Sputa fuori tutto!

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«Il brutto dei litigi è che interrompono le belle discussioni» disse Chesterton. Niente di più vero. Litigare è una via di fuga facile, perché basta dare libero sfogo all’istinto. Discutere è difficile, innanzitutto perché presuppone fiducia verso il proprio interlocutore, e non è spontaneo averla quando ci si trova su fronti opposti. La discussione è una lotta interessante in cui due persone possono divergere su tutto, tranne che sul fatto che ciascuno deve obiettare ragionevolmente all’altro e non insultarlo. È impegnativo. È salutare. È educativo.

Anche la discussione è un antidoto alla solitudine, perché per ribattere bisogna ascoltare e per contraddire bisogna aver capito. Il litigio invece è un gesto solitario, perché l’interlocutore non è più una persona ma solo un bersaglio su cui rovesciare rifiuti di parole. Litigare è come vomitare, è un gesto innaturale per l’uomo … anche se a volte è incontrollabile e sembra efficace.

C’è una raccolta poetica a cui sono molto affezionata e che mette a tema il putiferio umano della comunicazione. Mi riferisco a Chiarimenti di Umberto Fiori. La chiarezza, il chiarimento, il chiaro sono tutte sfumature di una tensione che attanaglia ciascuno di noi: sbrogliare i nodi, vedere senza ombre, spiegarsi e capire. E, santo cielo, quanto è difficile riuscirci quando ci si confronta con un’altra persona!

Quello che parla

Era inutile,

non potevamo intenderci su niente.

Aveva poco senso cercare

di chiarire, discutere.

Chiaro, io, poi lo ero fin troppo

lì sul divano,

con in braccio un cuscino,

come sono.

Ma a chi basta così? Chi resiste?

Quando poi ho parlato,

in un mezzo sorriso

che facevano alzando un portacenere,

ho visto il mio discorso dilagare

come l’ondata di un maremoto.

Così si espande, e circola: tu dici

loro travisano.

A vederglielo in faccia che si sfa,

quel che volevi dire,

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Foto di Starmanseries

ti riprende allo stomaco.

Ti torna in mente quand’era aperto, e vago,

in te, come ora in loro, e grande,

prima di diventare

per un attimo

questo suono preciso.

 

 

Essere incompresi e litigare coinvolge lo stomaco. Ha ragione il poeta Fiori. Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando una pura coincidenza si è rivelata provvidenziale.

Se c’è «un luogo» in cui è impossibile discutere e facilissimo litigare è il social network. Se non vedi in faccia chi ti parla, se non guardi i suoi occhi e non senti il suo tono di voce il confronto diventa pericoloso, si degenera nella rabbia senza accorgersene. E questo accade proprio per colpa della solitudine reciproca in cui ciascuno è rintanato. Ho tanti amici che hanno visioni discordanti dalle mie su questioni molto serie, eppure tutte le volte che discutiamo di persona è raro cadere nel litigio. Perché quegli occhi e quella voce ti ricordano tante cose fatte assieme, ti ricordano un legame vero che c’è, pur tenendo conto di visioni di vita opposte.

E, invece, è capitato che ho perso un amico reale per colpa di una discussione virtuale, degenerata in litigio. A furia di messaggi reciproci, alla fine ho mollato la presa, capendo che non c’era margine per ricucire e vedersi di persona era impossibile. Questa è davvero la cosa più schifosa che possa succedere: perdere un amico per colpa di Facebook. Fa più male di un concretissimo pugno in faccia. Era tarda sera, e me ne sono andata a letto con un’amarezza bruciante. Non riuscivo a prendere sonno, quindi ho deciso di impiegare utilmente quel tempo, dicendo una preghiera che più o meno ho espresso così: «Signore, da quando ti conosco posso dire che tu sia l’essere più geniale e creativo dei paraggi, quindi aiutami a tirar fuori qualcosa di buono anche da questo pasticcio».

