La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

girl-dancing-rain_thumb23

Meglio mal accompagnati che soli

Il prossimo 8 Febbraio comincerà a Cento (Ferrara) il mio corso di letteratura intitolato Meglio mal accompagnati che soli; è rivolto a tutti (pensionati, lavoratori, studenti) ed è possibile iscriversi qui.

Ho pensato di ampliare l’orizzonte, facendo di questo corso un progetto didattico da proporre alle scuole medie inferiori e superiori, alle aziende interessate a valorizzare il team building, a qualsiasi ente privato che fa formazione in ambito culturale.

Il depliant illustrativo è scaricabile qui sotto:

meglio-mal-accompagnati-a-teggi

In questo breve video vi racconto l’idea che propongo.

 

SIAMO TUTTI FUORI – Il mio nuovo libro

siamocopertina

Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. C’era nebbia in autostrada, all’altezza di Fiorenzuola D’Arda; Davide guidava tranquillo, Michele s’era già addormentato e io ricevetti quella benedetta telefonata.

Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton.

Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante.

Poi ho capito che il calcio nel sedere era destinato a me. Poi, nel tempo, di calci nel sedere me ne ha dati tanti. Quel nebbioso pomeriggio del 2008 è stato il giorno in cui la nebbia della mia vita ha cominciato a disperdersi, grazie al vento impetuoso delle parole del signor GKC. Accettai – non di buon grado – l’idea di Walter Raffaelli, lo ringrazio tuttora della sua intuizione benedetta.

Dal 2008 ho svolto il mestiere di traduttrice e ho tradotto 11 libri del signor Chesterton.

Un altro provetto avventuriero dell’editoria, Giuseppe Signorin, mi ha chiesto di raccontare questi anni di vita a tu per tu con GKC e ne è uscito il libro che ora è disponibile: SIAMO TUTTI FUORI. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton

Eccone alcuni passaggi accompagnati dalle foto di ciò che mi è accaduto in questi otto anni, così potete capire che si tratta di un gesto di gratitudine e non di saccenza 🙂

 

10207393593786910

Noi ci presentiamo così ai matrimoni, come l’Uomovivo Innocent Smith. Con la pistola che semina gioia.

“Più cercavo di fare bene il mio mestiere di traduttrice, più ne ricavavo un feedback luminoso: la felicità non è immaginare un ipotetico paese delle meraviglie, è ritrovare gli occhi giusti per scoprire che il paese delle meraviglie è il qui e ora della nostra vita. Sulla porta di casa voglio mettere un cartello con un disegno e la scritta Mirabilandia. Ci sto lavorando, insieme ai miei figli. Il metodo della meraviglia prevede un esercizio che è particolarmente affine alla mia natura: il disordine”.

 

20140806_114403

Abbiamo imparato a fare grandi castelli di sabbia proprio in riva al mare. Ce lo ha insegnato Alfred del Cavallo Bianco, non bisogna temere di mettere in piedi grandi progetti e aver sempre voglia di ricostruirli se qualcosa li distrugge

“Chesterton mi ha educato al sistematico ribaltamento e scombussolamento dello status quo del pensiero e dell’esperienza. Proprio perché il vero tollera ogni forma di terremoto e uragano, mentre il falso cade al primo soffio di vento. Non sono mai stata una persona ordinata; tuttora mio marito mi ricorda che non posso esigere dai miei figli che la loro cameretta sia impeccabile se la mia scrivania continua a essere una riproduzione verisimile del giorno dell’apocalisse”. 

 

“In gran parte delle circostanze quotidiane il nostro puro e semplice esserci è la condizione necessaria e sufficiente per fare ciò che ci è chiesto di fare. Ci sono cose che vale la pena fare e vanno fatte anche se siamo stanchi morti o tristi. Le si fa male (cioè le si porta a termine anche se non perfettamente) e le si fa anche di brutto (cioè a testa bassa, senza rimuginare sui «se, ma, però …»). Le si fa, così come si è, e il mondo sta in piedi”.

bo00001_0063_teca2013

“Una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente”. Ho raccontato i paradossi di Chesterton al signor Enzo Iacchetti durante la mostra del Meeting 2013 e lui – ironicamente – aveva la maglietta giusta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dscn4988

Ho girato molto scuole italiane per raccontare le opere di Chesterton, autore snobbato da tutti. Ne sono nati fantastici progetti spontanei, come questo a Padova: un gruppo di ragazzi ha ricostruito la valle del Cavallo Bianco nei corridoi del loro liceo.

