Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

Cronache dell’ombrellone #4 – Il risveglio muscolare 

Quando parte Occidentali’s Karma è la fine. La ragazza dell’animazione arriva sulla battigia con una mega cassa, innesca Gabbani a manetta e frotte di signore si radunano.

Non so se le stimo o le compatisco. Fare ginnastica sotto il sole di Caronte non è la mia ambizione. Mettersi in pose strane con bikini succinti e Despacito in sottofondo può generare spettacoli vietati ai minori.

In ogni caso lo spettacolo per me, da sotto l’ombrellone, è amplificato dalla presenza del Sandro Ciotti del fitness. Mia madre, insegnante di ginnastica in pensione, commenta tutto: “Hai visto come è flessibile la signora grassa rispetto a quella secca secca? Essere magri non vuol dire niente.” “Ah, no! Io questo esercizio non lo farei mai fare, è dannosissimo per la schiena “. “Sarebbe meglio mettersi in acqua a fare motricità per le signore che hanno le gambe così malridotte “. Eccetera eccetera.

Guarda, cara mamma, non te lo vorrei dire, ma io sono old school. So di deludere le tue aspettative ginniche e so di non potermelo permettere con tre bambini da accudire, però il mio sogno è: ombrellone, sdraio, settimana enigmistica,  zzzzzzzzzzz. 

Virtualmente asociale

Ciascuno con una propria storia che si struggeva di rivelare.

Di solito, anzi spesso, anzi sempre, quando ero adolescente/giovane nessuno si accorgeva se ero o non ero presente a una festa, se me ne andavo dopo cinque minuti, se mancavo a una gita degli scout e occasioni simili. Ero la classica persona trasparente, che nessuno nota. Non ne facevo un problema, stavo bene in disparte.

untitled (3)Ma la trasformazione dei rapporti interpersonali, che ora passano attraverso ogni sorta di social networks, ha fatto anche di me una “prima donna”. Ho sperimentato sulla mia pelle che abbandonare un gruppo Whatsapp equivale a un lutto, equivale a dichiarare una guerra mondiale.

Sarà per quel verbo «tizio ha abbandonato il gruppo», perché fa pensare al malvagio che abbandona il cane in autostrada o al padre degenere che abbandona la famiglia per mettersi con la giovane segretaria. «Abbandonare» è un verbo decisamente troppo forte per il mondo di Whatsapp, è inadeguato. Io opterei per «tizio ora se ne frega di questo gruppo».

Infatti, io non ho abbandonato proprio nessuno. E torniamo dunque ai fatti.

Esiste una categoria sociale pericolosa, i genitori degli alunni. Quando questa congrega si organizza in cellule pseudo-terroristiche come il gruppo Whatsapp «Mamme della classe 3 A» il mondo è in pericolo. Succedono cose assurde: gente che per i corridoi di scuola non ti guarda neppure in faccia, si permette di criticarti virtualmente con una familiarità che nemmeno tuo marito ha. È assurdo il livello di intimità e amicizia fittizie che si creano solo virtualmente.

E poi la moltiplicazione del gossip, delle inutilità verbali, dei cuoricini e dei sorrisi. Ecco, a fronte di una discussione seria degenerata in chiacchiere da bar, mi sono detta che Whatsapp va bene per quando mio marito è all’estero e mi aggiorna su cosa fa, ma non va bene se a tema c’è l’educazione dei miei figli. E dopo aver visto una lista di n-mila messaggi sul suddetto gruppo di mamme, ho deciso di cambiare rotta. Ho chiesto a me stessa un sacrificio: se ci sono questioni o problemi che riguardano la scuola, fai la fatica di parlarne a viva voce con le altre mamme, non delegare al virtuale. E poi, semplicemente, mi sono tolta dal gruppo. Senza rancori, senza scenate … esattamente come accadeva da adolescente, quando andavo via da una festa e nessuno mi badava.

Apriti cielo. Si è generato il panico universale. Sono state ipotizzate cause disastrose, alcune hanno avuto sensi di colpa tremendi, è stata anche chiamata in causa la maestra per verificare che io stessi bene. Incontrandomi allegra e spensierata nei corridoi, c’è chi ha pensato: «Come fa lei a parlare tranquilla con noi, visto che non è più nel gruppo?». Bé, d’ora in poi io parlo e parlerò con le altre mamme nei corridoi, mi concedo il lusso di questo social network gratuito e non virtuale. Mi ripropongo di essere un po’ meno sociale virtualmente, magari di passare per una asociale virtuale.