Il caso o il destinatario della preghiera (ciascuno interpreti a gradimento) ha voluto che cinque minuti dopo sentissi tossire nella stanza dei bambini. Non so … noi mamme abbiamo uno strumento di riconoscimento inconscio del pericolo … e funziona sempre. Era solo tosse, ma mi sono precipitata di là prendendo un catino dal bagno. Troppo tardi. Martino, ancora mezzo addormentato, aveva vomitato nel letto. Una scena paralizzante da vedere alle 2 di notte, perché prelude a una vivacità di operazioni per nulla piacevoli.

«Stai fermo lì un secondo!» ho detto al bambino e sono andata a prendere degli stracci, svegliando mio marito per assistenza. Troppo tardi di nuovo. Aveva rigurgitato un’altra volta.

La scena, a questo punto, s’interrompe e compare la didascalia: «la moglie e il marito hanno impiegato la mezz’ora successiva a ripulire la stanza, a togliere piumone, lenzuola, cuscino e a smacchiare il materasso, riassemblando poi alla meglio il letto affinché il piccolo potesse dormire». Ricomposta la quiete notturna, il putiferio è tornato. Il piccolo Martino si è alzato altre tre volte per andare in bagno a vomitare e così io e mio marito siamo rimasti vigili e di guardia fino alle 5 di mattina circa. E per fortuna l’indomani era domenica!

A giorno fatto, Martino stava meglio e ha raccontato tutto al fratello maggiore, con una sintesi semplice ma efficace: «Vomitare è brutto!».

Ancora una volta ho dovuto constatare che la creatività della provvidenza è spiazzante. Peraltro si potrebbe benissimo dire che è stata solo una coincidenza il fatto che io abbia chiesto un aiuto celeste e ne sia immediatamente seguito un evento clamoroso. In ogni caso, io ho fatto 1+1.

Mio figlio ha ragione, vomitare è brutto. Senza dubbio è una reazione fisica che ha un suo scopo, ma è dolorosa e «perdente» (cioè si perde il nutrimento del cibo, anziché digerirlo). E mi è tornato alla mente un passaggio del romanzo L’uomo che fu Giovedì, quando il protagonista difende l’idea di ordine contro quella di disordine:

«Ve lo chiedo di nuovo, cosa c’è di poetico nell’essere in rivolta? È come dire che è poetico avere il mal di mare. La nausea è una rivolta. Essere nauseati ed essere ribelli può essere la stessa cosa, in certe disperate occasioni, ma che mi prenda un colpo se capisco cos’hanno di poetico! La rivolta in termini astratti è … rivoltante. È puro rigurgito.

Ciò che va nel verso giusto è poetico! La nostra sacrosanta e silenziosa digestione, ad esempio, che procede nel verso giusto, ecco il fondamento di tutta la poesia. Sì, la cosa più poetica in assoluto, ancora più poetica dei fiori e delle stelle … è che il mondo non ha la nausea».

Mandare giù e digerire certe cose che ci vengono sbattute in faccia da altri non è facile, spesso e volentieri. Viene spontaneo vomitargliele indietro subito e senza complimenti. Digerire significa «fare nostro» ed è un processo sicuramente più lento del rigurgito. Digerire le parole ostili di qualcun altro non significa finire per dargliela vinta, ma scommettere sul fatto che si può ricevere un nutrimento anche da ciò che è assolutamente diverso. Perché una verità si mette a fuoco e si fortifica alla luce delle obiezioni; le obiezioni possono far emergere ragioni a favore della nostra tesi che da soli non saremmo stati in grado di cogliere. La nausea, il vomito e il litigio, invece, cosa producono? Uno sfuggente momento di soddisfazione, che poi ci lascia a stomaco vuoto. Non ci resta nulla, e perdiamo molto.

Ora io devo trovare un digestivo efficace. Cioè devo trovare una via intelligente e creativa per recuperare il mio amico. Non so bene come. Eppure non voglio darla vinta alla nausea. Mi metterò a ruminare come le mucche, perché talvolta non basta neppure una sola digestione per capire. Ho la testa dura e sono pure orgogliosa.

