Il frigorifero dei miracoli

 

Puntualmente è la frase «non ho niente nel frigo!» a generare le cene più luculliane.
Mi danno abbastanza fastidio gli chef in TV che suggeriscono soluzioni dell’ultimo minuto, proponendo piatti «salvacena» con ingredienti assurdi, come se tutti avessimo a portata di mano il succo di tamarindo, un filetto di bovino Wagyu, dei tobinabur e qualche pistacchio di Bronte.

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foto di weegeebored

In una casa normale, quando il frigo è vuoto vuol dire che è vuoto: una triste carota è rimasta sola nel cassetto della verdura, un paio di uova che non bastano per cinque persone e una mozzarella forse è scaduta.
Eppure è proprio in queste occasioni tragiche, di fronte a familiari affamati imploranti una cena soddisfacente, che la casalinga sgangherata che è in me fa saltar fuori tre o quattro portate più abbondanti del dovuto. Come mai? In effetti, non c’è nulla di nuovo.

È sempre così: saper guardare quello che c’è è un esercizio impegnativo; l’occhio

pigro vede «nulla» perché non trova quel che vorrebbe, la necessità incombente aguzza la vista che – meravigliata – si accorge che non è mai completamente «nulla» il poco che c’è.
Due uova non bastano per sfamare cinque persone, ma se ci aggiungi un po’ di latte e farina e vai a disturbare le scatolette di tonno tumulate e dimenticate in dispensa, salta fuori una specie gustosa di frittata. Cracco inorridirebbe, ma sono fatti suoi.
Con la carota striminzita e le poche patate rimaste, salta fuori una vellutata. Eccettera eccetera.Impegnata in questa battaglia per trasformare il «nulla» in qualcosa, mi è venuto in mente l’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Unico miracolo riportato da tutti e quattro gli evangelisti, chissà perché.
Potrebbe essere giudicato uno degli effetti speciali più riusciti di Gesù: c’era una folla strepitosa a seguirlo e lui li ha sfamati abbondantemente tutti! Un grande mago, un furbacchione che sa come accalappiarsi il consenso del popolo? Mi sa di no. Credo che il miracolo non sia disgiunto da ciò lui stava insegnando alla gente.

Nonostante i falsi luoghi comuni, se io dovessi dire qual è uno degli insegnamenti più grandi che il Cristianesimo mi ha donato è la capacità e la voglia di «guardare»;

intendo guardare la realtà, tentare di farlo con un’intensità viva e non con la pigrizia dell’uomo già stanco prima di svegliarsi. Ed è un grande mistero il fatto che, se qualche volta questa vista stupita e spalancata accade, la realtà regala una moltiplicazione.

Molto spesso è l’urgenza a vincere la pigrizia, proprio come accade col frigo vuoto e il bisogno di mettere in tavola una cena.

 

Il frigo non è mai vuoto, e fuor di metafora nulla di quotidiano è mai solo «un nulla».

Credo che le parole di Gesù alla folla entusiasta stessero in qualche modo educando a uno sguardo rivoluzionario sul mondo e, di fronte alla triste constatazione dei discepoli «abbiamo solo sette pani e due pesci», lui ne fece un’occasione per trasformare in esempio le sue parole: quel che c’è non è mai poco, non è mai «solo due pesci», è invece tutto quel che ti occorre per dar prova di intraprendenza.

La massima virtù dell’uomo è la sua creatività, cioè la capacità di azioni «nuove» in un mondo che ha milioni di anni. E non c’è bisogno di costosi ingredienti chic, perché una moltitudine di possibilità fantastiche è già potenzialmente dentro le cose più semplici. Il mondo ha bisogno della tua opera e per metterti al lavoro devi solo saper guardare quel che c’è, devi amare la sua presenza come già qualcuno amò la tua presenza mettendoti al mondo.

Credo che Gesù – in fondo – parlasse di questo alla gente: la moltiplicazione miracolosa non è il trucco di uno chef stellato, ma una via possibile a tutti. Cosa disse San Francesco, il povero per eccellenza, quello che aveva dato via tutte le sue ricchezze? «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».

 

 

SIAMO TUTTI FUORI – Il mio nuovo libro

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Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. C’era nebbia in autostrada, all’altezza di Fiorenzuola D’Arda; Davide guidava tranquillo, Michele s’era già addormentato e io ricevetti quella benedetta telefonata.

Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton.

Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante.

