Morte, venga il tuo regno

Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno.

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Moltissimi stanno piangendo la morte di Chester Bennington, taluni non piangerebbero se si scegliesse la morte per Charlie Gard. In questo tempo di suicidi eccellenti ed eutanasie urbi et orbi, mi ritorna a galla un pensiero balzano: la morte è una cosa buona e giusta.

Forse il talentuoso Chester lo avrà pensato, il suo cuore tormentato avrà visto nel sonno eterno qualcosa di più buono dei mostri che gli attanagliavano l’anima; forse certi dottori pensano che staccare la spina sia il gesto più buono che si può fare verso un bambino come Charlie, che lotta con una malattia gravissima.

No, non è in questo senso che ho rimuginato sulla bontà della morte; non è nell’accezione con cui si vuole giustificare un suicidio o un’eutanasia che trovo il valore provvidenziale della morte.

Semmai è il contrario. La morte ci svela il suo lato buono, quando è crudele: inaspettata. È una forza la cui azione non dipende da noi. Malattia, incidente, vecchiaia; quando accade naturalmente, cioè all’interno delle imprevedibili, tragiche variabili della realtà, è corretto dire che noi subiamo questo estremo evento che ci spegne.

Subire è un verbo che ci piace poco. Ma è l’ultimo di cui faremo esperienza sotto il sole. Accoglieremo nel nostro corpo la venuta della Signora con la Falce e sarà lei a condurre un gioco a noi sconosciuto. Qualcuno, il Santo di Assisi, ha osato chiamarla Sorella: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale». Perché? Perché chiamarla con un nome parentale affettivo? Perché lodare?

Subire è un verbo che significa andare sotto, magari viene spontaneo associarlo all’idea di finire sottoterra; vorrei invece pensarlo in termini archeologici, scavando sotto può venire alla luce un reperto inestimabile e invisibile dalla superficie.

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Foto di Eric Vondy

Il signor Gilbert Chesterton scrisse un libro entusiasmante in cui si prefissava di difendere le cose generalmente definite brutte: tra queste difese anche gli scheletri. Il suo discorso comincia dalle scuse rivoltegli da certi contadini per la presunta bruttezza di certi alberi; GKC visitò un antichissimo bosco inglese in inverno, trovandosi immerso tra tronchi nudi. I contadini del luogo erano avviliti, avrebbero preferito che quel celebre scrittore avesse goduto del luogo durante il meraviglioso rigoglio primaverile ed estivo.

Chesterton li rassicurò:

Quando quel salutare asceta chiamato inverno passa il suo enorme rasoio su colline e valli, e tosa tutti gli alberi come monaci, vedendoli spogli sicuramente si ha l’impressione che assomiglino ancor di più a degli alberi.

( da L’imputato, in difesa di ciò che c’è di bello nel brutto del mondo)

Gli rimase però nel cuore lo sconforto di quegli uomini che si scusavano per lo spettacolo ritenuto sgradevole: «Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno».

Ecco il punto rispetto a cui occorre fare una vigorosa capriola. Subire, accettare l’inverno può essere la strada per scoprire una bellezza profonda. L’albero è più albero in inverno.

Non mi permetterei mai di dire che le foglie sono una cosa brutta; la loro varietà di forme e di colori mi lascia incantata a ogni primavera, lo stormire delle fronde è una ninna nanna quasi materna. Però proviamo ad inoltrarci sul sentiero di un paradosso coraggioso. E se fosse un’indicazione preziosa per la vita ricordarsi che l’ultima cosa di cui corporalmente faremo esperienza sarà una privazione, una sottrazione?

Da questo punto di vista noi incontriamo la morte molto spesso durante la vita, tutte le volte in cui i nostri progetti vanno a monte, o ci accorgiamo di aver preso la strada sbagliata e cambiamo, o un’idea bellissima ci si smonta tra le mani, o falliamo in un’impresa a cui ci siamo dedicati anima e corpo. Muore qualcosa di noi, viene meno.

Qualcuno disse che solo il seme che muore dà frutto. Per lo stesso motivo per cui per vedere bene la strada occorre pulire i vetri dell’auto. Il nostro io più sincero non ama mostrarsi in superficie, il suo compito è stare dove ci sono le fondamenta e curarle; al nostro orgoglio invece piace molto l’aria fresca e luccicante che si respira esibendosi ai quattro venti.

L’albero è più albero in inverno; cioè: se un qualunque rasoio passa ad accorciare l’orgoglio, è probabile che il tronco dell’io emerga alla nostra vista. E non è detto che abbia un aspetto mirabolante o affascinante, eppure la sua nudità è la bellezza più grande di noi. L’unico compito che abbiamo nella vita è scavare in cerca di questo io nascosto, originario, piccolo, autentico, delicato, prezioso.

E non ci si arriva grazie ad azioni volitive come «ottenere», «aggiungere», «aumentare», «moltiplicare». Tutti questi sono mascheramenti. L’unica strada è quella che passa dal subire ed è un percorso di approfondimento tutt’altro che passivo. Cosa vedo di me allo specchio quando mi strucco? Cosa ci vedo quando ho pianto per una sconfitta? Cosa ci vedo quando una sofferenza mi ha prostrato a terra? Cosa ci vedo quando sono stato licenziato?

Il rasoio della morte è questa vista nuda, senza fronzoli di circostanza. In questi momenti cruciali sentiamo una voce che sale su dal profondo, forse sussurra solamente. È l’umiltà della radice che nutre la pianta. Le foglie sono bellissime, ma con loro l’albero non potrebbe reggersi in piedi. Così è per l’orgoglio, quella debordante maschera che, finché tutto procede bene, regge e governa la nostra volontà. Non è esclusivamente negativa, si chiama anche tenacia, desideri grandi, sogni. Ma è un regno in cui siamo noi a tenere il rasoio in mano. Tagliamo quello che non ci piace. Chester Bennington ha tagliato la sua vita nel punto in cui voleva lui; qualcuno vorrebbe fare la stessa cosa con Charlie, perché non vede nulla più di vita in lui

È paradossale rendersi conto che solo quando è la realtà a tenere in mano il rasoio che emerge la luce più intensa di noi. L’umiltà di una batosta è un colpo benedetto per cambiare prospettiva, senza essere masochisti. Lì, nel buio di una perdita viviamo il privilegio di vivere a tu per tu con noi stessi, ci conosciamo a nudo, ci guardiamo per intero. E questo è fiorire, il frutto del seme che muore. Forse in questi momenti di vera autenticità siamo solo capaci di balbettare o sospirare. È il tessuto scabro del vero.

