Vendesi … umanità

reaction

Sono stata fregata, alla grande. Il mio giudizio sui social networks è altalenante, umorale direi, e fino a ieri non avevo messo a fuoco la ragione in modo chiaro. Non che abbia scoperto l’America, no. Anzi forse è proprio la scoperta dell’acqua calda e io come al solito ci arrivo col mio fusorario, quello del bradipo in letargo.
C’è un motivo per cui i social networks riusciranno sempre a fregarmi ed è che dietro le loro mille accattivanti distrazioni c’è l’umano. È ovvio, lo so. Eppure ne ho percepito la potenza con una chiarezza che prima non avevo. Tante volte mi sono lamentata perché Twitter, Facebook e Instagram sono uno strumento per mascherarsi dietro profili anonimi e tirar fuori cattiverie di cui nella realtà ci si vergognerebbe, o per perdere tempo, o per sfuggire all’imprevedibile sconcerto del reale e far finta di vivere in un mondo virtualmente controllabile. Insomma, i contro sono tantissimi. Ma dietro tutte le maschere possibili ed immaginabili restano le persone, vive, in carne ed ossa, nel bene e nel male.
Perciò quando il social network fa sul serio ciò che il suo nome dichiara, cioè crea relazioni, il risultato può essere straordinario; ma non dipende dal mezzo che lo ha favorito, dipende da quello straordinario mistero che è l’umano.

E lo straordinario accade faccia a faccia, non sullo schermo dell’Iphone o del tablet.
Andiamo sul concreto. Ecco cosa mi è accaduto ieri.
Come quasi tutte le famiglie con figli di età diverse, ho tantissima roba stipata negli armadi che non si usa più: vestiti, corredini, giacche, materiale vario per cura del neonato. Tutte cose in ottimo stato, alcune addirittura mai usate. Ad esempio, Matilde, che ora ha quasi due anni, non ha mai degnato di attenzione il lettino Ikea che le avevamo comprato: prima è stata – letteralmente – addosso a me nel lettone, poi è  passata direttamente al letto singolo perché voleva stare vicino al fratello ed essere come lui.
Ho deciso di mettere in vendita il lettino su Facebook, ricevendo tanti contatti che poi non si sono concretizzati. Uno sì. Una ragazza era interessata all’acquisto, in fretta; nei messaggi che mi scriveva era molto sbrigativa e sgrammaticata: niente saluti, niente punteggiatura, niente presentazioni. Diciamo che ero diffidente e un po’ prevenuta, tra me e me borbottavo criticando la solita sfacciataggine a cui ci si lascia andare nel mondo virtuale. Se fossimo a parlare nella realtà, mi diresti almeno “ciao” incontrandomi per la prima volta?
La ragazza era decisa all’acquisto e dunque ho accettato che venisse a casa per vedere il lettino.

Aprire la porta a uno sconosciuto non mi lasciava tranquilla, peraltro avevo costruito nella mia testa un pregiudizio grande come un castello. Mi sono premurata che mio marito fosse a casa.
Erano circa le 20, fuori non smetteva di piovere ed ero molto arrabbiata perché il figlio maggiore mi aveva mentito sui compiti da fare, il suddetto marito non aveva rispettato la promessa di aiutarmi con l’altro figlio maschio e la piccola Matilde dava il peggio di sé col gatto. Con questo stato d’animo quantomeno scontroso, ho conosciuto Romeo e Giulietta (nomi di fantasia … ma dai!?!?!). Ho aperto la porta a due giovani di quasi vent’anni, lei straniera coi capelli scurissimi e lui biondo, grazioso e sorridente.