Poi ho capito che il calcio nel sedere era destinato a me. Poi, nel tempo, di calci nel sedere me ne ha dati tanti. Quel nebbioso pomeriggio del 2008 è stato il giorno in cui la nebbia della mia vita ha cominciato a disperdersi, grazie al vento impetuoso delle parole del signor GKC. Accettai – non di buon grado – l’idea di Walter Raffaelli, lo ringrazio tuttora della sua intuizione benedetta.

Dal 2008 ho svolto il mestiere di traduttrice e ho tradotto 11 libri del signor Chesterton.

Un altro provetto avventuriero dell’editoria, Giuseppe Signorin, mi ha chiesto di raccontare questi anni di vita a tu per tu con GKC e ne è uscito il libro che ora è disponibile: SIAMO TUTTI FUORI. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton

Eccone alcuni passaggi accompagnati dalle foto di ciò che mi è accaduto in questi otto anni, così potete capire che si tratta di un gesto di gratitudine e non di saccenza 🙂

 

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Noi ci presentiamo così ai matrimoni, come l’Uomovivo Innocent Smith. Con la pistola che semina gioia.

“Più cercavo di fare bene il mio mestiere di traduttrice, più ne ricavavo un feedback luminoso: la felicità non è immaginare un ipotetico paese delle meraviglie, è ritrovare gli occhi giusti per scoprire che il paese delle meraviglie è il qui e ora della nostra vita. Sulla porta di casa voglio mettere un cartello con un disegno e la scritta Mirabilandia. Ci sto lavorando, insieme ai miei figli. Il metodo della meraviglia prevede un esercizio che è particolarmente affine alla mia natura: il disordine”.

 

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Abbiamo imparato a fare grandi castelli di sabbia proprio in riva al mare. Ce lo ha insegnato Alfred del Cavallo Bianco, non bisogna temere di mettere in piedi grandi progetti e aver sempre voglia di ricostruirli se qualcosa li distrugge

“Chesterton mi ha educato al sistematico ribaltamento e scombussolamento dello status quo del pensiero e dell’esperienza. Proprio perché il vero tollera ogni forma di terremoto e uragano, mentre il falso cade al primo soffio di vento. Non sono mai stata una persona ordinata; tuttora mio marito mi ricorda che non posso esigere dai miei figli che la loro cameretta sia impeccabile se la mia scrivania continua a essere una riproduzione verisimile del giorno dell’apocalisse”. 

 

“In gran parte delle circostanze quotidiane il nostro puro e semplice esserci è la condizione necessaria e sufficiente per fare ciò che ci è chiesto di fare. Ci sono cose che vale la pena fare e vanno fatte anche se siamo stanchi morti o tristi. Le si fa male (cioè le si porta a termine anche se non perfettamente) e le si fa anche di brutto (cioè a testa bassa, senza rimuginare sui «se, ma, però …»). Le si fa, così come si è, e il mondo sta in piedi”.

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“Una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente”. Ho raccontato i paradossi di Chesterton al signor Enzo Iacchetti durante la mostra del Meeting 2013 e lui – ironicamente – aveva la maglietta giusta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ho girato molto scuole italiane per raccontare le opere di Chesterton, autore snobbato da tutti. Ne sono nati fantastici progetti spontanei, come questo a Padova: un gruppo di ragazzi ha ricostruito la valle del Cavallo Bianco nei corridoi del loro liceo.

 

“Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Sia detto per inciso, ho tremato quando la pubblicità mi ha informato che potrei avere al polso un congegno in grado di connettermi alla lavastoviglie o alla lavatrice quando sono fuori casa. Se sto facendo la fila in posta, di certo non bramo di vincere la noia impostando un ciclo di lavaggio. Durante un aperitivo parte del piacere è essere lontano da una lavastoviglie, cioè sapere che non dovrò lavare quel bicchiere e quei piattini”. 

 

 

 

“Non credo sia un caso, anzi è una benedizione provvidenziale, che uno dei rari frammenti sonori in cui ancora oggi possiamo ascoltare la viva voce di Chesterton sia questo invito:
Sono assolutamente sicuro che il nostro mondo precipiterà nella disperazione se non si riuscirà in qualche modo a rendere la mente, cioè i pensieri semplici che ci passano per la testa quotidianamente, più vivace e felice di quel che pare essere al momento attuale, a giudicare dai romanzi e dalle poesie moderni. Voi dovete essere felici in quei momenti di quiete in cui vi ricordate di essere vivi e non in quei rumorosi momenti in cui ve ne dimenticate”.