Quante storie abbiamo sentito di gente che ha cambiato vita dopo un dolore, un incidente, una sconfitta e ha ritrovato se stessa? Queste voci colpiscono sempre per l’entusiasmo vivo con cui ci contagiano. Insinuano la coraggiosa ipotesi che la sottrazione sia un’occasione.

Più ci penso, ed è balzano lo so, più sento che il senso della vita non sia nei riconoscimenti, nei traguardi, nei premi, ma in questi attimi fuggenti di sincerità nuda: poter guardare a se stessi e ascoltarsi, per una volta, senza fronzoli. Io sono. Punto e basta. Capirlo sempre più fondo, a suon di riduzioni.

Ogni piccola tappa nel percorso della vita non è altro che un passo verso una coscienza più baldanzosa nell’accorgersi del «io sono». Anche se non «sono bravo», «sono direttore», «sono impegnato nelle cause sociali», «sono chef».

Qualcuno ha voluto la mia presenza nel mondo, senza accessori, senza competenze, senza se e senza ma. Se il Padreterno avesse voluto che la vita fosse un fiorire di eccellenze e bravure non avrebbe scelto come scena finale una diminuzione, ma un tripudio di moltiplicazioni. Il finale deve per forza essere un’esaltazione del senso di una storia. Cosa esalta di noi Sorella morte? La ridicola finitezza? L’impotenza? Non credo.

Credo che sia il riflettore che illumina il protagonista: la presenza di un piccolo essere irripetibile, così prezioso da passare all’eterno.

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Foto di Vladimir Pustovit

Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Il miracolo doloroso di Rigopiano

 

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«Se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto sarebbe mio! E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!». (da L’idiota)

Lo scrittore russo Fedor Dostoevskij fu condannato a morte per aver preso parte a una società segreta con fini sovversivi; la grazia da parte dello zar gli venne comunicata pochi minuti prima della fucilazione, il 19 dicembre 1849. Non fu un caso provvidenziale, bensì una forma di sadismo del regime che già da molto prima sapeva della grazia concessa. A un passo dalla morte Dostoevskij fu salvato, quest’evento lo segnò per il resto della vita e nel romanzo L’idiota fece pronunciare a un personaggio la frase citata in apertura, specchio dei pensieri stessi dello scrittore.

rondoninaturaDella natura non si può dire che sia sadica, «non è madre, e non è matrigna. Lo sapeva Francesco il santo e poeta: è sorella» (scrive in un tweet il poeta Davide Rondoni).

Eppure mentre tutti eravamo incollati, col cuore lacerato, a guardare in TV le immagini che giungevano da Rigopiano, veniva proprio da pensare alla Natura a cui dà voce Leopardi nelle Operette Morali:

«Quando io vi offendo in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte; come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose per dilettarvi o giovarvi. E, finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei» (Dialogo della natura e di un islandese).

hotel_rigopiano_01-resortL’incuranza della natura ospita una creatura capace di cura. Il bellissimo resort di Rigopiano era stato costruito – si potrebbe dire, rubando le parole della Natura leopardiana – «per dilettarvi e per giovarvi», un’impresa creativa pensata per vacanze serene e gioiose. L’uomo è capace di quella cura che la natura ignora, riversando – per casi meteorologici e tellurici incontrollabili – un gigante di neve sopra tanti piccoli e inerti essere umani. Piccoli, piccolissimi. Schiacciati e spariti. Invisibili sotto un candore immenso e mortale.

L’uomo è anche capace di soccorso. Tutta Italia si è inchinata commossa di fronte agli operatori del soccorso alpino che, vedendo bloccato l’accesso al hotel, si sono messi a marciare in fila sugli sci per 9 km e da allora, ininterrottamente per giorni, lavorano e non demordono. Qualcuno su Twitter ha scritto questo encomio:

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Il signor Tommaso Tani vorrebbe essere realista. Eppure usa due parole che esulano dagli assi cartesiani del naturalismo: «ringraziate» e «soccorso». Ma sono profondamente ragionevoli, cioè spiegano una verità che è esperienziale eppure trascende il naturale. Se una gazzella viene risparmiata da una leonessa perché sopraggiunge un branco di elefanti che distrae il grosso felino, la gazzella non va a ringraziare i pachidermi. Se un albero cade in un bosco a causa di un fulmine, i suoi fratelli alberi non vanno a soccorrerlo.

Se la natura, intesa nel suo insieme di esseri vegetali e animali, è incapace di «ringraziare» e di «soccorrere», perché fa parte di essa un essere che possiede questo plus. Da dove gli viene, chi glielo dà all’uomo questo plus, visto che la natura non ne è depositaria?

Ecco, il signor Tani – a sua insaputa, evidentemente – tratta l’uomo da quel capolavoro che è, non interamente spiegabile in termini naturalistici. Un seme divino, soprannaturale, è nel DNA di chi è capace di ringraziare e soccorrere. Io, perciò, ho pregato molto, senza saper bene cosa chiedere o sperare: ho solo rivolto al Mistero un’intensa chiamata, mettendogli in mano tutta la mia commozione. Stringevo più forte i figli accanto a me, intanto.

E poi – quasi incredibilmente – ci è piombato addosso il miracolo. Un miracolo fatto di dolore, perché sotto le macerie e la neve ci sono molte vittime. Ci sono dei corpi ancora irraggiungibili, e questo lacera il cuore. Però, ci sono dei vivi – grida a un certo punto un vigile del fuoco. Fosse anche solo 1 verrebbe da ringraziare. Invece sono 6 … invece sono 8 … tutti i bambini sono salvi. Tutti i bambini sono salvi, bisogna ripeterselo per convincersi che è vero.

