Per ogni benedetta nausea

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Tempo di fine anno, tempo di bilanci.

Ma «bilancio» è proprio una parola brutta … soprattutto se applicata alla vita, che è sempre sbilanciata.

Sbilanciandomi, dunque, prendo atto che la mia parabola personale in quest’anno si è orientata al fallimento. E «fallimento» può essere una parola tutt’altro che brutta.

A gennaio, dopo aver visto per la centesima volta il bellissimo film Apollo 13, annotai sulla prima pagina della nuova agenda la frase con cui il comandante James Lovell definisce quell’impresa di sfortunati astronauti: «La nostra missione fu definita un fallimento di grande successo». WEB11342-2010pIn modo annebbiato intuivo che era una bella dritta umana, un punto di vista interessante per affrontare il nuovo anno. La realtà mi ha – benedettamente – snebbiato la vista, confermando che quello è un ottimo punto di vista.

Dunque, nel film c’è questo gruppo di astronauti che si preparano a una missione destinata a portarli sulla Luna. Poi, però, a causa di un guasto, la loro navicella si rompe e la missione salta, anzi l’unica missione che resta è quella di ritornare sulla Terra, possibilmente vivi. È un fallimento rispetto all’obiettivo inziale, ma è un grande successo perché quel brutto imprevisto costringe gli astronauti (in cielo) e gli uomini della Nasa (a terra) a dar prova di grande intraprendenza e creatività per salvare quell’equipaggio in pericolo. Se tutto fosse andato secondo i piani, non si sarebbero mai sognati di essere capaci di progetti, azioni e rischi tanto grandi.

E questa  è la grande dritta: l’uomo dà tutto di di sé quando non è preparato a farlo. L’inadeguatezza delle sue mani porta a risultati più grandi delle capacità di cui vorrebbe andare orgoglioso.

«Houston, abbiamo un problema» è diventata la frase simbolo del film. Quel problema c’è ogni giorno: noi vorremmo sempre la Luna, ma i fatti ci portano altrove. Ed è un bene che sia così. Perché la nostra persona è molto più misteriosa e sorprendente di quello che noi penseremmo. E, soprattutto, ci sono traguardi insospettabilmente più grandi delle nostre tante «lune», quelle chimere astratte da cui immaginiamo dipenda la nostra felicità.

Ma è vertiginoso accettare, o anche solo ipotizzare, che le prove inaspettate della vita siano un’occasione propizia. Anche io, in quest’anno che volge al termine, sono andata avanti seguendo una mia tabella di marcia e fino a un certo punto ho potuto gongolare di certi obiettivi sperati e raggiunti. Questo mi ha spinto a puntare ancora di più sulla progettazione. Se mi organizzo e mi pongo linee guida chiare, tutto procederà bene – questo mi dicevo. E dire che segni d’allarme inequivocabili dell’errore che stavo facendo ne ho visti, lungo la strada: ho perso alcuni amici in quest’anno, portati via all’improvviso da incidenti e malattie; ne ho visti altri crollare sotto pesi umani insostenibili. In tutte queste circostanze, mi sono fermata per un po’ a riflettere e a sbattere la testa sul fatto che la realtà non è un pilota automatico impostato su una rotta decisa e prestabilita. È tutt’altro. Eppure, dopo questi momenti di acuta coscienza, ritornavo alla mia tranquilla e serena normalità.

Mi occorreva una botta. Ed è arrivata come una meravigliosa sorpresa a seafine estate: ho scoperto di essere incinta. Questo, per quanto bellissimo, non era nei progetti e anzi li ha scombinati tutti. Avevo appena mollato un lavoro per intraprenderne un altro, a cui però ho dovuto rinunciare perché incompatibile con la gravidanza. E mi sono trovata sulla soglia dei 40 anni, con un terzo figlio in arrivo e senza lavoro sicuro.

Però la cosa ancora più concreta ed educativa è proprio l’esperienza fisica della gravidanza. Perché io sono una schiappa totale. C’è chi vive i nove mesi prima della nascita come un momento idilliaco, io no.

A me accade come nei film, quando lo sceriffo di una contea sperduta vede arrivare gli agenti dell’FBI che gli dicono: «Ora qui assumiamo noi il controllo». Ecco, anche io sperimento questo calcio nel sedere che mi relega in un angolo. La gravidanza procede perfettamente, e io precipito in condizioni pietose: riesco a nutrirmi solo di acqua e crackers, vomito fino a quando non entro in sala parto, ho le energie di un bradipo stanco, una tristezza cronica invade i pensieri. Sono proprio una schiappa. Ecco, sono un fallimento. Eppure ne salta fuori un grande successo.

Nulla di quel successo dipende dalle mie capacità, anzi pare proprio che salti fuori dalle mie incapacità. Al miracolo della vita che porto nella pancia non importa nulla che io sia in forma come Wonder Woman; accade nel mio corpo qualcosa di cui non sono padrona. La cosa più grandiosa, misteriosa e sorprendente di cui posso fare esperienza nella mia vita, non c’entra per niente con le mie doti. Ne sono testimone, ne sono tramite. Ne sono protagonista spettatore, e non regista.pink

All’ultima ecografia la dottoressa mi ha detto che il feto ha una malformazione ai reni e mi ha spiegato tutto in modo da non allarmarmi. Ha detto: «Dobbiamo solo aspettare e vedere». Io ho ascoltato e mi sono fidata. Ma la notte, al buio, quando tutte le paure montano in testa come lievito, il pensiero fisso va lì. Ma come? Io sono brava a mettere supposte di tachipirina ai figli malati, a portarli di corsa dal pediatra, a intravedere pericoli nei giochi che fanno; eppure, con questa creatura, che è la più piccola, devo solo aspettare. Non posso far nulla. Mi appoggio la mano sul pancione e la mia stessa pelle mi separa dal toccare la bimba, la mia stessa pelle è una barriera che dice: «Stai indietro, qui dentro accade qualcosa che non controlli tu». L’FBI ricaccia nell’angolo lo sceriffo. La progettazione si va a far benedire.

Ma è commovente che il mio fallimento porti frutto. La gravidanza m’insegna questo: c’è bisogno di te, ma nient’affatto della tua bravura, solo della tua presenza. Quanto sarebbe riduttivo pensare che il successo o l’insuccesso del venire al mondo di una vita dipenda dalla bravura della madre. Quanto è assurdo e sensato vedere che il successo di questa impresa procede a forza di notti passate a correre in bagno con lo stomaco sottosopra. Vedere che il mio corpo e la mia testa va in tilt, mentre nella pancia tutto cresce e si sviluppa non risentendo affatto dei miei limiti, è una bella botta di vita.

Me lo sarò detta mille volte, ma bisogna dirselo e ridirselo, provarlo e riprovarlo: solo l’umiltà costruisce. Anzi, a volte, solo con l’umiliazione si costruisce. E l’umiltà è sempre accompagnata da una strana gioia tenace, che la persona volitiva e orgogliosa non prova mai. Perché l’orgoglioso sta a pugni stretti, mentre l’umile sta a braccia spalancate. Quello che intuivo in modo confuso annotandomi quella frase sull’agenda è stata quasi una profezia, un’inconsapevole preghiera ascoltata ed esaudita.

