Venire alla luce è un miracolo

Charles Burchfield, Sole di novembre

Charles Burchfield, Sole di novembre

 

Lo stupore di un bimbo con deficit uditivo che sente per la prima volta

«Uscire dal buio a rivedere le stelle è il tipo di esperienza che segna un uomo, concedendogli il miracolo di provare da adulto l’esperienza della nascita, quel momento che con una bellissima perifrasi noi definiamo «venire alla luce». … Entrare nel mondo dell’esistente significa abbandonare l’assoluto del nulla e immergersi nel relativo. Vivere è relativo in tutti i sensi possibili, perché la nostra vita è un tessuto di relazioni: ogni avvenimento è un contatto, un legame con qualcosa che si dà a noi in una forma particolare (che sia lo spazio, il tempo, la forma delle cose, il carattere delle persone). […].
Esserci è appartenere a qualcosa; è entrare in rapporto di relazione con tutto l’esistente in cui ci imbattiamo. Il pianto del neonato è come un punto esclamativo che segna la vita fin dal principio; il contatto stringente con la realtà si manifesta in primissima battuta come l’intrusione dell’aria nei nostri polmoni, che produce un rumoroso sussulto di reazione. L’eco di quel grido originale si perde man mano che l’esistenza ci rende assuefatti alla vita; ecco perché, pur essendo tutti nati, non sempre ci portiamo addosso l’impressione clamorosa che è l’essere vivi.
La nebbia dell’inedia, il buio della selva, il torpore della rassegnazione sono tentazioni a cui si va inevitabilmente incontro e di fronte a cui, però, si può opporre la spinta di un positivo ribaltamento. Non è uno sforzo solitario, ma un sano esercizio in cui ci accompagnano, come tenendoci per mano, tutti coloro, antichi e contemporanei, che riescono a ridestare in noi il senso di allerta, l’aspettativa che riempie il cuore di Nicodemo quando chiede a Gesù: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? ». Come spesso succede, nella domanda è già contenuta la risposta: la forma paradossale con cui Nicodemo esprime l’impossibilità di ripetere l’esperienza della nascita è proprio l’indicazione corretta di come un uomo può rinascere. Si può rinascere solo grazie al paradosso, quell’acrobazia linguistica che, rovesciando lo status quo di ogni constatazione, la riformula in modo che il contenuto appaia sorprendente quanto un’esclamazione. Il paradosso, in fondo, è l’equivalente linguistico della meraviglia, che, intesa non in senso sentimentale ed edulcorato, è l’acrobazia di ribaltare la vista di ogni cosa per poterla percepire come nuova».

da Capriole cosmiche

Due sorelle indiane nate cieche vedono per la prima volta

… e grazie ad Alberto, ecco il sottofondo musicale giusto. Il Boss!

De sidera

Buona serata di San Lorenzo a tutti!

Condivido con voi quel che mio figlio mi ha chiesto oggi mentre facevano snorkeling – da dilettanti – nel mare di Toscana: “Mamma, ma la stella marina è una stella cadente caduta? Se sì, è morta o posso chiedere anche a lei un desiderio?”

A Many-pored Sea Star (Fromia polypora). The Docks, Jervis Bay, NSW

Vi ripropongo un articolo che scrissi 2 anni fa per Tempi. Trattandosi di Chesterton il riclico è legittimo perché è un cibo che più si mastica più si fa gustoso…

 

Sbattere contro la meraviglia e gridare «Ho visto le stelle!». Non solo a San Lorenzo.

La notte di San Lorenzo molti di noi alzeranno gli occhi al cielo in cerca di stelle cadenti. E non c’è cosa più bella e sana da fare che prendersi il tempo di assistere allo spettacolo del cielo. La Creazione è stata la rivoluzione più grande della storia, ebbe a dire il signor Chesterton e molto di ciò che scrisse, in una forma o nell’altra, fu sempre teso a risvegliare nei suoi lettori e interlocutori l’evidenza che, prima di ogni altra cosa, l’uomo ha bisogno di allenarsi continuamente alla meraviglia per l’esserci del mondo.

È una cosa meno sentimentale di quanto siamo portati a credere, anzi è una faccenda assolutamente pragmatica mettersi a guardare l’essere delle cose attorno a noi con la coscienza che esse sono il giornale quotidiano scritto da Dio per non farci dimenticare che il suo gesto supremo è stato quello di aver sottratto ogni cosa al nulla. E gli indizi che ci mette davanti sono semplici, come una foglia, o clamorosi come le stelle. Sono enormemente buffi, come l’ippopotamo, o microscopicamente perfetti come il fiocco di neve. Allenarci alla meraviglia – e in questo passaggio si coglie la sorprendente ragionevolezza di Chesterton – non è un esercizio di ottimismo per reagire alle tristezze che ci affliggono, ma è anzitutto una naturale vocazione dell’uomo alla battaglia. La nostra nascita somiglia molto a un arruolamento con cui il Creatore ci ha cooptato nel suo progetto di operosa opposizione al nulla.