Li tirano fuori da un piccolo pertugio, un buchetto stretto stretto in mezzo a un mare di neve. E i vigili del fuoco che li estraggono sembrano ostetriche, che li fanno nascere per la seconda volta tirandoli fuori dal grembo scuro della madre terra. Una delle donne salvate ha proprio detto: «Sono nata di nuovo».

Molto molto tempo fa un certo Nicodemo rimase perplesso di fronte alle parole di Gesù, noi ora forse – con questa vicenda tragica e miracolosa negli occhi – possiamo intuire il senso di quello strano discorso:

Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Gli replicò Nicodemo: “Come può accadere questo?” (Vangelo di Giovanni, cap. 3)

Chiediamolo a Dostoevskij. C’è una nascita biologica, uguale per tutti che accade nel dolore, per la madre e per il bimbo. Ed è un dolore fecondo quello dello parto, un urlo, uno stringimento, che si fanno apertura e dilatazione. Raggomitolato nel buio dell’utero, il bimbo scende nel canale vaginale, si fa ancora più stretto e schiacciato. Il battito del suo cuore accelera, finché esce e piange, forte. appenanato

C’è una nascita spirituale, che accade sempre attraverso un dolore fecondo; sono quei casi urgenti che ci fanno percepire l’immenso dono che è l’esserci. Di fronte al fucile del boia, qualcuno dice: sei salvo. Il condannato a morte era già sprofondato nel ventre scuro della morte, del nulla. Aveva già detto addio a tutto, forse anche a cose che francamente detestava da vivo. A ogni minima cosa aveva pensato con nostalgia: gli affetti, gli odori, i rumori, i colori del vivere. «Sei salvo» dice qualcuno. E il condannato a morte ri-trova tutto, come gli fosse donato una seconda volta. Nasce in spirito, perché vede da capo ciò che prima non vedeva: l’evidenza che ogni attimo di luce è dono, è prezioso, è immenso. Non è vero che ogni cosa c’è e basta. E’ più vero rendersi conto che ogni cosa poteva non esserci, e quindi se c’è è un dono.

Ecco, Nicodemo. Occorre questa seconda nascita, a tutti. E non è necessario vivere la tragedia dei sopravvissuti di Rigopiano. La vita dispensa dolore su tutti, immancabilmente. Si potrebbe dire che l’inferno è democraticamente distribuito sull’umanità, cioè nessuno è esente dal buio di certe prove cupe da attraversare.

Invece, il purgatorio e il paradiso non sono altrettanto democratici. Sono possibili a tutti, ma non meccanicamente. Richiedono un atto di libertà.

Dostoevskij soffrì di epilessia per tutta la vita a causa di quell’evento incredibile sul patibolo; eppure, per quanto segnato nella sofferenza, non rimase nell’inferno di quel trauma, ma ne fece un purgatorio e forse perfino un paradiso: «E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!».

È questo l’eterno messaggio di bene dietro la Commedia di Dante.

lucecavernaI sopravvissuti di Rigopiano possono comprendere bene, dalle viscere dello stomaco fino all’anima, il verso con cui si chiude l’Inferno: «e quindi uscimmo a riveder le stelle»! Loro sì, come Dante, sono scesi nel ventre cupo della terra e lo hanno abitato con disperazione; impossibile sperare dopo 40 ore di buio e silenzio. E poi da un pertugio stretto sono rinati. Cosa avrà «sentito» ciascuno di loro rivedendo la luce del mondo?

Dicono che ci vorranno degli ottimi psicoterapeuti per far superare alle vittime il trauma vissuto. Io non ho studiato psicologia, ma spero che chi li sosterrà in questo percorso non si limiti a tamponare, arginare, chiudere le ferite dell’incubo; spero che, con ogni strumento possibile, venga fatta fiorire la libertà di queste persone, il vigore divinamente umano di poter rendere fecondo il loro dolore.

Come un secondo atto di nascita, deve sbocciare un frutto buono dall’incubo: attraverso le doglie, attraverso il pianto, qualcosa oltre l’incubo può nascere. Bisogna spingersi avanti, nell’inimmaginabile mistero della gratitudine.

Arrivati in fondo all’Inferno Virgilio e Dante non tornano indietro, ma vanno avanti: una volta che l’uomo ha toccato il fondo sbattendo contro il muro gelido del male, non può semplicemente fare il cammino a ritroso, deve trovare una strada nuova che sia opposta a quella dell’andata. Guidato da Virgilio, Dante si aggrappa alla terra e sale attraverso un cunicolo stretto, fa lo sforzo concreto di ritrovare una via che lo rimetta in contatto con il mondo esistente. La salita, per quanto faticosa, è quella lieta della gioia, perché tutto cambia negli occhi che tornano a vedere dopo essere stati al buio. Così Gilbert Chesterton scrisse dell’esperienza di buio spirituale che visse San Francesco prima della conversione, anzi per arrivare alla conversione:

Si dice comunemente in senso un po’ cinico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché non sarà deluso». San Francesco ha detto in senso assolutamente felice ed entusiastico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché tutto gli darà gioia».È stato partendo da questa idea ponderata di ricominciare da zero, dall’oscuro nulla del proprio deserto, che riuscì a godere anche delle cose terrene come pochi altri ci sono riusciti; e queste cose sono di per se stesse i migliori esempi pratici di questo concetto. Perché è impossibile che un uomo possa guadagnarsi una stella o meritarsi un tramonto. (Da San Francesco)

Essere al mondo non è una faccenda meritocratica; nessuno, tecnicamente, ha fatto qualcosa per meritarsi lo spettacolo della realtà. Spettacolarità che rimane tale, pur attraversando tutte le declinazioni che vanno dall’amabile al terribile. Finché non accade nella vita di ciascuno questa seconda nascita, cioè questa coscienza di gratitudine ritagliata sullo sfondo del buio, nessuno può dire di essere davvero vivo.

