Non occorre essere buoni per fare qualcosa di buono

Dopo aver visto per la centesima volta un certo film, stavo rimuginando su un’intuizione … avuta da mio marito. E nel frattempo la realtà mi ha anticipato.

Partiamo quindi dal reale e non dai pensieri. Una mia amica, dotata di poteri telepatici (almeno con me), mi ha spedito due foto su whatsapp, in cui mi faceva vedere un articolo di cronaca comparso sul Mattino di Padova: un ex carcerato in libertà vigilata ha salvato un uomo caduto, per un malore, in un fiume. Ecco il resoconto dei fatti:

IMG-20150925-WA0011Da rapinatore che seminava terrore a buon samaritano che semina altruismo. È la storia di Marco Padovani, 65 anni, 5 dei quali scontati in galera perché un ex Mala del Brenta, sia durante l’egemonia di Felice Macomè capo dell’organizzazione criminale, che dopo il pentimento di “faccia d’angelo”. Un passato che non ha nulla a che fare con ciò che è successo ieri.

Sono le 10.30, il signor Giuseppe Fabris, 59 anni, viaggia in auto con il figlio quando si sente male: gli gira la testa, ha nausea e chiede al figlio di accostare perché non vuole sporcare l’auto. Sono in piena curva e così il giovane alla guida prosegue alla ricerca di un parcheggio. Una volta giù l’uomo si avvicina al Bacchiglione, scende per l’argine e si sporge verso l’acqua. Sviene e cade in acqua. Alcuni passanti notano la scena, il figlio chiama i soccorsi. È a questo punto che arriva Marco Padovani. Come ogni mattina percorre quel tratto di argine per la sua camminata a passo veloce di un paio di chilometri. «Ho visto la gente ferma in via Isonzo», racconta, «e quell’uomo in acqua a più di 15 metri dalla riva».

Tra il pensare «mi butto» e farlo è passato giusto il tempo di levarsi i vestiti: «se avessi aspettato l’arrivo dei soccorsi l’uomo avrebbe rischiato l’ipotermia», continua, «un collasso, un infarto, era inzuppato in un’acqua piuttosto fredda e si teneva a galla a malapena. In acqua il gelo mi ha immobilizzato i muscoli e l’uomo aveva ancora addosso tutti i vestiti inzuppati che lo rendevamo ancora più pesante: batteva i denti e continuava ad aggrapparsi a me mandandomi sott’acqua. Quando finalmente sono riuscito a girarlo sul dorso l’ho trascinato a riva. Se non mi fossi buttato in acqua mi sarebbe rimasto il rimorso. Ci hanno portato in ospedale nella stessa ambulanza: è stato fortunato perché, perdendo i sensi, non è finito con la faccia nell’acqua, rischiando di affogare e perché non ha battuto contro i massi di cui il fondale, soprattutto vicino alla riva, è pieno».

Marco è stato tenuto sotto controllo al Pronto soccorso, per il suo gesto ha rimediato il vaccino contro la leptospirosi e ci ha rimesso il cellulare, ma ne ha guadagnato lo spirito. Oggi Marco fa una vita molto diversa e lontana dalla violenza della Mala del Brenta: «ho sbagliato», ammette, «e pagato. Dedico la mia vita al volontariato (con gli Alpini dell’Arcella) e sono un disoccupato come tanti. Non faccio mistero dei miei precedenti penali, degli anni passati in carcere per reati contro il patrimonio».

«Marco sono io» mi verrebbe spontaneamente da dire, copiando Flaubert. In questo fatto concretissimo c’è un’ipotesi umana a tutto tondo, molto più autentica e onesta delle tante fandonie buoniste che ci stanno facendo il lavaggio del cervello («il politico deve essere immacolato», «la meritocrazia è l’unico criterio che dovrebbe regolare il mondo del lavoro», «famiglia significa volersi bene»). L’idolatria di un bene astratto e perfetto è il sintomo di una società malata di solitudine. Un uomo solo non può far altro che sforzarsi di essere buono e bravo (e, da solo, un uomo fa molta fatica a tollerare il proprio male).

Francamente, io ho smesso di guardare quei programmi integerrimi, o supposti tali, come Striscia la notizia e Le iene, sia perché mi dà fastidio che esseri umani uguali e identici a me se la menino pensando di andare in giro come portatori di Verità e Giustizia, sia perché è profondamente falso pensare di voler sistemare le cose andando a stanare il male degli uomini, esponendoli alla gogna pubblica. Il mondo non è brutto perché ci sono uomini che sbagliano. Il mondo è questa contesa inesausta tra male e bene, che ci tormenta tutti; che ci impegna tutti. E il mondo non sarebbe un luogo vivibile se tutti fossero immacolati. O, almeno, io non ci vorrei vivere.Ghione-colpito

Ok, ammettiamo pure che un tizio abbia parcheggiato l’auto nel posto riservato ai disabili, senza averne diritto, e l’abbia fatto per la ragione più ovvia e banale di tutte: pigrizia. Non è un bel gesto. Ma che frutto ne ricava il telespettatore vedendo quel poveretto assalito da una telecamera e da un saccente giornalista che gli punta il dito contro? Ne ricava la goduria becera che dà la vendetta. Ma ne ricava anche un insegnamento indiretto su di sé: un uomo che sbaglia (cioè: «io quando sbaglio») è una persona brutta ed esecrabile. In quel momento di ludibrio pubblico, di fronte alle telecamere, il tizio che ha parcheggiato nel posto dei disabili è solo il suo errore e viene punito. Punito dal Tribunale della Solitudine.

Uomini che hanno dimenticato cos’è davvero una comunità umana, e ne idolatrano solo un’immagine astratta, non possono far altro che rinfacciarsi le colpe a vicenda, e non perché abbiano a cuore il bene reciproco, ma per una ragione molto più egoistica: se io voglio stare tranquillo, allora chi mi è vicino deve comportarsi bene perché non leda il mio spazio. L’unica idea di bene che nasce da questo modo di vivere è legalistica: sei bravo se segui le leggi. Un tempo queste persone si chiamavano farisei. E venne Uno che mangiava con le prostitute e gli usurai.

Infatti, per scardinare l’illusione ottica generata da questo buonismo fondamentalmente egoistico, occorre un’azione di rottura clamorosa: occorre far vedere – nella pratica – che il bene procede nel mondo non solo quando gli uomini sono bravi, ordinati e ubbidienti. Bisogna ribaltare tutto.

Ecco, allora, che la cronaca dell’ex-carcerato ha incrociato perfettamente le idee che mi passavano in testa dopo aver visto per la centesima volta il film Un sogno per domani. Tutta presa dall’emotività, io mi destreggiavo a fare riflessioni sulla bontà, sul sacrificio, sull’infanzia; finché mio marito, col pragmatismo spicciolo dell’ingegnere, mi ha dato una bella svegliata, dicendo l’unica cosa sensata (che io non avevo colto neanche da lontano): «Ma ti rendi conto che in questo film tutti quelli che fanno qualcosa di buono sono dei cazzoni?».

Non ho epurato il linguaggio perché, quando ci vuole, ci vuole. Effettivamente il film racconta proprio questo: il bene che passa e si diffonde, grazie un’intuizione buona e … a dei cazzoni. Un insegnante di studi sociali (Kevin Spacey) affida ai suoi studenti un compito che è più che altro un modo per stimolarli a mettersi in relazione col mondo: chiede loro di pensare a un piccolo progetto concreto per cambiare il mondo. Tra i suoi studenti c’è Trevor (Haley Joey Osment), un giovanotto molto sensibile e idealista che realizza l’idea semplicissima e rivoluzionaria di «passa il favore». La spiega alla lavagna a tutta la classe con un disegno e con sogno-per-domaniqueste parole: «Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio aiuto, ma deve essere qualcosa di importante, una cosa che non possono fare da sole, perciò io la faccio per loro… e loro la fanno per altre tre persone… ».