L’intero universo è il polverone (esplosivo, entusiasmante, drammatico, esilarante) sollevato da Dio contro il nulla. E noi ci siamo finiti in mezzo; talvolta è faticoso vederci chiaro. Quotidianamente siamo affaccendati in piccole e grandi battaglie e diventa ultimamente frustrante fondare l’equilibrio della nostra vita sul bilancio tra esiti positivi e negativi, tra successi e disfatte. Allenarsi alla meraviglia è, perciò, un esercizio – e non una teoria – per ricordaci che il nostro agire è accompagnato da una solida speranza di fondo: ci costringe a vedere il lavoro della vita non misurandolo con una lente d’ingrandimento, ma piuttosto con il binocolo di un progetto universale in cui siamo coinvolti.

La Creazione è il disegno di Dio, e il suo disegno prevede che anche noi ci mettiamo a disegnare. È questo l’orizzonte vero in cui ogni nostra azione trova equilibrio e senso: gli esiti altalenanti delle nostre opere sono solo il fumo di superficie di una battaglia ben più importante che ci tiene davvero tutti in piedi. Perché, in ogni caso e in qualunque circostanza, noi siamo parte e testimonianza di questo operoso spettacolo che è l’essere.

Dunque mettersi a guardare le stelle è un sano e vigoroso esercizio di piena umanità. Ma sarebbe più corretto dire che noi dobbiamo metterci a ritrovare le stelle. Come è accaduto anche a Dante, che non ha semplicemente avuto una trovata accattivante ed esteticamente efficace ripetendo la parola stelle alla fine di ogni cantica: ha fatto, invece, la fatica di ritrovare il vero equilibrio dell’umano dopo aver attraversato ogni sorta di umanità presente all’inferno, nel purgatorio e nel paradiso. Si è allenato alla meraviglia di ricordarsi che l’Essere – come creato – è la bandiera che sventola in ogni remoto angolo dell’universo.

Il signor Chesterton lo spiegò altrettanto efficacemente facendo una battuta, cioè notando che quando si dà una bella botta contro la solida consistenza dell’essere – non a caso – si dice: «Ho visto le stelle!». Lo racconta in un testo intitolato La meraviglia e il palo di legno (da The Coloured Lands), e credo che le sue parole potranno risultare una gradevole compagnia quando – una volta di più – nelle prossime sere alzeremo gli occhi alla volta celeste:

«La notte nera si era intrufolata in casa mia e nel mio giardino con panneggi dapprima d’ardesia e poi d’ebano; e io ero affaccendato nella mia stanza, nel vivo cerchio di luce della lampada vicino alla finestra quando credetti di vedere spuntare qualcosa di insolito lì fuori, e uscii a guardare. Nel far ciò sbattei la testa contro un palo e vidi le stelle; le stelle del settimo cielo, le stelle del firmamento più recondito e profondo. E mi sembrò davvero, non appena il dolore si alleviò ma prima che passasse completamente, di aver visto scritto in un alfabeto astrale sul fondo dell’oscurità qualcosa che prima di quel momento non avevo compreso così chiaramente: una verità sui misteri e sui mistici conosciuti solo a metà nel corso della mia vita. Non sarò capace di esprimere bene quell’idea mettendola per iscritto su questa pagina, perché questi bizzarri momenti di vivide intuizioni sono sempre fuggitivi: ma ci proverò. Il palo è ancora lì; ma le stelle nel cervello stanno dissolvendosi.

[…] Da giovane scrissi molte brevi poesie, dedicate soprattutto alla bellezza e alla necessità della Meraviglia; ed era un sentimento genuino in me, e lo è ancora. La capacità di vedere le cose che ci sono e i paesaggi alla viva luce della sorpresa; la capacità di sobbalzare alla vista di un uccellino, quasi fosse un proiettile alato; la capacità di rimanere immobilizzati di fronte a un albero quasi la sua forma fosse il gesto di una mano gigantesca; in breve, la capacità di sbattere poeticamente la testa contro un palo varia di persona in persona, ma posso dire senza presunzione che appartiene alla mia natura umana. […].

“Sogna! Perché non c’è altra verità – dice il signor Yeats – di quella che è nel tuo cuore”. Il mistico moderno cerca il palo, non fuori in giardino, ma dentro di sé, nello specchio della sua mente. Ma a me gli specchi non sono mai interessati. A me interessano i pali di legno, che mi lasciano di stucco come i miracoli. Mi interessa il paletto che sta ad aspettarmi fuori dalla porta, per colpirmi in testa, come la mazza del gigante nelle favole. Tutte le mie porte mentali sono aperte su un mondo che non ho fatto io. La mia ultima porta, che è la libertà, si apre su un mondo abitato dal sole e da cose robuste, un mondo di avventure oggettive. Il paletto in giardino è una cosa che io non potrei né creare né aspettarmi: è la solida e chiara luce del giorno che si riflette su un legno rigido e dritto; è l’opera di Dio ed è meravigliosa ai nostri occhi.