Una bestiale occasione persa

«Mia moglie mi disse: ‘Dici di essere nato in paradiso,

allora ricostruiamolo questo paradiso!’»

Sebastiao Salgado

 

Fiat Lux - Vaticano

Ho scoperto di essere diventata un’ecologista neopagana, perché ho apprezzato molto lo spettacolo andato in scena la sera dell’8 dicembre a Roma, la famosa proiezione sulla Basilica di San Pietro intitolata Fiat Lux. Ignara del putiferio che un evento simile avrebbe poi suscitato tra noi fedeli cristiani, guardando quelle immagini mi sono innanzitutto commossa, perché ho rivissuto una delle esperienze che giudico più significative della mia vita, l’incontro con G. K. Chesterton.

Ognuno di noi ha i suoi nodi bui, oscuri. Anche dentro il grande abbraccio che, personalmente, ho incontrato nella Chiesa, può accadere che questi nodi non si sciolgano (e restino a stritolarti nel profondo), finché non arriva lo scossone giusto. Paragonato al nulla, tutto è meraviglioso. Questo è stato lo scossone che Chesterton mi ha dato, insegnandomi che un uomo mette davvero a fuoco la propria vita solo quando la paragona al nulla, solo se lo sfondo nero del buio resta dentro l’inquadratura di ogni evento che viviamo.Fiat Lux - Vaticano Quando lessi questo nella sua Autobiografia, fu come un’esplosione. Per la prima volta, in modo ragionevolissimo, si poneva alla mia intelligenza una grossa sfida: le mie ferite potevano non essere una sfiga, ma il necessario sfondo nero per capire e mettere a fuoco il presente.

Chesterton ribadisce questo concetto migliaia di volte, con migliaia di sfumature nelle sue opere; lo fa a costo di essere noiosissimo e prolisso, ma è l’unica esperienza fondamentale della vita, quindi il chiodo va battuto. Il brano che preferisco è la sua lettura del libro di Giobbe. Alla fine della storia di quest’uomo prostrato fino alla morte si mostra un prodigio. Giobbe implora che Dio gli risponda, che venga direttamente e personalmente a spiegargli il perché di tutte le sofferenze che lo stanno torturando. E alla fine Dio arriva e non fa il dio. È quantomeno una comparsa incomprensibile. Secondo una visione stereotipata e dogmatica, Dio avrebbe potuto «menarsela» e usare espressioni dogmatiche e religiose. E invece no. Anziché spiegare il senso del male, Dio porta Giobbe allo zoo. Antepone la realtà al pensiero. Dio mette in scena – senza spiegazioni – esattamente quello che è andato in scena a San Pietro: proietta a Giobbe delle immagini sullo sfondo nero del nulla. Lo lascio spiegare a Chesterton:

Dio farà vedere a Giobbe un universo impressionante, se solo riuscirà a fargli vedere un universo irragionevole. Per impressionare l’uomo, Dio per un momento diventa blasfemo, si potrebbe perfino dire che per un istante Dio diventa ateo. Egli svolge davanti agli occhi di Giobbe un vasto panorama di cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’asino selvatico, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo e descrive ciascun animale in modo che ciascuno è come un mostro che avanza nel sole. Il creatore di tutte le cose si stupisce delle cose che Egli stesso ha create.

Fiat Lux - Vaticano

Ecco perché mi sono commossa vedendo lo spettacolo a San Pietro. Una volta di più mi sono sentita come Giobbe, che riceve una lavata di testa da Dio, che lo inonda non di bigottismo ma di realtà. Hai fatto tu la pioggia? Hai fatto tu il pavone? Hai fatto tu la livrea di una farfalla?. Dietro lo sfondo nero della notte, ho sentito di nuovo la voce di Dio che parlava dalla facciata della chiesa del suo portavoce, Pietro. Ho rivissuto l’esperienza fondamentale, basilare, sconcertante che mi ha reso cristiana. La pioggia ha un Padre. Lo ha anche il leone e la blatta. Qualunque cosa accada nella tua vita personale, la devi sempre paragonare con il disegno universale del mondo. La tua inspiegabile ferita sta dentro il piano altrettanto inspiegabile di una potenza che non ha tralasciato neppure i dettagli sulla schiena di una salamandra. Allora, mettiti a cercare Chi è …