romeo-giulietta-riassuntoEducatissimi, innanzitutto; e questo mi spiazza. Mi sembrano poco più che bimbi eppure hanno un bimbo, di due mesi.
Mi verrebbe da far loro mille domande, mentre guardano il lettino, decidono che va bene e danno una mano a mio marito a smontarlo. Perché avete deciso di tenerlo, il bambino? La domanda più idiota possibile, penso; e non la faccio. Eppure le fanfaronate del mondo ci hanno fatto il lavaggio del cervello al punto che se vedi due giovanissimi genitori ti viene da pensare «sarà stato un errore», «potevano decidere di abortire» e altre idiozie del genere. Loro ci sono, di fronte a me, e c’è il loro bambino di cui parlano con affetto indicibile.
Allora chiedo: «Si dorme di notte?»
«Ehhh… » sospira Romeo. Risposta migliore non c’è, intravedo il genitore dietro il bimbo.
Giulietta intanto si coccola Matilde, il gatto e chiacchiera con me. Vuole confidarmi cosa ha imparato diventando mamma; il parto prima di tutto. Le avevano detto che era come farsi un tatuaggio e credeva di saperlo sopportare, visto che è piena di disegni sul corpo. Invece è stato durissimo, insostenibile. Conclude dicendo: «Alla fine ho chiesto a Dio di aiutarmi e tutto è andato bene».
Hai ragione, Giulietta. C’è quel momento finale del travaglio in cui anche io ho sempre messo tutto nelle mani di Dio, perché la forza manca e il corpo grida un dolore da far impazzire.
Poi mi racconta che il bimbo ha avuto problemi di salute, appena nato. In pediatria i medici l’hanno trattata con distacco e lei era spaventata, piangeva sempre. Ha condiviso la stanza con un’altra mamma il cui figlio piccolissimo aveva contratto la meningite, quell’incontro la segna incredibilmente: «È stata una benedizione averla vicina, mi ha dato la forza che io non avevo. Mi ha detto che ora noi siamo mamme e non dobbiamo lamentarci, sono i nostri bambini quelli a cui occorre il sostegno. La mamma deve essere forte, se no chi aiuta il bambino?».
Frasi semplici, verità lapalissiane … diranno gli adulti spocchiosi. Io le ho viste incarnate nella voce di una ragazzina che stava capendo sul serio ciò che diceva e ne era convinta, con una gioia strana sul viso. Una bambina cresciuta troppo in fretta? Non so. Di certo una mamma, brava.
Romeo e Giulietta se ne sono andati via col loro lettino sotto la pioggia lasciandomi col sorriso sulle labbra. Un inaspettato incontro umano è sbucato fuori da un contatto virtuale, portando una ventata di gratitudine alla fine di una giornata familiare pesante per me.

Do a Cesare quel che è di Cesare: ringrazio Facebook perché, dietro le faccine gialle, dietro le mille pubblicità, dietro il gossip e dietro le maschere, è stato il piccolo tramite di una grandezza incontenibile nel virtuale, lo spettacolo dei rapporti umani. Poteva pure accadere che un malintenzionato si presentasse a casa mia, combinando chissà quale disastro. Ci sta. Aprire la porta, simbolicamente e non, a un altro essere umano presuppone un rischio. Di certo si deve essere disposti a lasciarsi cambiare dalla presenza altrui, persino a farsi ferire. L’umano è inclassificabile nella sua imprevedibile capacità di fare il bene e il male.
Questa volta ho accolto in casa Romeo e Giulietta. Ho incontrato ciò che Shakespeare immaginò secoli fa, la freschezza giovane che l’Amore porta nel mondo, il suo essere una voce che canta sopra i calcoli meschini del mondo, il suo essere leggero e totalizzante, il suo essere onesto con il cuore intero, soprattutto. Immagino che dietro ai sorrisi cortesi non sia tutto rose e fiori per i miei Romeo e Giulietta, non vivono in un ricco palazzo di Verona circondati da balie e camerieri.
Non smetto di pensare a loro, anche adesso che ascolto alla TV politici di ogni parte fare promesse di ogni tipo. A Romeo e Giulietta non occorre il bonus bebé, il reddito di cittadinanza o un mutuo agevolato. Occorre qualcosa di più complessivo: sostenere ciò che loro hanno già capito. La famiglia è un’avventura impegnativa che ti stravolge la vita, eppure ti dà una forza che non credevi di avere; ti regala notti insonni, ma anche la tenerezza di un figlio. Ho visto due volti sinceri e persino ingenui, ma pieni di una felicità semplice di cui spesso io mi dimentico. Romeo e Giulietta hanno bisogno che si confermi loro quello che già hanno intuito: vale la pena portare a compimento ciò che Amore comincia, vale la pena che l’affetto sia un luogo e dei volti in cui s’incarni il bisogno di sentirsi dire “ti amerò per sempre”.

Romeo e Giulietta hanno anche bisogno di sentirsi le colonne portanti del nostro paese, quelli che scommettono in grande nonostante la possibilità di scappatoie facili, quelli che non accettano di essere ingabbiati nelle logiche dilaganti eppure disumane del «faremo un figlio solo quando saremo economicamente tranquilli». Loro ci hanno donato una speranza oggi, senza fare troppi calcoli e senza essere sprovveduti. Mettendocela tutta, sbagliando per inesperienza, riprovandoci meglio. La loro speranza pesa attorno ai 4 o 5 chili, è nato con un po’ di anticipo e ora ha un lettino nuovo da conoscere.
A questa concretezza di bene che loro hanno regalato al mondo come rispondiamo noi adulti?

