Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

Cronache dell’ombrellone #3 – Le feroci Erinni 

La grazia si addice al femminile, la forza al maschile. Ma ci sono casi in cui l’irruenza si addice alle femmine e la resa ai maschi.

Ricordo sempre con tenerezza i brividi di Virgilio e Dante davanti alla porta di Dite quando arrivano le Erinni. Immobili e spaventati a morte.

Stamattina Martino aveva raccolto con pazienza (cosa atipica per lui) “conchiglie straordinarie” nel secchiello e le osservava estasiato sulla battigia, le coccolava e parlava con loro. Finché è arrivata Gaia l’Indifferente.

Da che siamo arrivati (10 giorni fa) non l’ho mai vista ferma. Sguazzava in acqua sollevando uno tsunami di schizzi, suo nonno rassegnato. Poi ha cominciato a ballare fino ad arrivare al secchiello di Martino, lo ha osservato, gli ha dato un calcio rovesciando tutto, ha pestato le conchiglie ed è andata via. Al lamento di Martino: “Perché l’hai fatto?”, lei senza girarsi ha urlato: “Booooh!”. 

Sabato è capitato di peggio con Rachele la Distruttrice. Michele e il suo amico Matteo avevano costruito un castello di sabbia, un progetto ambizioso… canali… ponti… decorazioni. Un’opera in grande che li ha resi fieri e felici. Dal nulla si è materializzata la furia: con una rincorsa pazzesca Rachele, non più di 5 anni, è arrivata e ha distrutto tutto, con le mani con i piedi col sedere. Rideva come una matta, e se n’è andata. Da lontano i suoi genitori, immobili, ridevano dell’impresa della loro bambina. 

Michele e Matteo, tali e quali a Dante e Virgilio, sono rimasti muti e imbambolati. Solo dopo molti minuti, Michele ha sussurrato: “Ahhh, le femmine”.

La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

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Passi piccoli. Buoni propositi per l’anno nuovo.

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Per ritrovare la sua casa Pollicino doveva seguire la traccia delle briciole di pane. Sto cominciando a pensare che la sua avventura abbia un senso anche per me. Ho raccolto tante briciole negli ultimi giorni, disordinatamente, che mi stanno suggerendo – appunto – quanto proficuo sia il metodo delle briciole.

In effetti non ho fatto una gran scoperta; già da tempo Anna, una mia compagna di università, ci ha fatto un blog; bellissimo.

Da qualche anno ho quest’abitudine: verso novembre drizzo le antenne su tutto ciò in cui m’imbatto perché è sempre capitato che, casualmente, mi piombasse tra le mani una «dritta» per l’anno nuovo. Quest’anno la mia attenzione è stata catturata da questa citazione dal Piccolo principe, pubblicata su un profilo Instagram che seguo.

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi”

Mi è sembrato un messaggio ad personam, cioè proprio diretto a me, perché la mia piccola Matilde è pronta ad avventurarsi nel mondo del gattonamento e poi in quello più spericolato delle camminate. Anno nuovo significherà per la mia famiglia ri-imparare a camminare, accompagnando Matilde nella sua esperienza. Un passo dopo l’altro. L’arte dei piccoli passi è il segreto più recondito del mondo.

Tutte le briciole che sto raccogliendo ultimamente confluiscono sul mistero fruttuoso della piccolezza. Non è una riflessione ben organizzata, è più che altro un ingorgo di domande, un mosaico tutto ancora scombinato. La nostra storia e immaginazione raccolgono tanti spunti in cui tutto ciò che è minuscolo compie meraviglie più clamorose di ciò che è grosso, potente, vistoso.

Il piccolo Jack ha sconfitto i giganti.

Perché proprio e solo un piccolo Hobbit della Contea poteva riuscire a distruggere l’anello?

Dio è diventato un piccolo neonato in una piccola grotta in una piccola provincia del grande impero romano.

Perché per entrare nel paese delle meraviglie Alice si è dovuta infilare in un passaggio piccolo?

In 300 insieme a Leonida sconfissero l’immensa armata persiana alle Termopili.