Perciò è brutto fare un bilancio. A fine anno bisogna ringraziare, invece. Il giornale per cui lavoravo dedica il numero di fine anno al «Te deum», cioè a contributi in cui ognuno scrive un articolo per dire grazie dell’anno trascorso. Lo scrivevo anch’io, perché mi veniva chiesto: cioè … io spontaneamente dimenticherei il ringraziamento, ridurrei tutto a una misera constatazione di gioie e dolori. Per fortuna, qualcuno mi ha educato a buttare i bilanci e a tenere i ringraziamenti.

Quest’anno eccomi qui, a brindare con un normalissimo bicchier d’acqua che, ahimé, ha un saporaccio che mi dà i conati. Ed eccomi a ridere di me, conciata in modo pietoso, nel momento più bello della mia vita.

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Vivo nel terrore (o nello stupore?)

gargoyles-notre-dame-de-parisÈ brutto da dire, anzi orrendo, ma la logica impazzita e malefica del terrorismo sta mettendo l’uomo occidentale, addormentato e fiacco, di fronte a un dato di natura eclatante e volutamente dimenticato: noi non possiamo controllare la vita e la morte. Che sia ben chiaro: il terrorismo lo sta facendo in modo distorto, infame, diabolico (… aggiungete tutti gli aggettivi che volete). Non sto neanche lontanamente giustificando l’azione perversa di chi tratta la vita umana al pari di una insignificante briciola caduta a terra.

Ma è tipico di tutto ciò che è diabolico distorcere – o meglio capovolgere – una verità positiva. Il terrorismo di matrice islamica sta esattamente rovesciando un dato della realtà in uno strumento violento, ed è perciò un’azione tremenda. Nessuno si «merita» di morire mentre si sta divertendo a un concerto, o mentre cena con gli amici in una brasserie. Questo è il commento più frequente che si sente sui mezzi di comunicazione dopo i fatti di Parigi.

Io direi che manca un elemento indispensabile nel pensiero appena espresso: nessuno si merita che questo accada per mano d’uomo, per la deliberata volontà di male di un’altra creatura. Perché, in realtà, la Natura o il Destino agiscono da sempre come terroristi. In un giorno come tanti altri, una mamma rientra dal lavoro, viene travolta da un camion e muore. Non se lo merita, eppure accade. Un’altra giovane donna, senza preavviso, scopre che un male incurabile si è infilato nelle viscere del suo corpo e la dilania. Non se lo merita neppure lei, eppure accade. Ho citato due casi in cui mi sono imbattuta di recente, se ne potrebbero aggiungere mille altri.

La Natura e il Destino sono terroristi? Non credo, perché, per giudicarli onestamente, bisogna notare che la Natura e il Destino non sono imprevedibili solo nello spargere morte (come i terroristi), ma anche nello spargere vita. Una coppia di sposi, ormai rassegnata a non poter aver figli naturalmente, riceve – senza ricorrere a espedienti medici artificiali – il dono di un bambino, dopo ben più di dieci anni di attesa. Un uomo rimasto in stato vegetativo per cinque anni, si risveglia. Anche in questo caso, ho citato due esempi che ho incrociato negli ultimi mesi.

Il segreto della vita e della morte non è in mano umana. Mai. È sotto l’egemonia incontrollata e imprevedibile di una forza a cui si può dare qualsiasi nome, tranne che umano: Caso, Caos, Natura, Destino, Provvidenza. E questo dovrebbe generare nella creatura umana un sano sentimento di stupore vertiginoso. «Sano» non vuol dire «tranquillo e sereno», ma onestamente e anche drammaticamente spalancato verso l’ignoto misterioso di cui è intessuta la realtà.

Il terrorismo rovescia questo radicale – e indispensabile – sentimento umano nel gemello malefico: lo stupore degenera in terrore, cioè nell’ipotesi terrificante che la tua vita dipenda dalla volontà imprevedibile e distruttiva di un altro uomo.

Non voglio, però, sottrarmi alla provocazione con cui ho cominciato. E rincaro la dose. Il mondo occidentale non è all’altezza di fronteggiare la logica del terrorismo. Non è scandaloso dire che, per quanto un nemico possa essere esecrabile, si debba essere «all’altezza» di affrontarlo. Una debolezza subdola, travestita da «progresso buono», si è insinuata nel nostro modo di guardare le forze originarie che tengono in piedi il mondo. Ci siamo rintanati in un letargo rassicurante, ma falso.

Infatti, la cultura occidentale si sta allontanando da un’onesta visione umana in un modo che, nel breve e lungo termine, produrrà effetti ben più disastrosi del terrorismo. Si sta facendo di tutto per «illudere» l’uomo che la vita e la morte possano essere domate, circoscritte, gestite. Abbiamo ridotto la vita e la morte a dei «diritti». Niente di più falso.

Ormai è diventato pressoché normale «programmare» i figli. Quante volte sentiamo dire: «io e il mio compagno abbiamo deciso di avere un bambino», oppure «penseremo ad avere un bambino più avanti, dopo aver trovato una stabilità economica». Ormai una donna che non prende la pillola è difficile da trovare. Programmiamo la vita, come programmiamo una vacanza o l’appuntamento dal dentista. E se, quando abbiamo programmato un figlio, questo non si mostra nella forma desiderabile che ci aspettavamo, riteniamo giusto e pietoso sopprimerlo quando è ancora nel ventre.

Negli stessi giorni in cui Parigi piangeva centinaia di morti innocenti, in America centinaia donne facevano causa a una ditta farmaceutica che ha prodotto confezioni sbagliate di pillola anticoncezionale, facendole rimanere incinta. Ok. Tu compri un prodotto e ti aspetti un risultato; se il prodotto è fallato, è «tecnicamente» giusto fare causa alla ditta. Ma, nel caso specifico, ci rendiamo conto che l’ottica economica del prodotto ci riduce a considerare la vita che sboccia come un «effetto indesiderato»?

Queste donne americane hanno avuto una sorpresa, qualcosa che un tempo era considerato nella logica della natura. La vita s’infila nel tuo corpo senza preavviso e senza chiedere permesso. È il rovescio buono del terrorismo; non è un pacco bomba, ma un pacco regalo.

La stessa logica di controllo si sta diffondendo anche sulla morte. Dopo aver combattuto la sua battaglia contro il tumore, Emma Bonino ha dichiarato che si impegnerà a far approvare la legge sull’eutanasia. Quasi che la risposta alla brutalità del male possa essere lo scegliere come e quando morire …

img_4416-version-2Che timore ha l’uomo nell’abbandonarsi all’imprevedibilità della vita e della morte? Cosa perde se s’illude di poter controllare l’inizio e la fine del suo esserci?

La sua creaturalità. Ecco la risposta. L’effetto malvagio e distorto generato da ciò che si definisce «progresso buono» (la supposta capacità di controllare le nascite e di programmare le morti) è l’idea che sia una debolezza mostrarsi inermi di fronte al darsi della vita e della morte. L’uomo occidentale si crede una vittima se una nascita imprevista o una morte troppo sofferta lo colgono di sorpresa. Ed è un errore. L’uomo diventa fragile e perdente proprio quando s’illude di poter arginare e controllare cose così più grandi di lui come la nascita e la morte.