Fai un favore a tre persone, qualcosa che loro sarebbero incapaci di fare da sole (e dunque ecco già sconfitta la solitudine!) ed essi, a loro volta, possono passare il favore ad altre tre persone.

L’idea di Trevor funziona e «passa il favore» si allarga a macchia d’olio nel paese, ma chi ne è protagonista? Il primo a cui Trevor fa un favore è un tossicodipendente (Jim Caviziel); lo ospita a casa sua, lo fa lavare, gli dà da mangiare e, soprattutto, gli dà dei soldi con cui comprarsi dei vestiti per un colloquio di lavoro. Colpito da questo atto di bontà, il tossicodipendente cambia vita per un po’; trova lavoro e si rimette in riga. Ma poi riprecipita nel buio della droga e della delinquenza; eppure, proprio quando è di nuovo così malridotto, gli capita un fatto di fronte a cui capisce che può passare il favore: salva una donna che stava per buttarsi giù da un ponte e, per dimostrarle che non è sola, la invita a prendere un caffè.

Tutti gli altri personaggi che passano il favore sono simili a lui: una madre alcolizzata, una barbona altrettanto alcolizzata, un teppista, un avvocato spietato. Il caso del teppista è il mio preferito: la barbona alcolizzata lo salva dall’inseguimento della polizia dopo un furto (questo è il favore!!! … ma d’altra parte il bene deve essere percepito come tale da chi lo riceve); poi la donna gli spiega il meccanismo di «passa il favore». Qualche giorno dopo il teppista è al Pronto Soccorso per una ferita d’arma da fuoco e insieme a lui in sala d’attesa c’è un padre con la figlia in preda a una fortissima crisi d’asma. La bambina è ridotta davvero male, ma l’infermiera spocchiosa afferma che nel regolamento dell’ospedale hanno la precedenza le ferite d’arma da fuoco. Allora il teppista spara un colpo per aria e, minacciando l’infermiera con la pistola, la obbliga a prendersi immediatamente cura della bambina.

In fondo, siamo tutti carcerati capaci di fare qualcosa di buono. Perché sarebbe triste (e falso) dire che il bene continua ad abitare nel mondo solo attraverso il comportamento perfetto di una persona brava. Noi non creiamo il bene né lo possediamo, possiamo solo riconoscerlo e «passarlo». La verità è che il bene è un seme piantato nel DNA del mondo e delle creature ed è perciò qualcosa di oggettivo e democraticamente trasversale, cioè lo riconosce – in fondo alla propria coscienza – anche un bastardo recidivo.

Un uomo può continuare a essere ladro, bugiardo, adultero; e possono esserci squarci di autentica bontà anche nella sua vita. E questa non è una giustificazione per dire che ciascuno può tranquillamente continuare a indugiare nei propri errori; anzi, è il contrario. Un uomo non cambia, improvvisamente e per sempre, perché si vede un dito puntato contro; il cambiamento può richiedere molte cadute, può persino non arrivare, ma deve sempre essere libero. Siamo tutti carcerati nei nostri calcoli, egoismi, ricatti; però, pur così meschini, siamo capaci di riconoscere il bene, se ne siamo toccati. E talvolta, con un guizzo di autentica grandezza, ci mettiamo al suo servizio; anche se poi un minuto dopo litighiamo con il primo che passa.

Qualcuno, come Trevor, ha iniziato il gioco di «passa il favore» e noi ci siamo finiti dentro. Qualcuno, al principio dei tempi, ha insinuato dentro il mondo l’ipotesi che creature imperfette sappiamo riconoscere qualcosa che è meglio e più giusto dei loro limiti (e ne siano attratti). Occorre una mente innocente che progetti un gioco simile e dia il via alla catena viva di bene; noi non siamo innocenti, ma siamo quelli che talvolta stanno al gioco … e in quei momenti ci sentiamo come degli smemorati a cui improvvisamente torna limpido il ricordo di sé, della propria umanità più piena. Allora, e solo allora, l’ipotesi del cambiamento si pone non più come imperativo moralistico, ma come la coraggiosa ipotesi di lasciare la strada dell’istinto, della violenza, dell’appagamento egoistico e di imboccare il sentiero in salita che porta in cima al monte.

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viaggio nel tempo A/R (…forse aveva ragione Benjamin Button)

In tanti hanno sognato di poter viaggiare nel tempo, a me è capitato davvero. Ora ve lo racconto.

Si è trattato di un semplice viaggio da Bologna a Milano e forse, se non fossi stata molto agitata, non mi sarei accorta di nulla. Avrei ignorato di essere salita sulla macchina del tempo. Invece, quando sono molto agitata, faccio un esercizio per tranquillizzarmi: mi costringo a non pensare e, per riuscirci, mi costringo a guardare quello che ho attorno, descrivendolo coscientemente nella mia testa. Ecco, questo giochetto mi ha fatto fare il mio viaggio nel tempo.

Lo scorso 4 giugno è stato uno di quei giorni in cui ero molto agitata, a causa di un importante impegno di lavoro che mi attendeva a Milano. Qualcosa di più importante, però, mi è passato letteralmente sotto gli occhi.

C’era una volta …

112039436_2d5d0ef1d9_zParto da casa di buon mattino e comincio il mio esercizio per non essere preda dell’ansia. Sono in auto e la prima cosa da guardare in cui mi imbatto è un anziano che attraversa la strada, ad un incrocio a cui mi fermo perché c’è il semaforo rosso. Il signore in questione è claudicante e ci mette un’infinità di tempo e fatica per attraversare la carreggiata, pare una diabolica corsa contro il tempo: lui osserva la luce del semaforo temendo di non riuscire ad essere dall’altra parte quando scatterà il verde per noi automobilisti. Sono circa le 9 di mattina, ma è già caldo; si prospetta una giornata terribilmente afosa. Sotto il pieno sole l’anziano procede ad attraversare la strada, un piede è ok e fa un passo normale, l’altro è una zavorra e lo rallenta incredibilmente. Ha uno sguardo severo, quasi burbero, e sta con la schiena dritta, nulla tradisce la sua fatica se non gli occhi stretti con cui fissa il semaforo. Di fronte a lui ci siamo noi, piloti fermi ma col piede scalpitante sul gas. Ecco, riesce a fare l’ultimo passo ed è sul marciapiede; dignitoso e composto, l’anziano si ferma giunto al traguardo e, solo allora, scatta il verde per noi. Perfetto.

Stazione di Bologna centrale. Il mio Frecciarossa Bologna-Milano è in ritardo di mezz’ora per un guasto sulla linea all’altezza di Firenze. Il mio autocontrollo vacilla, comincio a pensare di non arrivare in tempo per il mio impegno. Poi il treno arriva e tutto procede bene, perché il ritardo resta in effetti di soli 30 minuti; ma quel piccolo imprevisto sulla tabella di marcia è bastato a scombussolarmi e sento l’ansia salire di nuovo. Riprendo il mio esercizio e mi guardo attorno. C’è una giovane ragazza nella fila dietro di me, la vedo riflessa nella porta a vetro che ho di fronte; posso quindi guardarla senza essere vista. Avrà circa 18 anni e porta il velo, che avvolgendola fa risaltare meglio l’aspetto del suo volto. È bella, ha i colori scuri e marcati del Medioriente: grandi occhi, sopracciglia folte, labbra carnose dal profilo perfetto.

Estrae dalla borsa un astuccio superfornito di trucchi e comincia a sistemarsi con una cura diligentissima. Depone lo specchio sul tavolino e passa ad estrarre il fondotinta, ne ha uno in polvere (il top quando c’è caldo e si suda); poi è il momento degli ombretti e del eyeliner, si disegna il contorno occhi in modo molto marcato, che intensifica il nero delle sue pupille. Infine, il rossetto: lo stende e se lo sistema, poi resta a fissarsi allo specchio come un detective in cerca di impronte dIMG_20150605_095734igitali. Quando è sicura che tutta la sua opera sia perfetta, depone l’astuccio nella borsa. Nel frattempo, io ho pensato molte cose: ad esempio, che debba incontrare il fidanzato a Milano e si sia preparata per essere bellissima quando lui la vedrà; o anche che si sia truccata in treno perché i suoi genitori non le avrebbero consentito di essere così vistosa. A tutte queste mie ipotesi, risponde il suo gesto successivo. Estrae dalla borsa un Iphone rosa e si prepara … per un selfie. Scatta varie foto, con diverse angolature; sorride. Tutto qua.

