A fare gli attentati siamo più bravi noi, uomini di buona volontà

 

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Da due settimane ho l’impressione di essere schizofrenica. Riesco a spiegarlo solo rubando a Macbeth la battuta con cui si presenta sulla scena: «Un giorno bello così brutto non l’avevo mai visto».

Lo stesso giorno della strage a Nizza ho vissuto una serata meravigliosa festeggiando a casa di mia cugina i tre mesi della nostra piccola Matilde: una cena con tutta la famiglia unita, non accadeva da tempo. Tornando a casa avevo nel cuore una gioia profonda e spensierata, contemporaneamente avevo anche un dolore sordo nel cuore mentre la radio ci aggiornava sui morti falciati dal camion guidato da un terrorista assetato di sangue. Immaginavo quelle famiglie felici e innocenti che passeggiavano dopo aver visto i fuochi d’artificio. Ho pensato che anche noi lo scorso anno eravamo in Costa Azzurra e abbiamo trascorso una sera in spiaggia coi bimbi a guardare uno spettacolo pirotecnico.

Tante domande mi sono passate per la testa.

Si può essere felici e affranti nello stesso momento? Si può essere sinceri nel bisogno di speranza e sinceri nella paura di essere in balia del male? È l’orizzonte di quella gioia familiare (il perdersi per molti anni e poi ritrovarsi e sentirsi abbracciati da chi ti conosce davvero) o del terrore (l’ipotesi che da un momento all’altro il male può radere al suolo indiscriminatamente chi vuole) ad avvolgere il mio destino?

La stessa percezione strana l’ho avuta qualche giorno fa. Devo descriverla dilungandomi un po’.

In un afoso pomeriggio sono salita in auto coi miei due figli maschi per portarli al parco a «sfogarsi». C’è quel paio di minuti in cui l’auto è un forno, prima che l’aria condizionata porti a una temperatura decente l’interno dell’abitacolo e in quella manciata di minuti fastidiosi è accaduto questo.

Il figlio maggiore se ne esce con una frase memorabile (lui che non dice mai niente delle sue emozioni!): «Oggi è stata una giornata bellissima!».

Gli chiedo: «E cosa ti è piaciuto di questa giornata?». Era una domanda molto interessata, visto che riempire i giorni liberi e lunghi delle vacanze è un’impresa tosta per noi mamme. Se qualcosa aveva funzionato, bisognava appuntarselo e ripeterlo.

Lui, sintetico ed efficace come sempre, risponde: «Portare via la spazzatura».

Ok. Capisco che la cosa va spiegata. Nel nostro quartiere sono arrivati – come una truppa di alieni – i nuovi scintillanti cassonetti della raccolta differenziata. Una roba tecnologica. Richiede l’abilità di distinguere la plastica, dall’organico, dal vetro, ecc.. Bisogna usare una tessera e premere dei pulsanti. Ragioni valide per cui abbiamo affidato a Michele, il nostro ometto di 10 anni, il compito di portare via la spazzatura e per lui è un’avventura. Può uscire di casa DA SOLO e incamminarsi sempre DA SOLO per un centinaio di metri e poi può «giocare» con questi cassonetti: separare i rifiuti e buttarli, premere pulsanti e vedere sportelli automatici che si aprono. Ne va fiero e ogni tanto, mentre siamo in casa, lo si sente affermare a voce alta: «Io esco! Porto via la plastica e la carta!». Ed è come se dicesse: «Parto per sconfiggere Darth Vader!».

Michele, non "rifiuta" l'avventura ...

Michele, non “rifiuta” l’avventura …

E poi, sempre in quell’abitacolo surriscaldato, ho coinvolto anche l’altro figlio che tra qualche giorno compie 6 anni: «Martino, come la vorresti la tua torta?». Mi aspettavo una risposta-telegramma tipo: cioccolato, oppure gelato.

Invece lui ha cominciato una narrazione epica: «Allora, mamma, devi prendere un po’ di farina e la metti in un contenitore grande, poi prendi il burro e lo devi sciogliere …». È andato avanti così a ruota libera per molti minuti a descrivere per filo e per segno tutta la sua ricetta immaginaria. Alla scuola materna avevano fatto un laboratorio alimentare e lui si era entusiasmato un sacco.

Arrivati al parco, li guardavo giocare e ripensavo al mio modo banale di incasellare le cose e alle risposte assurde con cui loro avevano ribaltato le mie aspettative. E mi dicevo che era bello avere una famiglia da accudire, anche se è faticoso. Vale la pena impegnarsi e stancarsi e arrabbiarsi se tutto ciò concorre a educare una voce libera ed entusiasta, quella di chi vede un’avventura nel portare la spazzatura e quella di chi pensa alla torta come a una pozione magica da creare. Ero felice, felice che due bambini mi insegnassero a guardare il normale come una cosa straordinaria.

E poi ho sentito della strage a Rouen, del prete sgozzato durante la messa in un paese tranquillo.

Una volta di più la testa è andata in confusione e si è scombussolato il punto di vista. Quale voce era più vera, quale la più forte? La voce dell’innocenza baldanzosa dei miei figli? O la voce distruttiva di giovani terroristi capaci di azioni orribilmente cruente?

Per un attimo ho pensato che di fronte a un machete, a un camion impazzito, a un coltello affilato, i miei figli possono solo soccombere e morire. Per più di un attimo il buio ha avuto la meglio. Perché guardando la più piccola di casa nostra, la bimba di tre mesi, l’ho vista ancora più fragile degli altri. Lei così piccola, lei così bisognosa di tutto, lei che sorride appena riconosce uno dei nostri volti. Lei, una scintilla di vita venuta al mondo nell’anno in cui il terrorismo sta dilaniando l’Europa senza pietà.

