Cronache dell’ombrellone #4 – Il risveglio muscolare 

Quando parte Occidentali’s Karma è la fine. La ragazza dell’animazione arriva sulla battigia con una mega cassa, innesca Gabbani a manetta e frotte di signore si radunano.

Non so se le stimo o le compatisco. Fare ginnastica sotto il sole di Caronte non è la mia ambizione. Mettersi in pose strane con bikini succinti e Despacito in sottofondo può generare spettacoli vietati ai minori.

In ogni caso lo spettacolo per me, da sotto l’ombrellone, è amplificato dalla presenza del Sandro Ciotti del fitness. Mia madre, insegnante di ginnastica in pensione, commenta tutto: “Hai visto come è flessibile la signora grassa rispetto a quella secca secca? Essere magri non vuol dire niente.” “Ah, no! Io questo esercizio non lo farei mai fare, è dannosissimo per la schiena “. “Sarebbe meglio mettersi in acqua a fare motricità per le signore che hanno le gambe così malridotte “. Eccetera eccetera.

Guarda, cara mamma, non te lo vorrei dire, ma io sono old school. So di deludere le tue aspettative ginniche e so di non potermelo permettere con tre bambini da accudire, però il mio sogno è: ombrellone, sdraio, settimana enigmistica,  zzzzzzzzzzz. 

Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

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La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

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Anche gli angeli sbrogliano matasse

In un tranquillo dopocena infrasettimanale ho sentito quest’eresia in TV: «… perché noi siamo donne che corrono dalla mattina alla sera, non stiamo a casa a fare la maglia!». Lo diceva una conduttrice per esaltare il comfort di un paio di scarpe.

Bette Davis e Sally Sage

Bette Davis e Sally Sage

Casualmente io stavo facendo la maglia. Mi sono anche fatta un veloce esame di coscienza, richiamando alla memoria che pure io avevo corso tutto il giorno tra figli e lavoro. Perciò ho alzato la testa dalla maglia per guardare in faccia la signora in TV e le ho telepaticamente risposto: «Mia cara, fai anche tu la maglia e ti renderai conto che non è una faccenda da sfaccendate».

Lavorare a maglia è un’attività completa, richiede manualità e pensiero, pazienza e volontà, creatività e ripetizione. Quando mi ci dedico, io mi ricordo del mio posto nel mondo: sono una creatura semplice che si dà da fare dentro un ordito di circostanze che appare casuale ma non lo è. La vita, come la maglia, sembra senza schema se guardata da vicino e in modo frammentato; quando la osservi a distanza di tempo, ti accorgi che eventi irrelati tra loro e insignificanti si sono incrociati in modo fruttuoso o doloroso. Nulla si presenta irrelato o isolato, tutto crea un disegno.

 E poi sferruzzare è un impegno che educa al valore della pazienza: volere tutto e subito è un’illusione fallace; invece, una grande gratificazione attende chi pazientemente lavora a una trama fatta di piccoli passi, a volte ripetitivi.

Ho imparato dal signor Chesterton che i detti popolari sono depositari di grandi verità, perché il popolo è sano e non dice fesserie. La frase sul fare la maglia pronunciata dalla conduttrice non credo appartenga alla sapienza popolare; sarà nata in qualche altra circostanza snob insieme alla frase sul «pettinare le bambole». Pettinare le bambole è un altro impegno benedetto e sacrosanto; basta osservare una bimba che lo fa! Richiede lo stesso tipo di amore con cui una mamma pettina, pulisce ed educa i suoi figli. Pettinare le bambole è sinonimo di «ama il prossimo tuo come te stesso».

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Foto di Audra B

I veri detti popolari sul lavoro a maglia sono – guarda caso – molto più assennati e realistici. Si dice «trovare il bandolo della matassa», si dice «sbrogliare la matassa», si dice persino «sta attaccato con lo sputo».

Non sono esperta nel metodo dello sputo, ma dicono che funzioni davvero ed è un modo efficace per unire due gomitoli di lana.