Rivedo davanti agli occhi la scena di sabato, quando a notte fonda ero davanti a un lavandino a smacchiare un lenzuolo che puzzava orribilmente, e in fondo non ero infastidita o arrabbiata … perché sapevo che stavo accudendo qualcuno che amo. E lo stavo facendo non con gesti rivoluzionari, bensì rimettendo a posto le cose, nel verso giusto. Con pazienza.

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Foto di Raselased

“Io trovo l’ispirazione in bagno”, parola di Agatha Christie

Fare lo scrittore è un mestiere pericoloso: si corre il rischio di prendersi sul serio e, peggio ancora, che gli altri ti prendano sul serio. Non è una battuta. Siamo pieni di serissimi scrittori che pontificano dalle colonne dei quotidiani e si pongono come i detentori della Verità assoluta su persone, eventi, leggi. Stare sul piedistallo è il veleno peggiore per uno scrittore, e per i suoi lettori.

Esiste, infatti, una frontiera tra lo scrittore e la sua scrittura: è una linea di demarcazione netta, invalicabile. La scrittura può ospitare intuizioni vere, riverberi della Verità; lo scrittore, invece, non è mai possessore, né tantomeno creatore di verità. Dante lo sapeva bene e diede una definizione onesta del suo mestiere di poeta: “I’ mi son un che quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”. Voleva dire che il motore della sua poesia non è mai stato una sua capacità, quanto un ascolto: talvolta – dice lui – spira nell’aria l’eco di qualcosa che ti spalanca il cuore e muove la tua testa verso intuizioni che non avresti avuto da solo; ne sei segnato come da una macchia, e allora cominci a usare la tua voce per parlarne anche ad altri. In questo senso dico che tra scrittura e scrittore esiste una linea netta di demarcazione. Lo scrittore non deve essere scambiato per una divinità.

Dalle ultime indagini risulta che il mercato editoriale trabocca di autori autobiografici, che scrivono memorie personali più o meno apprezzabili. E dicono che questo sia un bene. Ecco, per me questo è un segno inequivocabile dell’aridità egoistica del nostro tempo. Non sappiamo guardare oltre il nostro ombelico. Non vogliamo correre il rischio sano di inoltrarci nella conoscenza dell’altro, nell’impegno di conoscere ciò che c’è oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. L’autoreferenzialità è la tomba dell’immaginazione.

Se esiste, invece, un genere letterario che è la fontana dell’immaginazione e pone a fondamento della scrittura il mistero (e non la saccenza), direi che è proprio il giallo.

La smetto subito con questa mia predica, perché ogni mia parola sbiadisce di fronte alla meraviglia del testo che sto per proporvi. Altro che corsi di scrittura creativa! … ecco un documento umano equivalente a un blister di vitamine.

Agatha-ChristieLa mia amica Maria Grazia mi ha spedito alcune paginette in cui la grande giallista Agatha Christie racconta di sé e del suo lavoro. Non è un documento che interessa solo gli esperti, è come la visita di una vecchia amica che aspetti da tempo. Leggendolo la prima volta, ho pensato che se sapessi guardare la mia vita con questi occhi sinceri e ironici, probabilmente apprezzerei miliardi di piccole cose che quotidianamente mi perdo; e saprei ridere delle mie mancanze.

Nelle righe che ora vi riporto è evidente la sana chiarezza di fondo che lei aveva: quanto più si descrive con allegra umiltà, tutt’altro che patetica, tanto più le sue parole passano dall’autoreferenzialità alla verità. Non c’è dono più grande del mettersi a nudo con ironia, come per dire ai propri lettori: “Guarda, son ben felice se trovi qualcosa di buono in quel che ho fatto; ma stai tranquillo, io sono una come te che si barcamena con gli alti e bassi della vita”.

