Meglio mal accompagnati che soli

Il prossimo 8 Febbraio comincerà a Cento (Ferrara) il mio corso di letteratura intitolato Meglio mal accompagnati che soli; è rivolto a tutti (pensionati, lavoratori, studenti) ed è possibile iscriversi qui.

Ho pensato di ampliare l’orizzonte, facendo di questo corso un progetto didattico da proporre alle scuole medie inferiori e superiori, alle aziende interessate a valorizzare il team building, a qualsiasi ente privato che fa formazione in ambito culturale.

Il depliant illustrativo è scaricabile qui sotto:

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In questo breve video vi racconto l’idea che propongo.

 

SIAMO TUTTI FUORI – Il mio nuovo libro

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Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. C’era nebbia in autostrada, all’altezza di Fiorenzuola D’Arda; Davide guidava tranquillo, Michele s’era già addormentato e io ricevetti quella benedetta telefonata.

Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton.

Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante.

Poi ho capito che il calcio nel sedere era destinato a me. Poi, nel tempo, di calci nel sedere me ne ha dati tanti. Quel nebbioso pomeriggio del 2008 è stato il giorno in cui la nebbia della mia vita ha cominciato a disperdersi, grazie al vento impetuoso delle parole del signor GKC. Accettai – non di buon grado – l’idea di Walter Raffaelli, lo ringrazio tuttora della sua intuizione benedetta.

Dal 2008 ho svolto il mestiere di traduttrice e ho tradotto 11 libri del signor Chesterton.

Un altro provetto avventuriero dell’editoria, Giuseppe Signorin, mi ha chiesto di raccontare questi anni di vita a tu per tu con GKC e ne è uscito il libro che ora è disponibile: SIAMO TUTTI FUORI. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton

Eccone alcuni passaggi accompagnati dalle foto di ciò che mi è accaduto in questi otto anni, così potete capire che si tratta di un gesto di gratitudine e non di saccenza 🙂

 

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Noi ci presentiamo così ai matrimoni, come l’Uomovivo Innocent Smith. Con la pistola che semina gioia.

“Più cercavo di fare bene il mio mestiere di traduttrice, più ne ricavavo un feedback luminoso: la felicità non è immaginare un ipotetico paese delle meraviglie, è ritrovare gli occhi giusti per scoprire che il paese delle meraviglie è il qui e ora della nostra vita. Sulla porta di casa voglio mettere un cartello con un disegno e la scritta Mirabilandia. Ci sto lavorando, insieme ai miei figli. Il metodo della meraviglia prevede un esercizio che è particolarmente affine alla mia natura: il disordine”.

 

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Abbiamo imparato a fare grandi castelli di sabbia proprio in riva al mare. Ce lo ha insegnato Alfred del Cavallo Bianco, non bisogna temere di mettere in piedi grandi progetti e aver sempre voglia di ricostruirli se qualcosa li distrugge

“Chesterton mi ha educato al sistematico ribaltamento e scombussolamento dello status quo del pensiero e dell’esperienza. Proprio perché il vero tollera ogni forma di terremoto e uragano, mentre il falso cade al primo soffio di vento. Non sono mai stata una persona ordinata; tuttora mio marito mi ricorda che non posso esigere dai miei figli che la loro cameretta sia impeccabile se la mia scrivania continua a essere una riproduzione verisimile del giorno dell’apocalisse”. 

 

“In gran parte delle circostanze quotidiane il nostro puro e semplice esserci è la condizione necessaria e sufficiente per fare ciò che ci è chiesto di fare. Ci sono cose che vale la pena fare e vanno fatte anche se siamo stanchi morti o tristi. Le si fa male (cioè le si porta a termine anche se non perfettamente) e le si fa anche di brutto (cioè a testa bassa, senza rimuginare sui «se, ma, però …»). Le si fa, così come si è, e il mondo sta in piedi”.

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“Una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente”. Ho raccontato i paradossi di Chesterton al signor Enzo Iacchetti durante la mostra del Meeting 2013 e lui – ironicamente – aveva la maglietta giusta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ho girato molto scuole italiane per raccontare le opere di Chesterton, autore snobbato da tutti. Ne sono nati fantastici progetti spontanei, come questo a Padova: un gruppo di ragazzi ha ricostruito la valle del Cavallo Bianco nei corridoi del loro liceo.

 

“Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Sia detto per inciso, ho tremato quando la pubblicità mi ha informato che potrei avere al polso un congegno in grado di connettermi alla lavastoviglie o alla lavatrice quando sono fuori casa. Se sto facendo la fila in posta, di certo non bramo di vincere la noia impostando un ciclo di lavaggio. Durante un aperitivo parte del piacere è essere lontano da una lavastoviglie, cioè sapere che non dovrò lavare quel bicchiere e quei piattini”. 