Se quello spettacolo a San Pietro è stato manchevole, se dietro c’erano interessi tutt’altro che cristiani, se c’erano complotti massonici, a me non importa un fico secco. Io ho visto questo: gente non cristiana godere e meravigliarsi di un evento proposto dalla Chiesa, e gente cristiana denigrare la stessa cosa. E questa frattura mi ha rattristata. Perché mi è sembrata un’occasione persa. Se il passante ateo si è fermato per un attimo e si è meravigliato di vedere un acquario sulla facciata di San Pietro,

Fiat Lux - Vaticanoera compito nostro ricordargli il senso originario e sconcertante di quella meraviglia. Era più importante cogliere quest’occasione, che puntare il dito sui complotti. Perché una cosa vera può passare anche attraverso un progetto sbagliato (qualora fosse così). La realtà può essere falsificata da mille ideologie, ma comunque ha un solo Padre. Il diavolo stesso non può far altro che alterare le cose divine e la tattica giusta è puntare sulla verità delle cose divine di cui si riempie la bocca, piuttosto che enfatizzare il suo modo di distorcerle.

Sono stati i cristiani a enfatizzare i supposti risvolti diabolici dell’evento di San Pietro. Perché? Perché si aspettavano qualcosa che già immaginavano, la religione mostrata nei suoi aspetti tradizionali. Ma è mai possibile che, di fronte all’inaspettato, sia proprio il cristiano a reagire chiudendosi a riccio, anziché alzando la posta? Possibile che il cristiano abbia atrofizzato le sue energie al punto da diventare bigotto anziché creativo? Davvero il cristiano vede il diavolo all’opera in un animale proiettato su una chiesa? Davvero deve mettersi a squadernare il vaso di Pandora su banche, disegni oscuri e apostasia, avendo già liquidato alla svelta la Natura come uno spettacolo brutto?

L’uomo della strada, che non va mai a messa, non ha visto in quelle immagini il neopaganesimo o l’ecologismo, ha visto quello che – semplicemente – ho visto anch’io: il bellissimo manto maculato di un leopardo sullo sfondo

Fiat Lux - Vaticano

della notte. Era compito nostro, di noi cristiani, cogliere una sfida inaspettata e dirgli: dentro quella chiesa abita il Pittore che ha fatto questo manto maculato, strappando ogni cosa dal nulla. Ha strappato anche te dalla notte del nulla. Quella meraviglia che senti è un grido di lode. Era compito nostro ribadire questo, anche se – per pura esagerazione – fosse tutto stato organizzato da un pagliaccio nichilista. La bugia si smaschera dicendo la verità, non accusando il bugiardo.

Quante volte il cristiano lotta in nome della dignità della vita dal suo concepimento alla morte naturale? Ecco, lo sconcerto della meraviglia è il suo più grande alleato in questa tenace battaglia. Mi si perdoni quest’attimo di blasfemia, ma sono convinta che una donna in dubbio se abortire o meno possa essere aiutata nel mettere a fuoco la sua vita e le sue scelte guardando la coda del pavone piuttosto che recitando le litanie. Se per un attimo, nella testa di un uomo o di una donna balugina lo sconcerto di essere stati strappati al nulla … ecco, quell’uomo e quella donna non vedranno mai più le cose allo stesso modo. Il darsi della vita apparirà come qualcosa che sfugge al plagio delle loro mani. Io, che – se non esistesse già – non sarei mai stata capace di concepire una cosa strana come la coda di un pavone, e io, che dunque sono ospite di qualcosa che mi domina in potenza creativa e creatrice, posso mettere mano sulla vita di un’altra creatura? Ne nascerà un dubbio positivo, e – forse – nel tempo una domanda radicale, magari di quelle che dopo anni ti portano a inginocchiarti in chiesa a dire le litanie, perché senti il bisogno di aver vicino l’unica persona che ha risposto alla Meraviglia di Dio con un sì, la Madonna.

Ma l’unica strada che conosco, per arrivare fino a lì, passa dalla scimmia e dal pavone. La scimmia, che è stata triturata dalle braccia di Darwin, è tornata anche lei sulla facciata di San Pietro. E lì, finalmente, si poteva

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dire: ecco che noi non siamo solo determinismo ed evoluzione, siamo creature libere. È un grande paradosso che San Pietro, colui che liberamente si è fatto crocifiggere a testa in giù, abbia per qualche istante abbracciato la povera scimmia, che per tanto tempo è diventata la bandiera della schiavitù umana alle leggi di natura, dimenticando che anche lei è parte del creativo e variegato disegno di Dio. Se anche l’immagine della scimmia fosse stata messa lì da un malvagio demonio, era compito nostro dire che la scimmia sta meglio tra le braccia di San Pietro piuttosto che tra le pagine di Darwin: perché con la scimmia non si può spiegare il portento che è l’uomo, ma l’uomo Pietro può spiegare di che disegno portentoso fa parte la scimmia.