Queste sono alcune dei tasselli del mosaico confuso che avevo in testa già da un po’; se ne sono aggiunti s-l225altri dopo che la citazione di Saint Exupery mi è piombata addosso. In queste vacanze natalizie ho letto due libri: i Racconti ritrovati di Tolkien e Imagine. Utopia o nichilismo? di David Nieri.

In uno dei racconti di JRRT si parla di un viaggiatore che ha il desiderio di esplorare tutto il conoscibile, una ricerca nel vasto, nell’ampio, nell’illimitato. Proprio come l’Ulisse dantesco. Eppure questo viaggiatore finisce per incuriosirsi e fermarsi in un luogo piccolo piccolo, la casa del gioco perduto in cui si può entrare solo seguendo queste indicazioni:

«Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere davvero piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo mentre stanno sulla soglia».

Può essere che solo la piccolezza abbia risposte davvero sensate per chi sente il bisogno di «tutto» e vorrebbe ottenerlo allargando la mente all’infinito? La risposta non ce l’ho. Però leggere il libro che David Nieri ha scritto su John Lennon e sulla canzone più famosa che abbia composto mi ha fatto procedere nella stessa direzione di riflessione.

coverimagine-5Imagine è ritenuto IL manifesto pacifista; ahimè non è affatto così e io l’ho detestata da sempre, però in modo superficiale. Grazie a questo libro ho conosciuto meglio Lennon, commuovendomi profondamente per il suo disagio irrisolto che confluisce in Imagine come fosse un grande castello, fragilissimo e sul punto di crollare. L’utopia di questa canzone non tiene e frana nel nichilismo proprio perché tende a togliere ogni sorta di limite e confine; è una negazione del piccolo e di ogni cornice possibile.

«Nessun paese, nessuna proprietà, nessuna religione» canta John ed è il balbettio di un uomo solo che ci prova, ci prova, ci prova a immaginarsi come dove quando possa esistere un luogo e un tempo di pace. Toglie i limiti, che lui interpreta come cinture di forza. Ma scrive Nieri: «Imagine prospetta una realtà senza radici e priva di qualsiasi identità … . Si tratta in effetti di una visione nichilista che diventa inesorabilmente fonte di violenza e sopraffazione».

I limiti sono in realtà le nostre cinture di sicurezza, quelle che ci proteggono in caso di disastro. E la cosa più commovente che ho appreso da questo libro è il finale emblematico della storia di quest’uomo-cantante-idolo-guru. Un bambino piccolo piccolo giunse anche a Lennon per cambiargli la vita. Scrive David Nieri:

«Disilluso, John Lennon si stancherà presto anche della lotta in prima linea, fino ad abbandonare completamente le scene per cinque anni, dopo la nascita del figlio Sean (1975), del quale decide di prendersi cura totalmente, a differenza di Julian, che per lui rimarrà quasi un estraneo.

L’artista che tornerà sulle scene cinque anni dopo con l’album Double Fantasy, condiviso con la moglie, sarà quasi irriconoscibile. È lecito pensare che Imagine a questo punto della sua vita, sia solo la tappa intermedia di un percorso che lo ha portato a comprendere il suo vero significato, grazie anche alla nascita quasi miracolosa di un figlio – le possibilità di averlo, secondo i medici, erano assai remote – , che ne muta radicalmente le prospettive».

Come il viaggiatore di Tolkien, anche Lennon ha esplorato l’esplorabile (illiminata fama, illimitati soldi e viaggi, illimitato abuso di droghe, libertà sessuale e verbale) e poi giunse lui un segno piccolo piccolo, un bimbo così fragile che non avrebbe neppure dovuto sopravvivere. È umano fermarsi ad adorarlo, come fecero i pastori a Betlemme. Cosa «dice» a un uomo bisognoso di senso un segno così piccolo?

La piccolezza insegna il mistero dei piccoli passi fatti da piccole creature. Il granellino di senape è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.  Ogni gesto quotidiano di relazione – che resta innominato dalla cronaca, invisibile alle grandi masse, apparentemente anonimo –  è una pietra miliare nella storia dell’umanità, cambia i destini più di un terremoto o di un attentato terroristico. Non so perché sia così, ma è così.