Sono molto esperta in matasse, invece. Soprattutto in matasse tutte imbrogliate.

Qualche settimana fa mi occorreva un filato mélange per fare un paio di guanti e sono andata nel negozio di fiducia, dove l’addetta mi ha mostrato ciò che aveva. Ha aggiunto: «Queste sono matasse, non gomitoli. Sa come fare gomitoli da una matassa?».

Le ho chiesto di fare un ripasso, non si sa mai. E lei ha cominciato mostrandomi come trovare «il bandolo della matassa». C’era un piccolo filo di cotone bianco che indicava il punto da cui si dipanava la matassa. Poi mi ha mostrato la tecnica per fare il gomitolo, suggerendomi di avvalermi di qualche aiutante. Arrivata a casa, ho chiesto aiuto ai miei figli che hanno trovato la cosa a tratti divertente e a tratti noiosa.

Alla fine, grazie al loro contributo esilarante, mi sono ritrovata con una matassa di filo mélange tutta intrecciata. È una prova di pazienza sbrogliarla. Mi è venuto in soccorso mio marito, il cui sguardo è più analitico e operativo del mio. Però lui di solito non ha pazienza; invece quella sera se ne stava lì sul tavolo e silenziosamente sbrogliava la mia matassa.

È stato a quel punto che ho pensato alle Parche e al fatto che la loro versione dei fatti non mi convincesse del tutto.

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Mi riferisco alle figlie di Zeus e Temi, le tre divinità a cui era affidato il destino dell’uomo: Cloto filava il filo della vita, Lachesi distribuiva i destini e decideva la durata del filo della vita, infine Atropo tagliava il filo nel momento della morte. Le loro decisioni erano immutabili, neppure gli dèi potevano metterci becco.

È interessante che la metafora tessile sia associata alla vita umana fin dalla classicità, segno – appunto – che non è cosa insignificante mettersi a tessere e cucire. Però, dove sta la mia libertà in una visione così ineluttabile e affidata al discernimento insondabile di quelle tre signore?

Guardando mio marito alle prese con la mia matassa, un pensiero mi ha attraversato la mente. In quel filo tutto intrecciato ho visto la mia vita incasinata, in quelle mani lente che lo districavano ho visto un angelo soccorritore. Mani più grandi della matassa erano all’opera per farne un gomitolo ordinato. E la matassa si faceva aiutare perché da sola era inerte.

Come essere umano, io certo non sono inerte. Però sono incapace di venire a capo di tutto il putiferio che mi circonda. Ne combino così tante che mi ritrovo spesso a dover trovare il bandolo della matassa. La confusione degli eventi e l’ansia mi rendono smemorata, mi precipitano nella nebbia di non ricordare più l’origine di un’azione o di una scelta. Perché lo sto facendo? Boh.

Senza il bandolo della matassa non si combina nulla. Senza aver chiara l’origine di ogni gesto non si porta a termine nulla.

Sono poi così disordinata e frenetica da mandare all’aria i progetti. Tutto il filo della vita si attorciglia … e quanti brutti nodi sono capace di creare. Forse sarebbe davvero meglio che se ne occupassero Cloto, Lachesi e Atropo! E invece no. La mia libertà è una cosa sacrosanta, così preziosa che il Creatore ha tollerato ogni nostra specie di garbuglio pur di salvaguardarla.

Accade talvolta che nodi strettissimi si sciolgano in modo inaspettato, o che matasse di eventi indecifrabili ci svelino all’improvviso un’ombra di senso. È in queste circostanze che ho la certezza che il Creatore ci abbia offerto della manodopera di alta sartoria di cui avvalerci. Sono certa che non sia rimasto passivo nel vedere il nostro filo annodarsi e attorcigliarsi.

Ha pensato per noi a degli aiutanti, gli angeli. Definirli degli sbroglia-matassa è riduttivo, perché loro sono la milizia celeste e quindi suppongo che, quando a tempra volitiva, non siano da meno delle Parche. D’altra parte, per proteggere le nostre matasse ci vuole proprio un sacco di fermezza e volontà. Illumina, custodisci, reggi, governa. Li preghiamo con queste parole e forse loro sono proprio come le mani di mio marito che, silenziose, si mettono di buona lena per accudire la trama della nostra vita.

