rinnoviamo sul nostro volto i segni genetici di papà e mamma.

Ma torniamo alla penna formidabile di Dickens, intenta a raccontare del signor Pickwick che ha perso nel vento il cappello:

Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nel quale sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova a inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del recuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso né precipitarvisi sopra; né d’altra parte si deve cadere nell’estremo contrario e rischiare di perderlo addirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all’oggetto che si ha di mira, di essere vigile e cauto, avanzarlo di qualche passo, e poi fare una subita diversione, afferrarlo e cacciarselo in testa solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse come la più piacevole di questo mondo.People-struggle-with-umbrellas-in-high-wind-speed

Spirava un bel venticello, e il cappello del signor Pickwick se ne andava rotolando e balzando allegramente. Soffiava il vento e soffiava il signor Pickwick, e il cappello continuava a balzare e a rotolare come un pesce vivace nella corrente; ed avrebbe seguitato chissà fin dove la sua corsa se non fosse stato provvidenzialmente arrestato, proprio quando il signor Pickwick era completamente disperato.

Un uomo cosa insegue? Molto spesso non insegue nulla, è questo il punto. Se ne sta comodo e seduto nel suo spazio di realtà, adagiato sulle sue fissazioni e sulla routine. Come il signor Banks, in Mary Poppins. Occorre un trambusto celeste per fargli ricordare che lui non è una creatura ferma, ma anzi è la più irrequieta del creato. Il vento arriva e gli ricorda la sua natura profonda, quella di essere una creatura in perenne ricerca. Che cerca un senso, un significato, la felicità magari. L’uomo è sempre all’inseguimento del suo cappello. Di qualcosa che gli calzi perfettamente in testa, che sia cioè all’altezza dei suoi pensieri più profondi.

E anche una volta che il proprio cappello è stato trovato, occorre perderlo e ritrovarlo. Occorre mettere sotto sopra tutto, per non dare per scontate le cose. Il signor Banks non ha bisogno di un’altra famiglia, non ha bisogno di essere portato lontano dal vento; ha bisogno che il vento stia in casa sua, così che lui si accorga del diamante che ha già per le mani. Mary Poppins non porta altrove il signor Banks, lo lascia lì dove l’ha trovato. Ma se prima lui era un manichino imbalsamato, alla fine è un soldato sorridente armato d’aquilone.

Noi abbiamo bisogno di perdere le cose, per ritrovarle. Abbiamo bisogno che la bufera arrivi per pulire il cielo.

Ho citato solo alcuni testi, voi ne troverete mille altri. Ma c’è un’altra voce che, infine, bisogna introdurre. C’è un paragone da fare. Nel Vangelo di Giovanni viene annotato l’episodio in cui Gesù disse che solo chi rinasce dall’alto può vedere il regno di Dio; e allora un uomo di nome Nicodemo chiese a Gesù il modo in cui un uomo può rinascere. Gesù gli rispose che bisogna nascere dallo Spirito, e aggiunse: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Ci sono tanti venti che soffiano, alcuni fanno solo disordine o distruggono o ci fanno smarrire lontano. C’è un vento che non sai da dove viene né dove va, e che non è una burrasca di passaggio che distrugge e basta. È un vento buono che ti avvolge e accompagna; anche se inizialmente ti scombussola, poi ti ripulisce la vista e infonde una nuova primavera tra le stanze infreddolite e gelide del tuo cuore. Soffia, arriva, ti avvolge, ti accompagna e ti cambia, e ritorna da Chi lo ha mandato. Come Mary Poppins.