 

 

 

“Non credo sia un caso, anzi è una benedizione provvidenziale, che uno dei rari frammenti sonori in cui ancora oggi possiamo ascoltare la viva voce di Chesterton sia questo invito:
Sono assolutamente sicuro che il nostro mondo precipiterà nella disperazione se non si riuscirà in qualche modo a rendere la mente, cioè i pensieri semplici che ci passano per la testa quotidianamente, più vivace e felice di quel che pare essere al momento attuale, a giudicare dai romanzi e dalle poesie moderni. Voi dovete essere felici in quei momenti di quiete in cui vi ricordate di essere vivi e non in quei rumorosi momenti in cui ve ne dimenticate”.

Tu, Sara e io nella selva oscura. E oltre.

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La realtà è quella «cosa» che accade, mentre tu avevi in mente di fare altro. La casualità è quella «cosa» che, grazie a una vera e propria scemenza, ti fa accorgere di ciò che sciocco non è.

La scorsa settimana sono stata invitata a Forlì per partecipare a una conferenza introduttiva a un evento bellissimo, la lettura integrale della Divina Commedia in tre giorni consecutivi, allestita da gente comune sotto la guida del regista Franco Palmieri.

Dopo anni di seminari, conferenze e incontri, ho cambiato il mio stile oratorio: all’inizio avevo sempre l’assillo di stupire l’uditorio, come se fossi io al centro della scena. L’orgoglio è una brutta bestia. Nel tempo, mi sono messa in discussione e ho scelto di non preparare in anticipo i discorsi. Non è incuranza o pigrizia. È una sfida. Ho sempre sostenuto astrattamente che la letteratura ha a che fare con la vita, quella quotidiana, quella carnale; perché non verificarlo esperienzialmente? – mi sono detta. Ora il mio piano di battaglia abituale è questo: preparo in anticipo solo il tema o fulcro da proporre all’attenzione di chi mi ascolta e poi, sul momento, «guardo» cosa accade attorno a me e uso le particolari circostanze che incontro per «incarnare» il tema che ho scelto. Da quando ho fatto questa scelta, è sempre accaduto che ci fossero eventi piccoli o grandi capaci di illuminare di esperienza il tema astratto da me pensato. È un salto nel vuoto, perché mi chiede di fidarmi dell’onestà della vita, che non tradisce mai quel vero che s’incontra nei libri.

Eccomi, dunque, pronta a preparare il mio intervento alla conferenza di Forlì: la mia scelta astratta era stata quella di fare la cosa più scontata possibile, per dimostrare che scontata non è. Tutti conoscono i primi versi della Divina Commedia, eppure sappiamo davvero cosa dicono? Ebbene, il mio piano teorico era di parlare di questi versi super-mega-conosciuti e poi … stare a vedere cosa mi avrebbe aiutato a spiegarli.

Ed è accaduto di nuovo. La realtà mi ha portato un fatto che, inaspettatamente, ha confermato la verità di quei versi in modo così autentico da essere commovente. Ed è stata una vera e propria scemenza a farmi accorgere di un parallelo che altrimenti avrei ignorato. Io dovevo parlare di una selva oscura, la cronaca parlava a gran voce dell’atroce vicenda di Sara Bosco. Selva e bosco. È bastata questa sciocchezza a catturare i miei pensieri, una casualità che ha spazzato via la distrazione.

Sara Bosco è morta a 16 anni di overdose, sola su una barella tra i corridoi fatiscenti dell’ospedale Forlanini di Roma (quella parte abbandonata dell’edificio che attualmente è ricettacolo di drogati, vagabondi, prostitute). Sua madre l’ha cercata tutto il giorno, disperatamente, e l’ha trovata quando ormai era troppo tardi. Katia, la mamma, ha provato a rianimare la figlia, al buio in quel corridoio sporco e zeppo di rifiuti e siringhe, ma non ce l’ha fatta. Dice Katia: «Le ho dato due baci in fronte e poi l’ho vista portare via chiusa in un sacco nero». Sua figlia, di 16 anni. È la selva oscura che ri-accade. Dante non scherzava quando scrisse «nel mezzo del cammin di nostra vita». Nostra: accade a me il buio, accadrà a te fra dieci anni, accadde sul Calvario 2000 anni fa. È roba nostra, il buio.

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Ospedale Forlanini – “ché la diritta via era smarrita”

Alla luce di ciò, mi sono detta che avrei ripercorso la mia lettura dei primi versi della Divina commedia ambientandoli al Forlanini come se a parlare fosse Sara.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva OSCURA,

ché la diritta via era smarrita.

In base a uno stereotipo falso la poesia sarebbe un linguaggio difficile. Al contrario, la poesia fa di tutto per mettere tra le mani del lettore un senso di parole che sia fortissimo e semplice. La rima, ad esempio, è un meccanismo per non distrarci; il grande critico Gianfranco Contini scrisse che la rima è l’ostacolo a partire da cui il poeta lavora: si mette in rima la parola dolente, quella che urta e ferisce, quella problematica; è l’urlo di una ferita, la lama di un coltello. Se Dante scrive «oscura» come parola rima, vuol dire che quello è il nucleo drammatico; occorre immedesimarsi appieno nel significato di oscurità.