Abbiamo dimenticato che la nostra fragile creaturalità è il nostro punto di forza. E ci siamo addormentati nell’agio fasullo della pianificazione, diventando pavidi e deboli. Siamo schiavi dell’idea che la felicità e lo stare bene dipendano dal fatto che i nostri progetti si realizzino. Invece, tutti gli ideali umani più santi ed eterni nascono dal sentimento stupito di essere creature poste in una realtà che ci sovrasta in potenza. La nostra creaturalità fa di noi dei soldati (e non dei terroristi): un uomo consapevole di vivere in un recinto di eventi imprevedibili sa dare grandi prove di sé, proprio perché sente lo stupore vertiginoso di non poter controllare tutto. Solo così si fa chiarezza nella sua anima, e lui può mettersi a fare l’unica cosa grandiosa che è nelle sue mani: difendere la vita, custodire i suoi morti e chiedersi in tutta onestà e ragione chi o cosa tiene in piedi un mondo siffatto.

La coscienza della nostra creaturalità ci permetterebbe di coltivare l’unico antidoto alla logica del terrorismo: il senso vertiginoso e stupito del valore della vita, proprio perché si dà in modo imprevedibile e finisce in modo altrettanto inaspettato. Solo accorgendosi e accettando di essere parte del creato, e non padrone, un uomo torna vedere come stanno davvero le cose; e cioè sente che la sua vita mortale (unica e irripetibile) è il dono più grande che ha ricevuto. Oppure, è la prova (nel senso di «essere messo alla prova») più grande che lo attende. E ha dunque un valore incommensurabile.

Tutto ciò, dal punto di vista dei terroristi, si traduce nel gemello opposto e perverso: la vita mortale messa in mano alla volontà distruttiva di un altro uomo diventa un nulla. Si può schiacciare e calpestare, come fosse una briciola per terra.

Alla fine tutto si riduce a questo: vogliamo tremare di terrore o di stupore? Volenti o nolenti, siamo dentro una trama di eventi che surclassano alla grande la nostra capacità di controllo. E questo accade da sempre, è la regola del mondo. Siamo tutti seduti in un caffè all’aperto, ci gustiamo la bellezza terribile del mondo in uno spazio nonA-typical-Paris-cafe-terr-001 protetto da fragili pareti. Siamo nudi e allo scoperto. Siamo sul marciapiedi dell’imprevedibile ogni sacrosanto giorno. Dimenticarlo, illudendoci di costruire un nostro recinto di controllo non ci salverà, ci farà spegnere lentamente come sotto anestesia. I nostri nemici sono abili manipolatori del terrore. E noi? Con cosa li fronteggeremo? Armi? Ideologie? Buonismi?

Non so. Però, io credo che solo un uomo che trema di stupore per la propria strana-assurda-incomprensibile vita abbia l’arma giusta per affrontare e smascherare la logica malvagia e sterile dell’uomo che vorrebbe farlo solo tremare di terrore.

Dio scrive dritto sulle righe storte

locandinaHo visto un film, e mi è piaciuto. Ecco l’unico motivo di questa recensione/riflessione. È un film del 2010. Ecco che emerge fin da subito che non sono una cinefila, tanto meno una cinefila puntuale e sul pezzo.

S’intitola I baci mai dati, regia di Roberta Torre (nota principalmente per il film Tano da morire). Scopro che la critica italiana gli ha riservato un’accoglienza tiepida, non me ne stupisco. Scopro che Robert Redford l’ha voluto al Sundance Festival, ci ha visto giusto. Scopro che ha vinto il premio Brian a Venezia, ma con una motivazione – a mio avviso – sballata (cioè 1: meglio non l’avessero premiato e però avessero capito ciò di cui realmente parla; cioè 2: pur di negare un contenuto che parla della bellezza di un miracolo ci si inventa di premiare una fantomatica derisione dei Vangeli).

Una storia come si deve, ecco quel che ho visto io. Con un finale come si deve, sorprendente e buono.

La protagonista è una giovane quattordicenne di nome Manuela che vive nel quartiere di Librino, periferia di Catania. La sua famiglia è allo sbando: padre assente che litiga con una moglie decisamente stupida e decisamente zoccola, una sorella altrettanto «facile» e già a suo agio nel mondo della droga. Tra questi alti e miseri casermoni di cemento c’è una piazza con una grande statua della Madonna, a cui una notte viene rotta la testa e portata via. A questo punto, la maggior parte delle recensioni dice: «Manuela si inventa di saper far miracoli e di aver parlato con la Madonna, che le avrebbe detto dove sta la testa della statua». Falso. La regia ci mostra un sonno/sogno turbato di Manuela in cui lei assiste al furto della testa della Madonna. L’indomani lei semplicemente racconta alla famiglia quel che ha sognato e la madre decide di portarla dal parroco: verificando il contenuto di quel sogno, la testa della statua della Madonna viene effettivamente ritrovata.I_baci_mai_dati_3

Manuela non dice nulla, Manuela non vuole nulla. Ma chi le sta accanto, a quel punto, fa tutto al posto suo: lei diventa una veggente, capace di far miracoli. La madre trasforma la casa in un ufficio per ricevere «clienti bisognosi di miracoli», il parroco si limita a far vestire la ragazza in modo castigato quando riceve questi clienti. Intanto nessuno bada a Manuela, che se ne sta zitta per tutto il giorno – tra santini di se stessa e candele – ad ascoltare gente che la implora di vincere al totocalcio, di entrare al Grande Fratello, di far smettere il marito di giocare d’azzardo, ecc. . Intanto la madre intasca i soldi delle offerte spontanee di questi religiosi creduloni, e diventa l’amante di un onorevole venuto a vedere lo strano caso della ragazza miracolosa. Intanto il padre di Manuela non si vede più. Intanto la sorella di Manuela va avanti a drogarsi. E una famiglia va in frantumi.

Il vescovo, andato in visita alla parrocchia di Manuela per accertarsi dei fatti, si raccomanda col prete di mostrare prudenza di fronte a questi eventi strani e cita una frase di Jacques Bousset, la butta lì quasi per dire che tutto è complicato: «Dio scrive dritto sulle righe storte». Ma questo è il senso – tutt’altro che complicato – del film, che si compie in un finale sorprendente. L’unica «cliente» a cui Manuela parla nel corso della sua pseudo-attività da veggente è una ragazza cieca, andata lì solo perché costretta dalla madre. Lei non si aspetta nulla, Manuela le dice che non sa far nulla e allora diventano amiche.

Poi la gente, come una banderuola al vento, fa in fretta a passare dalla devozione all’invidia. Nessun miracolo accade. 10Una parrucchiera-fattucchiera, che ha perso clienti a causa di questa storia, mette una pulce nelle orecchie delle popolane credulone: «Ma vuoi davvero che la Madonna parli alla figlia di una mignotta?». E la gente smette di andare da Manuela, e torna a farsi fare i tarocchi.

E bum! … quando tutto è andato a catafascio, quando tutto sta per tornare nella semplice e triste normalità, un miracolo legato a Manuela accade davvero. E sul silenzio commosso, attonito e inerte di tutti, ecco i titoli di coda.