A fare gli attentati siamo più bravi noi, uomini di buona volontà

 

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Da due settimane ho l’impressione di essere schizofrenica. Riesco a spiegarlo solo rubando a Macbeth la battuta con cui si presenta sulla scena: «Un giorno bello così brutto non l’avevo mai visto».

Lo stesso giorno della strage a Nizza ho vissuto una serata meravigliosa festeggiando a casa di mia cugina i tre mesi della nostra piccola Matilde: una cena con tutta la famiglia unita, non accadeva da tempo. Tornando a casa avevo nel cuore una gioia profonda e spensierata, contemporaneamente avevo anche un dolore sordo nel cuore mentre la radio ci aggiornava sui morti falciati dal camion guidato da un terrorista assetato di sangue. Immaginavo quelle famiglie felici e innocenti che passeggiavano dopo aver visto i fuochi d’artificio. Ho pensato che anche noi lo scorso anno eravamo in Costa Azzurra e abbiamo trascorso una sera in spiaggia coi bimbi a guardare uno spettacolo pirotecnico.

Tante domande mi sono passate per la testa.

Si può essere felici e affranti nello stesso momento? Si può essere sinceri nel bisogno di speranza e sinceri nella paura di essere in balia del male? È l’orizzonte di quella gioia familiare (il perdersi per molti anni e poi ritrovarsi e sentirsi abbracciati da chi ti conosce davvero) o del terrore (l’ipotesi che da un momento all’altro il male può radere al suolo indiscriminatamente chi vuole) ad avvolgere il mio destino?

La stessa percezione strana l’ho avuta qualche giorno fa. Devo descriverla dilungandomi un po’.

In un afoso pomeriggio sono salita in auto coi miei due figli maschi per portarli al parco a «sfogarsi». C’è quel paio di minuti in cui l’auto è un forno, prima che l’aria condizionata porti a una temperatura decente l’interno dell’abitacolo e in quella manciata di minuti fastidiosi è accaduto questo.

Il figlio maggiore se ne esce con una frase memorabile (lui che non dice mai niente delle sue emozioni!): «Oggi è stata una giornata bellissima!».

Gli chiedo: «E cosa ti è piaciuto di questa giornata?». Era una domanda molto interessata, visto che riempire i giorni liberi e lunghi delle vacanze è un’impresa tosta per noi mamme. Se qualcosa aveva funzionato, bisognava appuntarselo e ripeterlo.

Lui, sintetico ed efficace come sempre, risponde: «Portare via la spazzatura».

Ok. Capisco che la cosa va spiegata. Nel nostro quartiere sono arrivati – come una truppa di alieni – i nuovi scintillanti cassonetti della raccolta differenziata. Una roba tecnologica. Richiede l’abilità di distinguere la plastica, dall’organico, dal vetro, ecc.. Bisogna usare una tessera e premere dei pulsanti. Ragioni valide per cui abbiamo affidato a Michele, il nostro ometto di 10 anni, il compito di portare via la spazzatura e per lui è un’avventura. Può uscire di casa DA SOLO e incamminarsi sempre DA SOLO per un centinaio di metri e poi può «giocare» con questi cassonetti: separare i rifiuti e buttarli, premere pulsanti e vedere sportelli automatici che si aprono. Ne va fiero e ogni tanto, mentre siamo in casa, lo si sente affermare a voce alta: «Io esco! Porto via la plastica e la carta!». Ed è come se dicesse: «Parto per sconfiggere Darth Vader!».

Michele, non "rifiuta" l'avventura ...

Michele, non “rifiuta” l’avventura …

E poi, sempre in quell’abitacolo surriscaldato, ho coinvolto anche l’altro figlio che tra qualche giorno compie 6 anni: «Martino, come la vorresti la tua torta?». Mi aspettavo una risposta-telegramma tipo: cioccolato, oppure gelato.

Invece lui ha cominciato una narrazione epica: «Allora, mamma, devi prendere un po’ di farina e la metti in un contenitore grande, poi prendi il burro e lo devi sciogliere …». È andato avanti così a ruota libera per molti minuti a descrivere per filo e per segno tutta la sua ricetta immaginaria. Alla scuola materna avevano fatto un laboratorio alimentare e lui si era entusiasmato un sacco.

Arrivati al parco, li guardavo giocare e ripensavo al mio modo banale di incasellare le cose e alle risposte assurde con cui loro avevano ribaltato le mie aspettative. E mi dicevo che era bello avere una famiglia da accudire, anche se è faticoso. Vale la pena impegnarsi e stancarsi e arrabbiarsi se tutto ciò concorre a educare una voce libera ed entusiasta, quella di chi vede un’avventura nel portare la spazzatura e quella di chi pensa alla torta come a una pozione magica da creare. Ero felice, felice che due bambini mi insegnassero a guardare il normale come una cosa straordinaria.

E poi ho sentito della strage a Rouen, del prete sgozzato durante la messa in un paese tranquillo.

Una volta di più la testa è andata in confusione e si è scombussolato il punto di vista. Quale voce era più vera, quale la più forte? La voce dell’innocenza baldanzosa dei miei figli? O la voce distruttiva di giovani terroristi capaci di azioni orribilmente cruente?

Per un attimo ho pensato che di fronte a un machete, a un camion impazzito, a un coltello affilato, i miei figli possono solo soccombere e morire. Per più di un attimo il buio ha avuto la meglio. Perché guardando la più piccola di casa nostra, la bimba di tre mesi, l’ho vista ancora più fragile degli altri. Lei così piccola, lei così bisognosa di tutto, lei che sorride appena riconosce uno dei nostri volti. Lei, una scintilla di vita venuta al mondo nell’anno in cui il terrorismo sta dilaniando l’Europa senza pietà.