Dobbiamo custodire piccoli recinti di piccolezza, casette piene di «bambini» insenso letterale e simbolico. Se ci verrà chiesto, dobbiamo sacrificarci per salvare i piccoli (che sono i bambini, che sono gli ultimi, che sono persino i cuori rimpiccioliti dentro anime vanagloriose). Dobbiamo fare come fa miss-peregrine-la-casa-dei-ragazzi-speciali-770x439_cMiss Peregrine; anche questo film natalizio mi ha colpito molto.

Tutto ciò che è speciale va custodito in una piccola casa. Non significa escludersi dal mondo; significa affrontarlo in pienezza, grazie a una certezza che può sopravvivere solo aggrappandosi a qualcosa di concreto e limitato.

Ecco, non so dire altro … è l’ipotesi con cui mi addentro a esplorare l’anno nuovo, in attesa che altre briciole siano messe lungo il mio cammino verso casa.

Ed è motivo di grande gratitudine per loro notare che, mentre io rimuginavo in astratto su queste cose, i miei amici Anita e Giuseppe hanno concretamente composto e cantato Quando saremo piccoli, perfetta colonna sonora del viaggio di chi come me si sente un hobbit piccolo ma non fragile.

 

Lui va … dritto alla meta

articolo scritto per il magazine di Imola Rugby

Arriva il giorno in cui ti dici: può farlo, è pronto. E stai pensando a tuo figlio maggiore, che ha 10 anni e ti ha chiesto se può andare a rugby da solo in bici. Allora fai mente locale, anche se inizialmente sei troppo emotiva e ti vengono in mente solo i contro, senza considerare che i pro sono in netta maggioranza: in fondo è meno di un chilometro, tutto di pista ciclabile e deve attraversare la strada una sola volta, in un punto dove le auto rallentano per forza. img_5139

Però ci va di sera, è buio. Però ogni tanto si distrae. Però è ancora un bimbo.

Basta. Può farlo, è pronto. Non posso mettere le mie ansie davanti al suo giusto entusiasmo. Non è un salto mortale nel mondo del «lasciarlo solo». È un salto su misura per le sue capacità, un po’ oltre le mie braccia che vorrebbero ancora abbracciarlo tutto … o forse ingabbiarlo tutto.

Opto quindi per un compromesso. Più che altro per placare il mio batticuore. La prima volta che lo lascio andare in bici da solo decido di fare un controllo semi-invisibile. All’andata la nonna, che proprio a quell’ora ha un impegno in centro città, lo segue in auto (senza farsi vedere) finché la loro strada è la medesima. Al ritorno gli vado incontro io a piedi, con la scusa che non gli ho lasciato le chiavi per aprire il garage.

Andata: «tutto ok» mi scrive la nonna su Whatsapp.

Ritorno: parto troppo presto da casa e faccio tutta la strada incontro a lui fino ai campi da rugby. Quando arrivo, lui ha appena finito l’allenamento e deve ancora svestirsi, fare la doccia, ecc. ecc. Mi vede e mi dice: «Oh, mamma … Che ci fai qui?». Sono come il ladro davanti al poliziotto. Rimedio con un: «No, nulla. Ho notato che non ti ho dato le chiavi del garage … te le ho portate. Ma non torniamo assieme; quando sei pronto, vai pure in bici, io faccio due passi a piedi fino a casa».

Non so bene perché (o forse sì …) aspetto la sua interminabile doccia e vestizione. Quando esce dallo spogliatoio ha i capelli tutti bagnati. Mi dico: vedi che ho fatto bene a venire, perché non è ancora autonomo; non si asciuga mai bene la testa, devo dirgli di mettersi il berretto se no si prende un’otite!

Però mi rendo conto di essere davvero una lagna di madre. Quante scuse so tirar fuori pur di stargli addosso, lo placco stretto stretto. Ma c’è quel momento in cui il giocatore scappa con la palla in mano, fugge e va a meta.

Lui si mette il berretto, accende le luci della bici, mi saluta e va.