Arrivo a Milano e fa caldissimo. Mi chiedo come si possa essere presentabili quando è estate, e i vestiti si appiccicano al corpo e si gronda di sudore. Spero che il fondotinta in polvere faccia il suo dovere. Maledico – solo per un attimo – i capelli lunghi. Raggiungere la metro è come una maratona dentro un forno a 200°. L’ansia mi attanaglia di nuovo, penso che sono stanchissima e prostrata ancor prima di cominciare. Ipotizzo che tutto andrà male, perché non ho ripassato i punti del discorso che devo fare. Non ho tempo per pranzare, per colpa del ritardo del treno. Per fortuna quando salgo sulla metro c’è l’aria condizionata. E tutto torna a posto.

IMG_20150605_095808Insieme a me sale anche una mamma cinese con un passeggino. È bravissima a gestirlo senza sbattere contro gli altri e senza che il bambino a bordo senta degli scossoni. Penso a me, e alla mia incapacità cronica nella faccende pratiche. Per fortuna vivo in una cittadina piccola, senza metropolitana, e coi passeggini mi sono dovuta destreggiare solo nei saliscendi dei marciapiedi. Ma ecco, dunque, di fronte a me questa mamma con il suo bimbo: reclina indietro il passeggino, si vede che il fanciullo è stanco. Anche lui ha patito l’afa come noi e ha i capelli sulla fronte tutti bagnati. La mamma gli strofina un orecchio, e lui istantaneamente si addormenta. Cina o Italia non fa differenza in questi casi, anche mio figlio minore s’addormenta così. Tutto il mondo è paese. Ma qualche fermata dopo il sonno del piccolo si fa più agitato e allora la mamma tira fuori il biberon del latte; lui si mette a ciucciarlo da addormentato e tutto ritorna placido. Un sonno perfetto e totale, in mezzo alla gente che chiacchiera, mentre la vettura traballando procede. Magnifico.

Arrivo a Lotto, scendo e mi avvio al lavoro.

Lo ammetto, neanche a me questo sembra – a prima vista – un viaggio nel tempo; né me ne sono accorta mentre lo vivevo. Un viaggio nel tempo dovrebbe essere stile Ritorno al futuro, con uno scienziato pazzo ed effetti speciali. Invece no. Il mio viaggio è stato diverso. Ci ho ripensato la sera, al ritorno, quando la stanchezza e la rilassatezza post-stress non mi concedevano pensieri complessi. Solo durante il viaggio di ritorno, ho unito i tasselli del disegno di cui ero stata spettatrice. Ho ripensato alla mia giornata, ed ecco di cosa mi sono accorta.

Ero partita e avevo incontrato un vecchio; avevo proseguito incontrando una ragazza; quasi all’arrivo mi ero imbattuta in un bambino. Il tempo della mia giornata era andato in avanti, facendomi però incontrare il tempo della vita a rovescio, dalla vecchiaia all’infanzia.

E ho pensato al film Il curioso caso di Beniamin Button in cui il protagonista nasce vecchio, cresce ringiovanendo e infine muore neonato. Il racconto di Scott Fitzgerald, da cui il film è tratto, è molto diverso e più sintetico dei contenuti che vengono sviluppati nella versione cinematografica, per questo faccio riferimento al film. Mi ha sempre colpito questa storia, non solo perché è strana, ma proprio perché è paradossale. Il libro che io stessa ho scritto è impostato sull’idea di una giornata storta, cioè di un giorno che comincia con la sera, prosegue col pomeriggio e finisce col mattino. L’ho fatto per rovesciare la prospettiva sulle cose, come m’insegna il mio maestro Chesterton; l’ho fatto, quindi, per osservare la vita in modo rovesciato e stupirmene una volta di più. L’ho fatto, infine, con la vaga idea che la fine della nostra vita dovrebbe essere un mattino, cioè un nuovo inizio.

Ma solo vivendo una vera giornata storta, in cui ho incontrato a rovescio le tappe della vita, mi sono resa conto di una formidabile ipotesi. Ed è forse pure il senso del curioso caso di Benjamin Button. E se il senso della vita fosse quello di tornare bambini, di arrivare a essere come neonati quando moriremo (pronti – quindi – per il vero inizio dell’eternità)? Qualcuno lo disse già, lo so (“Se non ritornerete come bambini, non entrerete mai”), ma non avevo mai pensato che potesse essere applicato in senso letterale.

Noi interpretiamo la vita come avanzamento e crescita, perché il tempo procede in avanti facendo crescere il nostro corpo e il bagaglio delle nostre esperienze. Ma se, contemporaneamente e rispetto a un altro punto di riferimento, il tempo della nostra vita fosse un allontanamento e una decrescita? Se il massimo possibile del compimento fosse la nostra origine? Esiste qualcosa di più compiuto di un feto dentro il grembo materno? Noi non ne abbiamo memoria, ma credo che in quei nove mesi nella pancia della mamma s’imprima in noi la cosa più simile e vicina possibile al Paradiso. E da quando nasciamo in poi, ci allontaniamo da quella condizione e ci aspetta una grande prova, quella di vivere nell’imperfezione.

Il massimo dell’umanità fu la sua origine nel Giardino dell’Eden, e da allora in poi tutto fu un allontanamento da quella perfezione. In realtà, tutto -dopo l’Eden- fu un viaggio per ritornare all’Eden. E forse anche la nostra vita ripercorre questa direzione di marcia, nascendo e crescendo via via ci allontaniamo dalla nostra origine; ci distraiamo incontrando via via per strada altre cose. Abbiamo ancora dentro il desiderio di un bene grande (è come un’eco che pulsa nel nostro cuore), ma non sempre lo mettiamo a fuoco. A volte confondiamo il traguardo, e ci soffermiamo in punti d’arrivo molto meno ambiziosi e soddisfacenti. In gioventù abbiamo uno slancio grandissimo, eppure talvolta lo riversiamo in una vanità confusa. C’innamoriamo del nostro volto, come la ragazza sul treno. E non è sbagliato, perché è il nostro vero volto quello che cerchiamo lungo l’intero viaggio del vivere … tuttavia, non è uno specchio che ci darà le risposte. Tante volte finiamo per accontentarci di cose concrete, che poi passano.

Poi passa anche il nostro vigore fisico e la forza giovanile cede alla lentezza e insufficienza della vecchiaia. Con due miseri e stanchi piedi ci troviamo a penare per attraversare una strada. Ma se questo è il percorso inevitabile e scritto nel nostro corpo, è lecito alla nostra anima fare a rovescio il percorso? Può l’anima coraggiosamente opporsi a questo allontanamento dall’origine e nuotare controcorrente? Può, mentre il corpo invecchia, cercare di tornare bambina?benbuttonbabyposter

Quel bambino addormentato nel passeggino forse non era un essere umano incompiuto e piccolo, forse l’ho visto per ultimo nel percorso del mio viaggio perché essere come lui è un traguardo: quieti e abbandonati nell’abbraccio di una madre, lieti di una carezza, soddisfatti di un sorso di latte. Ecco, dunque, cosa è capitato a Benjamin Button: nel suo corpo si riflette ciò che dovrebbe accadere  all’anima; col passare del tempo essa deve ringiovanire e non invecchiare, essa deve fare di tutto per non perdersi lontano e alla deriva … deve ritrovare la strada per tornare all’origine, al punto di partenza, a quel tempo della vita in cui siamo stati il più vicino possibile a ciò che è innocente. Essere una creatura innocente è il nostro traguardo, ed è la cosa più impegnativa e ardita possibile. Perché lungo la strada altre ipotesi fanno capolino: avere successo, diventare qualcuno, soddisfare i desideri più strani, ecc.