In ogni caso, potete anche tralasciare tutte le mie sciocchezze letterarie, e godervi semplicemente la piacevolezza della passeggiata in compagnia di questa grande signora:

«Mio padre era americano: sì, è per questo che ho una deplorevole indulgenza per i vizi e le stupidaggini degli americani. Mio padre non faceva niente, la sua attività più faticosa era versarsi da bere. Ciononostante morì giovanissimo, quando io ero bambina. Mia madre, invece, era inglese al cento per cento, e nobile per di più. Non riusciva a capacitarsi che potessero esistere le scuole pubbliche e che la gente di ogni classe sociale potesse mandarvi i figli tutti insieme. So che pianse molto quando mio padre mandò alla scuola pubblica mio fratello e mia sorella maggiori. Ma si oppose disperatamente quando toccò a me: “Questa è la più piccola, almeno questa teniamola a casa, salviamola”. Mio padre cedette subito, un po’ perché non amava le discussioni, un po’ perché aveva mandato a scuola due figli su tre ed era un’ottima percentuale. Così non andai alla scuola pubblica: studiai a casa, sotto la guida di un precettore, come si usava ai vecchi tempi. Ufficialmente, per il ministero dell’Istruzione, sono analfabeta.

Per imparare, tuttavia, ho imparato lo stesso quello che mi occorreva, almeno l’indispensabile. Ma ho avuto un enorme vantaggio: molto tempo libero a disposizione. Non so se mia madre mi avrebbe dato il permesso di giocare con i figli dei vicini di casa: il problema non si pose mai, perché la nostra casa era isolata e perciò non c’erano vicini. A giocare da sola, dopo un po’ mi annoiavo. Così passavo buona parte del mio tempo nella biblioteca di casa, a leggere i romanzi di Jane Austen, delle povere sorelle Brontë, di Dickens, di Conan Doyle.

[…] Confesso che scrivere romanzi polizieschi mi ha sempre divertito, anche se il farlo comporta uno sforzo notevole.sleeping-murder-miss-marples-last-case-agatha-christie-paperback-cover-art Il primo romanzo poliziesco lo scrissi negli anni della prima guerra mondiale. Cercavo di fare qualcosa, senza sapere bene cosa volessi, un po’ come tutti. In un primo momento tentai di scrivere poesie. Poi scrissi un dramma piuttosto tenebroso, qualcosa a base di incesto, se ben ricordo. Poi un romanzo molto lungo, complesso, morboso: in alcune parti non poi male del tutto. Poi scrissi Poirot a Styles Court. Non avevo letto molti romanzi polizieschi, prima: non ce n’erano molti da leggere. Dopo che il mio libro fu scartato da tutti gli editori, lo comperò Lane, e io mi sentii inondare dalla felicità.

Così continuai a scrivere romanzi polizieschi, non riuscii più a staccarmene. Se avessi saputo che la cosa sarebbe durata tanto a lungo, avrei scelto dei protagonisti più giovani. Dio sa quale dovrebbe essere la loro vera età oggi! E Poirot, temo, col passare del tempo deve sembrare una creatura sempre più irreale. Un investigatore privato, che accetta di fare indagini su casi criminosi, oggi non esiste, e diventa sempre più difficile trovare il pretesto per coinvolgerlo in un’inchiesta. Il problema non si pone con Miss Marple: tipi come lei ce ne sono ancora a migliaia.

La gente pensa sempre che si prenda a modello, nello scrivere i libri, qualcuno che si conosce bene, ma non è il mio caso. Certi personaggi nascono da impressioni causate da persone a cui non si è mai rivolta la parola: qualcuno che si vede a una scampagnata, per esempio, e di cui si immaginano gesta incredibili. Mi preoccupava la necessità di trovare un detective per il mio primo libro, e nei primi anni della guerra c’erano da noi alcuni rifugiati begli: così pensai che sarebbe stata una buona idea prendere un rifugiato belga. Eppure io non conoscevo nessuno del genere. Miss Marple, invece, è molto simile alle zie o alle nonne che abbiamo un po’ tutti.

I miei primi libri erano molto convenzionali. Erano anche troppo complicati, con un mucchio di falsi indizi e di intrighi secondari. Continuavo in ogni momento a tirare in ballo poliziotti stupidi, finché finii col capire che mi era necessario un Watson. Del Watson di Poirot, il capitano Hastings, però, mi stancai presto e lo mandai in esilio in Argentina.