Questa scelta non è un dito puntato contro gli altri, ma un’educazione e attenzione che voglio imporre a me stessa. La scorsa settimana ho partecipato a Firenze a un evento scolastico nazionale, Performance d’Autore, in occasione del quale 700 studenti italiani delle scuole superiori si sono incontrati per approfondire la conoscenza di un autore della letteratura italiana non troppo studiato, Vasco Pratolini (famoso soprattutto per Metello).

Per preparare i ragazzi a questa giornata di studio e dibattito avevamo suggerito loro la lettura di alcuni testi di Pratolini, tra cui il bellissimo racconto Lungo viaggio di Natale. E proprio questo testo si è rivelato di un’attualità disarmante.

La voce narrante racconta un suo viaggio in treno nella notte della Vigilia di Natale per tornare da suo padre. Siamo 1665644-inchiestsssssssnell’Italia del secondo dopoguerra – quasi un altro mondo, rispetto a noi – e siamo su un vagone di terza classe, freddissimo. Il protagonista è seduto da solo in questo vagone gelido e il controllore gli suggerisce di cambiare posto, di spostarsi nel vagone attiguo che è pieno di gente: «’Stia mica lì solitario! Vada più avanti che c’è più gente! Dove c’è gente c’è calore».

Il protagonista si sposta e nel vagone accanto trova un microcosmo di gente diversa e molto colloquiale. Sono tutti sconosciuti, ma immediatamente si mettono a parlare tra loro. C’è una prostituta di Genova, un minatore che ha vissuto per vent’anni in Francia, un milanese arrogante, un russo che a stento capisce qualcosa di italiano e altri. Insomma, mondi lontani e si direbbe incompatibili tra loro. E invece nasce tra loro un’intimità immediata, ciascuno condivide le proprie idee, litiga, ironizza, deride. Il narratore commenta: «Noi eravamo già tutti amici, creature che si facevano caldo l’una con l’altra, ciascuno con una propria storia che si struggeva di rivelare».

Ogni uomo è una storia, ma non solo. Ogni uomo è una storia che si strugge di rivelare. Cioè: l’uomo naturalmente vuole condividere la sua storia. La propria storia ciascuno la comprende guardandola attraverso gli occhi di qualcun altro, ma non tanto perché sono gli altri a spiegarci chi siamo, bensì perché il vero di noi emerge nel momento della condivisione e non nel mondo dei propri pensieri.

Mettendo a tema questo racconto, è stato per me immediato chiedere ai ragazzi che avevo di fronte: quando oggi saliamo su un treno accade quel che racconta Pratolini? No. Ognuno sta per conto suo, cuffie nelle orecchie, e smanetta col cellulare. Si sente parte di una comunità, che per lo più è virtuale (fatta di persone che non sono presenti), e si preclude la possibilità di essere parte delle piccole comunità in cui si imbatte concretamente.

«Ma come? – si obietterà – È meglio mettersi a parlare con uno sconosciuto piuttosto che scrivere su Whatsapp alla mia migliore amica?» Probabilmente sì. Non voglio fare la bacchettona che rifiuta la tecnologia. Ma colgo un rischio, su di me innanzitutto. Sento che diventa facile delegare alla tecnologia, cioè ai messaggi virtuali, le cose importanti. Quante volte sento la tentazione di pensare a una persona e dire «questa cosa gliela scrivo, anziché dirgliela a voce» e mi rendo conto che spesso sono questioni importanti quelle che sarei tentata di delegare al mondo virtuale, perché è facile e mi toglie la fatica del batticuore di guardare negli occhi quella persona. Si tratta di una solitudine pericolosamente mascherata da «socialità» e che rischia di farci perdere TRE piccioni con una fava: sul treno, col mio cellulare accesso, rischio di allontanarmi dalla mia amica che è il destinatario del mio messaggio e sicuramente mi allontano dalla trama di vita che ho a un centimetro da me. Da ultimo, ma non meno importante, perdo anche un pezzo di me, se è vero che la mia storia si rivela quando ne rendo partecipe la piccola comunità delle persone a me care, o anche degli sconosciuti con cui chiacchiero.

È fatica parlare di persona alla gente. A volte non ti ascoltano. A volte parlano troppo. A volte ti verrebbe da voltargli le spalle. Però è solo dalla fatica che nasce qualcosa, come le doglie del parto: nessuno le vorrebbe attraversare … ma portano frutto.