 

“Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Sia detto per inciso, ho tremato quando la pubblicità mi ha informato che potrei avere al polso un congegno in grado di connettermi alla lavastoviglie o alla lavatrice quando sono fuori casa. Se sto facendo la fila in posta, di certo non bramo di vincere la noia impostando un ciclo di lavaggio. Durante un aperitivo parte del piacere è essere lontano da una lavastoviglie, cioè sapere che non dovrò lavare quel bicchiere e quei piattini”. 

 

 

 

“Non credo sia un caso, anzi è una benedizione provvidenziale, che uno dei rari frammenti sonori in cui ancora oggi possiamo ascoltare la viva voce di Chesterton sia questo invito:
Sono assolutamente sicuro che il nostro mondo precipiterà nella disperazione se non si riuscirà in qualche modo a rendere la mente, cioè i pensieri semplici che ci passano per la testa quotidianamente, più vivace e felice di quel che pare essere al momento attuale, a giudicare dai romanzi e dalle poesie moderni. Voi dovete essere felici in quei momenti di quiete in cui vi ricordate di essere vivi e non in quei rumorosi momenti in cui ve ne dimenticate”.

Less is more

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!

Pietro Metastasio

 shutterstock_104693090

Forse è per questo che le Paralimpiadi hanno un impatto così forte, e benedetto, sul pubblico: perché la ferita di un essere umano è esposta in tutto il suo clamore. È stato istintivo, vedendo ciascuno di questi atleti mi era impossibile frenare la curiosità di conoscere la loro storia, di vedere quale sofferenza avevano attraversato.

Sapevo già dell’incidente mortale di Alex Zanardi; ho scoperto che Bebe Vio ha avuto la meningite, che Martina Caironi ha avuto un incidente in moto e che Monica Contraffatto è stata ferita in un’azione di guerra in Afghanistan. E così via. Il mio primo passo è stato ridurre queste persone alla loro ferita. Perché balzava agli occhi. Balzava anche agli occhi che la loro identità umana non si esauriva nella ferita, nel dolore attraversato.

Allora ho pensato ai versi di Metastasio. Chissà quante persone semplici, che incontriamo ogni giorno, sono come quei fantastici atleti paralimpici, ma non ce ne accorgiamo. Perché ci sono ferite invisibili, gravemente invalidanti, che uno si porta dentro per sempre, e che è capace di superare con una positività altrettanto invisibile, semplicemente andando avanti a fare con umile tenacia tutto quel che va fatto .

Chissà quanti vicini di casa o passanti o colleghi hanno la stessa caparbietà gioiosa di Bebe Vio e non la danno a vedere, né noi ci interessiamo a notarla. Notiamo i lamentoni che borbottano, notiamo i primi della classe che ostentano le loro conquiste, notiamo i violenti che spintonano.

Ma non notiamo la forza che tiene in piedi l’universo: l’uomo che cammina a testa alta e voce bassa, portandosi dentro il peso di una lotta dura.

Proprio perciò occorrono esempi lampanti, clamorosi, quasi sfacciati. Per vincere i nostri pregiudizi (del tipo: “Però, a tizio vanno sempre dritte …”) e le paranoie (del tipo: “Eh, ma le sfighe le becco sempre io …”) ci occorre una botta. Ci occorre vedere che ogni uomo è segnato dal suo dolore, e ci occorrono esempi visivi, tangibili e reali di persone che dimostrano che anche una ferita mortale non uccide, ma può essere un’occasione. È un atto di divina libertà decidere se ciò che ti ha prostrato, possa essere anche una novità di vita imprevista, tosta e buona.

Molto più banalmente, penso a quello che mi diceva mia madre quando tornavo a casa triste dal liceo, perché c’erano pomeriggi in cui dovevo studiare troppo. Lei mi diceva sempre: «Credi di non avere abbastanza tempo? Bene, aggiungi un altro impegno».