Quando leggo quei primi libri rimango sempre stupita dal numero di domestici che vi compaiono: non c’è mai nessuno che faccia qualcosa, sembra che la sola preoccupazione di tutti sia quella di farsi servire un tè in giardino. Un’epoca per cui si prova una certa nostalgia. Il gusto moderno è profondamente mutato, e si è passati dal romanzo poliziesco al romanzo criminale, quelli che in America si chiamano “gabblers”: una sequenza di episodi violenti che seguono uno all’altro. Questi romanzi mi annoiano.

Di solito, consegno all’editore un nuovo libro entro la fine di marzo. È un ottimo sistema. Si può scrivere durante i tristi mesi invernali e arrivare pieni di energia alla stagione delle gemme. Prima che un libro sia finito, non ne parlo mai: ho scoperto che a parlare di un tema si finisce sempre per trovarlo difettoso. Quando è finito, lo faccio leggere a un paio di persone e sento che cosa ne dicono. Difficilmente riesco a trarre in inganno mia figlia Rosalind: indovina sempre! Rosalind è la ragazza più intelligente che io conosca. Ha un unico difetto, non sa allevare suo figlio Matthew, ma forse è anche colpa mia se lui è un po’ lazzarone: nel ’52, quando aveva 12 anni, gli regalai i diritti di una mia commedia, Trappola per topi, che gli ha fatto guadagnare 150 milioni e gli permette di vivere comodamente di rendita.

Ormai però mi basta un niente a deprimermi: qualsiasi scusa è buona per non scrivere, perché, in certi momenti, mi sembra che scrivere sia come sfornare salsicce: io sono una perfetta macchina sfornasalsicce! Penso sempre che presto dovrei smetterla, poi sono sempre contenta di cominciare a scrivere un altro libro, e, dopo tutto, non è poi così difficile inventare qualcosa di nuovo. Naturalmente, a mano a mano che si diventa vecchi, si cambia punto di vista. Con ogni probabilità, potrei continuare a riscrivere lo stesso libro, e nessuno se ne accorgerebbe: e non è detto che non lo faccia, il giorno in cui mi troverò a corto di idee!

tumblr_mejz2gItM51rsqnpro1_250[…] Per ogni nuovo romanzo io trovo l’ispirazione in bagno. È sempre stato così. Fin da ragazza, se volevo concentrarmi, dovevo chiudermi in bagno. Quando ho cominciato a guadagnare, le prime spese sono state per la stanza da bagno: enorme, lussuosa, una sala da soggiorno vera e propria, con poltrone, tavoli, sedie, e una vasca meravigliosa, istoriata, con il bordo di mogano. Adagiata nell’acqua calda profumata dai sali, mangiando mele e bevendo tè, ho sognato decine di delitti perfetti. Ma ci sono altri modi per trovare l’ispirazione: il più semplice è sfogliare il giornale e lavorare di fantasia su un fatto di cronaca. Di solito uno pensa prima alla struttura generale del romanzo, magari sorprendendosi a dire: “Quello sarebbe uno strepitoso colpo di scena, un sotterfugio davvero buono”. Il primo scopo da raggiungere è quello di trarre in inganno il lettore: da lì si procede a ritroso. Io comincio sempre con un’idea abbastanza precisa dell’intero libro, anche se qualche particolare viene aggiunto o cambiato mentre scrivo. Si è sempre un po’ preoccupati dalla prima apparizione dell’assassino. L’assassino non deve mai comparire troppo tardi: questo renderebbe il libro poco interessante per il lettore. E la soluzione deve funzionare perfettamente, giungendo quanto più prossima possibile alla fine della storia. Io ho alcune regole da cui non derogo. Non devo scrivere cose false. Scrivere “La signora Armstrong tornò a casa chiedendosi chi fosse l’assassino”, se l’assassino era poi lei, sarebbe sleale. Ma non è sleale tacere qualcosa. In Dalle nove alle dieci, il narratore scrive: “Me ne andai dieci minuti più tardi, dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare”. Qui manca qualcosa, ma non c’è bugia.