Ora, i beneamati critici del premio Brian negano che il film parli di un miracolo vero e proprio. Ma tant’è. La trama parla e mette in scena un miracolo che, nel finale, avvolge tutti nell’abbraccio di un mistero buono. Non so bene cosa ci sia nei miracoli che infastidisce tanto i suddetti critici, ma vorrei far notare loro che c’è un altro miracolo ancora più eclatante nel film, e nient’affatto soprannaturale. Nella scena prima del vero miracolo finale, c’è una madre – che per gran parte del film è stata egoista, mignotta, vanitosa – che si prende la briga di inseguire una figlia in fuga per poterla abbracciare per la prima volta in vita sua. Una madre che diventa madre dopo una vita di cazzate. E bacia la figlia e le promette di prepararle il pranzo più buono che esista. Vogliamo parlare di questo miracolo? … parliamone. È qualcosa che non si vede, che passa in sordina, perché un attimo dopo deflagra la luce del miracolo vero e proprio.

«Perché vedendo non vedano» – dice Gesù nel Vangelo, a proposito delle sue parabole. E se fosse vero anche per i suoi miracoli? Cioè: se ci fosse qualcosa di clamoroso e non visto anche dietro i miracoli che fece? E se il clamore dei suoi miracoli fosse servito anche per cambiare qualcosa dietro le quinte di quelle scene, in cui i muti parlano e i ciechi recuperano la vista? Insomma, noi ci fermiamo al dato eclatante: un giorno il Signore salvò un indemoniato, un altro giorno ridiede la vista a un cieco, un altro ancora resuscitò Lazzaro. E fermiamo lo sguardo sull’indemoniato, sul cieco e su Lazzaro, concentriamo la vista su di loro a cui è accaduto un miracolo. Ed è giusto. Ma se, oltre al prodigio in primo piano, visibile a tutti, ci fosse un mosaico di miracoli ben più portentosi, piccoli e invisibili attorno? Chissà se tra la folla di gente, che assistette a quei miracoli, ci furono un uomini sconosciuti che cambiarono vita da quel giorno, magari un giovane ladro che smise di rubare, o un’anima disperata che smise di pensare al suicidio. Non so, ma non mi stupirebbe scoprire che il Cielo ha messo a soqquadro un’intera città, pur di scovare e abbracciare un piccolo cuore nascosto tra la folla. Non mi stupirebbe, insomma, sapere che Gesù guarì l’indemoniato non solo per salvare la sua anima, ma anche per «colpire» qualcuno nella folla che, magari inconsapevolmente, era lì e aveva bisogno di risposte per la propria vita. Chissà, può essere.

Questo mi ha fatto pensare ai miracoli evangelici con un occhio diverso. «Ma vuoi davvero che la Madonna parli alla figlia di una mignotta?». Sì, può essere. E guarda un po’ che casino combina la gente da un fatto del genere. Lo tramuta in superstizione, lo svilisce a mercato. Eppure non è questo che mi stupisce; mi meraviglia piuttosto che la Madonna possa aver generato tutto questo putiferio per fare il miracolo invisibile di ridestare in una donna il suo compito di madre.

«Dio scrive dritto tra le righe storte», ecco. Comunque si interpreti questa frase, ne salta fuori qualcosa di interessante. Dio va dritto al punto, nonostante tutto. Dio scrive dritto, usando persone storte. Dio scrive dritto, nonostante le persone che si sentono allineate a Lui distorcano il suo messaggio. Soprattutto Dio non teme di scovare un cuore sincero anche a costo di tirar fuori chili e chili di mercificazione e superstizione.

Nonostante tutto, il Cielo crede nel cuore buono dell’uomo e sa la strada giusta per arrivarci. Dio sa che siamo storti, non gli importa. Lui arriva dritto. E come arrivare al cuore inaridito di una madre, che non fa più la madre? Magari rimettendo al centro della scena quella sua figlia 14enne trascurata da tutti, a cui improvvisamente la vera Madre, la Madonna, parla.I-baci-mai-dati-Carla-Marchese-Foto-dal-film-07_mid

C’è poi un dettaglio prezioso, che non ho visto citato in nessuna recensione. La ragazza protagonista si chiama Manuela (che, come Emanuele, significa «Dio con noi»). Sua madre le ha dato un nome pieno della speranza di una compagnia, un nome che vince la solitudine, eppure nella loro vita non c’è altro che rancore reciproco e isolamento reciproco. Curioso, no? E allora occorre un gran putiferio e pure un miracolo, perché lei capisca che nome hanno le cose e le persone che ha tra le mani.

I baci mai dati, appunto. Quelli di cui Manuela riempie i suoi disegni, ma che non ha mai avuto da mamma e papà. Quelli di cui la mamma la riempie, dopo aver temuto di perderla per sempre.

 

 

 

 

Dimmi tutta la verità, cioè raccontami delle favole

 

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Foto di Steve Corey

«Le favole non insegnano ai bambini che esistono i draghi, le favole insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti», questo è uno degli aforismi più famosi e citati di G. K. Chesterton. Un aforisma un po’ meno noto, sempre sulle favole e sempre di GKC, me lo ha fatto conoscere la mia amica Maria Grazia, che mi ha procurato lo scritto introduttivo di Chesterton alle fiabe di Esopo. Si tratta di poche paginette “fulminanti”, cioè che scuotono e illuminano, in cui a un certo punto si legge: «Non ci possono essere favole buone con esseri umani nella trama; non ci possono essere bei racconti fantastici senza di essi».

La comprensione tecnica della frase prevede la conoscenza della differenza tra l’inglese “fable” (fiaba che educa portando sulla scena animali, tipo La volpe e l’uva) e “fairy tale” (racconto immaginario in cui compaiono fate, folletti, mostri). La comprensione umana della frase prevede un lungo viaggio, in cui ora tento di inoltrarmi …

Un po’ di tempo fa, da qualche parte (forse proprio su questo blog), ho dichiarato la mia profonda afflizione per l’incapacità di trovare un vero e solido lieto fine nelle storie del nostro tempo, che siano romanzi o film. Siamo bravissimi nel tragico, eccellenti nell’incomprensibile, deludenti nel «e vissero tutti felici e contenti». Citavo come esempio il finale del film Michael Clayton, in cui un malinconico George Clooney chiede a un tassista di portarlo in giro a caso per una corsa di venticinque dollari. E lo fa proprio dopo aver concluso un’azione eroica; e lo fa pur avendo un figlio da cui andare, con il quale ha molte cose in sospeso, un rapporto vivo da portare avanti.

«Dove la porto?» chiede il tassista.

«Fin dove mi portano questi 25 dollari, guidi e basta» risponde il protagonista.

Ecco, le grandi storie di un tempo cominciavano dalla selva, da un uomo smarrito. Quelle di oggi, anche se portano in scena un’azione positiva, finiscono con un uomo che non brama altro che perdersi a caso nella selva del traffico di una grande città. Questo mi lascia l’amaro in bocca. Ma, mi rendo conto, il tema del lieto fine va approfondito oltre quest’osservazione. Intendo farlo attraverso un libro e un film in cui mi sono imbattuta di recente.