Concludo con un testimone neutrale. Uno degli autori delle immagini proiettate su San Pietro è il famosissimo e celebratissimo fotografo Sebastiao Salgado, etichettato come antropologo, naturalista, ecc ecc. A me basta citare qui un’esperienza che lui stesso racconta.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Dopo aver trascorso un lungo periodo in Africa a documentare le molte catastrofi umane in corso, Salgado si ammala. Fa esami e accertamenti e infine un medico di Parigi gli fa questa strana ma azzeccata diagnosi: «Dopo aver visto così tanta morte, anche tu ti stai lasciando andare a morire. È meglio se smetti di fare fotografia». Salgado ne conviene e afferma: «In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai». Per riprendersi torna nella sua terra natale, il Brasile, e trova anche il suo paese ferito e dilaniato dall’eccesso di industrializzazione. Nota con amarezza che il progresso dell’uomo si fonda sulla distruzione del territorio. A quel punto la disperazione poteva essere totale, ma sua moglie gli propone una scommessa: «Dici di essere nato in paradiso, allora ricostruiamolo questo paradiso!». Secondo uno sguardo che Chesterton avrebbe giudicato distributista, Salgado e sua moglie cominciano a ricostruire la fetta di terra in cui abitano sulla base di un’economia a misura domestica e non globalizzata.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Da questo impegno sgorga anche un nuovo progetto fotografico che Salgado sceglie di intitolare Genesi. Ripeto, lo intitola Genesi e non Ecologia del pianeta o Ambiente e natura. Ancora una volta, dallo sfondo nero della morte e della malattia si mette a fuoco una «genesi» umana, non un’ideologia.

Ecco, le immagini che noi abbiamo visto su San Pietro erano prese da quest’opera ed erano perciò frutto di quest’uomo, i cui occhi per un po’ sono stati chiusi dal buio e poi si sono aperti alla sfida di ricapitolare la vista di tutto l’esistente. Se pure l’opera di questo fotografo viene «sfruttata» per far passare messaggi riduttivi legati all’idolatria dell’ecosistema, non sarò certo io a enfatizzare quest’errore … perché è sterile e si autodistruggerà da solo in poco tempo. A me importa lo sguardo di quegli occhi, che parla senza essere spiegato o etichettato: e dice «genesi» e non «l’origine della specie».

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Sebastiao Salgado, Genesi

Un vento senza nome. Quello di Irene, di Mary, di Innocent, di Pickwick … e di Dio

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 Il vento oggi ha portato con sé un racconto…

Con un incipit così, la canzone portata a Sanremo da Irene Grandi mi ha conquistata da subito. Poi ho capito meglio perché, grazie a @paga_1993 che non conosco di persona, ma che mi ha illuminato con questo tweet:Mary&Irene

Non ti sei fermata, sei stata di parola…

ed una mattina sei uscita, con il vento sei volata…

Sembrano proprio parole perfette per Mary Poppins. Ma non è per dire che Irene Grandi ha copiato, tutt’altro. Nel mondo erudito della letteratura questi richiami si definiscono riferimenti intertestuali. Io preferisco chiamarli rapporti di parentela. Mary-Poppins-mv01Certe immagini ci parlano, da sempre. E da sempre catturano la nostra attenzione. Dal tempo lontanissimo in cui l’uomo primitivo alzò per la prima volta gli occhi al cielo. Riconosciamo dietro certi immagini altrettanti eco.

Qualcuno ha scritto un messaggio per noi nell’universo, e noi abbiamo uno strumento intimo per comprendere quel messaggio. Dietro certe immagini sentiamo un sussurro.

Il vento è una di queste immagini eterne che parlano, che ci parlano. Nell’antichità era un Dio, Eolo. Oggi una cantautrice, per parlare di irrequietezza e coraggio, tira fuori il vento e scrive una bellissima ballata per Sanremo.

Non lo dico per mescolare sacro e profano, lo dico per riconoscere che ci sono delle eterne fonti di ispirazioni per l’uomo (sia esso un profeta o un menestrello).

In questo caso particolare, ispirazione è parola quanto mai azzeccata. Il vento, infatti, spira da sempre.

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Pentecoste – di Andrew Wyeth

Il vento è un’immagine che porta con sé l’idea che non tutto è già dentro la nostra vita, ma che qualcosa di più grande pervade l’aria. È l’idea che una novità vivace venga a visitarci, e a cambiarci.