11546-open_door_edited.630w.tn

Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

Cronache dell’ombrellone #3 – Le feroci Erinni 

La grazia si addice al femminile, la forza al maschile. Ma ci sono casi in cui l’irruenza si addice alle femmine e la resa ai maschi.

Ricordo sempre con tenerezza i brividi di Virgilio e Dante davanti alla porta di Dite quando arrivano le Erinni. Immobili e spaventati a morte.

Stamattina Martino aveva raccolto con pazienza (cosa atipica per lui) “conchiglie straordinarie” nel secchiello e le osservava estasiato sulla battigia, le coccolava e parlava con loro. Finché è arrivata Gaia l’Indifferente.

Da che siamo arrivati (10 giorni fa) non l’ho mai vista ferma. Sguazzava in acqua sollevando uno tsunami di schizzi, suo nonno rassegnato. Poi ha cominciato a ballare fino ad arrivare al secchiello di Martino, lo ha osservato, gli ha dato un calcio rovesciando tutto, ha pestato le conchiglie ed è andata via. Al lamento di Martino: “Perché l’hai fatto?”, lei senza girarsi ha urlato: “Booooh!”. 

Sabato è capitato di peggio con Rachele la Distruttrice. Michele e il suo amico Matteo avevano costruito un castello di sabbia, un progetto ambizioso… canali… ponti… decorazioni. Un’opera in grande che li ha resi fieri e felici. Dal nulla si è materializzata la furia: con una rincorsa pazzesca Rachele, non più di 5 anni, è arrivata e ha distrutto tutto, con le mani con i piedi col sedere. Rideva come una matta, e se n’è andata. Da lontano i suoi genitori, immobili, ridevano dell’impresa della loro bambina. 

Michele e Matteo, tali e quali a Dante e Virgilio, sono rimasti muti e imbambolati. Solo dopo molti minuti, Michele ha sussurrato: “Ahhh, le femmine”.

La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

girl-dancing-rain_thumb23

Passi piccoli. Buoni propositi per l’anno nuovo.

aaaaapollicino-3-copia

Per ritrovare la sua casa Pollicino doveva seguire la traccia delle briciole di pane. Sto cominciando a pensare che la sua avventura abbia un senso anche per me. Ho raccolto tante briciole negli ultimi giorni, disordinatamente, che mi stanno suggerendo – appunto – quanto proficuo sia il metodo delle briciole.

In effetti non ho fatto una gran scoperta; già da tempo Anna, una mia compagna di università, ci ha fatto un blog; bellissimo.

Da qualche anno ho quest’abitudine: verso novembre drizzo le antenne su tutto ciò in cui m’imbatto perché è sempre capitato che, casualmente, mi piombasse tra le mani una «dritta» per l’anno nuovo. Quest’anno la mia attenzione è stata catturata da questa citazione dal Piccolo principe, pubblicata su un profilo Instagram che seguo.

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi”

Mi è sembrato un messaggio ad personam, cioè proprio diretto a me, perché la mia piccola Matilde è pronta ad avventurarsi nel mondo del gattonamento e poi in quello più spericolato delle camminate. Anno nuovo significherà per la mia famiglia ri-imparare a camminare, accompagnando Matilde nella sua esperienza. Un passo dopo l’altro. L’arte dei piccoli passi è il segreto più recondito del mondo.

Tutte le briciole che sto raccogliendo ultimamente confluiscono sul mistero fruttuoso della piccolezza. Non è una riflessione ben organizzata, è più che altro un ingorgo di domande, un mosaico tutto ancora scombinato. La nostra storia e immaginazione raccolgono tanti spunti in cui tutto ciò che è minuscolo compie meraviglie più clamorose di ciò che è grosso, potente, vistoso.

Il piccolo Jack ha sconfitto i giganti.

Perché proprio e solo un piccolo Hobbit della Contea poteva riuscire a distruggere l’anello?

Dio è diventato un piccolo neonato in una piccola grotta in una piccola provincia del grande impero romano.

Perché per entrare nel paese delle meraviglie Alice si è dovuta infilare in un passaggio piccolo?

In 300 insieme a Leonida sconfissero l’immensa armata persiana alle Termopili.

Queste sono alcune dei tasselli del mosaico confuso che avevo in testa già da un po’; se ne sono aggiunti s-l225altri dopo che la citazione di Saint Exupery mi è piombata addosso. In queste vacanze natalizie ho letto due libri: i Racconti ritrovati di Tolkien e Imagine. Utopia o nichilismo? di David Nieri.