Due punti, trattino, parentesi

Cos’è l’allegria? Cos’è un sorriso? Mi ponevo queste domande altisonanti dovendomi preparare a illustrare una mostra su S. Giovanni Bosco a una classe di ragazzi di prima superiore. S. Giovanni fondò la Società dell’allegria e diceva che il diavolo teme la gente allegra. Mi ero detta: questa è la chiave, i ragazzi su questo tema tendono le orecchie. Sì, ma come porgerlo in modo “sorprendente e semplice”? S. Giovanni faceva il saltimbanco per coinvolgere i ragazzi e gli adulti che aveva attorno. Cosa faccio io? Va beh… ho scritto un libro di capriole, ma sulla pratica acrobatica sono una frana. Non so come, puf! mi è venuta un’idea. Ho pensato: cosa fanno ‘sti ragazzi tutto il santo giorno? Smanettano su whatsapp… uhm… e usano tutte le faccette … uhm … e come si fa la “faccetta col sorriso” usando la tastiera? … si digita in ordine due punti, trattino, parentesi : – ) Posso descrive il percorso dell’allegria usando questi tre segni di punteggiatura in successione? Certo, come no! Due punti: sono gli occhi. Con gli occhi osservo il mondo, guardo e non mi chiudo nel mio egoismo. In grammatica, i due punti sono un pausa che introduce un elenco o una spiegazione; è come dire: mi fermo, faccio mente locale, e guardo – elencandolo – tutto quello che c’è o che ho visto … è la valigia per il mio viaggio. Trattino: il naso. Il naso di ognuno di noi – bello o brutto che sia – è la nostra parte sporgente; è un’indicazione fisica del bisogno di protenderci al mondo. Il trattino è il viaggio in avanti che comincia dopo che ho fatto le valigie. Una volta che ho guardato le cose e le persone, devo poi incontrarle. Qui comincia la sconfitta del diavolo; perché – ricordiamolo – l’etimologia della parola diavolo è “colui che separa”. Il diavolo vorrebbe chiuderti in un guscio di solitudine. Nel momento in cui incontri e ti leghi a qualcuno, il diavolo comincia a tremare… Parentesi: la bocca.  La bocca che sorride è lieta e forma un arco a U, che è come un abbraccio. La parentesi è un segno grafico che accoglie, che custodisce qualcosa al suo interno. L’ultimo passo dell’allegria è mettersi all’opera per abbracciare e custodire gli incontri fatti. Rimboccarsi le maniche ed essere creativi per non perdere il bello e il buono incontrato per strada è un impegno, ed è insieme il segreto della gioia, quella che non deriva da un’indigestione di piaceri, ma dalla lieta esuberanza che è lo spendersi per gli altri (e trovando contemporaneamente un modo più bello di essere se stessi).

OSSERVARE – INCONTRARE – ABBRACCIARE

… come dicono in palestra: eseguire questo esercizio in 3 serie da 10, quotidianamente.

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Sei proprio ridicolo

È noto (ai miei amici) che, da quando conosco Chesterton, sono diventata matta. Cioè, ho una vera predilezione per i matti e per il ridicolo. Così, non c’è da stupirsi se oggi, lavorando a una traduzione, mi sia entusiasmata profondamente per un brano che stavo traducendo. L’autore è il messicano José Ruiz, non esattamente affine alla mia sensibilità, eppure nel suo libro Un serpente a sonagli per amico (che uscirà in primavera) trovo anche cose sagge. Come questo episodio: il giovane José, dopo aver passato un brutto periodo tra droghe e cattive compagnie, viene mandato in India, da alcuni suoi parenti, per rimettersi in sesto. Non è che il luogo gli risulti subito congeniale, ma un fatto lo colpisce…

Arrivato là, cominciai a provare nostalgia e volevo disperatamente tornare alla mia vita di prima, quella vita in cui ero a mio agio anche se era distruttiva e malsana. Un giorno m’incamminai verso il centro della città di Shiridi e mi sedetti in piazza, dove c’erano un paio di panchine e una bella fontana. Mi piaceva star lì seduto a studiare la cultura indiana, con cui non avevo ancora familiarità. Stavo costruendomi in testa il film del mio viaggio di ritorno in Messico dalla mia famiglia e dai miei amici, quando arrivò una coppia di uomini d’affari inglesi e si sedettero nella panchina accanto alla mia. Parlavano d’affari usando grossi paroloni, che non avevo mai sentito. Facevo del mio meglio per capirli e mi piaceva ascoltare il loro inglese, immaginando cosa mai volessero dire quei paroloni. A quel punto arrivò al centro della piazza uno strano vecchio: era un vagabondo che avevo visto in giro per la città in un altro paio di occasioni. Cominciò a danzare e intonare canti bhajan a voce alta e girando attorno alla fontana, completamente ignaro e disinteressato di chiunque lo guardava.