Altri traguardi luccicanti, ma non soddisfacenti, si sostituiscono al traguardo dell’innocenza … e tendenzialmente le nostre ambizioni ci portano sempre nella direzione di sentirci un po’ più “padroni delle cose”. Ma è un allontanamento, non una crescita. L’innocenza del bambino è qualcosa di compiuto proprio perché il suo affidarsi completo ai genitori è tutt’uno con la sua gioia, il suo essere creatura umile (cioè, il suo fidarsi dell’abbraccio di qualcun altro) coincide con la sua piena felicità e anche con una certa dose di spavalda esuberanza.

Il mio viaggio nel tempo si ferma qui, all’ipotesi che per un attimo è balenata nella mia testa e cioè che tutta la vita non sia nient’altro che una prova, in cui dobbiamo nuotare controcorrente. Più il tempo ci allontana dall’origine, più noi dobbiamo usare il tempo per recuperare l’anima del bambino, perché in lui l’eco del nostro destino buono si ode ancora forte e chiaro, mentre – col passare degli anni – quella voce tende a essere sempre più fioca. E il fatto che la vecchiaia comporti un sacco di inconvenienti simili a quelli che toccano al neonato – senza denti, incontinente, poco controllato – forse è l’estrema risorsa per ricordarci la strada giusta per entrare in Cielo.

‘na tazzulella ‘e café

Il cielo è ovunque a casa sua, diceva Chesterton. Ma anche chi sta in cielo vuole sentirsi a casa; e così, spulciando nei trafiletti dei giornali, scopro che è stata progettata una macchina del caffè per lo spazio, di cui potranno servirsi gli astronauti a bordo della stazione spaziale ISS.

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Foto di Jordan Merrick

A me l’espresso manca non appena metto piede all’estero (cioè, quelle rare volte che metto piede all’estero …); per non parlare di come sono conciata ogni mattina nel tragitto letto-cucina, prima di trangugiare una tazza intera di caffè. Certo, si addice di più a una signora il verbo “sorseggiare”, ma prima di prendere il caffè io non sono una signora … e quindi non sorseggio, ma trangugio. Poi, dopo il caffè, il mondo si schiude di fronte ai miei occhi e la vita comincia e riacquisto le buone maniere.

Ecco, figuriamoci se non capisco gli astronauti. Sia dato un caloroso benvenuto a questo caffè tra le stelle. Quest’espressione spalanca all’immaginazione un regno fantastico: viene da pensare a tavolini che fluttuano nel cielo insieme a qualche sedia e camerieri eleganti che volano con vassoi pieni di tazzine. Magari un trio jazz, con piano, cantante e violoncello; anch’essi magicamente sospesi nel vuoto. E poi allegre chiacchiere tra un sorso e l’altro. Lo so che una stazione spaziale non è il Caffè Florian di Venezia, ma è più forte di me. Io mi immagino Samantha Cristoforetti e i suoi colleghi proprio come fossero al bar.

Perché il caffè evoca per noi un universo domestico, luoghi e momenti di giornaliero ristoro; e l’uomo non può fare a meno di rendere ogni domestico ogni cantuccio dell’universo, appena ci mette piede. Porta in orbita il caffè (… e penso che ne offrirebbe uno anche ai marziani). Questo è significativo: anche nei luoghi più remoti noi abbiamo bisogno di sentirci a casa. Ad esempio, in una stanza d’albergo io mi sento meglio non appena vedo i miei asciugamani in bagno e il mio pigiama sul cuscino.

Ma che casa è quella che abita l’uomo? Che posto è un mondo abitato dalla presenza degli uomini? Non è un posto perfetto.

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Foto di Thomas 8047

Che sia stato o meno casuale, dopo aver letto la notizia della macchina del caffè per astronauti ne ho letto un’altra … ehm … più terra terra. È stata arrestata a Viareggio una 42enne che derubava gli anziani dopo aver avvelenato il loro caffè: in pratica li imbottiva di sonniferi e poi toglieva loro quel poco che avevano.  Non è un crimine tra i più efferati di cui abbiamo sentito parlare, ma è tremendo. Il caffè per noi italiani è un sacro rito di ospitalità e compagnia. Al bar, di fronte a una tazzina, parli di cose importanti anche con uno sconosciuto. Una volta, una barista – mai vista prima – mi confidò in un quarto d’ora il dolore per la morte improvvisa del figlio .

Il caffè non è una bevanda, come non lo è il tè per gli inglesi. È la pozione magica che vince la solitudine, fosse anche solo per un minuto. E chi dice che scambiare due chiacchiere davanti a un caffè è un pro forma, forse ha ragione; ma è una formalità radicata su una sostanzialità dimenticata: l’uomo può cominciare a condividere con gli altri il suo spirito, solo se condivide la propria carnalità. Perché nelle situazioni più assurde, tipo quando piove e siamo senza ombrello, ci viene spontaneo vincere la ritrosia verso gli altri e metterci a parlare? Perché sono i momenti in cui ci rendiamo davvero conto che siamo tutti sotto lo stesso cielo; indaffarati con i nostri limiti ed errori; pieni di imprevisti e incidenti. Siamo creature, esseri di passaggio, e ce ne accorgiamo meglio di fronte ai fatti che enfatizzano la nostra creaturalità. Ecco: abbiamo bisogno di mangiare e bere, tutti. E nutrirsi è un momento intimo e profondo, proprio perché svela un bisogno sostanziale e anche che siamo creature bisognose (non autosufficienti). Bisognose di cibo per stare in vita. Condividere il gesto del nutrirsi con altri crea per forza una compagnia, anche momentanea, ma sincera. È un momento sacro in cui siamo davvero tutti uguali. Forse non lo siamo davanti alla legge, ma lo siamo davanti a un caffè.

Perciò mi risulta tremendo il crimine della signora viareggina, perché insinua il veleno nel domestico. È proprio come trovare un serpente in un giardino … per citare Adamo ed Eva. Basta poco, dentro il recinto della nostra domesticità, per precipitarci dalle stelle alle stalle. In questo senso, il racconto biblico del Giardino dell’Eden è più vero della storia: contiene la verità più autentica del genere umano: un piccolo seme di male è in noi ed è capace di rovinarci la festa. Sonnifero nel caffè, un trucco per fregare della povera gente che si fida, proprio perché sta bevendo un caffè. Ma non mi scandalizza dire che anche tra le stelle noi saremmo capaci di portare le stalle; saremmo cioè capaci di scombussolare la perfetta magnificenza delle stelle. Se abbandonassimo la terra per andare a stabilirci in un’altra galassia, non solo ci porteremmo dietro la nostra caffettiera, ma anche tutto ciò che le va dietro. Cioè: pur tra le stelle, l’uomo non smetterebbe di essere uomo. Non diventa un angelo solo perché ha spiccato il volo.

Foto di Kris Williams

Foto di Kris Williams

Come prima reazione, leggendo insieme quelle due notizie, ho provato amarezza; prima ho pensato: “Che bello sentire l’aroma di caffè su Orione!”, poi ho pensato che anche su Orione c’era il pericolo di bere un caffè avvelenato. Come reazione meno immediata, ho invece intuito che solo l’associazione delle due notizie ci restituisce una scena davvero autentica e interessante. Un caffè avvelenato è tragico e basta. Un caffè tra le stelle può correre il rischio di essere come certi “caffé letterari”, in cui si chiacchiera volando a un metro da terra e perdendo il senso della realtà. Insieme, creano una storia avvincente.