In uno dei racconti di JRRT si parla di un viaggiatore che ha il desiderio di esplorare tutto il conoscibile, una ricerca nel vasto, nell’ampio, nell’illimitato. Proprio come l’Ulisse dantesco. Eppure questo viaggiatore finisce per incuriosirsi e fermarsi in un luogo piccolo piccolo, la casa del gioco perduto in cui si può entrare solo seguendo queste indicazioni:

«Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere davvero piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo mentre stanno sulla soglia».

Può essere che solo la piccolezza abbia risposte davvero sensate per chi sente il bisogno di «tutto» e vorrebbe ottenerlo allargando la mente all’infinito? La risposta non ce l’ho. Però leggere il libro che David Nieri ha scritto su John Lennon e sulla canzone più famosa che abbia composto mi ha fatto procedere nella stessa direzione di riflessione.

coverimagine-5Imagine è ritenuto IL manifesto pacifista; ahimè non è affatto così e io l’ho detestata da sempre, però in modo superficiale. Grazie a questo libro ho conosciuto meglio Lennon, commuovendomi profondamente per il suo disagio irrisolto che confluisce in Imagine come fosse un grande castello, fragilissimo e sul punto di crollare. L’utopia di questa canzone non tiene e frana nel nichilismo proprio perché tende a togliere ogni sorta di limite e confine; è una negazione del piccolo e di ogni cornice possibile.

«Nessun paese, nessuna proprietà, nessuna religione» canta John ed è il balbettio di un uomo solo che ci prova, ci prova, ci prova a immaginarsi come dove quando possa esistere un luogo e un tempo di pace. Toglie i limiti, che lui interpreta come cinture di forza. Ma scrive Nieri: «Imagine prospetta una realtà senza radici e priva di qualsiasi identità … . Si tratta in effetti di una visione nichilista che diventa inesorabilmente fonte di violenza e sopraffazione».

I limiti sono in realtà le nostre cinture di sicurezza, quelle che ci proteggono in caso di disastro. E la cosa più commovente che ho appreso da questo libro è il finale emblematico della storia di quest’uomo-cantante-idolo-guru. Un bambino piccolo piccolo giunse anche a Lennon per cambiargli la vita. Scrive David Nieri:

«Disilluso, John Lennon si stancherà presto anche della lotta in prima linea, fino ad abbandonare completamente le scene per cinque anni, dopo la nascita del figlio Sean (1975), del quale decide di prendersi cura totalmente, a differenza di Julian, che per lui rimarrà quasi un estraneo.

L’artista che tornerà sulle scene cinque anni dopo con l’album Double Fantasy, condiviso con la moglie, sarà quasi irriconoscibile. È lecito pensare che Imagine a questo punto della sua vita, sia solo la tappa intermedia di un percorso che lo ha portato a comprendere il suo vero significato, grazie anche alla nascita quasi miracolosa di un figlio – le possibilità di averlo, secondo i medici, erano assai remote – , che ne muta radicalmente le prospettive».

Come il viaggiatore di Tolkien, anche Lennon ha esplorato l’esplorabile (illiminata fama, illimitati soldi e viaggi, illimitato abuso di droghe, libertà sessuale e verbale) e poi giunse lui un segno piccolo piccolo, un bimbo così fragile che non avrebbe neppure dovuto sopravvivere. È umano fermarsi ad adorarlo, come fecero i pastori a Betlemme. Cosa «dice» a un uomo bisognoso di senso un segno così piccolo?

La piccolezza insegna il mistero dei piccoli passi fatti da piccole creature. Il granellino di senape è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.  Ogni gesto quotidiano di relazione – che resta innominato dalla cronaca, invisibile alle grandi masse, apparentemente anonimo –  è una pietra miliare nella storia dell’umanità, cambia i destini più di un terremoto o di un attentato terroristico. Non so perché sia così, ma è così.

Dobbiamo custodire piccoli recinti di piccolezza, casette piene di «bambini» insenso letterale e simbolico. Se ci verrà chiesto, dobbiamo sacrificarci per salvare i piccoli (che sono i bambini, che sono gli ultimi, che sono persino i cuori rimpiccioliti dentro anime vanagloriose). Dobbiamo fare come fa miss-peregrine-la-casa-dei-ragazzi-speciali-770x439_cMiss Peregrine; anche questo film natalizio mi ha colpito molto.

Tutto ciò che è speciale va custodito in una piccola casa. Non significa escludersi dal mondo; significa affrontarlo in pienezza, grazie a una certezza che può sopravvivere solo aggrappandosi a qualcosa di concreto e limitato.

Ecco, non so dire altro … è l’ipotesi con cui mi addentro a esplorare l’anno nuovo, in attesa che altre briciole siano messe lungo il mio cammino verso casa.