Letizia Leviti

Letizia Leviti

Da questo cortocircuito mentale sono uscita grazie a mio marito. Ci è capitato di seguire uno dei rari telegiornali che, in questi giorni impazziti, si è preso la briga di dare notizia della morte della giornalista di SKY TG 24 Letizia Leviti: malata terminale, prima di spegnersi ha lasciato ai suoi colleghi e ascoltatori un messaggio audio in cui racconta la passione per il suo lavoro, si rende conto che le cose migliori le ha fatte per amore e, nonostante la malattia, ringrazia Dio di tutto quello che ha avuto. Tutto questo lo avevamo ascoltato nel video integrale. In TV hanno tagliato un pezzettino.

Mio marito allora mi dice: «Hai notato? Hanno tagliato il pezzo in cui lei dice che ringrazia Dio… chissà perché…».

Rispondo alla sua amara ironia dicendo: «Sai, i giornalisti ci tengono a essere politically correct e citare Dio potrebbe offendere qualcuno».

Ed ecco che lui sforna una perla di saggezza interessante: «Allora, usando lo stesso criterio, non dovrebbero citare l’espressione Allah Akbar quando parlano del gesto folle di un terrorista. Noi siamo diventati quelli che censurano una donna che muore ringraziando Dio, ma non censurano chi ammazza invocando Allah. Pensa come siamo cretini, censuriamo le nostre radici che parlano di gratitudine a Dio e non censuriamo le ideologie altrui che usano Allah per fare la guerra santa. Siamo una civiltà già morta e completamente idiota».

Mi sono resa conto che aveva ragione. E ho capito che stiamo prendendo l’ennesimo grande abbaglio. Dopo questa carneficina europea, cioè il susseguirsi mostruoso di attentati in Francia e Germania, ora gira la trovata giornalistica di smettere di dare spazio alle notizie sul terrorismo dell’Isis. Più se ne parla, più si fa propaganda a loro – dicono certi. Allora – secondo loro – la conclusione giusta sarebbe ridurre l’informazione.

Credo che la verità sia un’altra e sia persino opposta. Da troppo tempo il mondo dell’informazione si è ridotto a uno striminzito balbettare e blaterare. La risposta al terrorismo non è meno informazione, ma più informazione rispettosa della realtà, di tutta la vera e sacrosanta realtà.

Quando sfogli tutti i maggiori quotidiani e vedi sempre e solo le stesse notizie, nello stesso ordine, con lo stesso giudizio di fondo, ti viene da chiedere se viviamo in un mondo libero. Il mondo è un posto così grande, così multiforme, così vivo, così inclassificabile che non dovrebbe esserci un giornale uguale all’altro.

Invece, siamo intrappolati nel pregiudizio che solo certe notizie siano importanti, che certe notizie siano assolutamente irrilevanti, che solo certe notizie siano degne di interesse. Ad esempio: il femmicidio occupa sempre un posto rilevante nei titoli. Ma perché dovrebbe essere importante informare che un uomo ha ucciso sua moglie e dovrebbe essere assolutamente irrilevante dare notizia che un uomo è riuscito a ricostruire il proprio matrimonio vacillante? Su quale criterio si regge l’idea che un omicidio è più rilevante di un’impresa complicata e a lieto fine? Il lieto fine è forse irrilevante, perché sciocco? Perché le tragedie devono per forza essere più serie delle commedie? Chi l’ha detto? Chi l’ha deciso che l’ombra della morte è una faccenda più seria della luce della vita?

Un altro esempio. Siamo sempre informati sui dettami della Comunità europea e di ciò che dichiarano Merkel, Hollande & Co, ma non siamo affatto informati sul tentativo del contadino veneto di tenere in piedi la sua azienda agricola a dispetto di tutti i bastoni che l’Europa gli mette tra le ruote. Perché è più vera e importante la voce astratta della Merkel rispetto a quella semplice e concretissima del contadino?

La verità è che c’è già in atto da molto tempo una riduzione dell’informazione, la quale produce una distorsione orribile nella mente umana. C’è una censura ideologica che ci ha costretto a pensare che il femminicidio e la Merkel siano la vera realtà, mentre il matrimonio salvato e il contadino coraggioso siano uno sfondo sbiadito e muto. Ripeto, chi l’ha detto? Chi l’ha deciso?

Qualcuno ha deciso che il grande pubblico deve essere informato sul picchiatore seriale di

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Corrado Leone, tecnico del Cnr, in Antartide

Milano, ma se vogliamo conoscere le storie dei nostri ricercatori in Antartide dobbiamo farlo per conto nostro spulciando nel web. Eppure non sarebbe un «attentato» portentoso portare al pubblico giovane gli esempi incoraggianti di altri giovani che spendono la vita per la passione della conoscenza?

Se mostro la storia di un picchiatore, insinuerò nella testa di qualcuno che si possa passare il tempo a sfogare la propria inquietudine scendendo in strada a picchiare degli sconosciuti. In fondo, è immediato e facile (… e ci sono giorni in cui pure io sarei molto tentata di farlo!). Al male basta una piccola spinta per dilagare.

Se mostro la storia di un ragazzo che ha fatto grandi sacrifici, studiando e studiando, ma è arrivato in Antartide e sta esplorando quel continente così ricco di risorse e storie sconosciute da scoprire, insinuerò nella testa di qualcuno l’ipotesi che le grandi avventure richiedono impegno e ripagano con la gioia di una scoperta che produce un bene per l’umanità. Al bene basta un pertugio per insinuarsi nella testa e risvegliare la volontà.

L’informazione nazionale ha il compito di documentare l’orizzonte complessivo dentro cui si muove la nostra storia, ha il compito di farlo al massimo dell’onestà e autenticità. Di fatto lo sta facendo solo in modo gretto e scandalistico.

L’Isis ha gioco facile nell’imporre la sua propaganda di terrore in un mondo occidentale già piegato a pregiudizi inconsistenti e sterili. Il mondo occidentale si è già inginocchiato alla tragedia, all’alienazione, alla disperazione, all’egoismo. Non ci fanno vedere altro in TV. E la voce del terrorismo non può che espandersi nutrendosi di un sottobosco così fertile alla paura.

La risposta, dunque, sarebbe ridurre ancora di più l’informazione? No, la risposta è accrescere l’informazione e ricominciare da capo a fare informazione.