Ora, lo so che è uscito il nuovo libro di Bruno Vespa e pure quello di Fabio Volo, ma io mi azzardo lo stesso a consigliarvi di leggere quel racconto di Pratolini e di comprare il libro in cui è contenuto, Diario sentimentale. Forse non sarebbe improprio sottotitolarlo: «Incontri di varia umanità, per gente che ha il coraggio di essere virtualmente un po’ meno sociale».

PS: avevo concluso la scrittura di questo articolo, ma il telegiornale mi ha messo a conoscenza di un fatto accaduto a Giacarta. Un 24enne ha causato un incidente con la sua Lamborghini, in cui è rimasto ucciso un uomo e altri passanti sono stati gravemente feriti. Il pilota del bolide è rimasto illeso e mentre stava uscendo dalla sua vettura accartocciata era già intento a scrivere messaggi col cellulare. Emblematico: hai intorno il disastro, ma tu sei già altrove.crash-300x180

Gioielli imperfetti

Foto di Orbital Joe

Foto di Orbital Joe

 

Ogni autunno svolgo un corso di letteratura in collaborazione con un ente della mia città, quest’anno ho impostato il percorso sulla differenza tra il verbo «vedere» e il verbo «guardare». Mentre «vedere» parla di un’azione involontaria, di una capacità che ciascuno ha sollevando le palpebre, «guardare» parla di un’azione volontaria, in cui il soggetto sceglie di prestare attenzione a qualcosa in mezzo a tutto ciò che vede.

A conferma di ciò, il verbo inglese che indica il «guardare» è «to look at» e contiene una preposizione che suggerisce il dirigere lo sguardo verso qualcosa, cioè il mio coinvolgermi con ciò che guardo … in un avvicinamento anche solo simbolico. Quando guardo qualcosa, muovo la mia consapevolezza verso l’oggetto in questione.

Come sempre accade, quando tratti un argomento sei più pronto ad accorgerti delle cose che accadono intorno e riguardano quel particolare tema. E così è capitato che, per pura casualità, la mia amica Maria Grazia mi abbia segnalato la notizia di un fatto accaduto in America ed esattamente inerente un problema di vista.

jewel-shuping-1-435Si tratta della storia di Jewel Shuping, una trentenne del North Carolina affetta dalla sindrome di Biid. Stiamo parlando di una vera e propria patologia medica, e non semplicemente di un disturbo emotivo: le persone con questa malattia avvertono certe parti del proprio corpo come estranee e dunque desiderano alterare la loro integrità fisica. Jewel, in particolare, sentiva di poter essere felice solo se fosse diventata cieca.

E così è stato, perché, sebbene sia esplicitamente stabilito che i medici non debbano accondiscendere ai desideri di questi malati (e debbano invece curarli con terapia psicologica), Jewel purtroppo ha incontrato un dottore che l’ha aiutata a diventare cieca. L’operazione è stata peraltro dolorosa. Ora Jewel è una non vedente.

Questa tragica vicenda può suscitare solo compassione, ma non quella ipocrita di chi scuote la testa, s’impietosisce e poi giudica. Mi riferisco proprio alla compassione di chi sente di «patire con». Io non ho la sindrome di Biid, eppure quanto sono simile a Jewel! Quante volte mi procuro volontariamente delle amputazioni! Eh sì. Pur avendo una vista perfetta, quante volte sono io a scegliere un punto di vista ristretto, gretto, sterile. Scelgo di amputare da sola la mia prospettiva (e la mia umanità), quando invece sarebbe sufficiente usare gli occhi – del cuore e del cervello – che ho a disposizione.

Basterebbe guardare, basterebbe accogliere il variegato mondo oltre la porta della propria testa per trovare il cibo o la medicina che cura i nostri cortocircuiti o le nostre ferite. Perché la realtà ospita sempre qualcosa in più del nostro cervello. Eppure, fin troppo spesso, la porta del cervello si chiude e l’io si amputa da solo. Si mette a guardare il mondo secondo un punto di vista già prestabilito, ristretto, e sceglie di vedere solo ciò che conferma la propria rabbia o la propria tristezza. È un handicap autoinflitto e tragico.