Sara era precipitata dentro la tenebra, quel buio giovanile che – se non viene soccorso – precipita in una voragine sempre più oscura. Si drogava di eroina, era scappata di casa molte volte, dormiva nei garage pubblici di Roma. Ricoverata in una casa famiglia, ne era fuggita calandosi da una finestra e precipitando: la caduta le aveva procurato un codice rosso al Pronto Soccorso, era quasi morta. Poi, di nuovo fughe, droga e chissà cosa.

Il buio è una paura atavica e viscerale. È ciò che spaventa di più un bambino. A partire dalla parola «oscura» Dante crea una situazione di letterale oscurità, mette in scena l’incubo di chi si trova con gli occhi chiusi in un luogo che non conosce. Sul serio. Dopo la parola «oscura» ogni dettaglio visivo scompare, e il protagonista deve provare a uscire dalla selva usando gli altri sensi. Tasta, odora, ascolta. È letteralmente cieco.

Ahi quanto a dir qual era è cosa DURA

eSta Selva Selvaggia e ASPRA e FORTE

che nel pensier rinova la PAURA!

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“è cosa dura”

La prima indicazione che il lettore riceve su cos’è e com’è fatta la selva è l’aggettivo «dura». Il tatto è il primo senso chiamato in causa in assenza della vista: la durezza significa estraneità e repulsione. La selva non è un abbraccio morbido, ma è un ambiente ostile, innanzitutto nell’accezione di rigido, non malleabile, non accogliente. Duro è il cemento armato, quello scabro e misero delle stanze del Forlanini dove Sara è morta; il suo grido è rimbalzato su pareti fredde e amorfe, che non le hanno procurato altro che il rimbombo del suo dolore.

Al tatto seguono l’udito e il gusto: nella selva si odono suoni sibilanti («esta selva selvaggia) e sapori sgradevoli (aspra). La presenza del serpente, accennata dai suoni, suggerisce diffidenza e tradimento: nella selva possono nascondersi trappole. Tutto culmina in un’altra parola-rima dal significato denso: forte. È un aggettivo comune, eppure suggerisce sia informazioni uditive sia tattili. Forte è uno strillo. Forte è uno schiaffo. Sara Bosco, una ragazzina tutt’altro che forte, ha ricevuto forte sul suo corpo i segni della brutalità del mondo. Quella notte in cui è scappata dalla casa-famiglia ha sbattuto forte per terra buttandosi dalla finestra, e s’è quasi ammazzata. A suo modo ha gridato forte, di paura.

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“tant’è amara che poco è più morte”

Sì, questo percorso sensoriale, breve ma intensissimo, culmina in una parola disarmante nella sua capacità di comunicare un’emozione: paura. Dante era un grande poeta, capace perfino di scrivere le rime petrose, cioè rime difficilissime. Se avesse voluto, avrebbe potuto trovare parole ben più erudite e forbite per suggerire il suo dramma, eppure no. Sceglie la parola più usata da tutti. Tutti sanno cos’è «avere paura». È così che il poeta ci prende per mano dentro la sua selva, che è anche la nostra selva. Ognuno sa, nel suo cuore, quando e perché ha detto in vita sua: ho paura!. Ognuno e tutti siamo stati nella selva.

Tremo al pensiero di immaginare che anche Sara nella notte della sua morte abbia avuto un barlume di coscienza tale da sentire paura e non abbia visto attorno a sé altro che buio, silenzio e puzza. Tremo perché sono mamma e la penso come figlia mia. Una ragazzina di 16 anni è ancora piccola e se ha paura, dovrebbe essere abbracciata dalla mamma. Piango al pensiero che lei si sia sentita sola e impaurita, anche se era stordita di droga.

Tant’ è amara che poco è più MORTE;

ma per trattar del BEN ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho SCORTE.

Tutta l’umiltà di Dante è contenuta in questi versi.

Facciamo il punto: il poeta s’imbarca nell’impresa di scrivere un poema, un poema che alla fine sarà costituito di 100 canti e circa 20.000 versi. Eppure, alla fine del settimo verso s’incontra la parola morte, che è equivalente a fine. Quando il protagonista muore, la sua storia finisce. Un progetto ambizioso naufraga dopo sette versi. È una tragedia, non una commedia.

È una tragedia come quella di Sara la cui vita doveva essere un poema più lungo, che ha incontrato troppo presto la parola morte. La storia di Sara ha trovato un definitivo punto fermo a soli 16 anni, cioè a poca distanza dal suo inizio; invece, la storia di Dante, pur incontrando presto la parola morte, non si ferma a un punto fermo, ma va avanti.

Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile?

Non solo. La quinta parola che Dante scrive dopo «morte» è «bene». Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile passare dalla fine a un lieto fine in così breve spazio?

Questo è il luogo poetico in cui si passa dalla tragedia alla commedia; e si può onestamente arrivare alla commedia solo avendo conosciuto la tragedia. Un uomo che non abbia seriamente preso in considerazione la morte, cioè la sua finitezza, non può comprendere con la ragione e abbracciare col cuore l’unica ipotesi che sconfigge la morte.