Una volta, era l’anno della maturità, mi costrinse a prenotare un’ora di guida per la patente nel pomeriggio in cui dovevo prepararmi a un compito in classe e due interrogazioni per il giorno successivo. Io avevo pianto e borbottato. Fu la terapia giusta. Feci la guida e studiai tutto. Credevo di non avere tempo. Ma con ancora meno tempo a disposizione, ho reso di più.

Less is more. Quante volte lo si sente dire. È una regola dell’eleganza e del design, una strategia vincente nel mondo della comunicazione. Meno elementi, più efficacia. La semplicità è vincente, perché dimostra la capacità di sintesi creativa di un artista. Se abbiamo un scopo chiaro o un’idea precisa, non occorrono fronzoli; se invece siamo confusi o eccessivamente preoccupati della superficie e non della sostanza, allora i dettagli e le parole si moltiplicano, ma il risultato è un disordinato balbettio.

leonardo

Eppure mi è impossibile non attribuire un nuovo senso al motto Less is more, alla luce di quel che ho visto alle Paralimpiadi. Mi pare ci sia un significato radicalmente più provocatorio nel dire che meno è di più.

Considerando l’esperienza di Alex Zanardi, s’intuisce.  Lui era un bravo pilota, maalex_zanardi_3 la parte più luminosa della sua persona è sbocciata dopo che quel brutto incidente gli ha tolto tantissimo. La sottrazione scolpita sul suo corpo ha generato un’addizione di umanità, che ora si esprime in tenacia, coraggio, solarità, altruismo. E questo “di più” c’è in lui al di là delle medaglie. Le sue medaglie servono a noi, più che a lui. La conferma di un di più, che si guadagna passando per un di meno, serve a noi che tremiamo all’idea di perdere un qualsiasi frammento della nostra quieta sicurezza.

1473928688_bebe-696x390Bebe Vio si definisce una rompipalle, non semplicemente testarda … . Anche in lei la sottrazione corporea ha generato un’addizione di umanità. È misterioso come certe persone fioriscano forgiate dal dolore, e senza sconti di pena. No. Non è comprensibile, è solo e semplicemente misterioso. Ma resta misteriosamente vero, visto che è scolpito nella carne di questi testimoni.

In questo flusso di pensieri mi trovo a tornare alla mia infanzia, a quando mio nonno potava senza remore le viti e io le vedevo più floride che mai la stagione successiva. Non capivo. Da dove spuntavano tutte quelle foglie, tutti quei rami, tutti quei frutti se mio nonno li aveva tagliati?

Scoprii più tardi che ne parlava anche il Vangelo: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Giovanni, 15-1). Anche qui torna l’idea del less is more. Passare attraverso la potatura della perdita e del dolore, porta frutto. L’ipotesi provocatoria cristiana è che Dio chiami l’io a una vocazione grande attraverso l’umiltà di una potatura, che può essere dolore fisico, contraddizione, patimento.

Al di là della verità morale ed esistenziale che ciascuno può dare (o non dare) alle parole del Vangelo, qualcosa di radicalmente paradossale e autentico c’è in quelle parole. Chi fa giardinaggio lo sa. Ad esempio, io, in tutto il mio dilettantismo, so che per le mie rose devo seguire questa regola: la pianta debole che ha fiorito poco, devo potarla poco; quella che è stata generosa e forte, devo potarla radicalmente. Puntualmente, verso marzo, è un tripudio di fiori pazzeschi.

Nella vita io mi sento senz’altro la pianta debole, che per fortuna è stata potata poco. Piccoli incidenti e dolori, che però nel tempo hanno sempre fatto germogliare parti della mia persona insospettabilmente meno meschine di quanto credessi.

La moda, l’arte, la comunicazione si affidano all’efficacia del detto less is smore perché funziona davvero. La sua efficacia non sta in una regola estetica o verbale, ma nel mistero della vita. Quel mistero per cui la forza più autentica e potente di noi si sprigiona dalle perdite.

allyouneedisless_leysaflores

Addio monti, addio casa, addio famiglia

C’è una storia che tutti conoscono. Ci hanno interrogato a scuola, abbiamo scritto temi sulla sua trama e i suoi personaggi sono entrati nei nostri modi di dire. È talmente nota che nessuno più la nota. Certo, ci sono i suoi fan irriducibili che la venerano e la trattano come oggetto da museo, ma una storia imbalsamata non è più una storia, così come un motociclista fuori dalla pista non è un motociclista.