Per quanto non sia un’esperta, credo che il veleno sia all’origine di tanti bellissimi racconti gialli. E questo genere di storie andrebbe letto come la Bibbia, perché il racconto del mistero è uno specchio umano autentico. A volte, anzi spesso, anzi sempre, una bella storia comincia con un delitto; una bella giornata comincia con un guaio; un’avventura comincia imboccando il sentiero sbagliato. Perfino se la creatura umana più pacata fosse proiettata su un microscopico pianeta di una galassia sperduta, quel posto diventerebbe un casino. Sì, un amabile casino domestico. Di quelli che poi ti trovi a raccontare a uno sconosciuto barista dicendogli: «Lei non ha idea di quel che mi è capitato oggi …». Affermazione che, di solito, implica che l’ascoltatore cominci ad annuire … perché ne ha idea, eccome.

Dimmi tutta la verità, cioè raccontami delle favole

 

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Foto di Steve Corey

«Le favole non insegnano ai bambini che esistono i draghi, le favole insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti», questo è uno degli aforismi più famosi e citati di G. K. Chesterton. Un aforisma un po’ meno noto, sempre sulle favole e sempre di GKC, me lo ha fatto conoscere la mia amica Maria Grazia, che mi ha procurato lo scritto introduttivo di Chesterton alle fiabe di Esopo. Si tratta di poche paginette “fulminanti”, cioè che scuotono e illuminano, in cui a un certo punto si legge: «Non ci possono essere favole buone con esseri umani nella trama; non ci possono essere bei racconti fantastici senza di essi».

La comprensione tecnica della frase prevede la conoscenza della differenza tra l’inglese “fable” (fiaba che educa portando sulla scena animali, tipo La volpe e l’uva) e “fairy tale” (racconto immaginario in cui compaiono fate, folletti, mostri). La comprensione umana della frase prevede un lungo viaggio, in cui ora tento di inoltrarmi …

Un po’ di tempo fa, da qualche parte (forse proprio su questo blog), ho dichiarato la mia profonda afflizione per l’incapacità di trovare un vero e solido lieto fine nelle storie del nostro tempo, che siano romanzi o film. Siamo bravissimi nel tragico, eccellenti nell’incomprensibile, deludenti nel «e vissero tutti felici e contenti». Citavo come esempio il finale del film Michael Clayton, in cui un malinconico George Clooney chiede a un tassista di portarlo in giro a caso per una corsa di venticinque dollari. E lo fa proprio dopo aver concluso un’azione eroica; e lo fa pur avendo un figlio da cui andare, con il quale ha molte cose in sospeso, un rapporto vivo da portare avanti.

«Dove la porto?» chiede il tassista.

«Fin dove mi portano questi 25 dollari, guidi e basta» risponde il protagonista.

Ecco, le grandi storie di un tempo cominciavano dalla selva, da un uomo smarrito. Quelle di oggi, anche se portano in scena un’azione positiva, finiscono con un uomo che non brama altro che perdersi a caso nella selva del traffico di una grande città. Questo mi lascia l’amaro in bocca. Ma, mi rendo conto, il tema del lieto fine va approfondito oltre quest’osservazione. Intendo farlo attraverso un libro e un film in cui mi sono imbattuta di recente.

PatrickNess2Ho letto Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, proprio perché in una recensione si parlava del fatto che le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti.  Il titolo inglese originale è, in effetti, A monster calls e la copertina italiana sintetizza benissimo la trama, senza svelare nulla: c’è un bambino, delle tombe, una città distante e un grande albero che sovrasta il tutto. Il mostro è proprio l’albero, che comincia a far visita e a parlare al piccolo Conor presentandosi da lui sette minuti dopo la mezzanotte. È un romanzo che si legge d’un fiato e lascia senza respiro. Bellissimo e tremendo, di quelli che consigli sapendo che farai stringere il cuore e piangere a dirotto chi seguirà il consiglio.

Perché a tema c’è la malattia, e l’ineluttabilità a cui essa costringe un bambino. Il mostro-albero aiuta il giovane Conor raccontandogli delle favole, tutt’altro che concilianti; è un mostro, non è una fata. Non è cattivo, però, è forte come un albero millenario che conosce le viscere della terra. E il mostro lascerà come insegnamento finale al ragazzo questa verità: “La vita non si scrive con le parole. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa”. Il lieto fine, in questa storia, sale a un livello di senso più arduo e interessante; qualcuno obietterà che si possa persino definire un lieto fine … ma per me lo è. A volte, anzi spesso, anzi sempre, dire «e vissero tutti felici e contenti» esclude buona parte della verità; prima di tutto il fatto che oltre a vivere, si muore. Può un lieto fine aver a che fare con la morte? Sì.

Il mostro-albero lo insegna, dicendo che non conta il pensiero, ma la traccia concreta di te che lasci al mondo. La morte non può cancellare la presenza viva di un uomo sulla terra; il grande passo che Conor deve fare è proprio questo, stando accanto a una madre malata: rendersi conto che la cattiveria di certi pensieri è meno importante di ciò possiamo concretamente fare. La realtà vince sull’astrazione. E la verità dentro la realtà vince sulle bugie che ci passano per la testa.

Lieto fine, in questo caso, non significa zuccherosa gioia, ma ardimentosa coscienza del bene (dentro le ombre selvatiche della vita). Non aggiungo altro alla lacerante bellezza di questo libro, ma consiglio questa recensione, in cui ho trovato molte corrispondenze con il mio stato d’animo.

Sì fa, invece, molta fatica a trovare una recensione positiva del film Disney Into the Woods, anche se a me, per andarlo a vedere, è bastato sapere che Johnny Depp interpretava il Lupo diinto-the-woods1-768x1024 Cappuccetto Rosso. «Stai attento a ciò che desideri», recita il sottotitolo ed è questo problema molto contemporaneo del desiderio, o meglio della “dittatura del desiderio”, che il film affronta in modo convincente. Si parte dalla gente comune, che è quel che fece Dante parlando di nostra vita, e dalle difficoltà: un fornaio e sua moglie non possono avere figli. Una strega (la meravigliosa Meryl Streep!) dice loro che potranno averne uno, se porteranno a termine una prova dentro il bosco. E loro vanno.

Tutto comincia dalla selva. Tutto ciò che vale la pena di vivere conosce la prova, l’essere messi alla prova del buio, dell’ombra, dello smarrimento dentro un bosco. Ma un bosco è sempre un luogo di incontri e scontri, ce lo insegna magistralmente Ariosto nell’Orlando furioso: la selva è il posto della ricerca, ed è anche il labirinto dove la ricerca si svia, si perde; la selva è il luogo dell’imprevisto buono o cattivo. La selva, in una parola, è il posto dell’avventura (di ciò che ad-viene, ti viene incontro …nel bene o nel male). Nella selva si erra, cioè si gira, ma si sbaglia anche.

Dentro il bosco, il fornaio e sua moglie incontrano i personaggi delle favole più famose: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack (quello dei fagioli magici). Perché le favole «ci vengono incontro» nel momento del bisogno; in esse sono contenute, sotto forma simbolica, le verità eterne di cui ogni uomo ha bisogno per affrontare la vita (NB: Virgilio, ovvero i racconti epici da lui narrati, va incontro a Dante nella selva!). Chesterton diceva che Cenerentola ricordava all’uomo che «gli umili verranno esaltati». Quanto a Cappuccetto Rosso anche lei ha qualcosa da dire alla nostra ingordigia; lei che entrando nel bosco divora allegramente i dolcetti, che erano per la nonna, e poi diventerà una bambina molto più accorta, dopo aver trascorso attimi tremendi nella pancia del lupo, divorata a sua volta.

Nel film, insomma, è chiaro che le favole c’entrano con la vita molto più di certi discorsi realistici dei benpensanti. E, a un certo punto, tutto sembra compiuto, arriva il perfetto lieto fine, in cui tutti hanno ciò che desideravano. È stato il momento in cui al cinema ho gongolato, perché finalmente avevo di fronte a me il vissero tutti felici e contenti. Poi è arrivato lo schiaffo, perché il film non si conclude così … tutto crolla … e io ho cominciato a sentirmi a disagio, temevo che il messaggio volesse di nuovo andare a parare sulla malinconia dell’uomo moderno. Invece no. Attento a cosa desideri, recita il sottotitolo.