Io resto indietro a piedi.

Lo vedo filare via sulla pista ciclabile: è buio e lungo il viale alberato lui è un intermittente puntino luminoso sotto le fronde scure degli alberi. S’allontana da me sempre più.

Io ti ho «dato al mondo» – penso. Sì, «dare al mondo» è forse il sinonimo più bello di partorire, così come «venire alla luce» è il sinonimo più bello di nascere.

Tu, figlio mio, sei venuto alla luce e io ti ho dato al mondo. So che la tua piccola luce sarà coperta di grandi ombre, come adesso che corri veloce a casa sulla tua bici, e in quei momenti io non sempre ci sarò. Rimarrò indietro e tu dovrai custodire la tua luce in mezzo a un mondo di ombre.

Certo, spero di esserci il più a lungo possibile. Ma la strada è tua, Michele. Io sono indietro e diventerò sempre più lenta rispetto ai tuoi scatti, ai tuoi desideri, ai tuoi sogni.

Penso che mi sento ancora più genitore, ora. Ora che lui è avanti, verso la sua meta, e io lo guardo da dietro e quasi lo perdo di vista. Forse è già arrivato a casa, mentre io cammino ancora. Funziona così. Lui va. Io lo guardo e mi sento davvero protagonista di qualcosa di grande, ora che non sono più io al centro della scena e una storia tutta nuova se la sta scrivendo lui, pedalata dopo pedalata, placcaggio dopo placcaggio, sudata dopo sudata.

 

A fare gli attentati siamo più bravi noi, uomini di buona volontà

 

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Da due settimane ho l’impressione di essere schizofrenica. Riesco a spiegarlo solo rubando a Macbeth la battuta con cui si presenta sulla scena: «Un giorno bello così brutto non l’avevo mai visto».

Lo stesso giorno della strage a Nizza ho vissuto una serata meravigliosa festeggiando a casa di mia cugina i tre mesi della nostra piccola Matilde: una cena con tutta la famiglia unita, non accadeva da tempo. Tornando a casa avevo nel cuore una gioia profonda e spensierata, contemporaneamente avevo anche un dolore sordo nel cuore mentre la radio ci aggiornava sui morti falciati dal camion guidato da un terrorista assetato di sangue. Immaginavo quelle famiglie felici e innocenti che passeggiavano dopo aver visto i fuochi d’artificio. Ho pensato che anche noi lo scorso anno eravamo in Costa Azzurra e abbiamo trascorso una sera in spiaggia coi bimbi a guardare uno spettacolo pirotecnico.

Tante domande mi sono passate per la testa.

Si può essere felici e affranti nello stesso momento? Si può essere sinceri nel bisogno di speranza e sinceri nella paura di essere in balia del male? È l’orizzonte di quella gioia familiare (il perdersi per molti anni e poi ritrovarsi e sentirsi abbracciati da chi ti conosce davvero) o del terrore (l’ipotesi che da un momento all’altro il male può radere al suolo indiscriminatamente chi vuole) ad avvolgere il mio destino?

La stessa percezione strana l’ho avuta qualche giorno fa. Devo descriverla dilungandomi un po’.

In un afoso pomeriggio sono salita in auto coi miei due figli maschi per portarli al parco a «sfogarsi». C’è quel paio di minuti in cui l’auto è un forno, prima che l’aria condizionata porti a una temperatura decente l’interno dell’abitacolo e in quella manciata di minuti fastidiosi è accaduto questo.

Il figlio maggiore se ne esce con una frase memorabile (lui che non dice mai niente delle sue emozioni!): «Oggi è stata una giornata bellissima!».

Gli chiedo: «E cosa ti è piaciuto di questa giornata?». Era una domanda molto interessata, visto che riempire i giorni liberi e lunghi delle vacanze è un’impresa tosta per noi mamme. Se qualcosa aveva funzionato, bisognava appuntarselo e ripeterlo.

Lui, sintetico ed efficace come sempre, risponde: «Portare via la spazzatura».