Letizia Leviti

Letizia Leviti

Da questo cortocircuito mentale sono uscita grazie a mio marito. Ci è capitato di seguire uno dei rari telegiornali che, in questi giorni impazziti, si è preso la briga di dare notizia della morte della giornalista di SKY TG 24 Letizia Leviti: malata terminale, prima di spegnersi ha lasciato ai suoi colleghi e ascoltatori un messaggio audio in cui racconta la passione per il suo lavoro, si rende conto che le cose migliori le ha fatte per amore e, nonostante la malattia, ringrazia Dio di tutto quello che ha avuto. Tutto questo lo avevamo ascoltato nel video integrale. In TV hanno tagliato un pezzettino.

Mio marito allora mi dice: «Hai notato? Hanno tagliato il pezzo in cui lei dice che ringrazia Dio… chissà perché…».

Rispondo alla sua amara ironia dicendo: «Sai, i giornalisti ci tengono a essere politically correct e citare Dio potrebbe offendere qualcuno».

Ed ecco che lui sforna una perla di saggezza interessante: «Allora, usando lo stesso criterio, non dovrebbero citare l’espressione Allah Akbar quando parlano del gesto folle di un terrorista. Noi siamo diventati quelli che censurano una donna che muore ringraziando Dio, ma non censurano chi ammazza invocando Allah. Pensa come siamo cretini, censuriamo le nostre radici che parlano di gratitudine a Dio e non censuriamo le ideologie altrui che usano Allah per fare la guerra santa. Siamo una civiltà già morta e completamente idiota».

Mi sono resa conto che aveva ragione. E ho capito che stiamo prendendo l’ennesimo grande abbaglio. Dopo questa carneficina europea, cioè il susseguirsi mostruoso di attentati in Francia e Germania, ora gira la trovata giornalistica di smettere di dare spazio alle notizie sul terrorismo dell’Isis. Più se ne parla, più si fa propaganda a loro – dicono certi. Allora – secondo loro – la conclusione giusta sarebbe ridurre l’informazione.

Credo che la verità sia un’altra e sia persino opposta. Da troppo tempo il mondo dell’informazione si è ridotto a uno striminzito balbettare e blaterare. La risposta al terrorismo non è meno informazione, ma più informazione rispettosa della realtà, di tutta la vera e sacrosanta realtà.

Quando sfogli tutti i maggiori quotidiani e vedi sempre e solo le stesse notizie, nello stesso ordine, con lo stesso giudizio di fondo, ti viene da chiedere se viviamo in un mondo libero. Il mondo è un posto così grande, così multiforme, così vivo, così inclassificabile che non dovrebbe esserci un giornale uguale all’altro.

Invece, siamo intrappolati nel pregiudizio che solo certe notizie siano importanti, che certe notizie siano assolutamente irrilevanti, che solo certe notizie siano degne di interesse. Ad esempio: il femmicidio occupa sempre un posto rilevante nei titoli. Ma perché dovrebbe essere importante informare che un uomo ha ucciso sua moglie e dovrebbe essere assolutamente irrilevante dare notizia che un uomo è riuscito a ricostruire il proprio matrimonio vacillante? Su quale criterio si regge l’idea che un omicidio è più rilevante di un’impresa complicata e a lieto fine? Il lieto fine è forse irrilevante, perché sciocco? Perché le tragedie devono per forza essere più serie delle commedie? Chi l’ha detto? Chi l’ha deciso che l’ombra della morte è una faccenda più seria della luce della vita?

Un altro esempio. Siamo sempre informati sui dettami della Comunità europea e di ciò che dichiarano Merkel, Hollande & Co, ma non siamo affatto informati sul tentativo del contadino veneto di tenere in piedi la sua azienda agricola a dispetto di tutti i bastoni che l’Europa gli mette tra le ruote. Perché è più vera e importante la voce astratta della Merkel rispetto a quella semplice e concretissima del contadino?

La verità è che c’è già in atto da molto tempo una riduzione dell’informazione, la quale produce una distorsione orribile nella mente umana. C’è una censura ideologica che ci ha costretto a pensare che il femminicidio e la Merkel siano la vera realtà, mentre il matrimonio salvato e il contadino coraggioso siano uno sfondo sbiadito e muto. Ripeto, chi l’ha detto? Chi l’ha deciso?

Qualcuno ha deciso che il grande pubblico deve essere informato sul picchiatore seriale di

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Corrado Leone, tecnico del Cnr, in Antartide

Milano, ma se vogliamo conoscere le storie dei nostri ricercatori in Antartide dobbiamo farlo per conto nostro spulciando nel web. Eppure non sarebbe un «attentato» portentoso portare al pubblico giovane gli esempi incoraggianti di altri giovani che spendono la vita per la passione della conoscenza?

Se mostro la storia di un picchiatore, insinuerò nella testa di qualcuno che si possa passare il tempo a sfogare la propria inquietudine scendendo in strada a picchiare degli sconosciuti. In fondo, è immediato e facile (… e ci sono giorni in cui pure io sarei molto tentata di farlo!). Al male basta una piccola spinta per dilagare.

Se mostro la storia di un ragazzo che ha fatto grandi sacrifici, studiando e studiando, ma è arrivato in Antartide e sta esplorando quel continente così ricco di risorse e storie sconosciute da scoprire, insinuerò nella testa di qualcuno l’ipotesi che le grandi avventure richiedono impegno e ripagano con la gioia di una scoperta che produce un bene per l’umanità. Al bene basta un pertugio per insinuarsi nella testa e risvegliare la volontà.