Ci fa bene che il loro intervento non sia sempre attivo e risolutivo; ci reggono e ci governano anche quando la barca sembra in completa balia della tempesta, perché nessun bambino impara a camminare se i suoi genitori lo tengono sempre stretto.

Però ci sono dei momenti in cui è evidente che il nostro destino non è abbandonato al puro o semplice caso, o al nostro istinto.

Sono quei momenti in cui noi avvertiamo, vagamente, un sollievo; o quando ci piomba addosso un’intuizione improvvisa e benedetta. Sono quei momenti in cui, pur da soli, sentiamo di non aver risolto tutto da soli. Lì c’è il tocco di angelo, che ha sciolto un nodo o ha sbrogliato l’intrico di fili attorcigliati.

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Grace Brett, 104 anni, è la più anziana street artist al mondo. Decora la sua città in Scozia con i suoi lavori all’uncinetto e a maglia

Arrivata a questo punto del mio sogno a occhi aperti, mi è passata per la testa un’altra visione del tutto strampalata ma confortante. Ho pensato che gli angeli sono così angelicamente virtuosi da essere solidi come il marmo, distanti dalla fragilità umana. Ho pensato che ai loro occhi tutti i nostri gesti e tentativi devono sembrare dei miseri scimmiottamenti, qualcosa di incomprensibile in base alla logica della Puro Bene.  

Forse abbiamo bisogno di traduttori che spieghino alla milizia celeste il senso dei nostri piccoli gesti, o anche solo di rompiscatole che incalzino i cherubini ad aiutarci per cose che ai loro occhi angelici parrebbero stramberie.

Ecco … forse parte del purgatorio dei nostri morti consiste nell’elemosinare pietà per noi. Io me la vedo benissimo mia nonna che, lassù, importuna una creatura celeste spiegando e rispiegando che sono un’egoista orgogliosa, ma in fondo sono buona. Me la vedo che fissa dritta negli occhi un serafino (lei non ha mai avuto paura di nessuno!) e lo convince: «Dai, su, fai qualcosa … Non vedi che s’è di nuovo cacciata in un pasticcio? Guarda che non ne viene mica fuori, dai dalle una mano. Io glielo dicevo sempre che è precipitosa e ansiosa!».

Ovviamente questa visione non ha alcuna attendibilità teologica, è solo un mio viaggio di testa. È anche nostalgia di quei pomeriggi invernali trascorsi in silenzio a sferruzzare con mia nonna.

Lui va … dritto alla meta

articolo scritto per il magazine di Imola Rugby

Arriva il giorno in cui ti dici: può farlo, è pronto. E stai pensando a tuo figlio maggiore, che ha 10 anni e ti ha chiesto se può andare a rugby da solo in bici. Allora fai mente locale, anche se inizialmente sei troppo emotiva e ti vengono in mente solo i contro, senza considerare che i pro sono in netta maggioranza: in fondo è meno di un chilometro, tutto di pista ciclabile e deve attraversare la strada una sola volta, in un punto dove le auto rallentano per forza. img_5139

Però ci va di sera, è buio. Però ogni tanto si distrae. Però è ancora un bimbo.

Basta. Può farlo, è pronto. Non posso mettere le mie ansie davanti al suo giusto entusiasmo. Non è un salto mortale nel mondo del «lasciarlo solo». È un salto su misura per le sue capacità, un po’ oltre le mie braccia che vorrebbero ancora abbracciarlo tutto … o forse ingabbiarlo tutto.

Opto quindi per un compromesso. Più che altro per placare il mio batticuore. La prima volta che lo lascio andare in bici da solo decido di fare un controllo semi-invisibile. All’andata la nonna, che proprio a quell’ora ha un impegno in centro città, lo segue in auto (senza farsi vedere) finché la loro strada è la medesima. Al ritorno gli vado incontro io a piedi, con la scusa che non gli ho lasciato le chiavi per aprire il garage.