Ok. Capisco che la cosa va spiegata. Nel nostro quartiere sono arrivati – come una truppa di alieni – i nuovi scintillanti cassonetti della raccolta differenziata. Una roba tecnologica. Richiede l’abilità di distinguere la plastica, dall’organico, dal vetro, ecc.. Bisogna usare una tessera e premere dei pulsanti. Ragioni valide per cui abbiamo affidato a Michele, il nostro ometto di 10 anni, il compito di portare via la spazzatura e per lui è un’avventura. Può uscire di casa DA SOLO e incamminarsi sempre DA SOLO per un centinaio di metri e poi può «giocare» con questi cassonetti: separare i rifiuti e buttarli, premere pulsanti e vedere sportelli automatici che si aprono. Ne va fiero e ogni tanto, mentre siamo in casa, lo si sente affermare a voce alta: «Io esco! Porto via la plastica e la carta!». Ed è come se dicesse: «Parto per sconfiggere Darth Vader!».

Michele, non "rifiuta" l'avventura ...

Michele, non “rifiuta” l’avventura …

E poi, sempre in quell’abitacolo surriscaldato, ho coinvolto anche l’altro figlio che tra qualche giorno compie 6 anni: «Martino, come la vorresti la tua torta?». Mi aspettavo una risposta-telegramma tipo: cioccolato, oppure gelato.

Invece lui ha cominciato una narrazione epica: «Allora, mamma, devi prendere un po’ di farina e la metti in un contenitore grande, poi prendi il burro e lo devi sciogliere …». È andato avanti così a ruota libera per molti minuti a descrivere per filo e per segno tutta la sua ricetta immaginaria. Alla scuola materna avevano fatto un laboratorio alimentare e lui si era entusiasmato un sacco.

Arrivati al parco, li guardavo giocare e ripensavo al mio modo banale di incasellare le cose e alle risposte assurde con cui loro avevano ribaltato le mie aspettative. E mi dicevo che era bello avere una famiglia da accudire, anche se è faticoso. Vale la pena impegnarsi e stancarsi e arrabbiarsi se tutto ciò concorre a educare una voce libera ed entusiasta, quella di chi vede un’avventura nel portare la spazzatura e quella di chi pensa alla torta come a una pozione magica da creare. Ero felice, felice che due bambini mi insegnassero a guardare il normale come una cosa straordinaria.

E poi ho sentito della strage a Rouen, del prete sgozzato durante la messa in un paese tranquillo.

Una volta di più la testa è andata in confusione e si è scombussolato il punto di vista. Quale voce era più vera, quale la più forte? La voce dell’innocenza baldanzosa dei miei figli? O la voce distruttiva di giovani terroristi capaci di azioni orribilmente cruente?

Per un attimo ho pensato che di fronte a un machete, a un camion impazzito, a un coltello affilato, i miei figli possono solo soccombere e morire. Per più di un attimo il buio ha avuto la meglio. Perché guardando la più piccola di casa nostra, la bimba di tre mesi, l’ho vista ancora più fragile degli altri. Lei così piccola, lei così bisognosa di tutto, lei che sorride appena riconosce uno dei nostri volti. Lei, una scintilla di vita venuta al mondo nell’anno in cui il terrorismo sta dilaniando l’Europa senza pietà.

Letizia Leviti

Letizia Leviti

Da questo cortocircuito mentale sono uscita grazie a mio marito. Ci è capitato di seguire uno dei rari telegiornali che, in questi giorni impazziti, si è preso la briga di dare notizia della morte della giornalista di SKY TG 24 Letizia Leviti: malata terminale, prima di spegnersi ha lasciato ai suoi colleghi e ascoltatori un messaggio audio in cui racconta la passione per il suo lavoro, si rende conto che le cose migliori le ha fatte per amore e, nonostante la malattia, ringrazia Dio di tutto quello che ha avuto. Tutto questo lo avevamo ascoltato nel video integrale. In TV hanno tagliato un pezzettino.

Mio marito allora mi dice: «Hai notato? Hanno tagliato il pezzo in cui lei dice che ringrazia Dio… chissà perché…».

Rispondo alla sua amara ironia dicendo: «Sai, i giornalisti ci tengono a essere politically correct e citare Dio potrebbe offendere qualcuno».