Ballò e cantò per un paio di minuti, poi uno dei due uomini d’affari disse: «Guarda quel vecchio, per me è pazzo».

Il suo collega ascoltava con grande attenzione, tenendosi una mano sul mento. Rimase seduto in silenzio per qualche momento, fissando il vecchio con stupore e meraviglia, prima di rispondere: «Potrà anche essere pazzo, ma quell’uomo è felicemente innamorato della vita». Poi si voltò verso il collega e gli chiese: «Tu sei felicemente innamorato della tua vita?».

Il collega ci pensò un attimo e poi, pur con reticenza, rispose: «No».

«Allora dimmi, chi è pazzo?» fu la replica del suo compagno.

Le parole sagge di questo straniero, curato ed elegante, penetrarono a fondo nel mio cuore. Chiesi a me stesso: “E io, sono felicemente innamorato della mia vita? Sto davvero facendo quel che amo?” Fino a quel punto della mia vita, io ero stato completamente stordito dalla droga e dall’alcol. Di me stesso pensavo: Non so neppure chi sono.

Non posso non pensare al personaggio di Scrooge, in Canto di Natale di Dickens, e a quanto anche lui debba farsi ridicolo agli occhi del mondo per scoprire finalmente chi è. Tutti i paroloni seri se ne vanno a quel paese, una volta che, grazie a un incontro proficuo, ci si mette a testa in giù come il clown per ribaltare i propri pregiudizi su di sé, le proprie granitiche e tristi certezze. Ecco cosa dice Dickens dopo questa … ehm… salutare capriola di Scrooge: «Alcuni risero di quel cambiamento e Scrooge li lasciò fare, perché sapeva che molte buone cose cominciano facendo ridere la gente».

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Buddy il clown – di Nathan Rupert

Anno nuovo, occhi nuovi

Giovanni Segantini - Mezzogiorno sulle Alpi

Giovanni Segantini – Mezzogiorno sulle Alpi

“Scorrono gli anni, volano i mesi e i giorni.

Ti svegli una mattina e pare che sia finito un altro anno, ma è soltanto un nuovo giorno

Marc Chagall

Ultimo giorno dell’anno. Sarà che è tempo di bilanci per tutti, ma stamattina il mio vecchio e insostituibile pc ha deciso di risolvere i suoi problemi riassestandosi completamente … e cominciando a fare operazioni strane, durante le quali sono comparse scritte allarmanti tipo “i dati andranno perduti” … ecc ecc.

Per un buon quarto d’ora, ho guardato lo schermo nero con un trattino lampeggiante, sperando fortemente che comparisse la solita vecchia schermata che conosco, in cui sono custoditi i documenti preziosi che stanno solo lì. E nella mia testa sentivo la voce di mio marito che mi diceva, come sempre: “Tu devi ricordarti di fare il backup!“.

Nell’attesa di vedere come andava a finire, mi sono detta che se uno strumento meccanico stava facendo il suo lavaggio del cervello elettronico di fine anno, forse io potevo adoperarmi in un piccolo e salutare esame di coscienza. Com’è andata quest’anno? Come andrà da domani?

Ecco, mi è venuto in mente un episodio semplice, capitatomi poco tempo fa. Una bella domenica mattina, mi sono svegliata tardi, dopo una salutare dormita (che ci voleva proprio). Facendo la colazione, ho guardato i miei figli che giocavano felici sul tappeto della sala, dal bagno sentivo il rumore della macchinetta con cui mio marito stava facendosi la barba e da fuori una tersa luce di sole novembrino illuminava la scena. Mi sono detta, di scatto: “Sono a posto. Siamo tutti qui, vicini e felici. La vita mi ha dato tutto”. Insomma, da un certo punto di vista era un pensiero bello; perché considerando tutte le difficoltà del passato, mi trovavo a ringraziare di ciò che avevo per le mani, pensando che stringere i denti e piangere aveva portato frutto. Un frutto semplice e meraviglioso; una famiglia serena, la domenica mattina.