Andata: «tutto ok» mi scrive la nonna su Whatsapp.

Ritorno: parto troppo presto da casa e faccio tutta la strada incontro a lui fino ai campi da rugby. Quando arrivo, lui ha appena finito l’allenamento e deve ancora svestirsi, fare la doccia, ecc. ecc. Mi vede e mi dice: «Oh, mamma … Che ci fai qui?». Sono come il ladro davanti al poliziotto. Rimedio con un: «No, nulla. Ho notato che non ti ho dato le chiavi del garage … te le ho portate. Ma non torniamo assieme; quando sei pronto, vai pure in bici, io faccio due passi a piedi fino a casa».

Non so bene perché (o forse sì …) aspetto la sua interminabile doccia e vestizione. Quando esce dallo spogliatoio ha i capelli tutti bagnati. Mi dico: vedi che ho fatto bene a venire, perché non è ancora autonomo; non si asciuga mai bene la testa, devo dirgli di mettersi il berretto se no si prende un’otite!

Però mi rendo conto di essere davvero una lagna di madre. Quante scuse so tirar fuori pur di stargli addosso, lo placco stretto stretto. Ma c’è quel momento in cui il giocatore scappa con la palla in mano, fugge e va a meta.

Lui si mette il berretto, accende le luci della bici, mi saluta e va.

Io resto indietro a piedi.

Lo vedo filare via sulla pista ciclabile: è buio e lungo il viale alberato lui è un intermittente puntino luminoso sotto le fronde scure degli alberi. S’allontana da me sempre più.

Io ti ho «dato al mondo» – penso. Sì, «dare al mondo» è forse il sinonimo più bello di partorire, così come «venire alla luce» è il sinonimo più bello di nascere.

Tu, figlio mio, sei venuto alla luce e io ti ho dato al mondo. So che la tua piccola luce sarà coperta di grandi ombre, come adesso che corri veloce a casa sulla tua bici, e in quei momenti io non sempre ci sarò. Rimarrò indietro e tu dovrai custodire la tua luce in mezzo a un mondo di ombre.

Certo, spero di esserci il più a lungo possibile. Ma la strada è tua, Michele. Io sono indietro e diventerò sempre più lenta rispetto ai tuoi scatti, ai tuoi desideri, ai tuoi sogni.

Penso che mi sento ancora più genitore, ora. Ora che lui è avanti, verso la sua meta, e io lo guardo da dietro e quasi lo perdo di vista. Forse è già arrivato a casa, mentre io cammino ancora. Funziona così. Lui va. Io lo guardo e mi sento davvero protagonista di qualcosa di grande, ora che non sono più io al centro della scena e una storia tutta nuova se la sta scrivendo lui, pedalata dopo pedalata, placcaggio dopo placcaggio, sudata dopo sudata.

 

Morire di vita

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Cara Marina,

avevo immaginato il giorno in cui avrei scritto questo post, ma me l’ero immaginato in tutt’altra maniera rispetto a ciò che è accaduto. Avevo immaginato di condividere coi lettori di questo blog la nascita della mia terza bimba, Matilde, ma non avevo immaginato che la sua nascita sarebbe coincisa – con un tempismo esclusivamente divino – con la tua morte.