L’Isis compie una decina di attentati che tutti vedono in streaming globale? Bene (cioè: prendiamone atto). Perché nessuno più si accorge delle migliaia di «attentati» con cui l’uomo comune assale i suoi simili quotidianamente e nel bene?

Quello di Letizia Leviti, una donna che muore di malattia ed è grata di aver avuto la vita che ha avuto, è un attentato. Un attentato capace di salvare le nostre vite spente e annoiate. Quante vite può salvare una testimonianza del genere se propagata ai 4 venti???? Molte più di quelle che un camion impazzito è in grado di uccidere.

La verità è che il bene fa più attentati del male, ed è immensamente più eterno e efficace nelle sue conseguenze. Se solo gli si desse voce!

Ecco, dunque, che sono arrivata a capovolgere la mia schizofrenia. La mia gioia semplice dopo una cena in famiglia non è un dettaglio insignificante e piccolo dentro la cornice della devastante strage di Nizza. È il contrario. È il tentativo del male di impaurire la gente ad essere un aborto fallimentare e piccolo.

Angelo D'Agostino e Gianna Muset

Angelo D’Agostino e Gianna Muset, morti nell’attentato a Nizza

Una giornata semplice e normale di ciascuna delle vittime della strage di Nizza è stata una storia di lavoro, amore, impegno e dolore che nel bene ha costruito molto di più di quello che il camionista impazzito ha distrutto in un’ora. Cinque minuti della vita silenziosa e operosa di padre Jacques Hamel hanno seminato più effetti nel bene di quello che può seminare nel male l’impresa assordante del terrorista che lo ha sgozzato.

Che questa prospettiva torni ad acquistare il suo valore immenso è la vocazione primaria dell’informazione . L’informazione deve essere una coscienza viva e non un voce che strilla scandali. In assenza di ciò, siamo noi a doverci industriare: dobbiamo fare informazione con tutti i mezzi creativi che conosciamo. Nel mio piccolissimo ho creato il sito UFFA (uomini fantastici follemente amabili) in cui raccolgo storie strampalate e straordinarie di casi umani positivi. Ognuno può dare un contributo nel modo più adatto alla sua sensibilità.

Ma è richiesto un rovesciamento portentoso e proficuo, bisogna tornare a vedere come stanno le cose nella realtà: il mondo non è in mano al male, se no sarebbe morto da tempo; il mondo è stato affidato dal Creatore a noi semplici e imperfetti uomini di buona volontà. Non possiamo permettere che un bambino perda per strada la verità buona che ha nel cuore: il sentirsi predisposto a grandi avventure (… anche solo per andare a buttare la spazzatura) e la voglia di lasciare al mondo l’opera buona delle sue mani (… fosse anche solo una torta).

Tu, Sara e io nella selva oscura. E oltre.

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La realtà è quella «cosa» che accade, mentre tu avevi in mente di fare altro. La casualità è quella «cosa» che, grazie a una vera e propria scemenza, ti fa accorgere di ciò che sciocco non è.

La scorsa settimana sono stata invitata a Forlì per partecipare a una conferenza introduttiva a un evento bellissimo, la lettura integrale della Divina Commedia in tre giorni consecutivi, allestita da gente comune sotto la guida del regista Franco Palmieri.

Dopo anni di seminari, conferenze e incontri, ho cambiato il mio stile oratorio: all’inizio avevo sempre l’assillo di stupire l’uditorio, come se fossi io al centro della scena. L’orgoglio è una brutta bestia. Nel tempo, mi sono messa in discussione e ho scelto di non preparare in anticipo i discorsi. Non è incuranza o pigrizia. È una sfida. Ho sempre sostenuto astrattamente che la letteratura ha a che fare con la vita, quella quotidiana, quella carnale; perché non verificarlo esperienzialmente? – mi sono detta. Ora il mio piano di battaglia abituale è questo: preparo in anticipo solo il tema o fulcro da proporre all’attenzione di chi mi ascolta e poi, sul momento, «guardo» cosa accade attorno a me e uso le particolari circostanze che incontro per «incarnare» il tema che ho scelto. Da quando ho fatto questa scelta, è sempre accaduto che ci fossero eventi piccoli o grandi capaci di illuminare di esperienza il tema astratto da me pensato. È un salto nel vuoto, perché mi chiede di fidarmi dell’onestà della vita, che non tradisce mai quel vero che s’incontra nei libri.

Eccomi, dunque, pronta a preparare il mio intervento alla conferenza di Forlì: la mia scelta astratta era stata quella di fare la cosa più scontata possibile, per dimostrare che scontata non è. Tutti conoscono i primi versi della Divina Commedia, eppure sappiamo davvero cosa dicono? Ebbene, il mio piano teorico era di parlare di questi versi super-mega-conosciuti e poi … stare a vedere cosa mi avrebbe aiutato a spiegarli.

Ed è accaduto di nuovo. La realtà mi ha portato un fatto che, inaspettatamente, ha confermato la verità di quei versi in modo così autentico da essere commovente. Ed è stata una vera e propria scemenza a farmi accorgere di un parallelo che altrimenti avrei ignorato. Io dovevo parlare di una selva oscura, la cronaca parlava a gran voce dell’atroce vicenda di Sara Bosco. Selva e bosco. È bastata questa sciocchezza a catturare i miei pensieri, una casualità che ha spazzato via la distrazione.

Sara Bosco è morta a 16 anni di overdose, sola su una barella tra i corridoi fatiscenti dell’ospedale Forlanini di Roma (quella parte abbandonata dell’edificio che attualmente è ricettacolo di drogati, vagabondi, prostitute). Sua madre l’ha cercata tutto il giorno, disperatamente, e l’ha trovata quando ormai era troppo tardi. Katia, la mamma, ha provato a rianimare la figlia, al buio in quel corridoio sporco e zeppo di rifiuti e siringhe, ma non ce l’ha fatta. Dice Katia: «Le ho dato due baci in fronte e poi l’ho vista portare via chiusa in un sacco nero». Sua figlia, di 16 anni. È la selva oscura che ri-accade. Dante non scherzava quando scrisse «nel mezzo del cammin di nostra vita». Nostra: accade a me il buio, accadrà a te fra dieci anni, accadde sul Calvario 2000 anni fa. È roba nostra, il buio.