Tutto sta in piedi grazie a una parola piccolissima, a una congiunzione avversativa: MA. Questa paroletta è quella che usiamo per descrivere certi momenti in cui le cose non vanno come volevamo. Avevamo deciso di fare una passeggiata, ma è venuto giù il diluvio. Volevo fare una torta, ma mi mancava il lievito. Eccetera …

Si chiama avversativa, perché è una congiunzione che introduce qualcosa che va in direzione opposta (ad-versa) rispetto a ciò che la precede. Etimologicamente è uguale ad «avversario» che è proprio colui che viene in direzione opposta e sbarra la strada, ad esempio, al calciatore che vuole fare gol.avversario

Però è anche simile alla parola «avventura» (ad-venio). Un avversario può portare un’avventura. Qualcuno che introduce nella tua vita un’ipotesi non preventivata, può salvarti la vita. Ecco quel che accade a Dante. Il poema è tale, cioè è una storia che va oltre la morte, perché qualcuno arriva incontro a Dante procedendo in direzione opposta alla sua. Il cielo lo soccorre e manda incontro a lui Virgilio e Beatrice. Loro due sono «avversari» perché chiedono a Dante di essere seguiti su un percorso diverso da quello preventivato dal poeta: lui voleva uscire dalla selva salendo su un monte, loro lo conducono fuori facendolo innanzitutto scendere all’inferno. Ne deriva un bene. Non solo Dante esce dalla selva, ma in 100 canti e circa 20.000 versi ci racconta di aver trovato un luogo in cui la felicità è esperienzialmente possibile.

Ritorniamo, però, ai primi versi del poema.

Dopo questa clamorosa inversione di marcia, dopo il «ma» il lettore scopre che l’oscurità è scomparsa. Il bene si vede subito perché s’incontra come parola rima il participio passato «scorte». Il verbo scorgere è il primo indizio visivo dopo una pausa di buio. Qui il poeta vede di nuovo, o meglio scorge: intravede, comincia pian piano a distinguere qualcosa di luminoso. C’è di più. Ancora una volta, la parola-rima è potente. La scorta, infatti, è la persona che accompagna ed è anche la riserva di cibo.

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Un raggio di sole entra al Forlanini

Nel giro di soli 9 versi Dante ci ha anticipato il senso profondissimo del suo viaggio: l’oscurità in cui precipita l’essere umano è stata soccorsa da una compagnia che ha offerto nutrimento all’anima e ha snebbiato la vista. Se, dopo 7 secoli, ha senso leggere e raccontare ad alta voce la Divina commedia è per questa esperienza di speranza vissuta. È per rispondere al grido strozzato di chi – come Sara Bosco – arriva alla morte troppo presto e non vede via d’uscita al buio.

Chi ha conosciuto che un’avventura diversa dalla selva oscura è possibile, chi si è lasciato condurre da un avversario buono, non può e non deve tacere.

Sputa fuori tutto!

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«Il brutto dei litigi è che interrompono le belle discussioni» disse Chesterton. Niente di più vero. Litigare è una via di fuga facile, perché basta dare libero sfogo all’istinto. Discutere è difficile, innanzitutto perché presuppone fiducia verso il proprio interlocutore, e non è spontaneo averla quando ci si trova su fronti opposti. La discussione è una lotta interessante in cui due persone possono divergere su tutto, tranne che sul fatto che ciascuno deve obiettare ragionevolmente all’altro e non insultarlo. È impegnativo. È salutare. È educativo.

Anche la discussione è un antidoto alla solitudine, perché per ribattere bisogna ascoltare e per contraddire bisogna aver capito. Il litigio invece è un gesto solitario, perché l’interlocutore non è più una persona ma solo un bersaglio su cui rovesciare rifiuti di parole. Litigare è come vomitare, è un gesto innaturale per l’uomo … anche se a volte è incontrollabile e sembra efficace.

C’è una raccolta poetica a cui sono molto affezionata e che mette a tema il putiferio umano della comunicazione. Mi riferisco a Chiarimenti di Umberto Fiori. La chiarezza, il chiarimento, il chiaro sono tutte sfumature di una tensione che attanaglia ciascuno di noi: sbrogliare i nodi, vedere senza ombre, spiegarsi e capire. E, santo cielo, quanto è difficile riuscirci quando ci si confronta con un’altra persona!

Quello che parla

Era inutile,

non potevamo intenderci su niente.

Aveva poco senso cercare

di chiarire, discutere.

Chiaro, io, poi lo ero fin troppo

lì sul divano,

con in braccio un cuscino,

come sono.

Ma a chi basta così? Chi resiste?

Quando poi ho parlato,

in un mezzo sorriso

che facevano alzando un portacenere,

ho visto il mio discorso dilagare

come l’ondata di un maremoto.

Così si espande, e circola: tu dici

loro travisano.

A vederglielo in faccia che si sfa,

quel che volevi dire,

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Foto di Starmanseries

ti riprende allo stomaco.

Ti torna in mente quand’era aperto, e vago,

in te, come ora in loro, e grande,

prima di diventare

per un attimo

questo suono preciso.