Chiunque sia l’assassino, deve essere qualcuno che, a mio giudizio, può essere l’assassino. Un omicida deve avere una personalità su cui i freni inibitori non funzionano. La vanità, ritengo, è una caratteristica molto importante al riguardo. Un assassino non è un tipo dubbioso, non c’è alcun freno in lui, ed egli è ben sicuro di quello che fa. Ma non c’è bisogno che questo particolare sia ovvio: raramente, infatti, si arriva a questo punto, nella vita reale.

[…] Molte ragazze americane mi scrivono lettere di ammirazione. E tutte così affettuose! Ma gli indiani sono ancora peggio. “Ho letto tutti i suoi libri: lei deve essere una donna molto nobile”. Chissà cosa c’è mai nei miei libri che possa far pensare a qualcuno che io sia una donna nobile.

Qualche volta gli ammiratori sono delusi dalle mie fotografie: “Non pensavo che lei fosse così vecchia”, scrive qualcuno. Altri mi fanno delle domande: “Che emozioni prova quando scrive?”. Io scrivo per divertire.

Un africano, una volta, mi scrisse una lettera preoccupante: “Sono entusiasta dei suoi libri e voglio che lei diventi mia madre. Verrò in Inghilterra il mese prossimo …”. Dovetti rispondere subito che stavo partendo per un lungo viaggio all’estero …

I critici sono brava gente, di solito credono in ciò che dicono. Forse hanno ragione a non prendermi troppo sul serio. Neppure io mi prendo in seria considerazione, so che i miei libri sono cosa di poca importanza. Ho solo cercato di intrattenere, di divertire la gente, non ho avuto ambizioni maggiori. Dieci anni dopo che sarò morta, sono sicura che nessuno si ricorderà più di me».

Agatha Christie

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Cosa ci facereste voi con la palla magna magna?

Ho avuto il grande privilegio di avere come docente di storia della lingua italiana la Professoressa Maria Luisa Altieri Biagi e di frequentare  le sue lezioni universitarie nel momento in cui lei si dedicava anche a un altro mestiere, quello di nonna.

La sua visione della linguistica mi ha cambiata. Lei insisteva nel dirci che la grammatica non è una materia da imparare, ma semmai di cui prendere coscienza. Ogni bambino, infatti, nel giro dei suoi primi due anni diventa capace di usare la lingua dei suoi genitori, cosa miracolosa che non si ripeterà mai più nella vita. Per imparare un’altra lingua nel modo in cui conosciamo la nostra lingua natia, infatti, non c’impiegheremo mai più solo due anni. Il bambino di due anni, ovviamente, non ha le proprietà linguistiche di un erudito adulto, ma sa perfettamente pilotare lo strumento. Ad esempio, la professoressa ci raccontava che la sua piccola nipotina le diceva ogni giorno: “Nonna, dammi LA bacio”. E la professoressa spiegava la cosa dicendoci: per quanto sbagli tra femminile e maschile, per quanto sbagli tra articolo indeterminativo e determinativo, lei – pur piccola – ha giustamente messo un articolo davanti al nome, senza aver studiato nessun manuale. L’ascolto e una congenita predisposizione alle strutture grammaticali stavano rendendo la piccola una creatura linguisticamente attiva.

La conclusione dell’Altieri Biagi era dunque: quando a scuola si studia grammatica, non si fa altro che prendere coscienza di qualcosa che già sappiamo e sappiamo usare bene (al di là degli errori spiccioli) perché comunichiamo.

Quando sono diventata mamma ho compreso meglio il fascino stupefacente che c’è nel vedere un bambino che pian piano – ma anche svelto svelto – impara a parlare. Dopo i bababa mamamama lalala si passa all’imitazione di parole vere e proprie più o meno complesse. Mamma, palla, ciuccio, ecc. Ma la fase veramente esaltante è quando fanno il salto: ad un certo punto, usando parole che conoscono per imitazione, i bambini cominciano a formulare frasi nuove. S’inoltrano nel terreno dell’espressione, usano ciò che sanno per dire ciò che vogliono.