Non saprei dire se ero davvero tua amica, io senz’altro ti sentivo amica anche se il rapporto con te non aveva nulla in comune con le altre amicizie che ho. Con l’amica di solito si chiacchiera, si spettegola, si condivide la tristezza, la gioia e i consigli sulle scarpe, ci si sfoga sui mariti o morosi, ci si accompagna reciprocamente attraverso le tappe salienti della vita. Ecco, tu eri silenziosa e sentivo sempre una certa distanza da te anche quando eravamo assieme. Non che tu mi tenessi a distanza, questo no assolutamente. Ma eri sempre a un passo da me, una distanza pudica. Non parlavi molto, ma tutto quello che dicevi era smaccatamente sincero, schietto e onesto. Non parlavi molto di te, ma eri attenta a conoscere cosa mi accadeva e come stavo. Non parlavi molto, e io non ero capace di abitare quel silenzio bellissimo come lo facevi tu. Tu eri a tuo agio nel silenzio delle parole (… pieno di pensieri), io invece mi sentivo a disagio e facevo la scema, sparavo sciocchezze a manetta come fanno i romagnoli «pataca». E poi finivo per pensare che tu mi credessi stupida. Ma era solo una mia impressione, tu condividevi con me poche cose, ma importanti, e questo significava amicizia e stima nei miei confronti. Avevi un’ironia assurda, eri talmente seria nel dire certe cose ironiche che mi veniva da pensare fosse un atteggiamento studiato. No, era decisamente spontaneo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato così disarmante.

Marina

Marina Sangiorgi, scrittrice

Non hai parlato molto della tua malattia, ricordo una volta sola in cui, col volto rigato di una lacrima, mi dicesti: «Ho paura, perché io non sono mai stata malata davvero prima d’ora». Lo considerai un gesto d’intimità immenso che ti ringrazio di aver condiviso con me. Non lo dimenticherò e, per come potrò, cercherò di far sì che porti frutto il senso di quel tuo consegnarti titubante, vertiginoso e gentile a un destino ignoto e buio. Alla fine, tu … non so dire come … hai messo la parola «luce» in fondo al tunnel della tua sofferenza carnale.

E hai misteriosamente passato il testimone a mia figlia.

Sono venuta in ospedale da te di giovedì: avevi le unghie con un meraviglioso smalto blu e mangiavi di gusto i passatelli di Raffaella, snobbando la sbobba dell’ospedale. Mi hai detto: «Cosa c’è lì?» e intendevi il mio pancione. Anche in questo caso ho fatto la scema, ho smorzato la tensione emotiva buttandola sulla battuta. Ti ho risposto: «Marina, sono io che adesso devo venire in ospedale … a partorire. Tu torna a casa, diamoci il cambio». Mi hai detto: «Torno a casa domenica». Così è stato, ma sei tornata alla casa del Padre. Di domenica come avevi detto.

Sono venuta al tuo funerale il giovedì successivo. Non ero sicura di farcela perché la stanchezza a fine gravidanza è debordante e cominciavo a sentire qualche «avvisaglia». La messa è stata l’immagine di te: sobria, intensa, poetica, luminosa e dolce. Guardavo dal fondo della chiesa tutti gli amici che erano venuti a salutarti e a un certo punto ho pure sorriso, pensando che eri al centro dell’attenzione e … forse … non l’avresti gradito. Non era da te essere una prima donna. Poi ho pianto a dirotto quando Davide Rondoni ha letto la poesia che ha scritto per te e che comincia:

 

A un cenno di Dio

Le anime più timide

Si fanno splendenti

 

La notte di quel giovedì non ho dormito perché sono arrivate le prime contrazioni, ma non volevo ancora convincermi che fossimo arrivati al momento della nascita. Venerdì le contrazioni sono progressivamente aumentate e mi sono decisa a chiamare il mio angelo custode, l’ostetrica Chiara, che mi ha seguito e mi avrebbe personalmente accompagnato nel travaglio. Lei mi ha visitata e con un sorriso ha risposto al mio impaurito timore: «Da adesso si va solo avanti». Un delicatissimo modo per dire che era tempo, era IL tempo.

Insomma, sono entrata in ospedale e poi in sala travaglio; nella borsa avevo con me la foto del tuo ricordino del funerale, quelle in cui sorridi bellissima. Alle 22.05 Matilde è nata.