 

 

Essere incompresi e litigare coinvolge lo stomaco. Ha ragione il poeta Fiori. Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando una pura coincidenza si è rivelata provvidenziale.

Se c’è «un luogo» in cui è impossibile discutere e facilissimo litigare è il social network. Se non vedi in faccia chi ti parla, se non guardi i suoi occhi e non senti il suo tono di voce il confronto diventa pericoloso, si degenera nella rabbia senza accorgersene. E questo accade proprio per colpa della solitudine reciproca in cui ciascuno è rintanato. Ho tanti amici che hanno visioni discordanti dalle mie su questioni molto serie, eppure tutte le volte che discutiamo di persona è raro cadere nel litigio. Perché quegli occhi e quella voce ti ricordano tante cose fatte assieme, ti ricordano un legame vero che c’è, pur tenendo conto di visioni di vita opposte.

E, invece, è capitato che ho perso un amico reale per colpa di una discussione virtuale, degenerata in litigio. A furia di messaggi reciproci, alla fine ho mollato la presa, capendo che non c’era margine per ricucire e vedersi di persona era impossibile. Questa è davvero la cosa più schifosa che possa succedere: perdere un amico per colpa di Facebook. Fa più male di un concretissimo pugno in faccia. Era tarda sera, e me ne sono andata a letto con un’amarezza bruciante. Non riuscivo a prendere sonno, quindi ho deciso di impiegare utilmente quel tempo, dicendo una preghiera che più o meno ho espresso così: «Signore, da quando ti conosco posso dire che tu sia l’essere più geniale e creativo dei paraggi, quindi aiutami a tirar fuori qualcosa di buono anche da questo pasticcio».

Il caso o il destinatario della preghiera (ciascuno interpreti a gradimento) ha voluto che cinque minuti dopo sentissi tossire nella stanza dei bambini. Non so … noi mamme abbiamo uno strumento di riconoscimento inconscio del pericolo … e funziona sempre. Era solo tosse, ma mi sono precipitata di là prendendo un catino dal bagno. Troppo tardi. Martino, ancora mezzo addormentato, aveva vomitato nel letto. Una scena paralizzante da vedere alle 2 di notte, perché prelude a una vivacità di operazioni per nulla piacevoli.

«Stai fermo lì un secondo!» ho detto al bambino e sono andata a prendere degli stracci, svegliando mio marito per assistenza. Troppo tardi di nuovo. Aveva rigurgitato un’altra volta.

La scena, a questo punto, s’interrompe e compare la didascalia: «la moglie e il marito hanno impiegato la mezz’ora successiva a ripulire la stanza, a togliere piumone, lenzuola, cuscino e a smacchiare il materasso, riassemblando poi alla meglio il letto affinché il piccolo potesse dormire». Ricomposta la quiete notturna, il putiferio è tornato. Il piccolo Martino si è alzato altre tre volte per andare in bagno a vomitare e così io e mio marito siamo rimasti vigili e di guardia fino alle 5 di mattina circa. E per fortuna l’indomani era domenica!

A giorno fatto, Martino stava meglio e ha raccontato tutto al fratello maggiore, con una sintesi semplice ma efficace: «Vomitare è brutto!».

Ancora una volta ho dovuto constatare che la creatività della provvidenza è spiazzante. Peraltro si potrebbe benissimo dire che è stata solo una coincidenza il fatto che io abbia chiesto un aiuto celeste e ne sia immediatamente seguito un evento clamoroso. In ogni caso, io ho fatto 1+1.

Mio figlio ha ragione, vomitare è brutto. Senza dubbio è una reazione fisica che ha un suo scopo, ma è dolorosa e «perdente» (cioè si perde il nutrimento del cibo, anziché digerirlo). E mi è tornato alla mente un passaggio del romanzo L’uomo che fu Giovedì, quando il protagonista difende l’idea di ordine contro quella di disordine:

«Ve lo chiedo di nuovo, cosa c’è di poetico nell’essere in rivolta? È come dire che è poetico avere il mal di mare. La nausea è una rivolta. Essere nauseati ed essere ribelli può essere la stessa cosa, in certe disperate occasioni, ma che mi prenda un colpo se capisco cos’hanno di poetico! La rivolta in termini astratti è … rivoltante. È puro rigurgito.

Ciò che va nel verso giusto è poetico! La nostra sacrosanta e silenziosa digestione, ad esempio, che procede nel verso giusto, ecco il fondamento di tutta la poesia. Sì, la cosa più poetica in assoluto, ancora più poetica dei fiori e delle stelle … è che il mondo non ha la nausea».

Mandare giù e digerire certe cose che ci vengono sbattute in faccia da altri non è facile, spesso e volentieri. Viene spontaneo vomitargliele indietro subito e senza complimenti. Digerire significa «fare nostro» ed è un processo sicuramente più lento del rigurgito. Digerire le parole ostili di qualcun altro non significa finire per dargliela vinta, ma scommettere sul fatto che si può ricevere un nutrimento anche da ciò che è assolutamente diverso. Perché una verità si mette a fuoco e si fortifica alla luce delle obiezioni; le obiezioni possono far emergere ragioni a favore della nostra tesi che da soli non saremmo stati in grado di cogliere. La nausea, il vomito e il litigio, invece, cosa producono? Uno sfuggente momento di soddisfazione, che poi ci lascia a stomaco vuoto. Non ci resta nulla, e perdiamo molto.