Ma la cronaca è davvero stupefacente. Non mi ha lasciato indifferente il nome della ragazza, Jewel. Gioiello. Se «nomina sunt consequentia rerum», cioè il nome ci dice chi siamo, ecco … è vero che la singolarità di ciascuno è preziosa come un gioiello. E forse è proprio questo pensiero che mi ha fatto ricordare Annette, una donna di cui mi ero già occupata in un altro articolo. In Inghilterra, nella città di Frome, c’è un’orafa che è senza dita. Lei è proprio nata così e si chiama Annette Gabbedey. È quasi una contraddizione vivente: come si può forgiare gioielli con una malformazione così invalidante proprio alle mani? Maneggiare strumenti di precisione, forgiare bracciali, anelli, collane è possibile senza avere le dita?annette-gabbedey (2)

Non solo è possibile, ma è l’unico modo in cui Annette riesce a farlo. E dalle sue mani, così imperfette e manchevoli, escono oggetti brillanti e meravigliosi. Niente più di un gioiello «parla» di perfezione. Eppure può nascere da qualcosa di imperfetto.

Anche se, apparentemente, le storie di Jewel ed Annette sono opposte (un’amputazione volontaria che invalida un essere nato sano, e una malformazione congenita che non diventa invalidante per chi ne è affetto), non voglio contrapporle ma unirle. Noi siamo in molti casi Jewel, ma possiamo essere Annette. Nessuno è perfetto, spesso da soli siamo capaci di diventare peggiori di quel che naturalmente saremmo. Ma il limite non è mai un’obiezione, anche se è autoinflitto. Può sempre essere un’occasione creativa e generativa.

Quel che esce dalle nostre mani non è mai perfetto, ma può essere un gioiello. Può tralucere nelle nostre azioni o nei frutti che lasciamo al mondo quell’attesa bruciante di compiutezza che ci manca, ma che desideriamo. Non è scandaloso se la rabbia per non essere come vorremo ci riduce peggio di quel siamo, è così: spesso ci mettiamo in trappola da soli. Proprio per questo, dobbiamo ricordarci che solo la mancanza e l’imperfezione sono anche i nostri migliori alleati: sono la carne nuda e sensibilissima che, lasciata a contatto con mondo nella sua disarmata sete, ci mette all’opera con una forza incredibile, capace di dare prove stupefacenti … e inattese.

I gioielli di Annette

I gioielli di Annette

Amici per le scale

supermarket-improvements-failPer ottimizzare i tempi faccio la spesa di pomeriggio, quando passo a prendere alla materna mio figlio minore. Così esco di casa un’unica volta. Capisco che la mia comodità non tiene conto delle esigenze di mio figlio che, dopo un’intera giornata di giochi e impegno, gradirebbe andare a casa a rilassarsi e non mettersi dentro il caos di un centro commerciale. Mea culpa. Anche perché l’ambiente del centro commerciale è pieno di trappole per il bimbo in tenera età. È il luogo in cui la dinamica del desiderio viene esasperata e distorta nel «voglio … voglio … voglio».

Ma il bambino può anche sorprendere, anzi sorprende sempre.

E così di recente ci è capitato un fatto simpatico. Usciti dalla materna, io e Martino (5 anni) siamo andati a fare la spesa. Abbiamo parcheggiato e preso il carrello, poi ci siamo avviati sulle scale mobili che portano al piano del supermercato. Io tenevo il carrello, Martino c’era sdraiato dentro. Qualcuno è arrivato dietro di noi, ne sentivamo le voci alle nostre spalle mentre salivamo.

«Babbo, prendiamo il carrello con la macchinina?»ShoppingCar

«No»

«Perché?»

«Perché? Ti ricordi cos’è successo la settimana scorsa? L’hai voluto e poi ci sei stato dentro due secondi e basta … poi ti sei messo a correre a piedi e non hai voluto più saperne di stare nella macchinina. No, non spreco 4 euro per quell’aggeggio».

«Babbo, ti giuro che questa volta ci sto dentro per sempre».

«No, punto e basta».

Ne è seguito un pianto a dirotto.

Per tutto il breve tempo di questo dialogo, Martino mi ha fissato con gli occhi sbarrati. Sospetto che abbia avuto un deja vu. In ogni caso, non appena è scattato il pianto, Martino si è sporto fuori dal carrello per guardare il bambino disperato alle nostre spalle. E gli ha detto, come se si conoscessero da una vita: «Stai tranquillo. Anche mia madre mi ha detto la stessa cosa. Non c’è proprio speranza».

Il bimbo, forse più stupito che convinto da quelle parole, ha interrotto per un po’ il pianto. Io mi sono girata verso l’altro genitore e sorridendo gli ho detto: «A quanto pare siamo banali e diciamo tutti le stesse cose …».