E dunque c’è questa storia che tutti sono costretti a leggere, pochi si incaponiscono a venerare e moltissimi hanno ingurgitato ed espulso come lo sciroppo per la tosse, necessario e fastidioso.

Sto parlando di Renzo e Lucia, e della truppa che li accompagna: Don Rodrigo e Don Abbondio e la monaca di Monza e tutti gli altri. C’è bisogno di mettersi promessi sposia ripetere la trama della loro storia?

Direi proprio di sì, proprio perché tutti la conoscono. I Promessi sposi è un romanzo che difende ed esalta l’utilità dei violenti capovolgimenti di fronte. La morale complessiva potrebbe essere: non è affatto confortante guardarsi attorno e constatare di non avere avversari.

Ci sono due ragazzi della provincia, si amano e hanno un lavoro. La loro è una vita modesta, ma non sono indigenti. Vivono al lago, un panorama mozzafiato e poco casino. È l’ideale per metter su famiglia, se non si hanno grilli per la testa. Gli amici sono sinceri e il lavoro è pesante. La domenica si va in chiesa e qualche sera all’osteria. Avere un piccolo tetto da condividere con l’amato e i figli è un sogno su misura. Bello e fattibile. Tanto confortante quanto tranquillo. Una gioia semplice, direbbe il romantico. Una noia mortale, direbbe il realista. In ogni caso è ciò che Renzo e Lucia sono pronti a volere per tutta la vita, sinceramente. E nessuno, ma proprio nessuno dei loro amici e parenti si è sognato di contraddirli, anzi tutti si congratulano e festeggiano il progetto delle nozze imminenti.

Una volta sposati, Renzo e Lucia avrebbero vissuto al lago, tra casa e lavoro. E sarebbero stati felici, onestamente e semplicemente felici; avrebbero tirato su dei bravi figlioli, litigato su piccole stupidaggini, goduto delle feste di paese, pianto i loro morti. Niente di più e niente di meno.

Per fortuna, poco prima delle nozze qualcuno si decide a dare una bella raddrizzata a un percorso altrimenti un po’ rattrappito. Qualcuno fa un atto di bene verso Renzo e Lucia, impedisce il loro matrimonio. Con la comparsa in scena di Don Rodrigo entra a piedi pari nella storia anche la speranza. Salta tutto, Renzo e Lucia dicono addio ai loro progetti lieti e quieti. E finalmente comincia una storia umana come Dio comanda!

Potrebbe sembrare fin troppo paradossale il modo in cui finora ho sintetizzato una trama arci-nota, ma talvolta è necessario uno scossone per vedere quel che non si riesce più a vedere. Penso che il vero inizio della storia di Renzo e Lucia sia la memorabile pagina dell’Addio monti, perché da lì in poi loro due cominciano davvero qualcosa.  3715284Fino a quel momento la trama è stata come una testa girata all’indietro, parla di un passato fisso e pianificato: i progetti di una giovane coppia, le mire pruriginose di un signorotto locale, il suo tentativo di mettere i bastoni tra le ruote ai fidanzati e i tentativi falliti dei fidanzati di ricomporre il progetto matrimoniale saltato. Si nuota in acque già note. Ma quando arriva il momento di mollare tutto, perché non è possibile ricucire la tela strappata, allora una vera novità s’introduce nella storia. Inizia un quadro diverso da quello prestabilito nei progetti dei fidanzati. Da quel momento in poi comincia una trama vera e propria, c’è una testa che guarda in avanti.