Ora io devo trovare un digestivo efficace. Cioè devo trovare una via intelligente e creativa per recuperare il mio amico. Non so bene come. Eppure non voglio darla vinta alla nausea. Mi metterò a ruminare come le mucche, perché talvolta non basta neppure una sola digestione per capire. Ho la testa dura e sono pure orgogliosa.

Rivedo davanti agli occhi la scena di sabato, quando a notte fonda ero davanti a un lavandino a smacchiare un lenzuolo che puzzava orribilmente, e in fondo non ero infastidita o arrabbiata … perché sapevo che stavo accudendo qualcuno che amo. E lo stavo facendo non con gesti rivoluzionari, bensì rimettendo a posto le cose, nel verso giusto. Con pazienza.

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Foto di Raselased

La leggenda del buttafuori gentile

Questa storia mi è giunta nel miglior modo possibile, cioè come una leggenda. In altre parole, ne ho solo sentito parlare. Non ho fonti scritte, non ho prove a conferma della storicità degli eventi, non ho nulla se non il ricordo della voce che mi ha raccontato quest’eroica vicenda. Tutto ciò mi fa sentire antica … e lieta. Molto molto molto tempo fa erano gli aedi a raccontare storie al popolo radunato attorno al fuoco e la gente ascoltava non tanto quella che oggi definiremmo «cronaca», bensì quelle leggende che sono molto più vere di un verbale, di un documentario, di una dichiarazione giurata.

Solo un madornale errore razionalistico ci fa oggigiorno pensare che la leggenda non sia altro che una favoletta, e solo un madornale eccesso di serietà ci fa pensare che la favola non sia altro che una storiella per bambini.

La leggenda e la favola presuppongono che il contenuto di verità di un messaggio sia più importante della storicità dei protagonisti della vicenda in questione. L’attuale idolatria per la cronaca sensazionalistica ci ha traviato, perché presuppone che rovistare sui dettagli privati della vita di persone in carne e ossa sia più importante che comunicare una qualsiasi verità.

Perciò mi vanto e sono lieta di aver avuto il privilegio di ascoltare una leggenda, un racconto orale il cui protagonista è ai miei occhi tanto immaginario e tanto vero quanto lo è Babbo Natale.

Durante la messa domenicale, nei giorni successivi a Natale, il prete della parrocchia in cui mi trovavo ha messo da parte le sue eventuali riflessioni personali per dedicare il tempo dell’omelia a leggere una lettera ricevuta da un suo conoscente. Il contenuto di quella lettera è la favola che ora condivido con voi, cioè è la storia vera di un uomo vero, ma di cui noi non sapremo altro che le sue parole.

top-dj-10-regole-per-non-farsi-rimbalzare2Bisogna però dare un nome al protagonista. Essendo un eroe, lo chiamerò Orlando. È un giovane adulto come tanti, che non si nota se non per la corporatura robusta. Questa caratteristica fisica gli ha fruttato un lavoro come buttafuori in un pub di Milano. È un mestiere strano, se vogliamo, perché presuppone una sorta di diffidenza riguardo alle relazioni sociali: il suo compito è quello di sistemare le cose, quando gli altri le incasinano. Devi fare del tuo meglio, quando gli altri danno il peggio di sé. Forse a qualcuno basterebbero i vantaggi di stare sempre in mezzo alla musica, ai cocktail e a ragazze strafighe, ma Orlando non è questo qualcuno. Lui avverte tutta l’amarezza di un compito in cui deve allontanare, scrutare e diffidare delle persone.

Questa percezione si acutizza quando Orlando incontra e abbraccia l’esperienza cristiana, perché il paradosso del suo mestiere diventa ancora più palese. «Come posso essere un cristiano sincero, facendo il buttafuori?» si chiede. Si può mettere in pratica quel «ama il prossimo tuo come te stesso» in mezzo a degli ubriachi che tirano cazzotti a destra e a manca?

La difficoltà aguzza l’ingegno. O meglio, da un grande dono derivano grandi responsabilità. O, meglio ancora, se hai incontrato un bene, tendenzialmente lo condividi. Orlando si rende conto che deve rivedere da capo il suo mestiere. Bisogna mettere tutto sottosopra.  Ad esempio: “buttafuori” è una parola che denota una sconfitta, perché se qualcuno viene nel tuo pub, sarebbe bello – anche solo considerando il profitto – tenercelo dentro. “Buttafuori” è una parola che inquadra solo il finale (brutto) di una storia, ma se uno guardasse quella storia dall’inizio cosa accadrebbe?