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Ospedale Forlanini – “ché la diritta via era smarrita”

Alla luce di ciò, mi sono detta che avrei ripercorso la mia lettura dei primi versi della Divina commedia ambientandoli al Forlanini come se a parlare fosse Sara.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva OSCURA,

ché la diritta via era smarrita.

In base a uno stereotipo falso la poesia sarebbe un linguaggio difficile. Al contrario, la poesia fa di tutto per mettere tra le mani del lettore un senso di parole che sia fortissimo e semplice. La rima, ad esempio, è un meccanismo per non distrarci; il grande critico Gianfranco Contini scrisse che la rima è l’ostacolo a partire da cui il poeta lavora: si mette in rima la parola dolente, quella che urta e ferisce, quella problematica; è l’urlo di una ferita, la lama di un coltello. Se Dante scrive «oscura» come parola rima, vuol dire che quello è il nucleo drammatico; occorre immedesimarsi appieno nel significato di oscurità.

Sara era precipitata dentro la tenebra, quel buio giovanile che – se non viene soccorso – precipita in una voragine sempre più oscura. Si drogava di eroina, era scappata di casa molte volte, dormiva nei garage pubblici di Roma. Ricoverata in una casa famiglia, ne era fuggita calandosi da una finestra e precipitando: la caduta le aveva procurato un codice rosso al Pronto Soccorso, era quasi morta. Poi, di nuovo fughe, droga e chissà cosa.

Il buio è una paura atavica e viscerale. È ciò che spaventa di più un bambino. A partire dalla parola «oscura» Dante crea una situazione di letterale oscurità, mette in scena l’incubo di chi si trova con gli occhi chiusi in un luogo che non conosce. Sul serio. Dopo la parola «oscura» ogni dettaglio visivo scompare, e il protagonista deve provare a uscire dalla selva usando gli altri sensi. Tasta, odora, ascolta. È letteralmente cieco.

Ahi quanto a dir qual era è cosa DURA

eSta Selva Selvaggia e ASPRA e FORTE

che nel pensier rinova la PAURA!

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“è cosa dura”

La prima indicazione che il lettore riceve su cos’è e com’è fatta la selva è l’aggettivo «dura». Il tatto è il primo senso chiamato in causa in assenza della vista: la durezza significa estraneità e repulsione. La selva non è un abbraccio morbido, ma è un ambiente ostile, innanzitutto nell’accezione di rigido, non malleabile, non accogliente. Duro è il cemento armato, quello scabro e misero delle stanze del Forlanini dove Sara è morta; il suo grido è rimbalzato su pareti fredde e amorfe, che non le hanno procurato altro che il rimbombo del suo dolore.

Al tatto seguono l’udito e il gusto: nella selva si odono suoni sibilanti («esta selva selvaggia) e sapori sgradevoli (aspra). La presenza del serpente, accennata dai suoni, suggerisce diffidenza e tradimento: nella selva possono nascondersi trappole. Tutto culmina in un’altra parola-rima dal significato denso: forte. È un aggettivo comune, eppure suggerisce sia informazioni uditive sia tattili. Forte è uno strillo. Forte è uno schiaffo. Sara Bosco, una ragazzina tutt’altro che forte, ha ricevuto forte sul suo corpo i segni della brutalità del mondo. Quella notte in cui è scappata dalla casa-famiglia ha sbattuto forte per terra buttandosi dalla finestra, e s’è quasi ammazzata. A suo modo ha gridato forte, di paura.

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“tant’è amara che poco è più morte”

Sì, questo percorso sensoriale, breve ma intensissimo, culmina in una parola disarmante nella sua capacità di comunicare un’emozione: paura. Dante era un grande poeta, capace perfino di scrivere le rime petrose, cioè rime difficilissime. Se avesse voluto, avrebbe potuto trovare parole ben più erudite e forbite per suggerire il suo dramma, eppure no. Sceglie la parola più usata da tutti. Tutti sanno cos’è «avere paura». È così che il poeta ci prende per mano dentro la sua selva, che è anche la nostra selva. Ognuno sa, nel suo cuore, quando e perché ha detto in vita sua: ho paura!. Ognuno e tutti siamo stati nella selva.

Tremo al pensiero di immaginare che anche Sara nella notte della sua morte abbia avuto un barlume di coscienza tale da sentire paura e non abbia visto attorno a sé altro che buio, silenzio e puzza. Tremo perché sono mamma e la penso come figlia mia. Una ragazzina di 16 anni è ancora piccola e se ha paura, dovrebbe essere abbracciata dalla mamma. Piango al pensiero che lei si sia sentita sola e impaurita, anche se era stordita di droga.

Tant’ è amara che poco è più MORTE;

ma per trattar del BEN ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho SCORTE.

Tutta l’umiltà di Dante è contenuta in questi versi.

Facciamo il punto: il poeta s’imbarca nell’impresa di scrivere un poema, un poema che alla fine sarà costituito di 100 canti e circa 20.000 versi. Eppure, alla fine del settimo verso s’incontra la parola morte, che è equivalente a fine. Quando il protagonista muore, la sua storia finisce. Un progetto ambizioso naufraga dopo sette versi. È una tragedia, non una commedia.

È una tragedia come quella di Sara la cui vita doveva essere un poema più lungo, che ha incontrato troppo presto la parola morte. La storia di Sara ha trovato un definitivo punto fermo a soli 16 anni, cioè a poca distanza dal suo inizio; invece, la storia di Dante, pur incontrando presto la parola morte, non si ferma a un punto fermo, ma va avanti.

Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile?

Non solo. La quinta parola che Dante scrive dopo «morte» è «bene». Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile passare dalla fine a un lieto fine in così breve spazio?