Ma quali sogni di chissà-quali-traguardi o successi? – mi dicevo. In fondo, la pienezza di vita la si può respirare in un attimo di gratitudine sincera, mentre si gode di ciò che c’è … e avrebbe anche potuto non esserci. Ripeto, tutta questa riflessione era una cosa buona, ma poi si è insinuato un pensiero più infido. Ricordo di aver pensato che, in fondo, tutto per me poteva finire così, quella bella domenica mattina. E mi sono chiesta perché mi venisse dato altro tempo da vivere oltre quel meraviglioso momento.

Pigrizia, ecco la tentazione che bussa alla porta. Sarebbe facile, se fosse così. Sarebbe facile poter mettere in pausa il video della vita in un raro momento di grata felicità. Pochi giorni dopo quella mattina, altre piccole battaglie hanno richiesto la mia attenzione. Problemi di salute di mia madre, incomprensioni col marito, incerte e cupe prospettive di lavoro. Tutto è precipitato nella solita lotta del vivere.

Adesso, senza tanta saccenza, ma solo come ipotesi da verificare, oserei dire che la piccola lezione che ho imparato da questo fatto è che c’è qualcosa di meglio della felicità appagata ed è la tempra della battaglia. Una volta che hai visto che c’è qualcosa di bello nel tuo piccolo ritaglio di vita, la vita ti chiede di difenderlo. Accorgersi di amare qualcosa è commovente e desta stupore; mettersi a difenderlo con tenacia (ma anche coi nostri soliti malumori) nelle penombre di ogni incerta giornata è la prova e l’avventura che l’amore si merita da noi, per essere difeso … cioè riconosciuto, anche in  mezzo al pantano.

Si dice: “anno nuovo, vita nuova”. Ed  è giusto. Ma non perché dobbiamo lasciarci tutto alle spalle e cominciare da capo, bensì perché l’unico modo sincero di stare di fronte alla vita è di trattarla da cosa viva, cioè nuova di istante in istante. Anche ciò che è consolidato e al sicuro nel nostro cuore deve patire il fuoco della novità, cioè vincere l’attrito del dare-per-scontato. Mi è dato altro tempo, oltre quel meraviglioso momento, e devo ringraziarne. Innanzitutto. Mi è dato altro tempo, perché sono un soldato e non un pigro operaio.

Chesterton disse: “La vera saggezza dovrebbe contare sull’imprevisto”. Non è davvero saggio chi ha capito tutto, ma chi è pronto ad affrontare ogni variabile imprevisto accadrà, per mettere alla prova ciò che ha capito. E a quel punto, o guarderà con occhi nuovi ciò che già credeva di sapere, o dovrà coraggiosamente abbandonare le sue certezze e mettersi alla ricerca di qualcosa di più vero.

Eccomi infine di fronte alla mia cara vecchia schermata del pc, ritrovata come l’avevo lasciata. Eppure mi sembra nuova e più amabile, perché per un quarto d’ora ho temuto di perderla. Se questo è vero per un attrezzo meccanico, figuriamoci se non lo è per i nostri affetti. Amare è bello, ma avere un tempo incerto e instabile (a volte anche drammatico) per poter e voler difendere le cose amate è un privilegio, un dono.

“Ti amo e stanotte ho perso un dente” (rassegna stampa dei non rassegnati)

Carissimi lettori,

buon giorno. Perché è un buongiorno quando, spulciando tra i giornali, si trovano notizie così. Magari i serissimi telegiornali la snobberanno … ma i lettori cosmici no.