PatrickNess2Ho letto Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, proprio perché in una recensione si parlava del fatto che le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti.  Il titolo inglese originale è, in effetti, A monster calls e la copertina italiana sintetizza benissimo la trama, senza svelare nulla: c’è un bambino, delle tombe, una città distante e un grande albero che sovrasta il tutto. Il mostro è proprio l’albero, che comincia a far visita e a parlare al piccolo Conor presentandosi da lui sette minuti dopo la mezzanotte. È un romanzo che si legge d’un fiato e lascia senza respiro. Bellissimo e tremendo, di quelli che consigli sapendo che farai stringere il cuore e piangere a dirotto chi seguirà il consiglio.

Perché a tema c’è la malattia, e l’ineluttabilità a cui essa costringe un bambino. Il mostro-albero aiuta il giovane Conor raccontandogli delle favole, tutt’altro che concilianti; è un mostro, non è una fata. Non è cattivo, però, è forte come un albero millenario che conosce le viscere della terra. E il mostro lascerà come insegnamento finale al ragazzo questa verità: “La vita non si scrive con le parole. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa”. Il lieto fine, in questa storia, sale a un livello di senso più arduo e interessante; qualcuno obietterà che si possa persino definire un lieto fine … ma per me lo è. A volte, anzi spesso, anzi sempre, dire «e vissero tutti felici e contenti» esclude buona parte della verità; prima di tutto il fatto che oltre a vivere, si muore. Può un lieto fine aver a che fare con la morte? Sì.

Il mostro-albero lo insegna, dicendo che non conta il pensiero, ma la traccia concreta di te che lasci al mondo. La morte non può cancellare la presenza viva di un uomo sulla terra; il grande passo che Conor deve fare è proprio questo, stando accanto a una madre malata: rendersi conto che la cattiveria di certi pensieri è meno importante di ciò possiamo concretamente fare. La realtà vince sull’astrazione. E la verità dentro la realtà vince sulle bugie che ci passano per la testa.

Lieto fine, in questo caso, non significa zuccherosa gioia, ma ardimentosa coscienza del bene (dentro le ombre selvatiche della vita). Non aggiungo altro alla lacerante bellezza di questo libro, ma consiglio questa recensione, in cui ho trovato molte corrispondenze con il mio stato d’animo.

Sì fa, invece, molta fatica a trovare una recensione positiva del film Disney Into the Woods, anche se a me, per andarlo a vedere, è bastato sapere che Johnny Depp interpretava il Lupo diinto-the-woods1-768x1024 Cappuccetto Rosso. «Stai attento a ciò che desideri», recita il sottotitolo ed è questo problema molto contemporaneo del desiderio, o meglio della “dittatura del desiderio”, che il film affronta in modo convincente. Si parte dalla gente comune, che è quel che fece Dante parlando di nostra vita, e dalle difficoltà: un fornaio e sua moglie non possono avere figli. Una strega (la meravigliosa Meryl Streep!) dice loro che potranno averne uno, se porteranno a termine una prova dentro il bosco. E loro vanno.

Tutto comincia dalla selva. Tutto ciò che vale la pena di vivere conosce la prova, l’essere messi alla prova del buio, dell’ombra, dello smarrimento dentro un bosco. Ma un bosco è sempre un luogo di incontri e scontri, ce lo insegna magistralmente Ariosto nell’Orlando furioso: la selva è il posto della ricerca, ed è anche il labirinto dove la ricerca si svia, si perde; la selva è il luogo dell’imprevisto buono o cattivo. La selva, in una parola, è il posto dell’avventura (di ciò che ad-viene, ti viene incontro …nel bene o nel male). Nella selva si erra, cioè si gira, ma si sbaglia anche.

Dentro il bosco, il fornaio e sua moglie incontrano i personaggi delle favole più famose: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack (quello dei fagioli magici). Perché le favole «ci vengono incontro» nel momento del bisogno; in esse sono contenute, sotto forma simbolica, le verità eterne di cui ogni uomo ha bisogno per affrontare la vita (NB: Virgilio, ovvero i racconti epici da lui narrati, va incontro a Dante nella selva!). Chesterton diceva che Cenerentola ricordava all’uomo che «gli umili verranno esaltati». Quanto a Cappuccetto Rosso anche lei ha qualcosa da dire alla nostra ingordigia; lei che entrando nel bosco divora allegramente i dolcetti, che erano per la nonna, e poi diventerà una bambina molto più accorta, dopo aver trascorso attimi tremendi nella pancia del lupo, divorata a sua volta.

Nel film, insomma, è chiaro che le favole c’entrano con la vita molto più di certi discorsi realistici dei benpensanti. E, a un certo punto, tutto sembra compiuto, arriva il perfetto lieto fine, in cui tutti hanno ciò che desideravano. È stato il momento in cui al cinema ho gongolato, perché finalmente avevo di fronte a me il vissero tutti felici e contenti. Poi è arrivato lo schiaffo, perché il film non si conclude così … tutto crolla … e io ho cominciato a sentirmi a disagio, temevo che il messaggio volesse di nuovo andare a parare sulla malinconia dell’uomo moderno. Invece no. Attento a cosa desideri, recita il sottotitolo.

Nella storia subentrano morti, un adulterio, il fraintendimento, la rabbia di un gigante che provoca un terremoto devastante. Eppure tutti i superstiti, si trovano infine attorno a un bimbo appena nato, a raccontarsi una favola. Quel bimbo, fortemente desiderato, avrà solo uno dei suoi genitori accanto a sé. A questo punto, nella mia testa, è entrato in gioco il discorso di Chesterton da cui ho cominciato questa lunga peripezia. Il desiderio è una cosa buona, ma l’uomo non è sempre una creatura buona. Il desiderio contiene un bisogno buono, che può tramutarsi in egoismo per essere realizzato. Noi non abbiamo solo dei desideri, sappiamo già come devono realizzarsi. Non esprimiamo un auspicio, vogliamo assolutamente che si realizzi in un certo modo. E se le multiformi variabile del reale cambiano? Sappiamo difendere il vero, il giusto, il buono oltre il nostro egoismo e la crudeltà della vita?

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Foto di Lord Marmelade

Ecco, è questo che emerge da questa pellicola: lì dove c’è un uomo c’è un desiderio, ma lì dove ci sono gli uomini c’è anche il male. Il lieto fine non è dunque lo scorrere liscio e placido delle cose, la realizzazione perfetta del mio desiderio come-lo-voglio-io; il lieto fine diventa la capacità di sostenere le prove che la vita ti impone, esaudendo un desiderio e dandoti al contempo altro dolore indesiderato. Sai stare di fronte al bene, senza sottrarti alla prova del male? Un uomo che accoglie questo invito e risponde sì, vive felice e contento (col cuore ferito, con l’anima spalancata).