L’informazione nazionale ha il compito di documentare l’orizzonte complessivo dentro cui si muove la nostra storia, ha il compito di farlo al massimo dell’onestà e autenticità. Di fatto lo sta facendo solo in modo gretto e scandalistico.

L’Isis ha gioco facile nell’imporre la sua propaganda di terrore in un mondo occidentale già piegato a pregiudizi inconsistenti e sterili. Il mondo occidentale si è già inginocchiato alla tragedia, all’alienazione, alla disperazione, all’egoismo. Non ci fanno vedere altro in TV. E la voce del terrorismo non può che espandersi nutrendosi di un sottobosco così fertile alla paura.

La risposta, dunque, sarebbe ridurre ancora di più l’informazione? No, la risposta è accrescere l’informazione e ricominciare da capo a fare informazione.

L’Isis compie una decina di attentati che tutti vedono in streaming globale? Bene (cioè: prendiamone atto). Perché nessuno più si accorge delle migliaia di «attentati» con cui l’uomo comune assale i suoi simili quotidianamente e nel bene?

Quello di Letizia Leviti, una donna che muore di malattia ed è grata di aver avuto la vita che ha avuto, è un attentato. Un attentato capace di salvare le nostre vite spente e annoiate. Quante vite può salvare una testimonianza del genere se propagata ai 4 venti???? Molte più di quelle che un camion impazzito è in grado di uccidere.

La verità è che il bene fa più attentati del male, ed è immensamente più eterno e efficace nelle sue conseguenze. Se solo gli si desse voce!

Ecco, dunque, che sono arrivata a capovolgere la mia schizofrenia. La mia gioia semplice dopo una cena in famiglia non è un dettaglio insignificante e piccolo dentro la cornice della devastante strage di Nizza. È il contrario. È il tentativo del male di impaurire la gente ad essere un aborto fallimentare e piccolo.

Angelo D'Agostino e Gianna Muset

Angelo D’Agostino e Gianna Muset, morti nell’attentato a Nizza

Una giornata semplice e normale di ciascuna delle vittime della strage di Nizza è stata una storia di lavoro, amore, impegno e dolore che nel bene ha costruito molto di più di quello che il camionista impazzito ha distrutto in un’ora. Cinque minuti della vita silenziosa e operosa di padre Jacques Hamel hanno seminato più effetti nel bene di quello che può seminare nel male l’impresa assordante del terrorista che lo ha sgozzato.

Che questa prospettiva torni ad acquistare il suo valore immenso è la vocazione primaria dell’informazione . L’informazione deve essere una coscienza viva e non un voce che strilla scandali. In assenza di ciò, siamo noi a doverci industriare: dobbiamo fare informazione con tutti i mezzi creativi che conosciamo. Nel mio piccolissimo ho creato il sito UFFA (uomini fantastici follemente amabili) in cui raccolgo storie strampalate e straordinarie di casi umani positivi. Ognuno può dare un contributo nel modo più adatto alla sua sensibilità.

Ma è richiesto un rovesciamento portentoso e proficuo, bisogna tornare a vedere come stanno le cose nella realtà: il mondo non è in mano al male, se no sarebbe morto da tempo; il mondo è stato affidato dal Creatore a noi semplici e imperfetti uomini di buona volontà. Non possiamo permettere che un bambino perda per strada la verità buona che ha nel cuore: il sentirsi predisposto a grandi avventure (… anche solo per andare a buttare la spazzatura) e la voglia di lasciare al mondo l’opera buona delle sue mani (… fosse anche solo una torta).

Silenzio

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Carissimi amici che seguite questo blog,

ero pronta ad annunciarvi che per un po’ sarei stata in silenzio perché la mia gravidanza volge al termine e dunque il mio impegno per qualche tempo sarà altrove. Avrei quindi voluto parlarvi di un silenzio fecondo, quello della terra che tacitamente spacca le sue zolle per far nascere una nuova piantina o quello ristoratore del sonno che giunge dopo la fatica. Ma la realtà, che è sempre un po’ più sorprendente dei nostri progetti, mi impone di condividere il mio silenzio di madre con il silenzio ferito di altre madri.

C’è qualcosa di orribile nell’immaginare un parco giochi in silenzio. Perché quello è il luogo vitale del grido libero e felice dei bambini. Io sono tra quelli che pensano che lo strillo o la risata di un bimbo non siano inopportuni in nessun luogo (intendiamoci: l’eccesso di maleducazione è altra cosa, io mi riferisco allo spontaneo sprizzo di gioia o dolore che capita ai più piccoli). Ma il casino delirante e frenetico del parco giochi è proprio la serra della speranza, lì si coltiva a piene mani la ragione, il buon senso, la positività e il coraggio dell’umano.

Il silenzio insanguinato del parco giochi del Lahore dove 72 cristiani sono stati trucidati nel giorno di Pasqua non è la fine dell’umano. L’umanità andrà avanti nonostante quei 30 bambini morti mentre giocavano, nonostante le altre vittime e gli oltre 200 feriti. Non ce lo dimenticheremo, come non ci siamo dimenticati dei corpicini di Beslan, ma andremo avanti. Ed è assurdo. Cosa può sostenere la voglia, la spinta, il bisogno di fare qualsiasi cosa se condividiamo la vita su questo pianeta con creature simili a noi che volontariamente uccidono bambini, mentre ridono sull’altalena? Verrebbe da gettare la spugna. Eppure, finite le feste pasquali, domani molti riprenderanno il lavoro. Andremo tutti avanti. Per inerzia, forse. Dicendoci che il loro sacrificio non è e non sarà vano, forse. Ripromettendoci di fare qualcosa, forse.