Chiamare in causa Mary Poppins significa per me innescare un flusso di coscienza difficile da ordinare in un discorso logico e coerente. Provo a metterlo giù come viene e rinvio a un post successivo un altro bellissimo percorso che va da «questo vento agita anche me» della Bertè a «cercando di raggiungere chi, al vento avrebbe detto sì» di Battisti, per passare poi a Blowing in the wind di Bob Dylan fino all’Ode al vento dell’Ovest di Percy B. Shelley e Al di là del vento del Nord di George Macdonald. Ecco che comincio già a prendere la tangente. Stop.

Per questa volta solo gentildonne, gentiluomini, ombrelli e cappelli.

windyTutti abbiamo amato Mary Poppins. Più che una persona, lei è un angelo: la nostra anima viene talvolta visitata da pensieri provvidenziali che non si sa da dove arrivino. E come arrivano, poi se ne vanno. Te ne stai immerso nel tuo monotono o persino triste tran tran e poi… non sai bene come…ecco, nella tua testa si spalanca un’intuizione che ti permette di vedere le cose in modo diverso. Non sai dire da dove arrivi, è proprio come una folata improvvisa che mette sotto sopra lo status quo delle cose. Magari, senza accorgertene, il tuo sguardo ha fissato un oggetto o una scena che ha ridestato in te una memoria profonda, dimenticata, inconscia; e questa memoria ha subito messo all’opera la parte creativa del cervello. Ha tirato fuori delle risorse sommerse che non sapevi di avere. Proprio come quando si pulisce a fondo una stanza, e salta fuori quel calzino che cercavi da secoli.

La realtà ci stimola oltre e più a fondo di quel che noi percepiamo. Ecco ciò a cui noi diamo il nome di idea, o ispirazione. Qualcosa soffia dentro e sotto l’apparenza delle cose, e ci spinge, ci stimola. Spira da chissà dove e poi va via.

Mary Poppins è la voce della meraviglia, che entra in casa nostra per fare le pulizie di primavera; si mette a parlare al nostro io lo ridesta all’entusiasmo per la realtà. E quello strepitoso film che è Saving Mr Banks ci ha detto una volta per tutte che Mary Poppins viene per salvare i genitori, non i bambini.

Mary Poppins non è sola; ha una famiglia numerosa. Io penso di conoscere suo padre, ovvero un romanzo uscito vent’anni prima del capolavoro di Pamela L. Travers. Mi riferisco a Uomovivo di G. K. Chesterton che io stessa ho tradotto, letteralmente perdendomi nel flusso delle prime dieci pagine, completamente occupate dal soffio impetuoso di un vento buono che scombussola Londra:

S’alzò a occidente un vento maestoso, come un’onda d’irragionevole felicità, e si lanciò verso oriente sull’Inghilterra, portandosi dietro la gelida fragranza delle foreste e il freddo inebriante del mare. Giunse in milioni di covi e angoli a rinfrescare un uomo come un boccale pieno e lo sorprese come uno scoppio. […] Ma ovunque quel vento sprigionò un fuoco dentro vite sfuocate, propagando per il mondo lo squillo di tromba della crisi. […] C’era in quel soffio qualcosa di persino più intenso e imperioso dell’antico vento del proverbio, perché questo era il vento buono che non ferisce nessuno.

Non  solo non ferisce nessuno, ma anzi quel vento guarisce in molti. Trasportata da questa impetuosa corrente, appare una figura ornata di cappello e ombrello proprio come Mary Poppins, ma è un gentiluomo in verde: Innocent Smith.

La straordinaria limpidezza che il vento aveva portato in quel cielo nuvoloso divenne ancora più limpida e splendente; la volta celeste sembrava spalancarsi di stanza in stanza fino al paradiso. Si aveva l’impressione che sarebbe infine comparso qualcosa di più lucente della luce. […]. Ed ecco un nuovo sussulto dell’aria li sbilanciò quasi completamente e piegò fino a spezzarli gli alberi scuri del giardino. E più in là si poteva scorgere ogni sorta di strano oggetto volare in quel cielo spazzato dal vento: pagliuzze, rametti, stracci, fogli e, ancora più in lontananza, un cappello in fuga. Sfuggì alla vista, ma non definitivamente; dopo un paio di minuti lo videro ricomparire e da vicino si mostrò ancora più grande: era un panama bianco che si librava nel cielo come un pallone, sobbalzò per un istante qua e là come un aquilone strattonato e venne poi a posarsi al centro del loro prato, tremolante come una foglia caduta. E poi un altro oggetto spuntò sopra il muro del loro giardino, quasi volando dietro al panama in fuga. Si trattava di un grande ombrello verde