Mistero grandissimo di Chi disegna la realtà e ci parla dentro il vento che sussurra, il fiore che sboccia, l’acqua che scorre. Dentro questo grande mistero è accaduto che tu entrassi nella Casa del Padre e l’indomani Matilde entrasse nella vita e nella nostra casa. Tu ti sei congedata da tutto ciò che è terreno e lei ha cominciato a conoscerlo. A pensarci, sembra un passo a due di danza; un ritmo universale tra voi due. Come non vederlo come un bellissimo e vertiginoso passaggio di testimone? Come potrò guardare mia figlia senza pensare a te, che appena arrivata in cielo mi hai accompagnata a farla nascere? Ecco. Ora sento davvero di dire che siamo amiche. E non avrei mai pensato che la trama degli eventi ci legasse in una storia così incredibile.

La nostra Matilde

La nostra Matilde

Mi hai fatto capire anche un’altra cosa, a dire il vero. Ai più sembrerà una stramberia folle o persino una bestemmia quello che sto per dire. C’è un punto di contatto, o somiglianza radicale, tra il tuo tumore e la mia gravidanza. L’unico modo di guardare in pienezza positiva, e non egocentrica, una gravidanza è considerarla al pari di un tumore … cioè di una “estraneità-alterità” che s’infila dentro il corpo. In entrambi i casi è un Altro che viene a visitarti, invadendo il tuo corpo. Il parto è il vero momento in cui si capisce l’essenza autentica della gravidanza ed è morte di sè (nel dare la vita), proprio come è morte ciò a cui porta – talvolta – un tumore.

La morte non è una cosa brutta, è l’io che si consegna a Dio. Considerare la gravidanza come qualcosa che la donna «fa e gestisce» è un errore madornale. L’unica capacità vera che la donna ha nel dare la vita a un figlio è quella di consegnarsi a un progetto universale che sta dentro il suo corpo, ma di cui non è padrona. E partorendo, una donna sente – addirittura – che deve morire per dare la vita. Deve abbandonare le sue sole forze e aprirsi a Dio che – attraverso le sue viscere – porta nel mondo un essere umano nuovo. C’è un supremo momento di morte nel travaglio in cui la donna non può più nulla, deve consegnarsi a un Altro, ad una alterità che la sfinisce e la devasta.

Le contrazioni iniziano piano e sono come l’eco dell’origine del mondo che viene a visitarti dai secoli dei secoli; è l’esplosione del Big Bang che pian piano arriva fino alla tua pancia, per farti esplodere. Le contrazioni sono il battito cardiaco dell’universo, voce potente e diretta del Creatore. E il corpo deve cedere, deve lasciarsi morire. Così è nella malattia che porta alla morte. Il corpo deve cedere di fronte all’invasione di una sofferenza che ha la forma carnale di un tumore che via via cresce dentro. Il corpo sfinito si abbandona a Dio e alla sua volontà, a volte incomprensibile.

Certo la gravidanza non è una cosa drammatica come la malattia. Sì, è vero, verissimo. Ci mancherebbe. Eppure in questo passo di danza misterioso, in cui tu, Marina, hai incontrato e incrociato la mia Matilde, ho intuito un’altra cosa. Così come la tua malattia ha detto qualcosa alla mia gravidanza, ecco che la mia gravidanza ha qualcosa da dire alla tua malattia devastante e mortale. È qualcosa che c’entra con quell’enigmatica frase di Gesù sul seme che solo morendo dà frutto. Durante il travaglio e il parto questa verità è lampante: la donna muore di dolore per dare la vita, si spacca come il seme che sboccia.

La tua sofferenza e morte, cara Marina, ha in modo del tutto simile generato vita. Dal cielo senz’altro vedrai come la gente, i tuoi amici, si sono «svegliati» da quando ti abbiamo salutato in chiesa. Anche io sono tra questi. Improvvisamente, sei fiorita, tutto ciò che hai scritto e fatto durante la tua vita ci è luminosamente esploso davanti agli occhi. È quasi assurdo da dire, ma ora capiamo meglio la tua voce di scrittrice. Lo capiamo meglio ora, che sei assente. Morendo stai dando frutto, stai dando grande frutto. Sei viva tra noi e generi vita in un modo tutto nuovo, addirittura più compiuto. Ci manchi, tanto. Eppure ci sei. E in più io ti vedo tutte le volte che guardo negli occhi mia figlia.