E così Orlando intuisce che il suo lavoro comincia prima, molto ma molto prima di quando si caccia in malo modo un poveretto che è fuori di sé. Tutto comincia quando ogni sconosciuto cliente entra nel pub. E non c’è cosa più evidente a tutti di quanto siano estranianti i luoghi di aggregazione: ci vai per stare in compagnia, e ignori chi hai attorno. Il primo gesto eroico di Orlando è dunque quello di salutare, a voce e con un sorriso, tutti quelli che si affacciano sulla soglia del pub.2235252-disco

All’inizio nessuno ricambia; Orlando viene ignorato o forse anche silenziosamente deriso. Ma già dopo una settimana questa buona abitudine fa breccia negli altri e Orlando constata che alcuni clienti cominciano a rispondere al saluto e al sorriso, quando entrano. «Allora funziona!» dice tra sé e sé. Eh sì, funziona ed è bello averne le prove, perché un conto è ipotizzare che l’amorevolezza e l’accoglienza siano le misure più adeguate a trattare gli uomini, un conto è constatare che è sperimentalmente e oggettivamente vero.

buttafuori1Ma non finisce qui. L’altro passo nuovo che Orlando prova è quello di prestare attenzione alle persone mentre sono nel pub: se nota qualcosa di critico, interviene subito magari avvicinandosi a un tipo che comincia a dare in escandescenza e gli parla come a un amico; parla anche a chi sta con quel tipo, ai suoi amici, e cerca di fare gruppo, in modo che si tengano d’occhio a vicenda. In altre occasioni addolcisce gli animi buttando tutto sul ridere, insomma si dà da fare affinché risse, malori e violenza siano evitati. E lo fa non mettendosi in un angolo a braccia conserte e muso duro, bensì stando con e in mezzo alla gente.

Ovviamente, questo nuovo orizzonte operativo richiede a Orlando un impegno molto più attivo e faticoso durante il suo lavoro, perché esige lo sforzo di vincere la propria istintività, esige la costante premura di guardarsi attorno e comprendere eventi e situazioni sempre nuove, esige l’adattabilità di fronte a tipi umani francamente rompiscatole. Ma qual è il guadagno?

Ecco, vorrei limitarmi a considerare il guadagno puramente materiale contenuto in questa storia. Il guadagno in termini umani, quello più importante, è fatica da descrivere a parole, perché lo si gode in pienezza solo facendone esperienza. Ciascuno di noi, quindi, si arrischi a sentirne l’inebriante brivido sulla pelle! Ma è interessante considerare, appunto, anche solo il guadagno materiale toccato con mano da Orlando, perché – alla fin fine – non è solo «materiale». Di fatto, nota il nostro eroe, da quando nel pub si respira quest’aria nuova (che Orlando ha condiviso e proposto ai colleghi) i clienti sono aumentati, e anche il fatturato. Ci si può limitare a strofinarsi le mani e a stamparsi il simbolo dei dollari sulle pupille, oppure si può allargare lo sguardo e notare che la gente non è scema: se incontra un luogo in cui vale qualcosa di più umano del rapporto domanda/offerta, tende a preferirlo ad altri contesti mondani e ultrachic, ma aridi. E questo è confortante.

Ogni leggenda che si rispetti ha una morale, come le favole. Possiede, cioè, qualcosa che può essere di utilità a tutti, in contesti diversi e vari. La morale di questa leggenda è un po’ più radicale di «fai il buono e il mondo diventerà più buono». Orlando ci racconta innanzitutto che se uno ha un’ipotesi – o un ideale – di vita vero e valido, allora questo lo rende una persona attiva, volenterosa e creativa nel quotidiano. L’uomo pigro e svogliato non è quello che ha tutto e quindi è «a posto»: l’uomo pigro è quello privo di ragioni adeguate per tuffarsi a capofitto nel casino del vivere.

Ma c’è altro. E quest’ultima nota che vorrei documentare è – di questi tempi – fondamentale. Le circostanze avverse, le sfide impossibili, le scalate ardue sono occasioni altamente favorevoli. Un buttafuori non è esattamente un modello di virtù cristiana. Ma, in fondo, perché no? Non è insensato o ridicolo un buttafuori che porge l’altra guancia, è solo un esemplare umano un po’ più interessante delle nostre vedute limitate e omologate.

E qui il punto è proprio il paradosso umano. Il punto è che ogni uomo fa davvero la differenza nel luogo in cui è e non ci sono circostanze davvero chiuse e impraticabili. Se una persona è mossa da un’idea convincente (se è mossa da qualcosa di buono e vero che nutre il suo io), allora troverà strade creative insospettabili anche in mezzo a eventi apparentemente avversi. Quante volte il luogo di lavoro non solo non ci gratifica, ma sembra proprio strozzarci e schiacciarci! Il datore di lavoro non capisce le nostre potenzialità, i rapporti coi colleghi sono cordiali solo apparentemente, i risultati tardano a venire. E noi ci diamo per vinti. Poteva farlo anche Orlando constatando i dati (apparentemente) inconciliabili della sua situazione: “sono un buttafuori” e “vorrei praticare l’accoglienza cristiana dell’altro”. Eppure, è proprio quando la corrente rema contro che la creatività umana può dare il meglio di sé. Strade nuove si aprono solo di fronte a ostacoli grandi. Ma a patto che uno abbia un «movente».