Torno da dove sono partita, dalla frase di Chesterton sulle favole di Esopo: raccontare la verità attraverso le figure animali significa dipingere davanti all’uomo le semplici colonne portanti del vivere, immutabili e fisse immagini, come la furbizia, il coraggio, la lealtà, la pavidità.  L’uomo ha bisogno di questi racconti; ha bisogno di vedere che le verità fondamentali che sostengono il mondo non sono fluttuanti o incerte; ha bisogno che abbiano un volto. Ma l’uomo ha anche bisogno di «vedere» che la vita è una prova e non un copione fisso; per questo esistono favole o racconti fantastici di cui sono protagonisti esseri umani o simil-umani (folletti, giganti, ecc). In questi racconti va in scena un’altra verità: il viaggio vertiginosamente arduo di una creatura libera verso la sua felicità.  Ma lascio la parola a GKC:

«Non possiamo insegnare le verità più semplici senza trasformare gli uomini in scacchi. Non possiamo parlare delle cose più semplici senza usare gli animali, che nella realtà non parlano affatto. Il lupo sarà sempre vorace e la volpe furba. Ma ogni volta che si dà a un’idea un paio di gambe, anziché delle piume, non si può che ricorrere agli uomini, alle loro imprese eroiche e anti-eroiche».

Insomma, possiamo imparare l’alfabeto dell’umanità decorando ogni lettera con le forme di un animale, G come gatto e C come cane. Forte come il leone, puro come l’agnello. Quando, però entra in gioco l’uomo, la semplicità s’incasina alla grande. Lui diventa protagonista di storie assai più complesse, ma sensate. Perché tutte le grandi fiabe in cui sono presenti gli uomini (principi e sguattere, bambini e giganti) hanno in comune un punto di arrivo, solido e innegabile. Non un girovagare insensato senza meta.

Per questo le favole non sono uno svago; non vagano e non sono vaghe; non girano attorno alla verità, ci conducono – per mano – dritti verso il vero. Anche, e soprattutto, quando ci dicono che la felicità affonda le radici nella prova dolorosa.

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La scelta di Darby. Opportunità, non imposizioni (l’uomo è un cavaliere libero)

Stanca del ciarpame che mettono in circolazione i nostri quotidiani e giornali più blasonati, mi sto costruendo network per recuperare informazioni, fatti, eventi . Tra gli altri, mi sono messa a seguire il blog The Oregon Optimist.

Ci trovo notizie positive. Quelle che non sentiamo mai nei Tg. Ma ci sono. Perché, grazie al cielo, il mondo è un posto in cui il bene germoglia. E tendenzialmente resiste e perdura più della violenza e del male, che si esauriscono una volta esplosi.

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Foto di Elizabeth Haslam

Mi sono così imbattuta nella storia di Darby, che a sedici anni è rimasta incinta e ha deciso di non ricorrere all’aborto, grazie a una frase detta dal ginecologo che l’ha visitata. Non voglio fare di questa storia una pura e semplice propaganda anti-aborto, ma se possibile qualcosa di più generale.

Ebbene, ecco la storia della giovane Darby che va a farsi visitare. Ha il dubbio di essere incinta e ha anche il dubbio di cosa fare nel caso di un’eventuale gravidanza. Il ginecologo che la visita le conferma la gravidanza. E a quel punto, vedendo la reazione emotiva della giovane, le dice una cosa che per lei diventerà decisiva: “Ho visto tante donne pentirsi di un aborto, ma non ho mai incontrato una ragazza madre pentita di aver avuto un figlio”.

Darby racconta che quella frase le ha cambiato la vita, a quel punto le è stato chiara la strada da percorrere. E ha avuto il suo bambino.

In che modo stiamo accanto a chi deve affrontare eventi o scelte decisive, capitali, difficilissime?

Spesso la modalità “ora ti dico io cosa è giusto” (con relativo indice alzato) si innesca istantaneamente. Ed è corretto proporre in  modo onesto alle persone le nostre convinzioni. Io credo, infatti, che sia una balla mostruosa dire: “Per rispettare la tua libertà, mi astengo dal dirti qual è la mia opinione”. Non è rispetto della libertà, è fregarsene e non avere il coraggio di esporsi.

Eppure è decisivo rispettare la libertà altrui; e il modo più corretto di rispettarla è metterla in moto. Come? Non ho la ricetta universale, ho un’ipotesi che mi ha insegnato il signor Chesterton e che ha riempito di ginnastica la mia vita.

Partiamo da questa premessa. La libertà non è un modo per avere la strada spianata. Spesso, oggi, si crede di essere liberi quando si hanno sufficienti diritti per fare le cose che vogliamo, per fare e disfare in base all’istinto di ogni momento. Voglio essere libero/a di innamorarmi e di non sposarmi; voglio essere libero/a di sposarmi e poi divorziare; voglio essere libero/a di avere figli senza avere un/a compagno/a, ecc ecc. Se questa è libertà, assomiglia molto a una sottospecie di dittatura dell’istinto: come se ogni nostro momentaneo desiderio dovesse subito e per forza realizzarsi, se no non sono felice.

La libertà è qualcosa di più ricco e impegnativo. Che soddisfa pienamente l’uomo, offrendogli delle sfide da accettare. Offrendogli l’opportunità di combattere per ciò che ama. Chesterton dice che l’uomo è come il cavaliere della fiaba; deve raggiungere un castello lontano, passando attraverso un bosco, dove lo attendono prove e avventure. Questa è la trama fatta su misura per il nostro cuore. La nostra natura non è fatta per godersi la soddisfazione di ottenere ogni cosa che ci passa per la testa, ma è fatta per godere della libera scelta di poter dar prova di difendere e conquistare ciò che davvero ama.

Un'immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Un’immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Siamo fatti per le avventure impegnative che ci portano verso il castello. Non appena ci viene proposta una prova che possa svelare il nostro valore, noi ci sentiamo finalmente “vivi”, pronti a dare tutto noi stessi in nome di qualcosa che vale la pena salvare, conquistare, custodire. Perché intuiamo che un bene grande per noi è in gioco in un’impresa di valore . La bugia moderna dice, invece, che il cavaliere è più libero se si dimentica del castello lontano e comincia a divertirsi nel bosco, dove gli DEVONO essere date tutte le cose che vuole: un rifugio su un albero, cacciagione fresca, solitudine, agio e relax. Un cavaliere che si riduce così è indolente, ma soprattutto non è felice.

La storia di Darby testimonia che se a una persona è data l’opportunità di risvegliare la propria libertà, allora si sentirà di nuovo come il cavaliere della fiaba. Non abbiamo bisogno di persone che ESEGUANO la cosa giusta, ma che vogliano essere libere di dare tutto se stesse per qualcosa che riconoscono giusto. La risposta del ginecologo è perciò esemplare: non ha dato alla ragazza una risposta moralisticamente impacchettata, ha messo di fronte a lei un dato della sua esperienza, in modo che sembrasse una sfida. Non una provocazione, ma una sfida. A quel punto Darby aveva davanti a sé non una casella da barrare (gravidanza sì, gravidanza no), ma un percorso libero di cui essere protagonista: che nessuna ragazza madre si fosse pentita di aver avuto un figlio non era certo un dato neutro. Non dipingeva ai suoi occhi un orizzonte facile, sereno e in discesa, eppure lasciava trapelare un’avventura corrispondente al suo cuore. Un’opportunità. Come quella del cavaliere che sceglie di inoltrarsi nel bosco, perché si sente pienamente libero di affrontare tutte le prove necessarie per raggiungere il castello.