Nella storia subentrano morti, un adulterio, il fraintendimento, la rabbia di un gigante che provoca un terremoto devastante. Eppure tutti i superstiti, si trovano infine attorno a un bimbo appena nato, a raccontarsi una favola. Quel bimbo, fortemente desiderato, avrà solo uno dei suoi genitori accanto a sé. A questo punto, nella mia testa, è entrato in gioco il discorso di Chesterton da cui ho cominciato questa lunga peripezia. Il desiderio è una cosa buona, ma l’uomo non è sempre una creatura buona. Il desiderio contiene un bisogno buono, che può tramutarsi in egoismo per essere realizzato. Noi non abbiamo solo dei desideri, sappiamo già come devono realizzarsi. Non esprimiamo un auspicio, vogliamo assolutamente che si realizzi in un certo modo. E se le multiformi variabile del reale cambiano? Sappiamo difendere il vero, il giusto, il buono oltre il nostro egoismo e la crudeltà della vita?

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Foto di Lord Marmelade

Ecco, è questo che emerge da questa pellicola: lì dove c’è un uomo c’è un desiderio, ma lì dove ci sono gli uomini c’è anche il male. Il lieto fine non è dunque lo scorrere liscio e placido delle cose, la realizzazione perfetta del mio desiderio come-lo-voglio-io; il lieto fine diventa la capacità di sostenere le prove che la vita ti impone, esaudendo un desiderio e dandoti al contempo altro dolore indesiderato. Sai stare di fronte al bene, senza sottrarti alla prova del male? Un uomo che accoglie questo invito e risponde sì, vive felice e contento (col cuore ferito, con l’anima spalancata).

Torno da dove sono partita, dalla frase di Chesterton sulle favole di Esopo: raccontare la verità attraverso le figure animali significa dipingere davanti all’uomo le semplici colonne portanti del vivere, immutabili e fisse immagini, come la furbizia, il coraggio, la lealtà, la pavidità.  L’uomo ha bisogno di questi racconti; ha bisogno di vedere che le verità fondamentali che sostengono il mondo non sono fluttuanti o incerte; ha bisogno che abbiano un volto. Ma l’uomo ha anche bisogno di «vedere» che la vita è una prova e non un copione fisso; per questo esistono favole o racconti fantastici di cui sono protagonisti esseri umani o simil-umani (folletti, giganti, ecc). In questi racconti va in scena un’altra verità: il viaggio vertiginosamente arduo di una creatura libera verso la sua felicità.  Ma lascio la parola a GKC:

«Non possiamo insegnare le verità più semplici senza trasformare gli uomini in scacchi. Non possiamo parlare delle cose più semplici senza usare gli animali, che nella realtà non parlano affatto. Il lupo sarà sempre vorace e la volpe furba. Ma ogni volta che si dà a un’idea un paio di gambe, anziché delle piume, non si può che ricorrere agli uomini, alle loro imprese eroiche e anti-eroiche».

Insomma, possiamo imparare l’alfabeto dell’umanità decorando ogni lettera con le forme di un animale, G come gatto e C come cane. Forte come il leone, puro come l’agnello. Quando, però entra in gioco l’uomo, la semplicità s’incasina alla grande. Lui diventa protagonista di storie assai più complesse, ma sensate. Perché tutte le grandi fiabe in cui sono presenti gli uomini (principi e sguattere, bambini e giganti) hanno in comune un punto di arrivo, solido e innegabile. Non un girovagare insensato senza meta.

Per questo le favole non sono uno svago; non vagano e non sono vaghe; non girano attorno alla verità, ci conducono – per mano – dritti verso il vero. Anche, e soprattutto, quando ci dicono che la felicità affonda le radici nella prova dolorosa.

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La scelta di Darby. Opportunità, non imposizioni (l’uomo è un cavaliere libero)

Stanca del ciarpame che mettono in circolazione i nostri quotidiani e giornali più blasonati, mi sto costruendo network per recuperare informazioni, fatti, eventi . Tra gli altri, mi sono messa a seguire il blog The Oregon Optimist.

Ci trovo notizie positive. Quelle che non sentiamo mai nei Tg. Ma ci sono. Perché, grazie al cielo, il mondo è un posto in cui il bene germoglia. E tendenzialmente resiste e perdura più della violenza e del male, che si esauriscono una volta esplosi.

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Foto di Elizabeth Haslam

Mi sono così imbattuta nella storia di Darby, che a sedici anni è rimasta incinta e ha deciso di non ricorrere all’aborto, grazie a una frase detta dal ginecologo che l’ha visitata. Non voglio fare di questa storia una pura e semplice propaganda anti-aborto, ma se possibile qualcosa di più generale.

Ebbene, ecco la storia della giovane Darby che va a farsi visitare. Ha il dubbio di essere incinta e ha anche il dubbio di cosa fare nel caso di un’eventuale gravidanza. Il ginecologo che la visita le conferma la gravidanza. E a quel punto, vedendo la reazione emotiva della giovane, le dice una cosa che per lei diventerà decisiva: “Ho visto tante donne pentirsi di un aborto, ma non ho mai incontrato una ragazza madre pentita di aver avuto un figlio”.

Darby racconta che quella frase le ha cambiato la vita, a quel punto le è stato chiara la strada da percorrere. E ha avuto il suo bambino.

In che modo stiamo accanto a chi deve affrontare eventi o scelte decisive, capitali, difficilissime?

Spesso la modalità “ora ti dico io cosa è giusto” (con relativo indice alzato) si innesca istantaneamente. Ed è corretto proporre in  modo onesto alle persone le nostre convinzioni. Io credo, infatti, che sia una balla mostruosa dire: “Per rispettare la tua libertà, mi astengo dal dirti qual è la mia opinione”. Non è rispetto della libertà, è fregarsene e non avere il coraggio di esporsi.

Eppure è decisivo rispettare la libertà altrui; e il modo più corretto di rispettarla è metterla in moto. Come? Non ho la ricetta universale, ho un’ipotesi che mi ha insegnato il signor Chesterton e che ha riempito di ginnastica la mia vita.

Partiamo da questa premessa. La libertà non è un modo per avere la strada spianata. Spesso, oggi, si crede di essere liberi quando si hanno sufficienti diritti per fare le cose che vogliamo, per fare e disfare in base all’istinto di ogni momento. Voglio essere libero/a di innamorarmi e di non sposarmi; voglio essere libero/a di sposarmi e poi divorziare; voglio essere libero/a di avere figli senza avere un/a compagno/a, ecc ecc. Se questa è libertà, assomiglia molto a una sottospecie di dittatura dell’istinto: come se ogni nostro momentaneo desiderio dovesse subito e per forza realizzarsi, se no non sono felice.

La libertà è qualcosa di più ricco e impegnativo. Che soddisfa pienamente l’uomo, offrendogli delle sfide da accettare. Offrendogli l’opportunità di combattere per ciò che ama. Chesterton dice che l’uomo è come il cavaliere della fiaba; deve raggiungere un castello lontano, passando attraverso un bosco, dove lo attendono prove e avventure. Questa è la trama fatta su misura per il nostro cuore. La nostra natura non è fatta per godersi la soddisfazione di ottenere ogni cosa che ci passa per la testa, ma è fatta per godere della libera scelta di poter dar prova di difendere e conquistare ciò che davvero ama.