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Una scena dallo spettacolo Manalive, realizzato da Compagnia bella

Il proprietario di questi indumenti è un uomo straordinario che porterà scompiglio e gioia in una casa inglese, abitata da cinque personaggi tristi e annoiati. Una volta che essi avranno recuperato la gioia e la meraviglia di vivere, Innocent sparirà nel vento senza dare nell’occhio, per non tornare più – proprio come Mary Poppins.

Sia Innocent che Mary sono presenze che scompigliano tutto per sistemare per bene le cose. Fanno le pulizie di primavera. È sempre necessario uno scossone per vederci di nuovo chiaro. Come accade al cielo dopo una tempesta, che ritorna più limpido di prima. È anche un atto di profonda umiltà quello che comporta il vento, perché non c’è niente di così imbarazzante come una persona sballottata da un soffio impetuoso.

A questo punto, infatti, vorrei dire che conosco anche il nonno di Mary Poppins, cioè il papà dell’Uomovivo di Chesterton. GKC era un grande amante di Dickens, lo conosceva e citava a memoria. E Dickens ci lasciò una meravigliosa descrizione di un uomo che insegue il suo cappello nel vento: il signor Samuel Pickwick. Evidentemente, Chesterton aveva in mente questa scena quando scrisse del suo Innocent. Tutti questi si chiamano – lo ripeto – riferimenti intertestuali, ma io uso l’immagine della parentela (papà, nonni) perché un libro ti nutre di suggestioni e immagini; se tu le riusi dando ad esse una voce nuova, non stai copiando ma stai rinnovandole … proprio come noi rinnoviamo sul nostro volto i segni genetici di papà e mamma.

Ma torniamo alla penna formidabile di Dickens, intenta a raccontare del signor Pickwick che ha perso nel vento il cappello:

Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nel quale sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova a inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del recuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso né precipitarvisi sopra; né d’altra parte si deve cadere nell’estremo contrario e rischiare di perderlo addirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all’oggetto che si ha di mira, di essere vigile e cauto, avanzarlo di qualche passo, e poi fare una subita diversione, afferrarlo e cacciarselo in testa solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse come la più piacevole di questo mondo.People-struggle-with-umbrellas-in-high-wind-speed

Spirava un bel venticello, e il cappello del signor Pickwick se ne andava rotolando e balzando allegramente. Soffiava il vento e soffiava il signor Pickwick, e il cappello continuava a balzare e a rotolare come un pesce vivace nella corrente; ed avrebbe seguitato chissà fin dove la sua corsa se non fosse stato provvidenzialmente arrestato, proprio quando il signor Pickwick era completamente disperato.

Un uomo cosa insegue? Molto spesso non insegue nulla, è questo il punto. Se ne sta comodo e seduto nel suo spazio di realtà, adagiato sulle sue fissazioni e sulla routine. Come il signor Banks, in Mary Poppins. Occorre un trambusto celeste per fargli ricordare che lui non è una creatura ferma, ma anzi è la più irrequieta del creato. Il vento arriva e gli ricorda la sua natura profonda, quella di essere una creatura in perenne ricerca. Che cerca un senso, un significato, la felicità magari. L’uomo è sempre all’inseguimento del suo cappello. Di qualcosa che gli calzi perfettamente in testa, che sia cioè all’altezza dei suoi pensieri più profondi.

E anche una volta che il proprio cappello è stato trovato, occorre perderlo e ritrovarlo. Occorre mettere sotto sopra tutto, per non dare per scontate le cose. Il signor Banks non ha bisogno di un’altra famiglia, non ha bisogno di essere portato lontano dal vento; ha bisogno che il vento stia in casa sua, così che lui si accorga del diamante che ha già per le mani. Mary Poppins non porta altrove il signor Banks, lo lascia lì dove l’ha trovato. Ma se prima lui era un manichino imbalsamato, alla fine è un soldato sorridente armato d’aquilone.

Noi abbiamo bisogno di perdere le cose, per ritrovarle. Abbiamo bisogno che la bufera arrivi per pulire il cielo.