Il bambino è senz’altro più fragile di fronte alle trappole e alle tentazioni furbe del mondo commerciale degli adulti, e lo è perché la dinamica del desiderio in lui è ancora «spudorata», senza filtri. Ma proprio questa spudoratezza è anche il suo anticorpo. Noi adulti filtriamo i desideri; valutiamo, ponderiamo. Ma filtriamo anche la condivisione; ci tratteniamo. Il bambino non riesce a farlo. Se vede qualcuno a cui capita un’esperienza simile alla sua, lo sente vicino e spontaneamente … «spudoratamente» entra in rapporto, si sente spinto a condividere.

Quante volte vediamo persone sconosciute impelagate in piccole vicissitudini che anche a noi sono capitate. Sappiamo quello che stanno passando, eppure spesso e volentieri prevale la dinamica del «non mi impiccio». Se cominci a condividere, magari saltano i tuoi programmi … fai tardi. E poi, se noi ne siamo venuti fuori da soli, ce la faranno anche loro, no?

Per il bambino, invece, la somiglianza è una calamita che lo porta verso l’altro, saltando a piè pari il muro del non conoscersi. Se io e te abbiamo qualcosa in comune, beh … allora … un po’ ci conosciamo già.

supermarket-431x300Io ricordo l’abitudine bellissima di scambiarsi il carrello ai supermercati: appena ti avvicinavi alla fila dove erano legati, qualcuno ti diceva sempre: «Aspetti, lo dia a me» e ti allungava la moneta da 500 lire. Ora neppure questo minimo di condivisione accade più. Almeno a me non è capitato più da molto tempo. Ciascuno infila il carrello ed estrae la sua moneta; dietro qualcuno aspetta e lo prende a sua volta infilando la sua moneta. Eppure siamo lì per lo stesso motivo: farina, latte, pelati, biscotti … .

Quelle poche parole mi mancano. Mi mancano le 500 lire di un altro, e lasciargli il carrello con le mie 500 lire. Era un po’ come passarsi il testimone, cioè tenersi per mano – da sconosciuti – nel tran tran della vita quotidiana.

 

‘na tazzulella ‘e café

Il cielo è ovunque a casa sua, diceva Chesterton. Ma anche chi sta in cielo vuole sentirsi a casa; e così, spulciando nei trafiletti dei giornali, scopro che è stata progettata una macchina del caffè per lo spazio, di cui potranno servirsi gli astronauti a bordo della stazione spaziale ISS.

caffé

Foto di Jordan Merrick

A me l’espresso manca non appena metto piede all’estero (cioè, quelle rare volte che metto piede all’estero …); per non parlare di come sono conciata ogni mattina nel tragitto letto-cucina, prima di trangugiare una tazza intera di caffè. Certo, si addice di più a una signora il verbo “sorseggiare”, ma prima di prendere il caffè io non sono una signora … e quindi non sorseggio, ma trangugio. Poi, dopo il caffè, il mondo si schiude di fronte ai miei occhi e la vita comincia e riacquisto le buone maniere.

Ecco, figuriamoci se non capisco gli astronauti. Sia dato un caloroso benvenuto a questo caffè tra le stelle. Quest’espressione spalanca all’immaginazione un regno fantastico: viene da pensare a tavolini che fluttuano nel cielo insieme a qualche sedia e camerieri eleganti che volano con vassoi pieni di tazzine. Magari un trio jazz, con piano, cantante e violoncello; anch’essi magicamente sospesi nel vuoto. E poi allegre chiacchiere tra un sorso e l’altro. Lo so che una stazione spaziale non è il Caffè Florian di Venezia, ma è più forte di me. Io mi immagino Samantha Cristoforetti e i suoi colleghi proprio come fossero al bar.

Perché il caffè evoca per noi un universo domestico, luoghi e momenti di giornaliero ristoro; e l’uomo non può fare a meno di rendere ogni domestico ogni cantuccio dell’universo, appena ci mette piede. Porta in orbita il caffè (… e penso che ne offrirebbe uno anche ai marziani). Questo è significativo: anche nei luoghi più remoti noi abbiamo bisogno di sentirci a casa. Ad esempio, in una stanza d’albergo io mi sento meglio non appena vedo i miei asciugamani in bagno e il mio pigiama sul cuscino.

