Se questi muri potessero parlare…

Sulla porta di camera del mio figlio maggiore sono comparse da qualche settimana scritte minatorie: STOP – NON ENTRARE – BUSSARE!!!

e simboli altrettanto esaustivi, tipo quelli scritti sulle bottiglie che contengono sostanze velenose o presenti vicino ai pali dell’alta tensione.

Ci ho fatto su una pensata ….

 

Vendesi … umanità

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Sono stata fregata, alla grande. Il mio giudizio sui social networks è altalenante, umorale direi, e fino a ieri non avevo messo a fuoco la ragione in modo chiaro. Non che abbia scoperto l’America, no. Anzi forse è proprio la scoperta dell’acqua calda e io come al solito ci arrivo col mio fusorario, quello del bradipo in letargo.
C’è un motivo per cui i social networks riusciranno sempre a fregarmi ed è che dietro le loro mille accattivanti distrazioni c’è l’umano. È ovvio, lo so. Eppure ne ho percepito la potenza con una chiarezza che prima non avevo. Tante volte mi sono lamentata perché Twitter, Facebook e Instagram sono uno strumento per mascherarsi dietro profili anonimi e tirar fuori cattiverie di cui nella realtà ci si vergognerebbe, o per perdere tempo, o per sfuggire all’imprevedibile sconcerto del reale e far finta di vivere in un mondo virtualmente controllabile. Insomma, i contro sono tantissimi. Ma dietro tutte le maschere possibili ed immaginabili restano le persone, vive, in carne ed ossa, nel bene e nel male.
Perciò quando il social network fa sul serio ciò che il suo nome dichiara, cioè crea relazioni, il risultato può essere straordinario; ma non dipende dal mezzo che lo ha favorito, dipende da quello straordinario mistero che è l’umano.

E lo straordinario accade faccia a faccia, non sullo schermo dell’Iphone o del tablet.
Andiamo sul concreto. Ecco cosa mi è accaduto ieri.
Come quasi tutte le famiglie con figli di età diverse, ho tantissima roba stipata negli armadi che non si usa più: vestiti, corredini, giacche, materiale vario per cura del neonato. Tutte cose in ottimo stato, alcune addirittura mai usate. Ad esempio, Matilde, che ora ha quasi due anni, non ha mai degnato di attenzione il lettino Ikea che le avevamo comprato: prima è stata – letteralmente – addosso a me nel lettone, poi è  passata direttamente al letto singolo perché voleva stare vicino al fratello ed essere come lui.
Ho deciso di mettere in vendita il lettino su Facebook, ricevendo tanti contatti che poi non si sono concretizzati. Uno sì. Una ragazza era interessata all’acquisto, in fretta; nei messaggi che mi scriveva era molto sbrigativa e sgrammaticata: niente saluti, niente punteggiatura, niente presentazioni. Diciamo che ero diffidente e un po’ prevenuta, tra me e me borbottavo criticando la solita sfacciataggine a cui ci si lascia andare nel mondo virtuale. Se fossimo a parlare nella realtà, mi diresti almeno “ciao” incontrandomi per la prima volta?
La ragazza era decisa all’acquisto e dunque ho accettato che venisse a casa per vedere il lettino.

Aprire la porta a uno sconosciuto non mi lasciava tranquilla, peraltro avevo costruito nella mia testa un pregiudizio grande come un castello. Mi sono premurata che mio marito fosse a casa.
Erano circa le 20, fuori non smetteva di piovere ed ero molto arrabbiata perché il figlio maggiore mi aveva mentito sui compiti da fare, il suddetto marito non aveva rispettato la promessa di aiutarmi con l’altro figlio maschio e la piccola Matilde dava il peggio di sé col gatto. Con questo stato d’animo quantomeno scontroso, ho conosciuto Romeo e Giulietta (nomi di fantasia … ma dai!?!?!). Ho aperto la porta a due giovani di quasi vent’anni, lei straniera coi capelli scurissimi e lui biondo, grazioso e sorridente.

romeo-giulietta-riassuntoEducatissimi, innanzitutto; e questo mi spiazza. Mi sembrano poco più che bimbi eppure hanno un bimbo, di due mesi.
Mi verrebbe da far loro mille domande, mentre guardano il lettino, decidono che va bene e danno una mano a mio marito a smontarlo. Perché avete deciso di tenerlo, il bambino? La domanda più idiota possibile, penso; e non la faccio. Eppure le fanfaronate del mondo ci hanno fatto il lavaggio del cervello al punto che se vedi due giovanissimi genitori ti viene da pensare «sarà stato un errore», «potevano decidere di abortire» e altre idiozie del genere. Loro ci sono, di fronte a me, e c’è il loro bambino di cui parlano con affetto indicibile.
Allora chiedo: «Si dorme di notte?»
«Ehhh… » sospira Romeo. Risposta migliore non c’è, intravedo il genitore dietro il bimbo.
Giulietta intanto si coccola Matilde, il gatto e chiacchiera con me. Vuole confidarmi cosa ha imparato diventando mamma; il parto prima di tutto. Le avevano detto che era come farsi un tatuaggio e credeva di saperlo sopportare, visto che è piena di disegni sul corpo. Invece è stato durissimo, insostenibile. Conclude dicendo: «Alla fine ho chiesto a Dio di aiutarmi e tutto è andato bene».
Hai ragione, Giulietta. C’è quel momento finale del travaglio in cui anche io ho sempre messo tutto nelle mani di Dio, perché la forza manca e il corpo grida un dolore da far impazzire.
Poi mi racconta che il bimbo ha avuto problemi di salute, appena nato. In pediatria i medici l’hanno trattata con distacco e lei era spaventata, piangeva sempre. Ha condiviso la stanza con un’altra mamma il cui figlio piccolissimo aveva contratto la meningite, quell’incontro la segna incredibilmente: «È stata una benedizione averla vicina, mi ha dato la forza che io non avevo. Mi ha detto che ora noi siamo mamme e non dobbiamo lamentarci, sono i nostri bambini quelli a cui occorre il sostegno. La mamma deve essere forte, se no chi aiuta il bambino?».
Frasi semplici, verità lapalissiane … diranno gli adulti spocchiosi. Io le ho viste incarnate nella voce di una ragazzina che stava capendo sul serio ciò che diceva e ne era convinta, con una gioia strana sul viso. Una bambina cresciuta troppo in fretta? Non so. Di certo una mamma, brava.
Romeo e Giulietta se ne sono andati via col loro lettino sotto la pioggia lasciandomi col sorriso sulle labbra. Un inaspettato incontro umano è sbucato fuori da un contatto virtuale, portando una ventata di gratitudine alla fine di una giornata familiare pesante per me.