Ecco, non so. Io ho il mio silenzio. L’avrei voluto ricco di attesa buona (e lo è), l’avrei voluto pieno di quiete fiduciosa, l’avrei voluto sereno. Il condizionale va a farsi benedire, il tempo indicativo prevale. Mi accompagna in questo silenzio personale la presenza degli eventi  del mondo in cui vivo; rimane l’attesa buona e cede un po’ del suo spazio al dolore che sanguina, ci stanno entrambi dentro il cuore. Non l’avevo messo in conto, eppure mi trovo ad accompagnare un Angelo di Dio per la mia bambina a un Eterno riposo per altri bambini. In fila, una dopo l’altra, prima una preghiera poi l’altra, per tutto il tempo che riesco.

 

Vivo nel terrore (o nello stupore?)

gargoyles-notre-dame-de-parisÈ brutto da dire, anzi orrendo, ma la logica impazzita e malefica del terrorismo sta mettendo l’uomo occidentale, addormentato e fiacco, di fronte a un dato di natura eclatante e volutamente dimenticato: noi non possiamo controllare la vita e la morte. Che sia ben chiaro: il terrorismo lo sta facendo in modo distorto, infame, diabolico (… aggiungete tutti gli aggettivi che volete). Non sto neanche lontanamente giustificando l’azione perversa di chi tratta la vita umana al pari di una insignificante briciola caduta a terra.

Ma è tipico di tutto ciò che è diabolico distorcere – o meglio capovolgere – una verità positiva. Il terrorismo di matrice islamica sta esattamente rovesciando un dato della realtà in uno strumento violento, ed è perciò un’azione tremenda. Nessuno si «merita» di morire mentre si sta divertendo a un concerto, o mentre cena con gli amici in una brasserie. Questo è il commento più frequente che si sente sui mezzi di comunicazione dopo i fatti di Parigi.

Io direi che manca un elemento indispensabile nel pensiero appena espresso: nessuno si merita che questo accada per mano d’uomo, per la deliberata volontà di male di un’altra creatura. Perché, in realtà, la Natura o il Destino agiscono da sempre come terroristi. In un giorno come tanti altri, una mamma rientra dal lavoro, viene travolta da un camion e muore. Non se lo merita, eppure accade. Un’altra giovane donna, senza preavviso, scopre che un male incurabile si è infilato nelle viscere del suo corpo e la dilania. Non se lo merita neppure lei, eppure accade. Ho citato due casi in cui mi sono imbattuta di recente, se ne potrebbero aggiungere mille altri.

La Natura e il Destino sono terroristi? Non credo, perché, per giudicarli onestamente, bisogna notare che la Natura e il Destino non sono imprevedibili solo nello spargere morte (come i terroristi), ma anche nello spargere vita. Una coppia di sposi, ormai rassegnata a non poter aver figli naturalmente, riceve – senza ricorrere a espedienti medici artificiali – il dono di un bambino, dopo ben più di dieci anni di attesa. Un uomo rimasto in stato vegetativo per cinque anni, si risveglia. Anche in questo caso, ho citato due esempi che ho incrociato negli ultimi mesi.

Il segreto della vita e della morte non è in mano umana. Mai. È sotto l’egemonia incontrollata e imprevedibile di una forza a cui si può dare qualsiasi nome, tranne che umano: Caso, Caos, Natura, Destino, Provvidenza. E questo dovrebbe generare nella creatura umana un sano sentimento di stupore vertiginoso. «Sano» non vuol dire «tranquillo e sereno», ma onestamente e anche drammaticamente spalancato verso l’ignoto misterioso di cui è intessuta la realtà.

Il terrorismo rovescia questo radicale – e indispensabile – sentimento umano nel gemello malefico: lo stupore degenera in terrore, cioè nell’ipotesi terrificante che la tua vita dipenda dalla volontà imprevedibile e distruttiva di un altro uomo.

Non voglio, però, sottrarmi alla provocazione con cui ho cominciato. E rincaro la dose. Il mondo occidentale non è all’altezza di fronteggiare la logica del terrorismo. Non è scandaloso dire che, per quanto un nemico possa essere esecrabile, si debba essere «all’altezza» di affrontarlo. Una debolezza subdola, travestita da «progresso buono», si è insinuata nel nostro modo di guardare le forze originarie che tengono in piedi il mondo. Ci siamo rintanati in un letargo rassicurante, ma falso.

Infatti, la cultura occidentale si sta allontanando da un’onesta visione umana in un modo che, nel breve e lungo termine, produrrà effetti ben più disastrosi del terrorismo. Si sta facendo di tutto per «illudere» l’uomo che la vita e la morte possano essere domate, circoscritte, gestite. Abbiamo ridotto la vita e la morte a dei «diritti». Niente di più falso.

Ormai è diventato pressoché normale «programmare» i figli. Quante volte sentiamo dire: «io e il mio compagno abbiamo deciso di avere un bambino», oppure «penseremo ad avere un bambino più avanti, dopo aver trovato una stabilità economica». Ormai una donna che non prende la pillola è difficile da trovare. Programmiamo la vita, come programmiamo una vacanza o l’appuntamento dal dentista. E se, quando abbiamo programmato un figlio, questo non si mostra nella forma desiderabile che ci aspettavamo, riteniamo giusto e pietoso sopprimerlo quando è ancora nel ventre.

Negli stessi giorni in cui Parigi piangeva centinaia di morti innocenti, in America centinaia donne facevano causa a una ditta farmaceutica che ha prodotto confezioni sbagliate di pillola anticoncezionale, facendole rimanere incinta. Ok. Tu compri un prodotto e ti aspetti un risultato; se il prodotto è fallato, è «tecnicamente» giusto fare causa alla ditta. Ma, nel caso specifico, ci rendiamo conto che l’ottica economica del prodotto ci riduce a considerare la vita che sboccia come un «effetto indesiderato»?