Ed è motivo di grande gratitudine per loro notare che, mentre io rimuginavo in astratto su queste cose, i miei amici Anita e Giuseppe hanno concretamente composto e cantato Quando saremo piccoli, perfetta colonna sonora del viaggio di chi come me si sente un hobbit piccolo ma non fragile.

 

Lui va … dritto alla meta

articolo scritto per il magazine di Imola Rugby

Arriva il giorno in cui ti dici: può farlo, è pronto. E stai pensando a tuo figlio maggiore, che ha 10 anni e ti ha chiesto se può andare a rugby da solo in bici. Allora fai mente locale, anche se inizialmente sei troppo emotiva e ti vengono in mente solo i contro, senza considerare che i pro sono in netta maggioranza: in fondo è meno di un chilometro, tutto di pista ciclabile e deve attraversare la strada una sola volta, in un punto dove le auto rallentano per forza. img_5139

Però ci va di sera, è buio. Però ogni tanto si distrae. Però è ancora un bimbo.

Basta. Può farlo, è pronto. Non posso mettere le mie ansie davanti al suo giusto entusiasmo. Non è un salto mortale nel mondo del «lasciarlo solo». È un salto su misura per le sue capacità, un po’ oltre le mie braccia che vorrebbero ancora abbracciarlo tutto … o forse ingabbiarlo tutto.

Opto quindi per un compromesso. Più che altro per placare il mio batticuore. La prima volta che lo lascio andare in bici da solo decido di fare un controllo semi-invisibile. All’andata la nonna, che proprio a quell’ora ha un impegno in centro città, lo segue in auto (senza farsi vedere) finché la loro strada è la medesima. Al ritorno gli vado incontro io a piedi, con la scusa che non gli ho lasciato le chiavi per aprire il garage.

Andata: «tutto ok» mi scrive la nonna su Whatsapp.

Ritorno: parto troppo presto da casa e faccio tutta la strada incontro a lui fino ai campi da rugby. Quando arrivo, lui ha appena finito l’allenamento e deve ancora svestirsi, fare la doccia, ecc. ecc. Mi vede e mi dice: «Oh, mamma … Che ci fai qui?». Sono come il ladro davanti al poliziotto. Rimedio con un: «No, nulla. Ho notato che non ti ho dato le chiavi del garage … te le ho portate. Ma non torniamo assieme; quando sei pronto, vai pure in bici, io faccio due passi a piedi fino a casa».

Non so bene perché (o forse sì …) aspetto la sua interminabile doccia e vestizione. Quando esce dallo spogliatoio ha i capelli tutti bagnati. Mi dico: vedi che ho fatto bene a venire, perché non è ancora autonomo; non si asciuga mai bene la testa, devo dirgli di mettersi il berretto se no si prende un’otite!

Però mi rendo conto di essere davvero una lagna di madre. Quante scuse so tirar fuori pur di stargli addosso, lo placco stretto stretto. Ma c’è quel momento in cui il giocatore scappa con la palla in mano, fugge e va a meta.

Lui si mette il berretto, accende le luci della bici, mi saluta e va.

Io resto indietro a piedi.

Lo vedo filare via sulla pista ciclabile: è buio e lungo il viale alberato lui è un intermittente puntino luminoso sotto le fronde scure degli alberi. S’allontana da me sempre più.

Io ti ho «dato al mondo» – penso. Sì, «dare al mondo» è forse il sinonimo più bello di partorire, così come «venire alla luce» è il sinonimo più bello di nascere.

Tu, figlio mio, sei venuto alla luce e io ti ho dato al mondo. So che la tua piccola luce sarà coperta di grandi ombre, come adesso che corri veloce a casa sulla tua bici, e in quei momenti io non sempre ci sarò. Rimarrò indietro e tu dovrai custodire la tua luce in mezzo a un mondo di ombre.

Certo, spero di esserci il più a lungo possibile. Ma la strada è tua, Michele. Io sono indietro e diventerò sempre più lenta rispetto ai tuoi scatti, ai tuoi desideri, ai tuoi sogni.

Penso che mi sento ancora più genitore, ora. Ora che lui è avanti, verso la sua meta, e io lo guardo da dietro e quasi lo perdo di vista. Forse è già arrivato a casa, mentre io cammino ancora. Funziona così. Lui va. Io lo guardo e mi sento davvero protagonista di qualcosa di grande, ora che non sono più io al centro della scena e una storia tutta nuova se la sta scrivendo lui, pedalata dopo pedalata, placcaggio dopo placcaggio, sudata dopo sudata.