Do a Cesare quel che è di Cesare: ringrazio Facebook perché, dietro le faccine gialle, dietro le mille pubblicità, dietro il gossip e dietro le maschere, è stato il piccolo tramite di una grandezza incontenibile nel virtuale, lo spettacolo dei rapporti umani. Poteva pure accadere che un malintenzionato si presentasse a casa mia, combinando chissà quale disastro. Ci sta. Aprire la porta, simbolicamente e non, a un altro essere umano presuppone un rischio. Di certo si deve essere disposti a lasciarsi cambiare dalla presenza altrui, persino a farsi ferire. L’umano è inclassificabile nella sua imprevedibile capacità di fare il bene e il male.
Questa volta ho accolto in casa Romeo e Giulietta. Ho incontrato ciò che Shakespeare immaginò secoli fa, la freschezza giovane che l’Amore porta nel mondo, il suo essere una voce che canta sopra i calcoli meschini del mondo, il suo essere leggero e totalizzante, il suo essere onesto con il cuore intero, soprattutto. Immagino che dietro ai sorrisi cortesi non sia tutto rose e fiori per i miei Romeo e Giulietta, non vivono in un ricco palazzo di Verona circondati da balie e camerieri.
Non smetto di pensare a loro, anche adesso che ascolto alla TV politici di ogni parte fare promesse di ogni tipo. A Romeo e Giulietta non occorre il bonus bebé, il reddito di cittadinanza o un mutuo agevolato. Occorre qualcosa di più complessivo: sostenere ciò che loro hanno già capito. La famiglia è un’avventura impegnativa che ti stravolge la vita, eppure ti dà una forza che non credevi di avere; ti regala notti insonni, ma anche la tenerezza di un figlio. Ho visto due volti sinceri e persino ingenui, ma pieni di una felicità semplice di cui spesso io mi dimentico. Romeo e Giulietta hanno bisogno che si confermi loro quello che già hanno intuito: vale la pena portare a compimento ciò che Amore comincia, vale la pena che l’affetto sia un luogo e dei volti in cui s’incarni il bisogno di sentirsi dire “ti amerò per sempre”.

Romeo e Giulietta hanno anche bisogno di sentirsi le colonne portanti del nostro paese, quelli che scommettono in grande nonostante la possibilità di scappatoie facili, quelli che non accettano di essere ingabbiati nelle logiche dilaganti eppure disumane del «faremo un figlio solo quando saremo economicamente tranquilli». Loro ci hanno donato una speranza oggi, senza fare troppi calcoli e senza essere sprovveduti. Mettendocela tutta, sbagliando per inesperienza, riprovandoci meglio. La loro speranza pesa attorno ai 4 o 5 chili, è nato con un po’ di anticipo e ora ha un lettino nuovo da conoscere.
A questa concretezza di bene che loro hanno regalato al mondo come rispondiamo noi adulti?

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Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

Cronache dell’ombrellone #4 – Il risveglio muscolare 

Quando parte Occidentali’s Karma è la fine. La ragazza dell’animazione arriva sulla battigia con una mega cassa, innesca Gabbani a manetta e frotte di signore si radunano.

Non so se le stimo o le compatisco. Fare ginnastica sotto il sole di Caronte non è la mia ambizione. Mettersi in pose strane con bikini succinti e Despacito in sottofondo può generare spettacoli vietati ai minori.

In ogni caso lo spettacolo per me, da sotto l’ombrellone, è amplificato dalla presenza del Sandro Ciotti del fitness. Mia madre, insegnante di ginnastica in pensione, commenta tutto: “Hai visto come è flessibile la signora grassa rispetto a quella secca secca? Essere magri non vuol dire niente.” “Ah, no! Io questo esercizio non lo farei mai fare, è dannosissimo per la schiena “. “Sarebbe meglio mettersi in acqua a fare motricità per le signore che hanno le gambe così malridotte “. Eccetera eccetera.

Guarda, cara mamma, non te lo vorrei dire, ma io sono old school. So di deludere le tue aspettative ginniche e so di non potermelo permettere con tre bambini da accudire, però il mio sogno è: ombrellone, sdraio, settimana enigmistica,  zzzzzzzzzzz. 

Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

9788899661090

La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

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