Queste donne americane hanno avuto una sorpresa, qualcosa che un tempo era considerato nella logica della natura. La vita s’infila nel tuo corpo senza preavviso e senza chiedere permesso. È il rovescio buono del terrorismo; non è un pacco bomba, ma un pacco regalo.

La stessa logica di controllo si sta diffondendo anche sulla morte. Dopo aver combattuto la sua battaglia contro il tumore, Emma Bonino ha dichiarato che si impegnerà a far approvare la legge sull’eutanasia. Quasi che la risposta alla brutalità del male possa essere lo scegliere come e quando morire …

img_4416-version-2Che timore ha l’uomo nell’abbandonarsi all’imprevedibilità della vita e della morte? Cosa perde se s’illude di poter controllare l’inizio e la fine del suo esserci?

La sua creaturalità. Ecco la risposta. L’effetto malvagio e distorto generato da ciò che si definisce «progresso buono» (la supposta capacità di controllare le nascite e di programmare le morti) è l’idea che sia una debolezza mostrarsi inermi di fronte al darsi della vita e della morte. L’uomo occidentale si crede una vittima se una nascita imprevista o una morte troppo sofferta lo colgono di sorpresa. Ed è un errore. L’uomo diventa fragile e perdente proprio quando s’illude di poter arginare e controllare cose così più grandi di lui come la nascita e la morte.

Abbiamo dimenticato che la nostra fragile creaturalità è il nostro punto di forza. E ci siamo addormentati nell’agio fasullo della pianificazione, diventando pavidi e deboli. Siamo schiavi dell’idea che la felicità e lo stare bene dipendano dal fatto che i nostri progetti si realizzino. Invece, tutti gli ideali umani più santi ed eterni nascono dal sentimento stupito di essere creature poste in una realtà che ci sovrasta in potenza. La nostra creaturalità fa di noi dei soldati (e non dei terroristi): un uomo consapevole di vivere in un recinto di eventi imprevedibili sa dare grandi prove di sé, proprio perché sente lo stupore vertiginoso di non poter controllare tutto. Solo così si fa chiarezza nella sua anima, e lui può mettersi a fare l’unica cosa grandiosa che è nelle sue mani: difendere la vita, custodire i suoi morti e chiedersi in tutta onestà e ragione chi o cosa tiene in piedi un mondo siffatto.

La coscienza della nostra creaturalità ci permetterebbe di coltivare l’unico antidoto alla logica del terrorismo: il senso vertiginoso e stupito del valore della vita, proprio perché si dà in modo imprevedibile e finisce in modo altrettanto inaspettato. Solo accorgendosi e accettando di essere parte del creato, e non padrone, un uomo torna vedere come stanno davvero le cose; e cioè sente che la sua vita mortale (unica e irripetibile) è il dono più grande che ha ricevuto. Oppure, è la prova (nel senso di «essere messo alla prova») più grande che lo attende. E ha dunque un valore incommensurabile.

Tutto ciò, dal punto di vista dei terroristi, si traduce nel gemello opposto e perverso: la vita mortale messa in mano alla volontà distruttiva di un altro uomo diventa un nulla. Si può schiacciare e calpestare, come fosse una briciola per terra.

Alla fine tutto si riduce a questo: vogliamo tremare di terrore o di stupore? Volenti o nolenti, siamo dentro una trama di eventi che surclassano alla grande la nostra capacità di controllo. E questo accade da sempre, è la regola del mondo. Siamo tutti seduti in un caffè all’aperto, ci gustiamo la bellezza terribile del mondo in uno spazio nonA-typical-Paris-cafe-terr-001 protetto da fragili pareti. Siamo nudi e allo scoperto. Siamo sul marciapiedi dell’imprevedibile ogni sacrosanto giorno. Dimenticarlo, illudendoci di costruire un nostro recinto di controllo non ci salverà, ci farà spegnere lentamente come sotto anestesia. I nostri nemici sono abili manipolatori del terrore. E noi? Con cosa li fronteggeremo? Armi? Ideologie? Buonismi?

Non so. Però, io credo che solo un uomo che trema di stupore per la propria strana-assurda-incomprensibile vita abbia l’arma giusta per affrontare e smascherare la logica malvagia e sterile dell’uomo che vorrebbe farlo solo tremare di terrore.

L’irriducibile leggerezza del bene

Settembre 2015 Inferno

(Questo articolo è comparso sul numero di settembre della rivista di Università Aperta Imola)

La bellissima miniatura che decora la copertina di questa rivista raffigura un momento davvero intenso e drammatico nel corso del viaggio di Dante nell’aldilà. Si tratta di una scena terribile che, nella sua interezza, si svolge in due canti successivi, l’ottavo e il nono dell’Inferno. Questo indizio formale è già significativo del contenuto: di solito, infatti, Dante è molto attento a svolgere e racchiudere un contenuto all’interno della lunghezza precisa di ogni canto; in questo caso la materia deborda, cioè quasi sfugge di mano al poeta, che non riesce a «chiuderla» dentro una forma precisa. Qualcosa di grande e informe sfugge alla sua ragione. Ed è qualcosa che dilata e cresce la sua paura. Di che si tratta? È l’ombra di terrore di cui si serve il male.