Il primo effetto di una novità è la scoperta. Sulla piccola barca che la porterà chissà dove, Lucia scopre casa sua, come la vedesse per la prima volta. Proprio nel momento in cui l’abbandona, vede la sua vita (passata). La ragazza non aveva mai guardato ciò che aveva sotto gli occhi come nel momento in cui dice addio a tutto:

 

addio cime ineguali

addio ville sparse e biancheggianti

addio casa natia

addio casa sogguardata tante volte di sfuggita

addio chiesa

 

Tutto il frutto buono, positivo e costruttivo del romanzo si nutre di questo seme: lo struggimento della perdita. Non c’è «concime» migliore nella vita. Perché se ora – con un grande balzo – passiamo a considerare l’epilogo della storia, vedremo che solo a partire dallo snodo decisivo della perdita si genera un guadagno esponenziale. Può essere utile uno schema:

schema.jpg

Il punto di arrivo coincide con il punto di partenza: la costruzione di una casa. Non è che, dopo tutte le peripezie attraversate, il progetto cambia e Renzo e Lucia decidono, magari, di avere una relazione «aperta» in cui lui diventa imprenditore tessile a Milano e lei viene assunta come segretaria dall’Innominato. No. Pur messo a soqquadro, il progetto iniziale resta tale e viene compiuto: volevano sposarsi e si sposeranno, andando ad abitare dove avevano deciso. Con quale differenza, rispetto alla situazione prima dell’addio? La casa ospita uno spazio umano molto più grande.

Alla fine, la storia piccola di due fidanzati abbraccia la Storia umana complessiva. In principio l’idea di Renzo e Lucia è «egoisticamente» piccola: il loro amore, il loro paese, la loro casa, i loro progetti. Dopo la fuga, gli anni passati lontani e i pericoli superati, quella stessa casa si è ingrandita, perché gli occhi e il cuore dei due protagonisti hanno incontrato una grande varietà umana e geografica: gente buona e gente cattiva, disgrazie e gioie, amici nuovi e vecchi parassiti. E tutto questo guazzabuglio umano entrerà in casa loro: alla fine del viaggio la famiglia di Renzo e Lucia sarà un progetto più ampio e comprensivo di quello che avevano pensato in partenza, sarà un orto nutrito dai semi che hanno raccolto per via.

Proviamo, ad esempio, a pensare a come Renzo guarderà i suoi figli, ricordandosi della madre di Cecilia. L’immagine premurosa di quella donna che accudisce con tutta la dolcezza materna la sua bimba morta e la depone sul carro dei monatti è un «corso di aggiornamento» esauriente per un genitore!

Per tutto il tempo del viaggio, cioè dell’allontanamento e successivo ritorno a casa, il percorso di Renzo e quello di Lucia DEVONO essere diversi. Perché è un viaggio educativo, e il compito del padre non è uguale al compito della madre.

La madre genera e, proprio come suggerisce il nome della protagonista, la donna è la luce che promana dalla casa e produce frutti. A Lucia spetta incontrare l’umano e cambiarlo attraverso la sua testimonianza, se la libertà altrui l’accoglie. Infatti, l’Innominato cambia, ma la monaca di Monza no.

Il padre ha un ruolo comprensivo, quasi «digestivo». A lui spetta il compito di guardare il mondo, conoscerlo e portarlo «digerito» dentro casa. Renzo è testimone della Storia (le insurrezioni popolari, la peste) e dell’umano (oste, fornai, madre di Cecilia). Renzo osserva, sbaglia, capisce e alla fine dirà: «ho imparato questo, ho imparato quello, ecc …».

In questo spazio aperto il compito familiare dei due promessi sposi si compie: Lucia porta la feconda luce domestica al mondo, Renzo conosce e porta il mondo dentro le pareti domestiche. Lei dona fuori, lui accoglie dentro. Il frutto finale è che la casa piccola ed egoistica dell’inizio diventa una casa grande e fecondata dal contributo dell’umanità. È la stessa casa, ma è diversa. È fatta nuova.

Ora chiediamoci chi è l’artefice di questo frutto inaspettato e grande.

Don Rodrigo. Sì, proprio lui. Insieme all’ignavo Don Abbondio.

L’avversario genera l’avventura. O meglio: l’avversario genera un cambiamento che i protagonisti scelgono di vivere come un’avventura e non come una sconfitta.