Un bimbo di cinque anni, malato di tumore, ha scritto una lettera d’amore alla sua giovane principessa, usando per lei parole degne di un vero poeta (che non è quello che usa astrusi giri di parole, ma quello che fa splendere la semplicità):

«Sei bella come una coccinella. Ti amo e stanotte ho perso un dente».

Da leggere tutta, qui:

http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/lettera_amore_bimbo_cancro_foto/notizie/1033005.shtml

http://www.flickr.com/people/betovilaboim/

Photo by Beto Vilaboim

Edilizia domestica 2.0: le finestre.

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Ogni volta che vado all’Ikea, o simili, casco nel tranello. Questi luoghi sono davvero fatti a regola d’arte per accoglierti nel sogno della casa perfetta. Ed è un’accoppiata micidiale, quella tra la «casa» e il «perfetto». Perché tocca due corde profondamente sensibili in noi, l’attesa di un luogo felice, libero da ogni meschina imperfezione, e il desiderio che questo luogo non sia asettico o neutro, bensì domestico. A nessuno basta un generico paradiso, abbiamo voglia di trovarci a casa in paradiso.

I maghi del marketing conoscono bene queste corde, e sono capaci di suonarle benissimo. Si gira tra corridoi con dolce sottofondo musicale e intanto si guardano cucine, stanze da letto, bagni dove tutto parla di serenità, bellezza e accoglienza. È una cosa seria. Tanto che io periodicamente finisco rileggermi un passo bellissimo di City di Alessandro Baricco in cui ritrovo fedelmente qualcosa che mi riguarda nel profondo:

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Foto di Kate Ware

«Quando ero piccola la cosa più bella era andare a vedere il salone della Casa Ideale. Era all’Olympia Hall, un posto enorme, sembrava una stazione, con il tetto fatto a cupola, enorme. Invece dei binari e dei treni c’era il Salone della Casa Ideale. Lo facevano tutti gli anni. La cosa incredibile è che costruivano delle vere e proprie case, e tu giravi, come in un paese assurdo , con le stradine e i lampioni agli angoli, e le case erano tutte diverse, e molto pulite, nuove. Era tutto molto a posto, le tendine, il vialetto, c’erano anche i giardini, era un mondo da sogno. Potevi pensare che era tutto di cartone e invece lo facevano con mattoni veri, anche i fiori erano veri, tutto era vero, ci avresti potuto abitare, potevi salire le scale, aprire le porte, erano case vere. È difficile da spiegare ma tu camminavi lì in mezzo e sentivi una cosa molto strana nella testa, come una sorta di meraviglia dolorosa.  … Erano vere, ma non erano vere: era questo che ti fregava. A ripensarci adesso, c’era già tutto nel titolo, Salone della Casa Ideale, ma tu che ne sapevi, allora, di cosa era ideale e cosa no. Non ce l’avevi il concetto di ideale. E così ti prendeva di sorpresa, alle spalle, per così dire. … Era una specie di lancinante, dolorosa meraviglia. È un po’ come quando si guardano i trenini elettrici, soprattutto se c’è il plastico, con la stazione e le gallerie, le mucche nei prati e i lampioncini accesi di fianco ai passaggi a livello. Succede anche lì. Oppure quando si vede nei cartoni animati la casa dei topolini, con le scatole di fiammiferi al posto dei letti, e il quadro del nonno topo alla parete, la libreria, e un cucchiaio che fa da sedia a dondolo. Ti senti una specie di consolazione, dentro, quasi una rivelazione, che ti spalanca l’anima, per così dire, ma contemporaneamente senti una specie di fitta, come la sensazione di una perdita irrimediabile, e definitiva. Una dolce catastrofe. Credo che c’entri il fatto di essere sempre fuori, in quei momenti lì, sei sempre lì che guardi da fuori. … È una cosa strana. Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da fuori. Non ci sei mai dentro. È il tuo posto, ma tu non ci sei mai. … continuavo ad avere appiccicata addosso quella lancinante meraviglia dolorosa, e di fatto non me ne sarei liberata mai più, perché quando un bambino scopre che c’è un posto che è il suo posto, quando gli fai balenare per un attimo la sua Casa, e il senso di una Casa, e soprattutto l’idea che ci sia, una Casa, poi  è fatta per sempre».