Da questo passaggio la persona di Dante rimarrà segnata, ma poiché il titolo del poema è «commedia» e non «tragedia», anche nell’attraversare questo momento drammatico la speranza non viene meno. Dante e Virgilio compiono un cammino voluto da Dio, eppure giunti in prossimità della Città di Dite, mille diavoli sbarrano loro la strada e non hanno nessuna intenzione di farli passare. Essi deridono e oltraggiano i due viandanti. È la prima volta in cui anche Virgilio sbianca e Dante vede vacillare la sua guida che, solitamente, si mostra sicura e decisa. Siamo di fronte a un passaggio senz’altro cruciale, perché, oltre le mura di Dite, Dante vedrà e toccherà con mano la punizione che spetta a chi ha commesso peccati in cui c’è un pieno uso della volontà; fino a quel momento i dannati incontrati dal Fiorentino avevano commesso delle colpe meno gravi, legate alla pura incontinenza. Oltre quel limite, Dante vedrà il male senza attenuanti di sorta, quello consapevole e violento; accedere a questa zona infernale non può essere indolore, come dichiara Virgilio: «u’ non potemo intrare omai sanz’ira» (IX, 33), ovvero, come spiega il Barbi, in cui non si può entrare senza dolore, rammarico, affanno e tormento.

Come dicevo, i diavoli non hanno intenzione di lasciar passare Virgilio e Dante; nonostante ciò, Virgilio decide coraggiosamente di affrontarli e dobbiamo immaginare che anche lui fosse impaurito da quella vista, eppure si premura di rassicurare Dante: «Non temere; ché ‘l nostro passo / non ci può tòrre alcun; da tal n’è dato» (VIII, 104-105). Michelangelo - Giudizio universale part.Il maestro non sa ancora bene come, però è certo che i diavoli non avranno l’ultima parola e, dunque, s’incammina verso di loro, lasciando Dante indietro al sicuro. Ed è per descrivere questo momento di timore e solitudine che Dante ci regala un’espressione che tutt’ora resta tra i nostri modi di dire: «Così sen va, e quivi m’abbandona / lo dolce padre, e io rimagno in forse».

Noi diamo ormai quasi per scontato cosa significa “rimanere in forse”, ma Dante l’ha inventato. Che sensazione è quella di essere in forse? È quel terribile momento di sospensione prima di un disastro probabile. È un’attesa col fiato corto. È incapacità di azione, quando la nostra volontà deve attendere sviluppi che non dipendono da essa. La solitudine e il buio dell’incertezza: ecco qual è il primo velo che stende l’ombra del male.

Poi le cose peggiorano in un modo più spaventoso, perché Virgilio non riesce a convincere i diavoli e torna smarrito indietro da Dante. Di lì non si passa. Ed entrano in scena figure ben più terribili dei diavoli, le Furie. Loro rappresentano le tre forme che il male assume nell’uomo: pensieri malvagi, parole malvage, azioni malvage. Come se ciò non bastasse, arrivano anche le Gorgoni capeggiate dall’orribile Medusa, capace di pietrificare chi osa rivolgerle un solo sguardo: in senso simbolico, lei rappresenta la forma più acuta di paura, quella in grado di annebbiare la mente e oscurare la vista e quella di chi dispera della salvezza.

Sconforto, timore, viltà, sbigottimento sono le emozioni discordanti che attraversano l’animo di Dante. Come si esce da questa situazione in cui le forze del male apparentemente sono padrone della scena?1309465766 Ecco, la soluzione è sorprendentemente «leggera» e istantanea. Come una brezza di vento, scende un angelo dal cielo e la sua semplice presenza fa istantaneamente scomparire ogni traccia di diavoli e Furie. Ebbene sì, una scena di terrore costruita per quasi due canti si risolve con due versi: il messo celeste «venne a la porta e con una verghetta / l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno» (IX, 89-90).

La poesia di Dante ha la capacità di farci compagnia nel tempo, mostrandosi addirittura più attuale delle nostre idee o ipotesi. È in questi canti che mi rifugio quando le notizie del terrorismo internazionale ci bombardano di tragedie orribili, lasciandomi inerte, dubbiosa e spaventata. Il male si nutre di ombre gigantesche, perché non ha alcuna sostanza buona. Ma sono ombre; è questa la fiducia che ci danno i canti della Commedia appena raccontati. Il bene, invece, è fatto di sostanza e allora è sufficiente un piccolo gesto per disintegrare paure e terrori che paiono insormontabili. I protagonisti di una scena non sono quelli che stanno sul palcoscenico per molto tempo, come i diavoli in questi canti, ma quelli capaci di gesti risolutivi. Una piccola comparsa veloce e istantanea arriva e sistema tutto. È questa la speranza, per noi sulla terra. Al bene basta poco: non gli occorrono atti plateali, chiassosi e stupefacenti; gli occorrono solerti e umili comparse.

E tutti noi siamo comparse in questo mondo, piccole presenze capaci di piccole sostanze di bene; siamo noi, con la nostra volontà impegnata nel ritaglio di terra in cui ci troviamo, l’unico antidoto efficace alle ombre del terrore.

 

 

strage isis

suicidio

Giotto dipinse già l’abbraccio che da Gerusalemme giunge fino a Garissa.

Tra qualche giorno accompagnerò la classe di mio figlio (3a elementare) a vedere una mostra sulla Cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto, e mi sto preparando a spiegarla.

Non potrò soffermarmi a spiegare nel dettaglio ogni affresco e, dovendo fare una scelta, mi pareva quasi naturale saltare il dipinto sulla strage degli innocenti: troppo cruento e difficile da portare all’attenzione di bimbi ancora piccoli. Così, almeno, me l’ero raccontata tra me e me. Forse ero io quella che voleva schivare la cosa. Forse non è qualcosa di difficile per i bambini, bensì è difficile per l’adulto rendere conto – onestamente, a cuore aperto – di quel fatto.