Ciò che viene in direzione opposta e fa saltare tutti i piani è il motore di un cambiamento infine buono. Per questo, all’inizio, dicevo che Don Rodrigo porta la speranza. Per quanto contraddittorio possa sembrare, è lui a forzare la mano, a dare un calcio nel sedere all’affetto semplice e impigrito di Renzo e Lucia. La prova dolorosa conduce a una gioia più grande di quella progettata in principio. È come il parto per una madre.

 Il tempo in cui viviamo è molto simile a questa storia. Da sempre si credeva che la famiglia fosse Renzo e Lucia, un uomo e una donna che si sposano e mettono su casa. Era una verità data talmente per scontato da essere lasciata nel dimenticatoio. Si può dire che anche i più entusiasti sostenitori della vita domestica fossero pigri quanto Renzo e Lucia all’inizio della storia. La casa era solida e già costruita, i progetti erano semplici e sinceri.

Invece – proprio in questi giorni – ci ritroviamo sbattuti sulla barca dell’Addio. È arrivato Don Rodrigo a buttare giù il castello che reggeva da secoli. Sul tema della famiglia è in corso un dibattito gigantesco e profondo. Tutto ciò che si dava per scontato sta saltando e viene attaccato. Siamo sulla barca dell’Addio. Lasciamo, come Renzo e Lucia, la piccola casa in cui credevamo di essere tranquilli e beati. Ma «addio» – come nel caso dei Promessi sposi – non è un congedo finale, bensì la porta spalancata verso una casa che troveremo più grande. Voglio pensarla così.

Come in ogni cosa umana, l’attuale dibattito sulla famiglia ospita voci sincere e voci ideologicamente interessate. Ci sono anche i Don Abbondio, gli ignavi. C’è di tutto.

Cos’è una famiglia? L’affetto tra due persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale, è una dote per lo Stato? Che posto hanno i figli dentro la sfera affettiva di una coppia? E cosa esige la dignità della loro persona? Tutto ciò è materia di scontro, più che di confronto. Tutto ciò spesso degenera in materia di scambio politico o preteso per offensive indegne. È un campo di battaglia, come da sempre lo è la Storia.

Quando si è in mezzo al polverone è inutile battersi il petto, si deve stare sul pezzo. Ma quando si è nel polverone non si può andare alla cieca. Bisogna seguire qualcosa, anche una piccola luce. Forse Lucia.

2869562411_dca443ab99_z.jpg

Foto di Angus Kirk

Non so cosa nascerà da tutto questo putiferio sulla famiglia, ma sono certa che si possa vivere questo putiferio nel modo in cui Renzo e Lucia hanno vissuto i loro casini. Ci è chiesto di uscire di casa, di dirle addio, cioè di mettere tutto in discussione e non per abbandonarlo, ma per vederlo meglio. Non ci è chiesto di cambiare casa, ma di essere pronti a ricostruirla da capo. Perché anche chi crede di sapere già tutto deve imparare qualcosa. E Lucia vede davvero casa sua nel momento dell’addio. Dicendole addio, la troverà più grande alla fine del viaggio.

Il punto, infatti, non è la necessità di cambiare casa. Si può andare in capo al mondo per ritrovare il punto di partenza. Ed è un esercizio fruttuoso. Personalmente, io ho un’idea di famiglia radicata nell’esperienza cristiana e ne sono così nutrita da non volerla affatto vedere distrutta. Ma sono pronta a ricostruirla da capo, a metterne a fuoco meglio le fondamenta e l’arredamento attraverso un dibattito anche radicale, perché non voglio darla per scontato.

Ero molto piccola quando ho visto che strade non convenzionali possono portare a risultati molto tradizionali. Mia madre fu così coraggiosa da scegliere la via della separazione non consensuale per tenere unita la nostra famiglia. Passò dal tribunale per non tradire ciò che aveva promesso a Dio in chiesa. Assurdo. Ma vero. All’inizio fu incomprensibile a tutti, dopo anni lo schema del disegno si mostrò e la ferita della separazione ci ha permesso di ritrovare un’unità più vera, tra me, mia madre e mio padre. Non ci siamo trasformati in una famiglia allargata, ma siamo tornati a essere una famiglia tradizionale.

Dunque non mi spaventano gli addii, se non sono una via di fuga facile.