Un'immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Un’immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Siamo fatti per le avventure impegnative che ci portano verso il castello. Non appena ci viene proposta una prova che possa svelare il nostro valore, noi ci sentiamo finalmente “vivi”, pronti a dare tutto noi stessi in nome di qualcosa che vale la pena salvare, conquistare, custodire. Perché intuiamo che un bene grande per noi è in gioco in un’impresa di valore . La bugia moderna dice, invece, che il cavaliere è più libero se si dimentica del castello lontano e comincia a divertirsi nel bosco, dove gli DEVONO essere date tutte le cose che vuole: un rifugio su un albero, cacciagione fresca, solitudine, agio e relax. Un cavaliere che si riduce così è indolente, ma soprattutto non è felice.

La storia di Darby testimonia che se a una persona è data l’opportunità di risvegliare la propria libertà, allora si sentirà di nuovo come il cavaliere della fiaba. Non abbiamo bisogno di persone che ESEGUANO la cosa giusta, ma che vogliano essere libere di dare tutto se stesse per qualcosa che riconoscono giusto. La risposta del ginecologo è perciò esemplare: non ha dato alla ragazza una risposta moralisticamente impacchettata, ha messo di fronte a lei un dato della sua esperienza, in modo che sembrasse una sfida. Non una provocazione, ma una sfida. A quel punto Darby aveva davanti a sé non una casella da barrare (gravidanza sì, gravidanza no), ma un percorso libero di cui essere protagonista: che nessuna ragazza madre si fosse pentita di aver avuto un figlio non era certo un dato neutro. Non dipingeva ai suoi occhi un orizzonte facile, sereno e in discesa, eppure lasciava trapelare un’avventura corrispondente al suo cuore. Un’opportunità. Come quella del cavaliere che sceglie di inoltrarsi nel bosco, perché si sente pienamente libero di affrontare tutte le prove necessarie per raggiungere il castello.

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Foto di Michal Kulesza

Nel mio piccolo, ma molto piccolo, è capitato anche a me qualcosa di simile, che conferma ciò che Chesterton mi ha fatto intuire; ovvero che l’uomo, messo di fronte a un’avventura impegnativa, ha voglia in piena libertà di dar prova del suo valore.

Io sono rimasta incinta proprio a metà del dottorato e, per quanto non avessi nessun dubbio sulla mia gravidanza, un certo pessimismo aleggiava nella mia testa. Sapevo bene che avere un figlio sarebbe stato incompatibile con il percorso universitario che avevo di fronte; per ottenere qualcosa nel futuro (una borsa di studio per la ricerca, un posto come docente) i professori  esigevano una disponibilità illimitata di spazio e tempo; era ovviamente una legge non scritta, ma vera quanto invisibile. Io ero fatta istantaneamente fuori. I miei compagni di dottorato, saputo che io aspettavo un bambino, mi venivano incontro dicendomi: «Mi dispiace». Lo giuro. Ma era il sentimento onesto di chi aveva messo in conto che la carriera richiedeva un netto sacrificio rispetto agli affetti.

Io non condividevo questa linea, tanto che mi ero sposata mentre studiavo, eppure quando si trattò di trovarsi di fronte al fatto che non avrei avuto un futuro in università, perché sarei diventata madre, ecco … i pensieri si annebbiarono. Fu decisivo mio marito che risistemò il mio orizzonte mentale con una frase tutt’altro che consolatoria, bensì provocatoria. Da ingegnere, mi richiamò alle fredde ma vere leggi matematiche e mi disse: “In aritmetica un positivo + un positivo non dà mai risultato negativo”. Vero. Io studiavo ciò che mi piaceva (positivo) e stavo portando nel grembo un figlio (positivo); spettava a me verificare che queste due cose insieme non potevano dare frutto negativo.

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Appunti miei … scarabocchi dei figli

È l’avventura in cui sono impegnata a vivere da allora. Ho lasciato l’università, e questo non ha significato smettere di scrivere e studiare ciò che mi piace. Non è una strada facile. Ora scrivo ascoltando un figlio di 8 anni che ripete la lezione sui Sumeri e con un altro di 4 sulle ginocchia che pigia a caso i tasti del mio computer. E dicono che scrivere dovrebbe essere un mestiere di solitudine e concentrazione. Può essere. Nella mia fiaba non è così. Sto cavalcando verso il castello e tante volte esco ferita dagli scontri coi goblin o coi draghi, ma questo mi aiuta meglio a capire perché sto qui a combattere.

Un vento senza nome. Quello di Irene, di Mary, di Innocent, di Pickwick … e di Dio

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 Il vento oggi ha portato con sé un racconto…

Con un incipit così, la canzone portata a Sanremo da Irene Grandi mi ha conquistata da subito. Poi ho capito meglio perché, grazie a @paga_1993 che non conosco di persona, ma che mi ha illuminato con questo tweet:Mary&Irene

Non ti sei fermata, sei stata di parola…

ed una mattina sei uscita, con il vento sei volata…

Sembrano proprio parole perfette per Mary Poppins. Ma non è per dire che Irene Grandi ha copiato, tutt’altro. Nel mondo erudito della letteratura questi richiami si definiscono riferimenti intertestuali. Io preferisco chiamarli rapporti di parentela. Mary-Poppins-mv01Certe immagini ci parlano, da sempre. E da sempre catturano la nostra attenzione. Dal tempo lontanissimo in cui l’uomo primitivo alzò per la prima volta gli occhi al cielo. Riconosciamo dietro certi immagini altrettanti eco.

Qualcuno ha scritto un messaggio per noi nell’universo, e noi abbiamo uno strumento intimo per comprendere quel messaggio. Dietro certe immagini sentiamo un sussurro.

Il vento è una di queste immagini eterne che parlano, che ci parlano. Nell’antichità era un Dio, Eolo. Oggi una cantautrice, per parlare di irrequietezza e coraggio, tira fuori il vento e scrive una bellissima ballata per Sanremo.

Non lo dico per mescolare sacro e profano, lo dico per riconoscere che ci sono delle eterne fonti di ispirazioni per l’uomo (sia esso un profeta o un menestrello).

In questo caso particolare, ispirazione è parola quanto mai azzeccata. Il vento, infatti, spira da sempre.

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Pentecoste – di Andrew Wyeth

Il vento è un’immagine che porta con sé l’idea che non tutto è già dentro la nostra vita, ma che qualcosa di più grande pervade l’aria. È l’idea che una novità vivace venga a visitarci, e a cambiarci.

Chiamare in causa Mary Poppins significa per me innescare un flusso di coscienza difficile da ordinare in un discorso logico e coerente. Provo a metterlo giù come viene e rinvio a un post successivo un altro bellissimo percorso che va da «questo vento agita anche me» della Bertè a «cercando di raggiungere chi, al vento avrebbe detto sì» di Battisti, per passare poi a Blowing in the wind di Bob Dylan fino all’Ode al vento dell’Ovest di Percy B. Shelley e Al di là del vento del Nord di George Macdonald. Ecco che comincio già a prendere la tangente. Stop.

Per questa volta solo gentildonne, gentiluomini, ombrelli e cappelli.

windyTutti abbiamo amato Mary Poppins. Più che una persona, lei è un angelo: la nostra anima viene talvolta visitata da pensieri provvidenziali che non si sa da dove arrivino. E come arrivano, poi se ne vanno. Te ne stai immerso nel tuo monotono o persino triste tran tran e poi… non sai bene come…ecco, nella tua testa si spalanca un’intuizione che ti permette di vedere le cose in modo diverso. Non sai dire da dove arrivi, è proprio come una folata improvvisa che mette sotto sopra lo status quo delle cose. Magari, senza accorgertene, il tuo sguardo ha fissato un oggetto o una scena che ha ridestato in te una memoria profonda, dimenticata, inconscia; e questa memoria ha subito messo all’opera la parte creativa del cervello. Ha tirato fuori delle risorse sommerse che non sapevi di avere. Proprio come quando si pulisce a fondo una stanza, e salta fuori quel calzino che cercavi da secoli.

La realtà ci stimola oltre e più a fondo di quel che noi percepiamo. Ecco ciò a cui noi diamo il nome di idea, o ispirazione. Qualcosa soffia dentro e sotto l’apparenza delle cose, e ci spinge, ci stimola. Spira da chissà dove e poi va via.