Poi la realtà ti permette di fare le capriole, che talvolta non sono un esercizio così allegro. Poi, è arrivata la notizia della strage di studenti in Kenya nell’università di Garissa: 147 vittime innocenti, cristiani prevalentemente. E mio figlio mi ha chiesto: “Mamma, cosa è successo a quella gente?”. E mi sono resa conto che i bambini hanno a che fare con la violenza brutale; sentono le notizie del TG o le chiacchiere tra adulti.

Allora ho tirato di nuovo fuori le spiegazioni degli affreschi di Giotto, e mi sono messa a guardare – onestamente, a cuore aperto – quel benedetto dipinto sulla strage degli innocenti. E mi sono resa conto che conteneva più speranza di quanta potessi immaginare. In fondo, quel capolavoro di pittura fu fatto per la gente semplice che, entrando in quel luogo, poteva cogliere tutto il senso del Vangelo anche da analfabeta, senza saper leggere una parola. L’occhio può leggere tante cose in una sola immagine. Giotto, senz’altro, lo sapeva.

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Ebbene, cosa vedi? Vedo un uomo, innanzitutto: solo e potente, dall’alto ordina una strage e la forza del comando si propaga dal suo braccio a quello di un soldato sotto di lui la cui spada sta per trafiggere un bimbo. Un’unica linea trasversale taglia il quadro e va dalla testa di Erode, poi al suo braccio e poi giù al braccio e alla spada del soldato.

Un atto malvagio nasce nella testa di un uomo e lacera la storia dei vivi. Questo atto malvagio è sempre un atto isolato, una volontà che si isola dal resto dei viventi e si innalza nella torre dell’egoismo. Sembra forte, ma è debole. Per capirlo occorre seguire le linee del disegno.

Al di sotto del re potente e cattivo c’è il gruppo di soldati che esegue la sua volontà. Sono un gruppo? No. Ognuno è per conto suo, perché il male si nutre di isolamento reciproco. C’è chi uccide, chi strattona. Ognuno per conto suo. C’è chi guarda da lontano triste, ma non interviene. C’è chi volta lo sguardo. Ognuno per conto suo.

Anche chi guarda rattristato e non interviene sta sotto la torre di Erode, cioè sotto la volontà malvagia. Anche l’ignavia è uno strumento a servizio del male. I nostri silenzi o i nostri comportamenti pavidi di fronte alla violenza conclamata non ci lasciano in disparte rispetto alla responsabilità. Ci catapultano dentro il male fino al collo. Infatti, aguzzini e ignavi stanno tutti sotto la torre di Erode.

A terra ci sono le vittime, un candido velo di corpi; quasi un lenzuolo, bianco come la Sindone che avvolgerà Gesù.

Una volta prostrato a terra insieme alle vittime innocenti, lo sguardo non può che sollevarsi. Eh, già… e -guarda un po’- le uniche che hanno gli occhi rivolti verso l’alto sono le madri. Le più martoriate sono quelle che non tengono la testa bassa. Loro sono una storia a sé nell’ affresco: sono una compagnia umana, non sono isolate come gli altri. C’è qualcosa, una linea immaginaria, che le tiene nettamente separate dalla sfera degli aguzzini. Stanno in una metà del quadro, raccolte e strette tra di loro. Cosa le raccoglie e le abbraccia? Un edificio, l’unico ad ergersi alla stessa altezza di Erode. Una chiesa. Ed è un controsenso perché al tempo della strage degli innocenti la Chiesa non esisteva ancora. Ma simbolicamente Giotto ha dipinto una chiesa i cui contrafforti esterni si allargano come tante braccia a custodire e confortare quelle madri. Quei contrafforti paiono anche tenere lontano Erode.

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Alcune madri degli studenti rimasti uccisi nell’attentato di Garissa – Kenya (…così simili alle madri dipinte da Giotto).

È come se Giotto non avesse saputo trattenersi dal dire che il Re dei Re, anziché puntare il dito verso il basso come Erode per uccidere, si sarebbe fatto ammazzare e si sarebbe rivestito della veste candida e insanguinata degli innocenti, per averli più vicini a sé il giorno in cui morendo sconfisse la morte. Per sempre. La speranza della Resurrezione è un abbraccio al dolore di ogni uomo, che non conosce barriere di spazio e di tempo. Giotto ne ha messo i segni potenti anche lì, dove la storia non conosceva ancora la Resurrezione.

Un abbraccio solido, fatto di pareti e contrafforti, si oppone a Erode. E lo sconfigge. Un abbraccio tiene lontano da lui le madri affrante, come a dire che il male non si può spingere a conquistare completamente l’uomo. Quei quattro contrafforti che si spalancano come in un abbraccio sono il messaggio pasquale della chiesa: la buona novella. Al dito puntato in basso della violenza si oppone un grido buono che si propaga nell’aria.

“Quello che cercate nel sepolcro non è qui”. Quello che hai umiliato, violentato, schiacciato e oppresso non è qui. Non è qui, non è sotto le tue armi o sotto la perfida arguzia delle tue parole o sotto le leggi del potente di turno. È altrove. Tra le braccia del Risorto.

Buona Pasqua.

 

La carica dei 101 (anni di mia nonna)

Oggi mia nonna Lucia avrebbe compiuto 101 anni; è scomparsa due anni fa, ma la sua “imperante” presenza si sente ancora. In casa nostra, chissà come, noi donne siamo tutte Arieti (mi riferisco al segno zodiacale). Lei era la più ariete di tutti. Due anni fa dedicai a lei il Te Deum, che la rivista in cui scrivo propone a fine anno. Lo ripropongo qui oggi.