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Foto di Horizontal Integration

Ricordo l’estate in cui mio figlio maggiore compì 2 anni, eravamo in vacanza a San Martino di Castrozza e festeggiammo il suo compleanno in un ristorantino. A fine cena, il piccolo Michele rivolse gli occhi da una parte, palesemente incuriosito da qualcosa. Mi indicò insistentemente quel qualcosa, ma c’erano così tante cose (persone, scaffali, oggetti) che io non capii. E Michele capì che il suo dito teso verso l’oggetto non bastava. Allora, accalorato sbuffò e tirò fuori la frase: “Mamma! Palla … palla magna magna!”

Palla magna magna? Cos’è? Mi guardai in giro, ma di palle non ce n’erano. Michele continuava insistente con la sua litania e …uhm..uhm … non so come gli occhi mi si fermarono sul bimbo seduto a un altro tavolo che mangiava un lecca lecca. Allora, chiesi a Michele se voleva quello e lui – quasi sfinito – disse: “Sì, palla magna magna!”. Eh già, cara mamma! Una palla che si mangia. Per me e mio marito questo resta uno dei ricordi familiari più esilaranti. Poi, leggendo questa intervista ad Andrea Moro ho dato un nome a ciò a cui avevo assistito: gli uomini sanno fare un uso infinito di un mezzo finito, la sintassi.

Michele non conosceva il termine giusto per chiamare quella caramella, ma le risorse linguistiche che già possedeva gli hanno permesso di esprimersi in modo originale e perfetto per indicare ciò che voleva: nome + verbo aggettivizzato. E – chissà come – ha usato una ripetizione che, guarda caso, c’è anche nel nome che usiamo noi: lecca lecca, magna magna.

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Foto di Sharyn Morrow

Qualcos’altro mi lascia ancora più meravigliata e lo sto sperimentando ora con il figlio minore. Martino ha 4 anni e sa esprimersi bene … uh… fin troppo! … è in piena fase espressiva e loquace, conosce bene le parole e non ha freni inibitori. Ha fermato una sconosciuta per strada e le ha chiesto: “Perché tu sei vecchia?”. Ecco, grammaticalmente la frase è impeccabile … nel tempo verrà anche il resto …

Comunque, quel che noto in lui è l’uso dei verbi; ne conosce molti, ma naturalmente non sa tutte le regole per coniugarli. Ci prova e ci prova bene, nel senso che quando si tratta di coniugare i verbi regolari ci azzecca. Quando c’è da coniugare i verbi irregolari … ecco… ci azzecca di nuovo, perché li coniuga come fossero regolari. Dice: “Cosa FACETE?” oppure “Mamma, mi hai APERITO la bottiglia?” . Quasi quasi pare un latinista…e vagli tu a spiegare che sono verbi irregolari. Io, onestamente, ho smesso di correggerlo. Ci penserà poi la scuola.

A me ora piace tantissimo avere per casa una voce di innocenza che parla in modo regolare, a un branco di adulti che hanno imparato a usare gli irregolari. Mi pare un segno di speranza, vedere che al principio è insito in noi un istinto ad andare verso la regolarità e non verso l’irregolarità. Martino non sbaglia. È la nostra lingua che nel tempo ha dovuto adattarsi alle nostre irregolarità. La lingua è testimone di ciò che noi siamo, raccoglie le contaminazioni, gli adattamenti, gli slang, le semplificazioni; insomma va dietro alla traballante storia umana. Ma è bello avere la conferma che non nasciamo neutri, bensì predisposti alla regola … alla strada maestra.

 

NB: nel frattempo il piccolo Michele è diventato più grande (8 anni) e le sue trovate linguistiche si sono ulteriormente raffinate. Di ritorno dal mare mi ha chiesto: “Mamma, quand’è che mi sbronzo?”. Alla mia perplessità ha replicato, con impassibile chiarezza, che intendeva dire “quando avrebbe perso l’abbronzatura”. Plausibile. Se il contrario di leale è sleale, di incoraggiare è scoraggiare, di cucito è scucito…potrà ben essere che il contrario di abbronzare sia sbronzare. E mi rendo conto che su questa finestra di possibilità la fantasia prende il volo.