Ho citato solo alcuni testi, voi ne troverete mille altri. Ma c’è un’altra voce che, infine, bisogna introdurre. C’è un paragone da fare. Nel Vangelo di Giovanni viene annotato l’episodio in cui Gesù disse che solo chi rinasce dall’alto può vedere il regno di Dio; e allora un uomo di nome Nicodemo chiese a Gesù il modo in cui un uomo può rinascere. Gesù gli rispose che bisogna nascere dallo Spirito, e aggiunse: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Ci sono tanti venti che soffiano, alcuni fanno solo disordine o distruggono o ci fanno smarrire lontano. C’è un vento che non sai da dove viene né dove va, e che non è una burrasca di passaggio che distrugge e basta. È un vento buono che ti avvolge e accompagna; anche se inizialmente ti scombussola, poi ti ripulisce la vista e infonde una nuova primavera tra le stanze infreddolite e gelide del tuo cuore. Soffia, arriva, ti avvolge, ti accompagna e ti cambia, e ritorna da Chi lo ha mandato. Come Mary Poppins.

“Ti amo e stanotte ho perso un dente” (rassegna stampa dei non rassegnati)

Carissimi lettori,

buon giorno. Perché è un buongiorno quando, spulciando tra i giornali, si trovano notizie così. Magari i serissimi telegiornali la snobberanno … ma i lettori cosmici no.

Un bimbo di cinque anni, malato di tumore, ha scritto una lettera d’amore alla sua giovane principessa, usando per lei parole degne di un vero poeta (che non è quello che usa astrusi giri di parole, ma quello che fa splendere la semplicità):

«Sei bella come una coccinella. Ti amo e stanotte ho perso un dente».

Da leggere tutta, qui:

http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/lettera_amore_bimbo_cancro_foto/notizie/1033005.shtml

http://www.flickr.com/people/betovilaboim/

Photo by Beto Vilaboim

Venire alla luce è un miracolo

Charles Burchfield, Sole di novembre

Charles Burchfield, Sole di novembre

 

Lo stupore di un bimbo con deficit uditivo che sente per la prima volta

«Uscire dal buio a rivedere le stelle è il tipo di esperienza che segna un uomo, concedendogli il miracolo di provare da adulto l’esperienza della nascita, quel momento che con una bellissima perifrasi noi definiamo «venire alla luce». … Entrare nel mondo dell’esistente significa abbandonare l’assoluto del nulla e immergersi nel relativo. Vivere è relativo in tutti i sensi possibili, perché la nostra vita è un tessuto di relazioni: ogni avvenimento è un contatto, un legame con qualcosa che si dà a noi in una forma particolare (che sia lo spazio, il tempo, la forma delle cose, il carattere delle persone). […].
Esserci è appartenere a qualcosa; è entrare in rapporto di relazione con tutto l’esistente in cui ci imbattiamo. Il pianto del neonato è come un punto esclamativo che segna la vita fin dal principio; il contatto stringente con la realtà si manifesta in primissima battuta come l’intrusione dell’aria nei nostri polmoni, che produce un rumoroso sussulto di reazione. L’eco di quel grido originale si perde man mano che l’esistenza ci rende assuefatti alla vita; ecco perché, pur essendo tutti nati, non sempre ci portiamo addosso l’impressione clamorosa che è l’essere vivi.
La nebbia dell’inedia, il buio della selva, il torpore della rassegnazione sono tentazioni a cui si va inevitabilmente incontro e di fronte a cui, però, si può opporre la spinta di un positivo ribaltamento. Non è uno sforzo solitario, ma un sano esercizio in cui ci accompagnano, come tenendoci per mano, tutti coloro, antichi e contemporanei, che riescono a ridestare in noi il senso di allerta, l’aspettativa che riempie il cuore di Nicodemo quando chiede a Gesù: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? ». Come spesso succede, nella domanda è già contenuta la risposta: la forma paradossale con cui Nicodemo esprime l’impossibilità di ripetere l’esperienza della nascita è proprio l’indicazione corretta di come un uomo può rinascere. Si può rinascere solo grazie al paradosso, quell’acrobazia linguistica che, rovesciando lo status quo di ogni constatazione, la riformula in modo che il contenuto appaia sorprendente quanto un’esclamazione. Il paradosso, in fondo, è l’equivalente linguistico della meraviglia, che, intesa non in senso sentimentale ed edulcorato, è l’acrobazia di ribaltare la vista di ogni cosa per poterla percepire come nuova».

da Capriole cosmiche

Due sorelle indiane nate cieche vedono per la prima volta

… e grazie ad Alberto, ecco il sottofondo musicale giusto. Il Boss!