Dunque ringraziamo anche Don Rodrigo, se l’avversario mi introduce a un’avventura.

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «desiderio»: attesa di compimento? progetto ambizioso? volontà cocciuta?

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «diritto», cosa è la «generazione», come è compatibile la visione tradizionale della famiglia con la lunga serie di omicidi domestici che la cronaca ci documenta. Ne faremo fondamenta rinnovate di un progetto antico quanto il mondo.

Un po’ di selva nel mezzo del giardin

Foto di Tom Jutte ukgardenphotos

13316745294_39e5754109_z

Foto di ukgardenphotos

Quando mi affaccio dal balcone della sala, l’occhio mi cade immancabilmente su quell’angolo del mio giardino che trascuro, perché richiederebbe una manutenzione pesante. Ora, d’inverno, quel cantuccio è proprio bruttarello … tutto spoglio e pieno di foglie secche che sono marcite per la pioggia … ma in primavera e in estate è un anarchico tripudio di erbe, fiori, pianticelle spontanee.

Guardandolo, mi torna sempre in mente una riflessione di Chesterton, in cui mi sono imbattuta traducendo La ballata del cavallo bianco: l’ultima scena che si descrive in quel poema è l’eroica impresa di un grande re che per l’ennesima volta sconfigge i nemici invasori. È un trionfo, che però la penna di GKC mitiga o altera facendo notare che, mentre il re era impegnato nella grande battaglia, il giardino del suo regno era stato invaso dalle erbacce, le quali avevano coperto e nascosto tutti i segni belli presenti sulla terra, tra cui il disegno del cavallo bianco.

La critica ha sempre giudicato pessimistico questo poema, proprio a causa del finale. Da un racconto epico ci si aspetta un epilogo glorioso, nel trionfo o nella tragedia, invece è insolito trovare una storia che finisce in modo così triviale e dimesso e che parla di erbacce del giardino. Chesterton è così, deve sempre lanciare un guanto di sfida al suo lettore. E se sono sicura di qualcosa, è proprio che le sue sfide non s’inchinano mai al pessimismo, bensì alla scommessa di discernere una gioia più grande.

Non dico che quel finale mi sia stato subito chiaro, però pensandoci e, soprattutto, pensandoci stando immersa nella mia vita, ne è emerso un orizzonte interessante: il punto è che noi siamo sempre impegnati in «grandi progetti», spesso facciamo dipendere il valore della nostra persona dall’esito di eventi clamorosi, l’ago della bilancia si sposta sul positivo se vediamo – dati alla mano – risultati eclatanti. In realtà, mentre noi spostiamo l’attenzione su tutto ciò, perdiamo per la strada qualcosa. Il nostro giardino.

Non appena trascuri un ritaglio d’erba, ci sono migliaia di piccoli vegetali pronti a invaderlo e a mascherare la sua forma originaria. Così accade anche la nostra testa: mille specie di parassiti sono pronti a oscurare i nostri pensieri, non appena noi ci concentriamo su altro, cioè quando spostiamo l’attenzione dall’«io» all’«ego».

«Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?» – si legge nel Vangelo. E la domanda si riferisce a un’esperienza concretissima: noi tendiamo a liquidare come insignificante quello che è piccolo e vicino, rispetto a imprese grandi ed eclatanti. Il nostro Ego gode della visibilità ampia e plateale. Ma lì dove l’Ego gode, l’Io si avvizzisce.

L’Io, tendenzialmente, si nutre proprio di ciò che circonda la nostra vita; curare le piccole cose domestiche che ci stanno intorno è l’impresa più eroica e faticosa che possiamo fare. Perché le erbacce non basta sradicarle una volta sola, bisogna farlo di giorno in giorno. Ma è un lavoro cosmetico fondamentale, come quando ogni brava signora o signorina si strucca la sera davanti allo specchio: «E ora, togliendo la maschera che ti fa bella agli occhi del mondo, vediamo chi sei davvero!».