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Foto di Michal Kulesza

Nel mio piccolo, ma molto piccolo, è capitato anche a me qualcosa di simile, che conferma ciò che Chesterton mi ha fatto intuire; ovvero che l’uomo, messo di fronte a un’avventura impegnativa, ha voglia in piena libertà di dar prova del suo valore.

Io sono rimasta incinta proprio a metà del dottorato e, per quanto non avessi nessun dubbio sulla mia gravidanza, un certo pessimismo aleggiava nella mia testa. Sapevo bene che avere un figlio sarebbe stato incompatibile con il percorso universitario che avevo di fronte; per ottenere qualcosa nel futuro (una borsa di studio per la ricerca, un posto come docente) i professori  esigevano una disponibilità illimitata di spazio e tempo; era ovviamente una legge non scritta, ma vera quanto invisibile. Io ero fatta istantaneamente fuori. I miei compagni di dottorato, saputo che io aspettavo un bambino, mi venivano incontro dicendomi: «Mi dispiace». Lo giuro. Ma era il sentimento onesto di chi aveva messo in conto che la carriera richiedeva un netto sacrificio rispetto agli affetti.

Io non condividevo questa linea, tanto che mi ero sposata mentre studiavo, eppure quando si trattò di trovarsi di fronte al fatto che non avrei avuto un futuro in università, perché sarei diventata madre, ecco … i pensieri si annebbiarono. Fu decisivo mio marito che risistemò il mio orizzonte mentale con una frase tutt’altro che consolatoria, bensì provocatoria. Da ingegnere, mi richiamò alle fredde ma vere leggi matematiche e mi disse: “In aritmetica un positivo + un positivo non dà mai risultato negativo”. Vero. Io studiavo ciò che mi piaceva (positivo) e stavo portando nel grembo un figlio (positivo); spettava a me verificare che queste due cose insieme non potevano dare frutto negativo.

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Appunti miei … scarabocchi dei figli

È l’avventura in cui sono impegnata a vivere da allora. Ho lasciato l’università, e questo non ha significato smettere di scrivere e studiare ciò che mi piace. Non è una strada facile. Ora scrivo ascoltando un figlio di 8 anni che ripete la lezione sui Sumeri e con un altro di 4 sulle ginocchia che pigia a caso i tasti del mio computer. E dicono che scrivere dovrebbe essere un mestiere di solitudine e concentrazione. Può essere. Nella mia fiaba non è così. Sto cavalcando verso il castello e tante volte esco ferita dagli scontri coi goblin o coi draghi, ma questo mi aiuta meglio a capire perché sto qui a combattere.

Un vento senza nome. Quello di Irene, di Mary, di Innocent, di Pickwick … e di Dio

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 Il vento oggi ha portato con sé un racconto…

Con un incipit così, la canzone portata a Sanremo da Irene Grandi mi ha conquistata da subito. Poi ho capito meglio perché, grazie a @paga_1993 che non conosco di persona, ma che mi ha illuminato con questo tweet:Mary&Irene

Non ti sei fermata, sei stata di parola…

ed una mattina sei uscita, con il vento sei volata…

Sembrano proprio parole perfette per Mary Poppins. Ma non è per dire che Irene Grandi ha copiato, tutt’altro. Nel mondo erudito della letteratura questi richiami si definiscono riferimenti intertestuali. Io preferisco chiamarli rapporti di parentela. Mary-Poppins-mv01Certe immagini ci parlano, da sempre. E da sempre catturano la nostra attenzione. Dal tempo lontanissimo in cui l’uomo primitivo alzò per la prima volta gli occhi al cielo. Riconosciamo dietro certi immagini altrettanti eco.

Qualcuno ha scritto un messaggio per noi nell’universo, e noi abbiamo uno strumento intimo per comprendere quel messaggio. Dietro certe immagini sentiamo un sussurro.

Il vento è una di queste immagini eterne che parlano, che ci parlano. Nell’antichità era un Dio, Eolo. Oggi una cantautrice, per parlare di irrequietezza e coraggio, tira fuori il vento e scrive una bellissima ballata per Sanremo.

Non lo dico per mescolare sacro e profano, lo dico per riconoscere che ci sono delle eterne fonti di ispirazioni per l’uomo (sia esso un profeta o un menestrello).

In questo caso particolare, ispirazione è parola quanto mai azzeccata. Il vento, infatti, spira da sempre.

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Pentecoste – di Andrew Wyeth

Il vento è un’immagine che porta con sé l’idea che non tutto è già dentro la nostra vita, ma che qualcosa di più grande pervade l’aria. È l’idea che una novità vivace venga a visitarci, e a cambiarci.

Chiamare in causa Mary Poppins significa per me innescare un flusso di coscienza difficile da ordinare in un discorso logico e coerente. Provo a metterlo giù come viene e rinvio a un post successivo un altro bellissimo percorso che va da «questo vento agita anche me» della Bertè a «cercando di raggiungere chi, al vento avrebbe detto sì» di Battisti, per passare poi a Blowing in the wind di Bob Dylan fino all’Ode al vento dell’Ovest di Percy B. Shelley e Al di là del vento del Nord di George Macdonald. Ecco che comincio già a prendere la tangente. Stop.

Per questa volta solo gentildonne, gentiluomini, ombrelli e cappelli.

windyTutti abbiamo amato Mary Poppins. Più che una persona, lei è un angelo: la nostra anima viene talvolta visitata da pensieri provvidenziali che non si sa da dove arrivino. E come arrivano, poi se ne vanno. Te ne stai immerso nel tuo monotono o persino triste tran tran e poi… non sai bene come…ecco, nella tua testa si spalanca un’intuizione che ti permette di vedere le cose in modo diverso. Non sai dire da dove arrivi, è proprio come una folata improvvisa che mette sotto sopra lo status quo delle cose. Magari, senza accorgertene, il tuo sguardo ha fissato un oggetto o una scena che ha ridestato in te una memoria profonda, dimenticata, inconscia; e questa memoria ha subito messo all’opera la parte creativa del cervello. Ha tirato fuori delle risorse sommerse che non sapevi di avere. Proprio come quando si pulisce a fondo una stanza, e salta fuori quel calzino che cercavi da secoli.

La realtà ci stimola oltre e più a fondo di quel che noi percepiamo. Ecco ciò a cui noi diamo il nome di idea, o ispirazione. Qualcosa soffia dentro e sotto l’apparenza delle cose, e ci spinge, ci stimola. Spira da chissà dove e poi va via.

Mary Poppins è la voce della meraviglia, che entra in casa nostra per fare le pulizie di primavera; si mette a parlare al nostro io lo ridesta all’entusiasmo per la realtà. E quello strepitoso film che è Saving Mr Banks ci ha detto una volta per tutte che Mary Poppins viene per salvare i genitori, non i bambini.