Un buttafuori gentile è un paradosso. Ma non è una creatura artificiale costruita in laboratorio, è una meraviglia della realtà: lì dove c’è un io all’opera perché «mosso» da un’intuizione o da un ideale che lo entusiasma, non c’è più previsione che tenga o regola scritta o grafico … perché germogliano un mucchio di novità impensabili, concrete, fruttuose.

 

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Amici per le scale

supermarket-improvements-failPer ottimizzare i tempi faccio la spesa di pomeriggio, quando passo a prendere alla materna mio figlio minore. Così esco di casa un’unica volta. Capisco che la mia comodità non tiene conto delle esigenze di mio figlio che, dopo un’intera giornata di giochi e impegno, gradirebbe andare a casa a rilassarsi e non mettersi dentro il caos di un centro commerciale. Mea culpa. Anche perché l’ambiente del centro commerciale è pieno di trappole per il bimbo in tenera età. È il luogo in cui la dinamica del desiderio viene esasperata e distorta nel «voglio … voglio … voglio».

Ma il bambino può anche sorprendere, anzi sorprende sempre.

E così di recente ci è capitato un fatto simpatico. Usciti dalla materna, io e Martino (5 anni) siamo andati a fare la spesa. Abbiamo parcheggiato e preso il carrello, poi ci siamo avviati sulle scale mobili che portano al piano del supermercato. Io tenevo il carrello, Martino c’era sdraiato dentro. Qualcuno è arrivato dietro di noi, ne sentivamo le voci alle nostre spalle mentre salivamo.

«Babbo, prendiamo il carrello con la macchinina?»ShoppingCar

«No»

«Perché?»

«Perché? Ti ricordi cos’è successo la settimana scorsa? L’hai voluto e poi ci sei stato dentro due secondi e basta … poi ti sei messo a correre a piedi e non hai voluto più saperne di stare nella macchinina. No, non spreco 4 euro per quell’aggeggio».

«Babbo, ti giuro che questa volta ci sto dentro per sempre».

«No, punto e basta».

Ne è seguito un pianto a dirotto.

Per tutto il breve tempo di questo dialogo, Martino mi ha fissato con gli occhi sbarrati. Sospetto che abbia avuto un deja vu. In ogni caso, non appena è scattato il pianto, Martino si è sporto fuori dal carrello per guardare il bambino disperato alle nostre spalle. E gli ha detto, come se si conoscessero da una vita: «Stai tranquillo. Anche mia madre mi ha detto la stessa cosa. Non c’è proprio speranza».

Il bimbo, forse più stupito che convinto da quelle parole, ha interrotto per un po’ il pianto. Io mi sono girata verso l’altro genitore e sorridendo gli ho detto: «A quanto pare siamo banali e diciamo tutti le stesse cose …».

Il bambino è senz’altro più fragile di fronte alle trappole e alle tentazioni furbe del mondo commerciale degli adulti, e lo è perché la dinamica del desiderio in lui è ancora «spudorata», senza filtri. Ma proprio questa spudoratezza è anche il suo anticorpo. Noi adulti filtriamo i desideri; valutiamo, ponderiamo. Ma filtriamo anche la condivisione; ci tratteniamo. Il bambino non riesce a farlo. Se vede qualcuno a cui capita un’esperienza simile alla sua, lo sente vicino e spontaneamente … «spudoratamente» entra in rapporto, si sente spinto a condividere.

Quante volte vediamo persone sconosciute impelagate in piccole vicissitudini che anche a noi sono capitate. Sappiamo quello che stanno passando, eppure spesso e volentieri prevale la dinamica del «non mi impiccio». Se cominci a condividere, magari saltano i tuoi programmi … fai tardi. E poi, se noi ne siamo venuti fuori da soli, ce la faranno anche loro, no?

Per il bambino, invece, la somiglianza è una calamita che lo porta verso l’altro, saltando a piè pari il muro del non conoscersi. Se io e te abbiamo qualcosa in comune, beh … allora … un po’ ci conosciamo già.

supermarket-431x300Io ricordo l’abitudine bellissima di scambiarsi il carrello ai supermercati: appena ti avvicinavi alla fila dove erano legati, qualcuno ti diceva sempre: «Aspetti, lo dia a me» e ti allungava la moneta da 500 lire. Ora neppure questo minimo di condivisione accade più. Almeno a me non è capitato più da molto tempo. Ciascuno infila il carrello ed estrae la sua moneta; dietro qualcuno aspetta e lo prende a sua volta infilando la sua moneta. Eppure siamo lì per lo stesso motivo: farina, latte, pelati, biscotti … .

Quelle poche parole mi mancano. Mi mancano le 500 lire di un altro, e lasciargli il carrello con le mie 500 lire. Era un po’ come passarsi il testimone, cioè tenersi per mano – da sconosciuti – nel tran tran della vita quotidiana.