Ipse dixit #7 : Per essere luminosi, bisogna rinunciare a essere brillanti

«La gioia non è mai il risultato di uno sforzo: è sempre un regalo del cielo. A volte le oscurità dell’armonia si dissipano senza spiegazioni in una schiarita improvvisa. La forza impiegata per combattere deve essere trasformata in forza adatta a ricevere (e questo ci impone di essere ancora più forti, perché è più difficile sopportare un assalto che lanciare un attacco e soprattutto perché l’ospitalità richiede più cuore dell’offensiva).

Voglio dire che per essere luminosi, bisogna rinunciare a essere brillanti. Qui sta la prova degli angeli: Satana ha preferito brillare piuttosto che lasciarsi attraversare da una luce più alta. Il brillante risplende per riflessione, a partire da una superficie che respinge la luce. Il luminoso si illumina per trasparenza, a partire dalla sua disponibilità profonda. È per questo che la gioia non si raggiunge per costruzione ma per sottrazione».

Fabrice Hadjadj, Il paradiso alla porta  

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Foto di Andrea Parrish – Geyer

Ipse dixit #4 – Platone e piattini

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Foto di Daniel Y. Go

 

«È una teoria sbagliata e pericolosa quella che afferma che il poeta è necessariamente una persona fuori di testa. L’uomo provvisto di immaginazione non può in nessun modo essere fuori di testa, perché percepisce il senso delle cose vicine e lontane con la stessa chiarezza. Nel più sublime dei sensi, un poeta non può ragionevolmente dimenticare la sua tazza di thé solo perché sta riflettendo su Platone. Se non comprende una tazza di thé che ha sotto gli occhi, come potrà capire un Platone che non ha mai visto?»
(G. K. Chesterton su Sherlock Holmes)

Ipse dixit #4 – Cammina cammina…

Foto di Greame Law

Foto di Greame Law

«Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo.
Come potrò descrivere tutto ciò? E far sentire quanto la vita sia bella e degna di essere vissuta e giusta, sì, proprio giusta? Forse Dio mi concederà quelle poche, semplici parole? Parole che siano anche colorite, appassionate e serie, ma soprattutto semplici?
Come posso rappresentarlo con poche, tenere, leggere e robuste pennellate, il piccolo villaggio di baracche tra cielo e brughiera? Come posso far sì che anche gli altri leggano dentro a tutte quelle persone – persone che devono essere decifrate come geroglifici, tratto dopo tratto, finché non ci si trova davanti a un unico, grande e comprensibile insieme, incorniciato tra cielo e brughiera?
Una cosa è certa: non potrò mai scrivere le cose come la vita le ha scritte per me, in caratteri viventi. Cammino accanto agli uomini come se fossero piantagioni e osservo quanto è cresciuta la pianta dell’umanità».

 

Etty Hillesum

 

 

 

Ipse dixit #3 – Affossiamoci!

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«Ora, se mi venisse chiesto quando e dove mi sono sentito più felice, potrei senz’altro dare delle risposte ovvie, che sono vere per me come per tutti voi: a qualche festa o ballo nel romantico periodo della gioventù, o dopo il successo ottenuto in qualche dibattito pubblico da giovane, o vedendo cose bellissime in posti esotici.
Ma è ancora più importante che io ricordi che sono stato intensamente e fantasiosamente felice nei più bizzarri dei posti, cioè in quelli più triviali: il cuore mi si è riempito del calore della vita stando in una fredda sala d’attesa di una qualche stazioncina sperduta. Mi sono sentito pienamente vivo stando a sedere su una panchina arrugginita sotto un triste lampione fuori da una bettola.
In breve, ho sentito sulla mia pelle la pura gioia dell’esistenza in luoghi che comunemente sarebbero definiti tristi quanto un fosso. E, detto per inciso, un fosso è forse triste? I biologi coi loro microscopi mi hanno insegnato che sono posti decisamente vivaci».

G. K. Chesterton

Ipse dixit #2 Home sweet home

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«Margherita considerò l’appartamento con estrema attenzione. Nella stanza da letto studiò la sofficità dei materassi, contò i capi di biancheria del cassettone, picchiò con le nocche sull’armadio. Nel bagno, misurò la capienza della vasca. Nella sala-salotto-soggiorno  verificò la lucidatura dei mobili … In cucina contò tutte le pentole, i tegamini, fece scorrere l’acqua del lavandino, accese il gas, provò col dito l’efficienza della grattugia. Alla fine parlò: “Il rubinetto del lavandino non chiude bene e manca il frullino delle uova. Ad ogni modo ti sposo lo stesso”.
La casa è la base della vita: anche a doversi trovare costretti a pranzare con una sola mela, altro è il dover mangiare questa mela seduti su una panchina del parco, altro è poterla mangiare seduti a tavola con tovaglie, cristallerie e vasellami.
La casa ha un valore morale indiscutibile: nei casi disperati è la zattera cui vi aggrappate durante il naufragio, nei momenti di gioia rappresenta l’arengo, dall’alto del quale potete annunciare al mondo la vostra felicità».

Giovannino Guareschi, La scoperta di Milano