Mary Poppins non è sola; ha una famiglia numerosa. Io penso di conoscere suo padre, ovvero un romanzo uscito vent’anni prima del capolavoro di Pamela L. Travers. Mi riferisco a Uomovivo di G. K. Chesterton che io stessa ho tradotto, letteralmente perdendomi nel flusso delle prime dieci pagine, completamente occupate dal soffio impetuoso di un vento buono che scombussola Londra:

S’alzò a occidente un vento maestoso, come un’onda d’irragionevole felicità, e si lanciò verso oriente sull’Inghilterra, portandosi dietro la gelida fragranza delle foreste e il freddo inebriante del mare. Giunse in milioni di covi e angoli a rinfrescare un uomo come un boccale pieno e lo sorprese come uno scoppio. […] Ma ovunque quel vento sprigionò un fuoco dentro vite sfuocate, propagando per il mondo lo squillo di tromba della crisi. […] C’era in quel soffio qualcosa di persino più intenso e imperioso dell’antico vento del proverbio, perché questo era il vento buono che non ferisce nessuno.

Non  solo non ferisce nessuno, ma anzi quel vento guarisce in molti. Trasportata da questa impetuosa corrente, appare una figura ornata di cappello e ombrello proprio come Mary Poppins, ma è un gentiluomo in verde: Innocent Smith.

La straordinaria limpidezza che il vento aveva portato in quel cielo nuvoloso divenne ancora più limpida e splendente; la volta celeste sembrava spalancarsi di stanza in stanza fino al paradiso. Si aveva l’impressione che sarebbe infine comparso qualcosa di più lucente della luce. […]. Ed ecco un nuovo sussulto dell’aria li sbilanciò quasi completamente e piegò fino a spezzarli gli alberi scuri del giardino. E più in là si poteva scorgere ogni sorta di strano oggetto volare in quel cielo spazzato dal vento: pagliuzze, rametti, stracci, fogli e, ancora più in lontananza, un cappello in fuga. Sfuggì alla vista, ma non definitivamente; dopo un paio di minuti lo videro ricomparire e da vicino si mostrò ancora più grande: era un panama bianco che si librava nel cielo come un pallone, sobbalzò per un istante qua e là come un aquilone strattonato e venne poi a posarsi al centro del loro prato, tremolante come una foglia caduta. E poi un altro oggetto spuntò sopra il muro del loro giardino, quasi volando dietro al panama in fuga. Si trattava di un grande ombrello verde

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Una scena dallo spettacolo Manalive, realizzato da Compagnia bella

Il proprietario di questi indumenti è un uomo straordinario che porterà scompiglio e gioia in una casa inglese, abitata da cinque personaggi tristi e annoiati. Una volta che essi avranno recuperato la gioia e la meraviglia di vivere, Innocent sparirà nel vento senza dare nell’occhio, per non tornare più – proprio come Mary Poppins.

Sia Innocent che Mary sono presenze che scompigliano tutto per sistemare per bene le cose. Fanno le pulizie di primavera. È sempre necessario uno scossone per vederci di nuovo chiaro. Come accade al cielo dopo una tempesta, che ritorna più limpido di prima. È anche un atto di profonda umiltà quello che comporta il vento, perché non c’è niente di così imbarazzante come una persona sballottata da un soffio impetuoso.

A questo punto, infatti, vorrei dire che conosco anche il nonno di Mary Poppins, cioè il papà dell’Uomovivo di Chesterton. GKC era un grande amante di Dickens, lo conosceva e citava a memoria. E Dickens ci lasciò una meravigliosa descrizione di un uomo che insegue il suo cappello nel vento: il signor Samuel Pickwick. Evidentemente, Chesterton aveva in mente questa scena quando scrisse del suo Innocent. Tutti questi si chiamano – lo ripeto – riferimenti intertestuali, ma io uso l’immagine della parentela (papà, nonni) perché un libro ti nutre di suggestioni e immagini; se tu le riusi dando ad esse una voce nuova, non stai copiando ma stai rinnovandole … proprio come noi rinnoviamo sul nostro volto i segni genetici di papà e mamma.

Ma torniamo alla penna formidabile di Dickens, intenta a raccontare del signor Pickwick che ha perso nel vento il cappello:

Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nel quale sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova a inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del recuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso né precipitarvisi sopra; né d’altra parte si deve cadere nell’estremo contrario e rischiare di perderlo addirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all’oggetto che si ha di mira, di essere vigile e cauto, avanzarlo di qualche passo, e poi fare una subita diversione, afferrarlo e cacciarselo in testa solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse come la più piacevole di questo mondo.People-struggle-with-umbrellas-in-high-wind-speed

Spirava un bel venticello, e il cappello del signor Pickwick se ne andava rotolando e balzando allegramente. Soffiava il vento e soffiava il signor Pickwick, e il cappello continuava a balzare e a rotolare come un pesce vivace nella corrente; ed avrebbe seguitato chissà fin dove la sua corsa se non fosse stato provvidenzialmente arrestato, proprio quando il signor Pickwick era completamente disperato.

Un uomo cosa insegue? Molto spesso non insegue nulla, è questo il punto. Se ne sta comodo e seduto nel suo spazio di realtà, adagiato sulle sue fissazioni e sulla routine. Come il signor Banks, in Mary Poppins. Occorre un trambusto celeste per fargli ricordare che lui non è una creatura ferma, ma anzi è la più irrequieta del creato. Il vento arriva e gli ricorda la sua natura profonda, quella di essere una creatura in perenne ricerca. Che cerca un senso, un significato, la felicità magari. L’uomo è sempre all’inseguimento del suo cappello. Di qualcosa che gli calzi perfettamente in testa, che sia cioè all’altezza dei suoi pensieri più profondi.

E anche una volta che il proprio cappello è stato trovato, occorre perderlo e ritrovarlo. Occorre mettere sotto sopra tutto, per non dare per scontate le cose. Il signor Banks non ha bisogno di un’altra famiglia, non ha bisogno di essere portato lontano dal vento; ha bisogno che il vento stia in casa sua, così che lui si accorga del diamante che ha già per le mani. Mary Poppins non porta altrove il signor Banks, lo lascia lì dove l’ha trovato. Ma se prima lui era un manichino imbalsamato, alla fine è un soldato sorridente armato d’aquilone.

Noi abbiamo bisogno di perdere le cose, per ritrovarle. Abbiamo bisogno che la bufera arrivi per pulire il cielo.

Ho citato solo alcuni testi, voi ne troverete mille altri. Ma c’è un’altra voce che, infine, bisogna introdurre. C’è un paragone da fare. Nel Vangelo di Giovanni viene annotato l’episodio in cui Gesù disse che solo chi rinasce dall’alto può vedere il regno di Dio; e allora un uomo di nome Nicodemo chiese a Gesù il modo in cui un uomo può rinascere. Gesù gli rispose che bisogna nascere dallo Spirito, e aggiunse: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Ci sono tanti venti che soffiano, alcuni fanno solo disordine o distruggono o ci fanno smarrire lontano. C’è un vento che non sai da dove viene né dove va, e che non è una burrasca di passaggio che distrugge e basta. È un vento buono che ti avvolge e accompagna; anche se inizialmente ti scombussola, poi ti ripulisce la vista e infonde una nuova primavera tra le stanze infreddolite e gelide del tuo cuore. Soffia, arriva, ti avvolge, ti accompagna e ti cambia, e ritorna da Chi lo ha mandato. Come Mary Poppins.