Mary Poppins è la voce della meraviglia, che entra in casa nostra per fare le pulizie di primavera; si mette a parlare al nostro io lo ridesta all’entusiasmo per la realtà. E quello strepitoso film che è Saving Mr Banks ci ha detto una volta per tutte che Mary Poppins viene per salvare i genitori, non i bambini.

Mary Poppins non è sola; ha una famiglia numerosa. Io penso di conoscere suo padre, ovvero un romanzo uscito vent’anni prima del capolavoro di Pamela L. Travers. Mi riferisco a Uomovivo di G. K. Chesterton che io stessa ho tradotto, letteralmente perdendomi nel flusso delle prime dieci pagine, completamente occupate dal soffio impetuoso di un vento buono che scombussola Londra:

S’alzò a occidente un vento maestoso, come un’onda d’irragionevole felicità, e si lanciò verso oriente sull’Inghilterra, portandosi dietro la gelida fragranza delle foreste e il freddo inebriante del mare. Giunse in milioni di covi e angoli a rinfrescare un uomo come un boccale pieno e lo sorprese come uno scoppio. […] Ma ovunque quel vento sprigionò un fuoco dentro vite sfuocate, propagando per il mondo lo squillo di tromba della crisi. […] C’era in quel soffio qualcosa di persino più intenso e imperioso dell’antico vento del proverbio, perché questo era il vento buono che non ferisce nessuno.

Non  solo non ferisce nessuno, ma anzi quel vento guarisce in molti. Trasportata da questa impetuosa corrente, appare una figura ornata di cappello e ombrello proprio come Mary Poppins, ma è un gentiluomo in verde: Innocent Smith.

La straordinaria limpidezza che il vento aveva portato in quel cielo nuvoloso divenne ancora più limpida e splendente; la volta celeste sembrava spalancarsi di stanza in stanza fino al paradiso. Si aveva l’impressione che sarebbe infine comparso qualcosa di più lucente della luce. […]. Ed ecco un nuovo sussulto dell’aria li sbilanciò quasi completamente e piegò fino a spezzarli gli alberi scuri del giardino. E più in là si poteva scorgere ogni sorta di strano oggetto volare in quel cielo spazzato dal vento: pagliuzze, rametti, stracci, fogli e, ancora più in lontananza, un cappello in fuga. Sfuggì alla vista, ma non definitivamente; dopo un paio di minuti lo videro ricomparire e da vicino si mostrò ancora più grande: era un panama bianco che si librava nel cielo come un pallone, sobbalzò per un istante qua e là come un aquilone strattonato e venne poi a posarsi al centro del loro prato, tremolante come una foglia caduta. E poi un altro oggetto spuntò sopra il muro del loro giardino, quasi volando dietro al panama in fuga. Si trattava di un grande ombrello verde

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Una scena dallo spettacolo Manalive, realizzato da Compagnia bella

Il proprietario di questi indumenti è un uomo straordinario che porterà scompiglio e gioia in una casa inglese, abitata da cinque personaggi tristi e annoiati. Una volta che essi avranno recuperato la gioia e la meraviglia di vivere, Innocent sparirà nel vento senza dare nell’occhio, per non tornare più – proprio come Mary Poppins.

Sia Innocent che Mary sono presenze che scompigliano tutto per sistemare per bene le cose. Fanno le pulizie di primavera. È sempre necessario uno scossone per vederci di nuovo chiaro. Come accade al cielo dopo una tempesta, che ritorna più limpido di prima. È anche un atto di profonda umiltà quello che comporta il vento, perché non c’è niente di così imbarazzante come una persona sballottata da un soffio impetuoso.

A questo punto, infatti, vorrei dire che conosco anche il nonno di Mary Poppins, cioè il papà dell’Uomovivo di Chesterton. GKC era un grande amante di Dickens, lo conosceva e citava a memoria. E Dickens ci lasciò una meravigliosa descrizione di un uomo che insegue il suo cappello nel vento: il signor Samuel Pickwick. Evidentemente, Chesterton aveva in mente questa scena quando scrisse del suo Innocent. Tutti questi si chiamano – lo ripeto – riferimenti intertestuali, ma io uso l’immagine della parentela (papà, nonni) perché un libro ti nutre di suggestioni e immagini; se tu le riusi dando ad esse una voce nuova, non stai copiando ma stai rinnovandole … proprio come noi rinnoviamo sul nostro volto i segni genetici di papà e mamma.

Ma torniamo alla penna formidabile di Dickens, intenta a raccontare del signor Pickwick che ha perso nel vento il cappello:

Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nel quale sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova a inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del recuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso né precipitarvisi sopra; né d’altra parte si deve cadere nell’estremo contrario e rischiare di perderlo addirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all’oggetto che si ha di mira, di essere vigile e cauto, avanzarlo di qualche passo, e poi fare una subita diversione, afferrarlo e cacciarselo in testa solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse come la più piacevole di questo mondo.People-struggle-with-umbrellas-in-high-wind-speed

Spirava un bel venticello, e il cappello del signor Pickwick se ne andava rotolando e balzando allegramente. Soffiava il vento e soffiava il signor Pickwick, e il cappello continuava a balzare e a rotolare come un pesce vivace nella corrente; ed avrebbe seguitato chissà fin dove la sua corsa se non fosse stato provvidenzialmente arrestato, proprio quando il signor Pickwick era completamente disperato.

Un uomo cosa insegue? Molto spesso non insegue nulla, è questo il punto. Se ne sta comodo e seduto nel suo spazio di realtà, adagiato sulle sue fissazioni e sulla routine. Come il signor Banks, in Mary Poppins. Occorre un trambusto celeste per fargli ricordare che lui non è una creatura ferma, ma anzi è la più irrequieta del creato. Il vento arriva e gli ricorda la sua natura profonda, quella di essere una creatura in perenne ricerca. Che cerca un senso, un significato, la felicità magari. L’uomo è sempre all’inseguimento del suo cappello. Di qualcosa che gli calzi perfettamente in testa, che sia cioè all’altezza dei suoi pensieri più profondi.

E anche una volta che il proprio cappello è stato trovato, occorre perderlo e ritrovarlo. Occorre mettere sotto sopra tutto, per non dare per scontate le cose. Il signor Banks non ha bisogno di un’altra famiglia, non ha bisogno di essere portato lontano dal vento; ha bisogno che il vento stia in casa sua, così che lui si accorga del diamante che ha già per le mani. Mary Poppins non porta altrove il signor Banks, lo lascia lì dove l’ha trovato. Ma se prima lui era un manichino imbalsamato, alla fine è un soldato sorridente armato d’aquilone.

Noi abbiamo bisogno di perdere le cose, per ritrovarle. Abbiamo bisogno che la bufera arrivi per pulire il cielo.

Ho citato solo alcuni testi, voi ne troverete mille altri. Ma c’è un’altra voce che, infine, bisogna introdurre. C’è un paragone da fare. Nel Vangelo di Giovanni viene annotato l’episodio in cui Gesù disse che solo chi rinasce dall’alto può vedere il regno di Dio; e allora un uomo di nome Nicodemo chiese a Gesù il modo in cui un uomo può rinascere. Gesù gli rispose che bisogna nascere dallo Spirito, e aggiunse: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Ci sono tanti venti che soffiano, alcuni fanno solo disordine o distruggono o ci fanno smarrire lontano. C’è un vento che non sai da dove viene né dove va, e che non è una burrasca di passaggio che distrugge e basta. È un vento buono che ti avvolge e accompagna; anche se inizialmente ti scombussola, poi ti ripulisce la vista e infonde una nuova primavera tra le stanze infreddolite e gelide del tuo cuore. Soffia, arriva, ti avvolge, ti accompagna e ti cambia, e ritorna da Chi lo ha mandato. Come Mary Poppins.