Ed ecco che lui sforna una perla di saggezza interessante: «Allora, usando lo stesso criterio, non dovrebbero citare l’espressione Allah Akbar quando parlano del gesto folle di un terrorista. Noi siamo diventati quelli che censurano una donna che muore ringraziando Dio, ma non censurano chi ammazza invocando Allah. Pensa come siamo cretini, censuriamo le nostre radici che parlano di gratitudine a Dio e non censuriamo le ideologie altrui che usano Allah per fare la guerra santa. Siamo una civiltà già morta e completamente idiota».

Mi sono resa conto che aveva ragione. E ho capito che stiamo prendendo l’ennesimo grande abbaglio. Dopo questa carneficina europea, cioè il susseguirsi mostruoso di attentati in Francia e Germania, ora gira la trovata giornalistica di smettere di dare spazio alle notizie sul terrorismo dell’Isis. Più se ne parla, più si fa propaganda a loro – dicono certi. Allora – secondo loro – la conclusione giusta sarebbe ridurre l’informazione.

Credo che la verità sia un’altra e sia persino opposta. Da troppo tempo il mondo dell’informazione si è ridotto a uno striminzito balbettare e blaterare. La risposta al terrorismo non è meno informazione, ma più informazione rispettosa della realtà, di tutta la vera e sacrosanta realtà.

Quando sfogli tutti i maggiori quotidiani e vedi sempre e solo le stesse notizie, nello stesso ordine, con lo stesso giudizio di fondo, ti viene da chiedere se viviamo in un mondo libero. Il mondo è un posto così grande, così multiforme, così vivo, così inclassificabile che non dovrebbe esserci un giornale uguale all’altro.

Invece, siamo intrappolati nel pregiudizio che solo certe notizie siano importanti, che certe notizie siano assolutamente irrilevanti, che solo certe notizie siano degne di interesse. Ad esempio: il femmicidio occupa sempre un posto rilevante nei titoli. Ma perché dovrebbe essere importante informare che un uomo ha ucciso sua moglie e dovrebbe essere assolutamente irrilevante dare notizia che un uomo è riuscito a ricostruire il proprio matrimonio vacillante? Su quale criterio si regge l’idea che un omicidio è più rilevante di un’impresa complicata e a lieto fine? Il lieto fine è forse irrilevante, perché sciocco? Perché le tragedie devono per forza essere più serie delle commedie? Chi l’ha detto? Chi l’ha deciso che l’ombra della morte è una faccenda più seria della luce della vita?

Un altro esempio. Siamo sempre informati sui dettami della Comunità europea e di ciò che dichiarano Merkel, Hollande & Co, ma non siamo affatto informati sul tentativo del contadino veneto di tenere in piedi la sua azienda agricola a dispetto di tutti i bastoni che l’Europa gli mette tra le ruote. Perché è più vera e importante la voce astratta della Merkel rispetto a quella semplice e concretissima del contadino?

La verità è che c’è già in atto da molto tempo una riduzione dell’informazione, la quale produce una distorsione orribile nella mente umana. C’è una censura ideologica che ci ha costretto a pensare che il femminicidio e la Merkel siano la vera realtà, mentre il matrimonio salvato e il contadino coraggioso siano uno sfondo sbiadito e muto. Ripeto, chi l’ha detto? Chi l’ha deciso?

Qualcuno ha deciso che il grande pubblico deve essere informato sul picchiatore seriale di

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Corrado Leone, tecnico del Cnr, in Antartide

Milano, ma se vogliamo conoscere le storie dei nostri ricercatori in Antartide dobbiamo farlo per conto nostro spulciando nel web. Eppure non sarebbe un «attentato» portentoso portare al pubblico giovane gli esempi incoraggianti di altri giovani che spendono la vita per la passione della conoscenza?

Se mostro la storia di un picchiatore, insinuerò nella testa di qualcuno che si possa passare il tempo a sfogare la propria inquietudine scendendo in strada a picchiare degli sconosciuti. In fondo, è immediato e facile (… e ci sono giorni in cui pure io sarei molto tentata di farlo!). Al male basta una piccola spinta per dilagare.