Ecco, non ho spiegato proprio bene ciò che intendevo: ma se voi ammetterete che la mia testa e il palo sono ugualmente meravigliosi, acconsentirò a lasciarvi dire che sono entrambidi legno».

LuLu (Lucertole sfuggenti e piccole Lucciole)

Sono nata in campagna, da una famiglia contadina. Fin dalla prima infanzia ho visto i miei nonni praticare riti e tradizioni antichissimi, ma per me erano abitudini quotidiane: guardare il cielo a sera, mietere il grano, vendemmiare e fare il vino. Oltre agli animali da cortile che vivevano con noi, c’erano le piccole bestiole tipiche di ogni stagione. L’estate era ed è rimasto il tempo di lucertole e lucciole.

Foto di Giovanni

Foto di Giovanni

È stata questa memoria infantile, che nel tempo si è sedimentata in emotività profonda, a farmi associare due brani a cui sono molto affezionata, ma che non hanno altro legame se non il fatto che raccontano un paio d’occhi che si posa su queste due bestioline estive e ne nasce un pensiero simbolico… cioè relativo (che coglie un legame tra l’io e tutto l’esistente). La lucertola è la calura torrida del giorno, la lucciola è la frescura della sera; la lucertola è un rettile non proprio gradevole alla vista, la lucciola è un insetto suggestivamente meraviglioso alla vista. Che possono avere in comune?

Sono piccoli e sfuggenti, ecco. E mi colpisce come i poeti e gli artisti non si lascino sfuggire le cose piccole e sfuggenti. Sono capaci di raccattare eclatanti simboli umani ovunque, in un cri-cri che giunge dall’erba, in una fugace luce intermittente nei campi o nel transito velocissimo di un piccolo rettile su un muretto.

Parto, allora, da Giovanni Michelucci, architetto noto soprattutto per aver realizzato la Chiesa di San Giovanni Battista a Firenze e nota come Chiesa dell’Autostrada del Sole. Lo scorso marzo ho visitato un’altra sua chiesa, sempre dedicata a San Giovanni, ma ubicata ad Arzignano in provincia di Vicenza. Lì era ospitata una mostra su di lui, in cui venivano presentati anche i suoi scritti, oltre che i suoi disegni. Ho fotografato la storia del suo incontro con una lucertola.

La lucertola di Michelucci

La lucertola di Michelucci

«Qui nasce uno scambio molto interessante». Sappiamo dirlo, noi, di ogni banale e apparentemente insignificante briciolo di realtà?

E proseguo con il narratore toscano Federigo Tozzi, che nel suo celebre romanzo Con gli occhi chiusi dimostra di vederci benissimo. Probabilmente i suoi occhi chiusi erano come quelli del cieco Omero, spalancati sull’anima e poco interessati alle vuote apparenze. A Tozzi bastano poche righe per fare un fermo immagine su una scena piccolissima e silenziosa, che però ci parla inequivocabilmente di qualcosa di profondo.

Foto di Takot

Foto di Takot

“La pioggia, ricominciata dopo il tramonto, faceva un crepitio sommesso fra le lucciole che non si diradavano. Qualcuna aderiva ad uno stelo di grano e non si moveva più: si vedeva la sua luce immobile, sempre accesa, sotto i colpi delle gocciole”.

Un lampo di luce aggrappato a uno stelo, sotto la pioggia battente. Segno, forse, della grande dignità luminosa di ogni vivente anche nella prostrazione più totale. O, anche, segno di chi manda segnali mentre è nella difficoltà e non si rassegna a una buia solitudine. E la speranza sta tutta in quel “non si diradavano“. Sotto la pioggia, non si diradavano: restiamo e resistiamo assieme, guardando i piccoli segnali luminosi che ci mandano i nostri vicini, magari anche in mezzo alla tempesta.

 

Da bambina, dopo cena, d’estate mia nonna mi portava nei campi a sentire i grilli e a guardare le lucciole. Era un momento solo nostro. Non ricordo che ci dicessimo molto, ma è uno dei momenti che ricordo con più affetto. Dava l’idea di una giornata che si era compiuta, e finalmente cedeva alla quiete.