Però, il bello di ogni immagine reale è la sua grande potenza simbolica. Il simbolo è una spinta per stimolare la nostra intelligenza a vedere … a vedere dentro le forme della realtà il profondo della nostra anima. E ogni immagine può contenere simboli diversi, anche opposti eppure significativi nella loro diversità. Questo è davvero entusiasmante. Ad esempio, qualche giorno fa ero in macchina coi miei figli e – non ricordo a proposito di quale discorso – è saltata fuori la domanda: «A cosa ti fa pensare il mare?». Il figlio di 9 anni ha detto: «Alla libertà», quello di 5 ha detto: «Mi fa paura». Una stessa immagine può aprire un ventaglio di intuizioni complesse e articolate … e non c’è il giusto e lo sbagliato, c’è un senso che si approfondisce.

Lo stesso è capitato a me a proposito delle erbacce.

Dopo la lettura di Chesterton, vedere le erbacce in giardino mi aveva sempre «punzecchiato» a ricordarmi che, prima di perdermi in sogni di gloria, devo curare le cose che ho a portata di mano. E le sradicavo pazientemente. Nell’ultimo numero della rivista Gardenia ho trovato qualcosa che ha rivoluzionato, ampliandolo, lo status quo della mia idea sulle erbacce. Nell’articolo in questione, scritto da Pia Pera, si citava un passo dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco:

«Poiché Dio si manifesta in ogni sua creatura, San Francesco chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio autore di tanta bellezza».

Leggendo queste righe, ho subito pensato al mio cantuccio di giardino lasciato all’incuria. E ho pensato anche alla mia mano pesante che talvolta va lì a togliere l’esuberanza di certa vegetazione spontanea. Ne ho dedotto qualcosa di molto sincero: «Quante volte sono capace di strappare le cose, solo perché non crescono come voglio io». Ne ho anche dedotto: «Quante volte ho raccolto del buono, proprio dove non l’avevo seminato io». IMG_0184

Insomma, il rapporto con le erbacce si complica. O meglio, si fa entusiasmante. È vero che, da una parte, bisogna stare all’erta dalle invasioni infestanti che alterano le forme originarie e nascondono la verità. È altrettanto vero, ed educativo, che ci deve essere una parte del nostro «giardino» che sia libera dalla nostra mano, affinché possa vedersi una mano più grande.

Sarebbe orgoglioso ridursi a pensare che la bellezza e i frutti dipendono esclusivamente dalla nostra opera, sarebbe fuorviante ridursi a pensare che solo un ordine progettuale e definito genera frutti buoni. Quante volte una situazione ingarbugliata e incasinata come una selva ci ha portato a un risultato inaspettatamente buono, e non preventivato?

Il destino a volte segue percorsi bui e contorti. Ma genera sempre qualcosa di fruttuoso, anche se passa dalla fatica della selva. La bellezza non è solo ordine e colori «che si abbinano bene»; c’è una bellezza disarmante nei giardini selvaggi, lì dove è all’opera una potenza libera che si manifesta in forme che sbriciolano i logici criteri paesaggistici, eppure sono magnifiche.

8079531235_3edf2c7a45_z

Foto di Tom Jutte 

Ci sono disegni che la mente umana decifra come disordine a prima vista, e invece sono un ordine più grande. C’è di più, molto di più nel mondo. Più di quello che noi siamo capaci di progettare, preventivare, organizzare. Ed è questo misterioso “di più” il custode della nostra speranza. Perché talvolta il bene e il buono possono sbocciare solo da variabili impazzite, quando a noi ogni via sembrerebbe chiusa e impraticabile.

 

Anche io, dunque, lascerò una parte del mio giardino all’opera libera delle erbe selvatiche, per ricordarmi che c’è bisogno pure della selva: c’è bisogno di non temere i disegni del destino incomprensibili a prima vista e c’è bisogno che queste variabili ingestibili facciano parte di noi, per non ridurci a pensare che sia degno e utile solo ciò che è a nostra misura.

Intanto, nell’altra parte di giardino continuerò l’altra grande battaglia, quella della cura alle piccole cose. Starò ferma ad ammirare il ritaglio di terra dove la bellezza segue i criteri assurdi del Creatore, e mi rimboccherò le maniche per lavorare nell’altro ritaglio, dove è necessario che la mia mano sia utile per accudire tutto ciò che cresce, affinché non venga rovinato dalle malattie o dalle infestanti.

8266521931_7b35b83f3d_z