PER LE MANI DI MIA NONNA

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Stavo già tra le sue braccia, a correre, poche ore dopo la mia nascita. Ero diventata tutta blu in viso perché stavo soffocando, come talvolta capita ai neonati, e mia nonna mi prese, mi immagino senza troppa delicatezza, dalle mani ancora incerte di mia madre e mi portò dai medici di corsa tra i corridoi del reparto. Respirai bene di nuovo di lì a poco e da che l’ho conosciuta è sempre stato così: lei ad affrettarsi in tutto, e tutta la nostra famiglia dietro a seguirla.

Mani e occhi svelti, classe 1914. Due guerre viste e attraversate, la seconda soprattutto: di questioni politiche e militari sapeva poco o nulla se non che suo marito era partito per la campagna d’Albania appena si erano sposati; quanto a lei, i tedeschi in casa sua non ci avrebbero messo piede. Così diceva e così fu. Negli anni che vennero dopo fu tra quelli che ricostruirono l’Italia, a forza di altra fatica e sacrifici; lei che fin dai sei anni era stata abituata a portare al pascolo le mucche prima di andare a scuola. Contadina e donna di casa, premurosa e solerte; era avvezza a lavorare bene e svelta. Svelta sempre, quando stendeva la sfoglia per le tagliatelle e quando dava le carte a briscola, quando scaricava le casse di frutta e quando piegava il bucato. Nel pensare a questo anno che è trascorso, il mio ricordo va a lei e più in particolare ai dieci giorni in cui le sono stata accanto in ospedale quando qualche mese fa è morta. Quella morte che spesso sopraggiunge improvvisa, non voluta, persino crudelmente anzitempo a lei ha mostrato il suo volto forse meno consueto. La fatica della morte che s’annuncia eppure non viene.

Il suo corpo ne aveva già viste di tutti i colori negli ultimi anni; ricoverandola in quest’ultima circostanza, i medici avevano parlato di un quadro clinico inesorabilmente compromesso, si aspettavano che resistesse per uno o due giorni o forse solo per qualche ora. Ma a lei che lo ha santificato nella fatica del lavoro domestico quotidiano, il Signore ha chiesto una non meno impegnativa fatica anche nel momento della morte. Il corpo cedeva su tutti i fronti, eppure la vita non la lasciava. L’ho accompagnata in quei dieci giorni di agonia come un soldato codardo che guarda tremando chi sta in prima linea. Imploravo che il tempo della sua sofferenza fosse breve, tenendole la mano e le sue mani da grande lavoratrice conservavano la loro presa forte. A me pareva solo un tempo di protratta disperazione, ma in lei non vedevo questo; la vedevo anche in questo caso estremo nel modo in cui sempre l’ho conosciuta: alle prese con quel che c’era da fare – fosse anche solo respirare, con l’umiltà testarda che non conosce né timidezza né tiepidezza di modi.

Il nome, si dice, è segno di ciò che ciascuno è, e lei era Lucia; ha tenuto la luce accesa nella sua casa infaticabilmente fino in fondo, perché non c’è un tempo in cui la vita è meno vita, finché la vita c’è. È stata operosa fino alla fine. Paradossale, perché era fine luglio: il tempo di vacanza per eccellenza. E il tempo delle ferie di solito vola, mentre in quella stanza d’ospedale ogni minuto aveva un grande peso. Da mia nonna la parola vacanza non ricordo di averla mai sentita pronunciare riferendola a sé; qualcosa da fare ce l’aveva sempre, fosse anche solo un orlo scucito da rammendare. Mai con le mani in mano ed è morta nel giorno in cui la Chiesa venera Santa Marta di Betania. E chi meglio di Marta poteva tenderle la mano per mostrarle il Solo per cui vale la pena affaccendarsi.

Ripensando a questo, intuisco che c’è un’operosità che è santa anche quando eccede per solerzia, se è accesa di viva dedizione per ciò di cui ci si prende cura. Non è sollecitata dal solo egoismo o da pure mire di guadagno; è l’intraprendenza genuina del contadino che vede nel frutto della terra non solo un profitto annuale o stagionale, ma una promessa che rimane e si rinnova. È quella speranza di cui parlano le parole che recitiamo durante la liturgia eucaristica: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». La tua opera, Signore, passa di mano in mano; dalla tua mano alle nostre mani e di nuovo a te, perché il frutto buono della nostra fatica sia il segno che ti porgiamo come attesa di quella vita eterna che solo nelle tue mani si compie.

Se penso a me, mi vedo sempre indaffarata, ma non al modo in cui Marta era indaffarata sapendo di ospitare il Salvatore. Di solito si associa al tempo della fatica l’idea del sabato, lo sforzo a testa bassa in attesa del premio che è la domenica. Ma è vero, invece, che il tempo in cui noi viviamo ospita già la promessa che è entrata nel mondo la Domenica della Resurrezione. Noi siamo quelli che abitano il lunedì, tempo di costruzione e impegno, ma segnato dall’annuncio della Salvezza che c’è. Questo dà alla fatica la dignità coraggiosa dello zelo, nella sua accezione migliore. Ed è lunedì ogni tempo, quello della infervorata gioventù, quello della accesa maturità, quello della stanchezza serale, quello della sonnolenza mattutina. Anche gli ultimi momenti, brevi o lunghi, di ciò che sembra solo l’anticamera della fine. Ringrazio del tempo tutto di cui è fatto il qui della mia vita, ripetendo la preghiera contenuta nella poesia Augurio di Mario Luzi:

 

O miei giovani e forti,

miei vecchi un po’ svaniti,

dico, prego: sia grazia essere qui,

grazia anche l’implorare a mani giunte,

stare a labbra serrate, ad occhi bassi

come chi aspetta la sentenza.

Sia grazia essere qui,

nel giusto della vita,

nell’opera del mondo. Sia così.