È stata una grande sorpresa scoprire che il mio amato Dante scelse di introdurre la grande figura di Ulisse usando un’immagine identica a quella che io vivevo da bambina. Per descrivere la bolgia dove è ospitato Ulisse, e che Dante vede inizialmente dall’alto, il poeta la paragona a un campo di lucciole che il contadino guarda a fine giornata, quando va a sedersi – sudato e stanco – sulla terra “nell’ora in cui la mosca cede alla zanzara“. Non ricordo che mia nonna abbia mai portato orologi (se non per eventi importanti come un matrimonio); lei senz’altro avrebbe definito la sera estiva come l’ora in cui le mosche se vanno e arrivano le zanzare.

Un contadino e il re di Itaca: per parlare del viaggio più audace che un uomo abbia mai compiuto, Dante parte da un contadino che a fine giornata guarda la sua terra. Davvero tutto è qui, tutto il respiro grande che riempie l’anima del più saggio fra gli uomini comincia a inspirare aria, domande e attese nell’orto di casa. Tra cose piccole e sfuggenti, trapela un segnale luminoso … passa in fretta un paio di occhietti che dà il tono alla giornata.

 

Auguri signor GKC!

surprise

Foto di Victor Bezrukov

Quasi fosse un copione studiato a tavolino, stamattina la radiosveglia mi ha tolto dal mondo dei sogni con questo ritornello:

…strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al Cielo

e allora, al posto del solito sbadiglio, mi sono fatta una bella risata, perché immediatamente quelle parole mi hanno ricordato che oggi è il compleanno del signor Gilbert Chesterton. E mi pareva proprio che con quel ritornello fosse lui, da burlone qual è, a darmi il buongiorno.

A dire il vero, da quando lo conosco, ogni giorno è un buongiorno, anche quando sono incavolata nera o profondamente triste o svogliatamente depressa. Qualsiasi opzione umorale deve fare i conti con il buongiorno, per il semplice e tremendissimo fatto che il giorno c’è. Il regalo prezioso che Chesterton fa a tutti quelli che s’imbattono in lui è proprio questo. Tutto è meraviglioso se paragonato al nulla.

Allora, è vero che oggi gli facciamo gli auguri perché il 29 maggio del 1874 nacque, ma gli diciamo anche grazie perché lui ci ha fatto e ci fa nascere; è grazie a lui se siamo meno distratti sulla presenza meravigliosa (e anche enigmatica) di tutto l’esistente, perché i suoi occhi e le sue parola ci aiutano a ripetere quell’esperienza gigantesca che è il “venire alla luce“. Nascere tutti i giorni si può, si deve. Strada facendo troverai che ogni occasione o incidente o sorpresa è un gancio, un amo che ti strappa dall’indolenza e dai rimuginamenti, e ti spinge a scoprire un po’ di più di che pasta è fatta la tua persona dentro l’abbraccio del mondo.

Allora, tanti cari auguri signor GKC.

«Voglio dirvi qualcosa che è la cosa più difficile da esprimere a parole, qualcosa che è più privato della vita privata. È il fatto che siamo vivi, e che la vita è la cosa di gran lunga più stupefacente di qualsiasi gioia o sofferenza può capitarci durante la vita. Cos’è davvero successo negli ultimi sette giorni e notti? Per sette volte ci siamo dissolti nel buio, come quando ci dissolveremo nella polvere; il nostro stesso essere, per quanto ne sappiamo, è stato spazzato via dal mondo delle cose viventi, e per sette volte ci siamo risvegliati vivi come Lazzaro, ritrovando tutte le nostre membra e i sensi inalterati, allo spuntar del giorno. Il semplice fatto del sonno è quasi il perfetto esempio di ciò a cui mi riferisco. È qualcosa di gran lunga più sensazionale di tutti i fatti e le bugie che leggiamo sui giornali. Se volete sapere le ultime novità, vi dico che l’ultima novità è che sono morto la scorsa notte e che questa mattina sono miracolosamente rinato, per vostra non piccola sfortuna; perché temo che se senz’altro il mio ritorno dai morti è una notizia, non è affatto detto che sia una buona notizia. Ciò che intende ricordarci questo susseguirsi di settimane, date, Domeniche e Sabati è proprio l’enorme importanza della vita quotidiana, per come ogni individuo la vive; dal momento che ciò è legato alla morte e al giorno e a tutta la misteriosa truppa che è l’Umanità».

G. K Chesterton (1934)

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Ipse dixit #1 – Reality kills Ego-Star

 

“Voglio ancora una volta ripeterle il mio solito consiglio e augurio di sempre: non si rinchiuda nel mondo esclusivo del Suo io, si affidi alla natura, si apra al mondo esteriore e alle sollecitazioni che Le giungono dall’esterno, almeno in qualche misura. La vita esteriore, la vita reale fa straordinariamente evolvere la nostra natura umana ed è proprio quella che ci offre il materiale per vivere”.

(F. Dostoevskij, Lettera a Nadeza Prokof’evna Suslova, Pietroburgo, 19 aprile 1865 – da Lettere sulla creatività)

 

P. P. Pasolini – Cosa sono le nuvole? (1967)