Ma che casa è quella che abita l’uomo? Che posto è un mondo abitato dalla presenza degli uomini? Non è un posto perfetto.

caffé2

Foto di Thomas 8047

Che sia stato o meno casuale, dopo aver letto la notizia della macchina del caffè per astronauti ne ho letto un’altra … ehm … più terra terra. È stata arrestata a Viareggio una 42enne che derubava gli anziani dopo aver avvelenato il loro caffè: in pratica li imbottiva di sonniferi e poi toglieva loro quel poco che avevano.  Non è un crimine tra i più efferati di cui abbiamo sentito parlare, ma è tremendo. Il caffè per noi italiani è un sacro rito di ospitalità e compagnia. Al bar, di fronte a una tazzina, parli di cose importanti anche con uno sconosciuto. Una volta, una barista – mai vista prima – mi confidò in un quarto d’ora il dolore per la morte improvvisa del figlio .

Il caffè non è una bevanda, come non lo è il tè per gli inglesi. È la pozione magica che vince la solitudine, fosse anche solo per un minuto. E chi dice che scambiare due chiacchiere davanti a un caffè è un pro forma, forse ha ragione; ma è una formalità radicata su una sostanzialità dimenticata: l’uomo può cominciare a condividere con gli altri il suo spirito, solo se condivide la propria carnalità. Perché nelle situazioni più assurde, tipo quando piove e siamo senza ombrello, ci viene spontaneo vincere la ritrosia verso gli altri e metterci a parlare? Perché sono i momenti in cui ci rendiamo davvero conto che siamo tutti sotto lo stesso cielo; indaffarati con i nostri limiti ed errori; pieni di imprevisti e incidenti. Siamo creature, esseri di passaggio, e ce ne accorgiamo meglio di fronte ai fatti che enfatizzano la nostra creaturalità. Ecco: abbiamo bisogno di mangiare e bere, tutti. E nutrirsi è un momento intimo e profondo, proprio perché svela un bisogno sostanziale e anche che siamo creature bisognose (non autosufficienti). Bisognose di cibo per stare in vita. Condividere il gesto del nutrirsi con altri crea per forza una compagnia, anche momentanea, ma sincera. È un momento sacro in cui siamo davvero tutti uguali. Forse non lo siamo davanti alla legge, ma lo siamo davanti a un caffè.

Perciò mi risulta tremendo il crimine della signora viareggina, perché insinua il veleno nel domestico. È proprio come trovare un serpente in un giardino … per citare Adamo ed Eva. Basta poco, dentro il recinto della nostra domesticità, per precipitarci dalle stelle alle stalle. In questo senso, il racconto biblico del Giardino dell’Eden è più vero della storia: contiene la verità più autentica del genere umano: un piccolo seme di male è in noi ed è capace di rovinarci la festa. Sonnifero nel caffè, un trucco per fregare della povera gente che si fida, proprio perché sta bevendo un caffè. Ma non mi scandalizza dire che anche tra le stelle noi saremmo capaci di portare le stalle; saremmo cioè capaci di scombussolare la perfetta magnificenza delle stelle. Se abbandonassimo la terra per andare a stabilirci in un’altra galassia, non solo ci porteremmo dietro la nostra caffettiera, ma anche tutto ciò che le va dietro. Cioè: pur tra le stelle, l’uomo non smetterebbe di essere uomo. Non diventa un angelo solo perché ha spiccato il volo.

Foto di Kris Williams

Foto di Kris Williams

Come prima reazione, leggendo insieme quelle due notizie, ho provato amarezza; prima ho pensato: “Che bello sentire l’aroma di caffè su Orione!”, poi ho pensato che anche su Orione c’era il pericolo di bere un caffè avvelenato. Come reazione meno immediata, ho invece intuito che solo l’associazione delle due notizie ci restituisce una scena davvero autentica e interessante. Un caffè avvelenato è tragico e basta. Un caffè tra le stelle può correre il rischio di essere come certi “caffé letterari”, in cui si chiacchiera volando a un metro da terra e perdendo il senso della realtà. Insieme, creano una storia avvincente.

Per quanto non sia un’esperta, credo che il veleno sia all’origine di tanti bellissimi racconti gialli. E questo genere di storie andrebbe letto come la Bibbia, perché il racconto del mistero è uno specchio umano autentico. A volte, anzi spesso, anzi sempre, una bella storia comincia con un delitto; una bella giornata comincia con un guaio; un’avventura comincia imboccando il sentiero sbagliato. Perfino se la creatura umana più pacata fosse proiettata su un microscopico pianeta di una galassia sperduta, quel posto diventerebbe un casino. Sì, un amabile casino domestico. Di quelli che poi ti trovi a raccontare a uno sconosciuto barista dicendogli: «Lei non ha idea di quel che mi è capitato oggi …». Affermazione che, di solito, implica che l’ascoltatore cominci ad annuire … perché ne ha idea, eccome.