Questo è il luogo poetico in cui si passa dalla tragedia alla commedia; e si può onestamente arrivare alla commedia solo avendo conosciuto la tragedia. Un uomo che non abbia seriamente preso in considerazione la morte, cioè la sua finitezza, non può comprendere con la ragione e abbracciare col cuore l’unica ipotesi che sconfigge la morte.

Tutto sta in piedi grazie a una parola piccolissima, a una congiunzione avversativa: MA. Questa paroletta è quella che usiamo per descrivere certi momenti in cui le cose non vanno come volevamo. Avevamo deciso di fare una passeggiata, ma è venuto giù il diluvio. Volevo fare una torta, ma mi mancava il lievito. Eccetera …

Si chiama avversativa, perché è una congiunzione che introduce qualcosa che va in direzione opposta (ad-versa) rispetto a ciò che la precede. Etimologicamente è uguale ad «avversario» che è proprio colui che viene in direzione opposta e sbarra la strada, ad esempio, al calciatore che vuole fare gol.avversario

Però è anche simile alla parola «avventura» (ad-venio). Un avversario può portare un’avventura. Qualcuno che introduce nella tua vita un’ipotesi non preventivata, può salvarti la vita. Ecco quel che accade a Dante. Il poema è tale, cioè è una storia che va oltre la morte, perché qualcuno arriva incontro a Dante procedendo in direzione opposta alla sua. Il cielo lo soccorre e manda incontro a lui Virgilio e Beatrice. Loro due sono «avversari» perché chiedono a Dante di essere seguiti su un percorso diverso da quello preventivato dal poeta: lui voleva uscire dalla selva salendo su un monte, loro lo conducono fuori facendolo innanzitutto scendere all’inferno. Ne deriva un bene. Non solo Dante esce dalla selva, ma in 100 canti e circa 20.000 versi ci racconta di aver trovato un luogo in cui la felicità è esperienzialmente possibile.

Ritorniamo, però, ai primi versi del poema.

Dopo questa clamorosa inversione di marcia, dopo il «ma» il lettore scopre che l’oscurità è scomparsa. Il bene si vede subito perché s’incontra come parola rima il participio passato «scorte». Il verbo scorgere è il primo indizio visivo dopo una pausa di buio. Qui il poeta vede di nuovo, o meglio scorge: intravede, comincia pian piano a distinguere qualcosa di luminoso. C’è di più. Ancora una volta, la parola-rima è potente. La scorta, infatti, è la persona che accompagna ed è anche la riserva di cibo.

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Un raggio di sole entra al Forlanini

Nel giro di soli 9 versi Dante ci ha anticipato il senso profondissimo del suo viaggio: l’oscurità in cui precipita l’essere umano è stata soccorsa da una compagnia che ha offerto nutrimento all’anima e ha snebbiato la vista. Se, dopo 7 secoli, ha senso leggere e raccontare ad alta voce la Divina commedia è per questa esperienza di speranza vissuta. È per rispondere al grido strozzato di chi – come Sara Bosco – arriva alla morte troppo presto e non vede via d’uscita al buio.

Chi ha conosciuto che un’avventura diversa dalla selva oscura è possibile, chi si è lasciato condurre da un avversario buono, non può e non deve tacere.

Silenzio

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Carissimi amici che seguite questo blog,

ero pronta ad annunciarvi che per un po’ sarei stata in silenzio perché la mia gravidanza volge al termine e dunque il mio impegno per qualche tempo sarà altrove. Avrei quindi voluto parlarvi di un silenzio fecondo, quello della terra che tacitamente spacca le sue zolle per far nascere una nuova piantina o quello ristoratore del sonno che giunge dopo la fatica. Ma la realtà, che è sempre un po’ più sorprendente dei nostri progetti, mi impone di condividere il mio silenzio di madre con il silenzio ferito di altre madri.

C’è qualcosa di orribile nell’immaginare un parco giochi in silenzio. Perché quello è il luogo vitale del grido libero e felice dei bambini. Io sono tra quelli che pensano che lo strillo o la risata di un bimbo non siano inopportuni in nessun luogo (intendiamoci: l’eccesso di maleducazione è altra cosa, io mi riferisco allo spontaneo sprizzo di gioia o dolore che capita ai più piccoli). Ma il casino delirante e frenetico del parco giochi è proprio la serra della speranza, lì si coltiva a piene mani la ragione, il buon senso, la positività e il coraggio dell’umano.

Il silenzio insanguinato del parco giochi del Lahore dove 72 cristiani sono stati trucidati nel giorno di Pasqua non è la fine dell’umano. L’umanità andrà avanti nonostante quei 30 bambini morti mentre giocavano, nonostante le altre vittime e gli oltre 200 feriti. Non ce lo dimenticheremo, come non ci siamo dimenticati dei corpicini di Beslan, ma andremo avanti. Ed è assurdo. Cosa può sostenere la voglia, la spinta, il bisogno di fare qualsiasi cosa se condividiamo la vita su questo pianeta con creature simili a noi che volontariamente uccidono bambini, mentre ridono sull’altalena? Verrebbe da gettare la spugna. Eppure, finite le feste pasquali, domani molti riprenderanno il lavoro. Andremo tutti avanti. Per inerzia, forse. Dicendoci che il loro sacrificio non è e non sarà vano, forse. Ripromettendoci di fare qualcosa, forse.

Ecco, non so. Io ho il mio silenzio. L’avrei voluto ricco di attesa buona (e lo è), l’avrei voluto pieno di quiete fiduciosa, l’avrei voluto sereno. Il condizionale va a farsi benedire, il tempo indicativo prevale. Mi accompagna in questo silenzio personale la presenza degli eventi  del mondo in cui vivo; rimane l’attesa buona e cede un po’ del suo spazio al dolore che sanguina, ci stanno entrambi dentro il cuore. Non l’avevo messo in conto, eppure mi trovo ad accompagnare un Angelo di Dio per la mia bambina a un Eterno riposo per altri bambini. In fila, una dopo l’altra, prima una preghiera poi l’altra, per tutto il tempo che riesco.