Tutto verissimo, almeno per me. Eppure non riesco a rassegnarmi all’idea di questa impotente mancanza di una casa ideale. Secondo me anche le nostre disordinatissime, scolorite, rumorose dimore sono già l’ideale, perché noi che ci abitiamo le abbiamo riempite di noi, abbiamo scelto – magari rinunciando al lusso bellissimo – oggetti piacevoli, per il nostro gusto. E poi5709057915_46323fcc45_b sono abitate. Mi guardo attorno e vedo il divano un po’ liso, su cui però ho guardato il responso del test e ho scoperto di essere incinta; vedo una sedia di plastica, da cui  un certo giorno mio figlio ha mollato la presa per azzardarsi a camminare. Insomma, ci sono cose logore, non tutto è a posto, il parquet è rigato. Eppure questa è la mia casa ideale, perché è qui – in questo posto particolare, tra queste quattro mura – che la mia famiglia si adopera per mettere in pratica il desiderio di una dimora di bene. Non sempre ci riusciamo.

Per questo, voglio fare una cosa da matti. Ovvero: progettare una casa ideale, per ravvivare le nostre case reali. Questa casa ideale ha già un indirizzo: via dei matti n° 0. Endrigo rules.

   In pratica, mi impegno a raccogliere in giro, ovunque (cinema, libri, canzoni, cronaca), spunti e suggerimenti per costruire l’ipotesi  fantastica di una casa in cui ogni stanza, elemento d’arredo, oggetto ecc contenga un elemento ideale, che poi mi aiuti a guardare ciò che voglio custodire e costruire nella mia casa reale. …Farlo assieme sarebbe bellissimo, mi aiutate? Io oggi comincio dalle finestre, se qualcuno ha voglia di contribuire, ne sarei lieta. Un grande edificio ha bisogno di molte mani. Commentate o scrivetemi.

LA FINESTRA DI MIO FIGLIO

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foto di Eifion

Aiutando mio figlio nei compiti, un giorno ci siamo imbattuti in un bel racconto. Parlava di un bimbo che si metteva a guardare la pioggia fuori dalla finestra; ma il vetro si appannava. Tentando di disappannarlo, il bimbo si accorgeva di una cosa meravigliosa: passando le sue mani sul vetro aveva il potere di far scomparire o apparire le cose che c’erano al di là della finestra. Se cancellava con la mano, le case e i giardini sparivano; se disegnava un albero o un fiore con le mani sul vetro appannato quegli oggetti apparivano nella realtà. A quel punto un pensiero repentino mi ha attraversato il cervello: “Uhm … potrei far sparire con un colpo di mano tutti miei vicini rompiscatole”. Per fortuna l’ho solo pensato, perché di lì a poco mio figlio mi avrebbe fatto vergognare. Lui, infatti, si è fermato di botto nella lettura e mi ha detto con voce entusiasta: “Pensa un po’, mamma, se avessimo questa finestra io potrei disegnare per babbo una strada più corta per arrivare al lavoro”. Mio marito fa quotidianamente 80 km all’andata, e altrettanti al ritorno, per arrivare in ufficio. Eccola qua, la finestra dei desideri … che è anche un po’ lo specchio della verità. Io meschina, mio figlio premuroso. Vorrei tanto avere nella mia casa ideale questa finestra, perché la nostra fantasia talvolta è in grado di svelare più verità di quanto lo facciano i nostri discorsi seri e ragionati. Ogni tanto, a fine giornata, mi farebbe bene un bell’esame di coscienza, tipo: oggi cosa ci faresti con quella finestra? Cancelleresti, disegneresti? Cosa, chi? Perché? E in base alla risposta, credo che ne dedurrei il lavoro concreto da fare a casa mia.