Se mostro la storia di un ragazzo che ha fatto grandi sacrifici, studiando e studiando, ma è arrivato in Antartide e sta esplorando quel continente così ricco di risorse e storie sconosciute da scoprire, insinuerò nella testa di qualcuno l’ipotesi che le grandi avventure richiedono impegno e ripagano con la gioia di una scoperta che produce un bene per l’umanità. Al bene basta un pertugio per insinuarsi nella testa e risvegliare la volontà.

L’informazione nazionale ha il compito di documentare l’orizzonte complessivo dentro cui si muove la nostra storia, ha il compito di farlo al massimo dell’onestà e autenticità. Di fatto lo sta facendo solo in modo gretto e scandalistico.

L’Isis ha gioco facile nell’imporre la sua propaganda di terrore in un mondo occidentale già piegato a pregiudizi inconsistenti e sterili. Il mondo occidentale si è già inginocchiato alla tragedia, all’alienazione, alla disperazione, all’egoismo. Non ci fanno vedere altro in TV. E la voce del terrorismo non può che espandersi nutrendosi di un sottobosco così fertile alla paura.

La risposta, dunque, sarebbe ridurre ancora di più l’informazione? No, la risposta è accrescere l’informazione e ricominciare da capo a fare informazione.

L’Isis compie una decina di attentati che tutti vedono in streaming globale? Bene (cioè: prendiamone atto). Perché nessuno più si accorge delle migliaia di «attentati» con cui l’uomo comune assale i suoi simili quotidianamente e nel bene?

Quello di Letizia Leviti, una donna che muore di malattia ed è grata di aver avuto la vita che ha avuto, è un attentato. Un attentato capace di salvare le nostre vite spente e annoiate. Quante vite può salvare una testimonianza del genere se propagata ai 4 venti???? Molte più di quelle che un camion impazzito è in grado di uccidere.

La verità è che il bene fa più attentati del male, ed è immensamente più eterno e efficace nelle sue conseguenze. Se solo gli si desse voce!

Ecco, dunque, che sono arrivata a capovolgere la mia schizofrenia. La mia gioia semplice dopo una cena in famiglia non è un dettaglio insignificante e piccolo dentro la cornice della devastante strage di Nizza. È il contrario. È il tentativo del male di impaurire la gente ad essere un aborto fallimentare e piccolo.

Angelo D'Agostino e Gianna Muset

Angelo D’Agostino e Gianna Muset, morti nell’attentato a Nizza

Una giornata semplice e normale di ciascuna delle vittime della strage di Nizza è stata una storia di lavoro, amore, impegno e dolore che nel bene ha costruito molto di più di quello che il camionista impazzito ha distrutto in un’ora. Cinque minuti della vita silenziosa e operosa di padre Jacques Hamel hanno seminato più effetti nel bene di quello che può seminare nel male l’impresa assordante del terrorista che lo ha sgozzato.

Che questa prospettiva torni ad acquistare il suo valore immenso è la vocazione primaria dell’informazione . L’informazione deve essere una coscienza viva e non un voce che strilla scandali. In assenza di ciò, siamo noi a doverci industriare: dobbiamo fare informazione con tutti i mezzi creativi che conosciamo. Nel mio piccolissimo ho creato il sito UFFA (uomini fantastici follemente amabili) in cui raccolgo storie strampalate e straordinarie di casi umani positivi. Ognuno può dare un contributo nel modo più adatto alla sua sensibilità.

Ma è richiesto un rovesciamento portentoso e proficuo, bisogna tornare a vedere come stanno le cose nella realtà: il mondo non è in mano al male, se no sarebbe morto da tempo; il mondo è stato affidato dal Creatore a noi semplici e imperfetti uomini di buona volontà. Non possiamo permettere che un bambino perda per strada la verità buona che ha nel cuore: il sentirsi predisposto a grandi avventure (… anche solo per andare a buttare la spazzatura) e la voglia di lasciare al mondo l’opera buona delle sue mani (… fosse anche solo una torta).