Tu, Sara e io nella selva oscura. E oltre.

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La realtà è quella «cosa» che accade, mentre tu avevi in mente di fare altro. La casualità è quella «cosa» che, grazie a una vera e propria scemenza, ti fa accorgere di ciò che sciocco non è.

La scorsa settimana sono stata invitata a Forlì per partecipare a una conferenza introduttiva a un evento bellissimo, la lettura integrale della Divina Commedia in tre giorni consecutivi, allestita da gente comune sotto la guida del regista Franco Palmieri.

Dopo anni di seminari, conferenze e incontri, ho cambiato il mio stile oratorio: all’inizio avevo sempre l’assillo di stupire l’uditorio, come se fossi io al centro della scena. L’orgoglio è una brutta bestia. Nel tempo, mi sono messa in discussione e ho scelto di non preparare in anticipo i discorsi. Non è incuranza o pigrizia. È una sfida. Ho sempre sostenuto astrattamente che la letteratura ha a che fare con la vita, quella quotidiana, quella carnale; perché non verificarlo esperienzialmente? – mi sono detta. Ora il mio piano di battaglia abituale è questo: preparo in anticipo solo il tema o fulcro da proporre all’attenzione di chi mi ascolta e poi, sul momento, «guardo» cosa accade attorno a me e uso le particolari circostanze che incontro per «incarnare» il tema che ho scelto. Da quando ho fatto questa scelta, è sempre accaduto che ci fossero eventi piccoli o grandi capaci di illuminare di esperienza il tema astratto da me pensato. È un salto nel vuoto, perché mi chiede di fidarmi dell’onestà della vita, che non tradisce mai quel vero che s’incontra nei libri.

Eccomi, dunque, pronta a preparare il mio intervento alla conferenza di Forlì: la mia scelta astratta era stata quella di fare la cosa più scontata possibile, per dimostrare che scontata non è. Tutti conoscono i primi versi della Divina Commedia, eppure sappiamo davvero cosa dicono? Ebbene, il mio piano teorico era di parlare di questi versi super-mega-conosciuti e poi … stare a vedere cosa mi avrebbe aiutato a spiegarli.

Ed è accaduto di nuovo. La realtà mi ha portato un fatto che, inaspettatamente, ha confermato la verità di quei versi in modo così autentico da essere commovente. Ed è stata una vera e propria scemenza a farmi accorgere di un parallelo che altrimenti avrei ignorato. Io dovevo parlare di una selva oscura, la cronaca parlava a gran voce dell’atroce vicenda di Sara Bosco. Selva e bosco. È bastata questa sciocchezza a catturare i miei pensieri, una casualità che ha spazzato via la distrazione.

Sara Bosco è morta a 16 anni di overdose, sola su una barella tra i corridoi fatiscenti dell’ospedale Forlanini di Roma (quella parte abbandonata dell’edificio che attualmente è ricettacolo di drogati, vagabondi, prostitute). Sua madre l’ha cercata tutto il giorno, disperatamente, e l’ha trovata quando ormai era troppo tardi. Katia, la mamma, ha provato a rianimare la figlia, al buio in quel corridoio sporco e zeppo di rifiuti e siringhe, ma non ce l’ha fatta. Dice Katia: «Le ho dato due baci in fronte e poi l’ho vista portare via chiusa in un sacco nero». Sua figlia, di 16 anni. È la selva oscura che ri-accade. Dante non scherzava quando scrisse «nel mezzo del cammin di nostra vita». Nostra: accade a me il buio, accadrà a te fra dieci anni, accadde sul Calvario 2000 anni fa. È roba nostra, il buio.

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Ospedale Forlanini – “ché la diritta via era smarrita”

Alla luce di ciò, mi sono detta che avrei ripercorso la mia lettura dei primi versi della Divina commedia ambientandoli al Forlanini come se a parlare fosse Sara.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva OSCURA,

ché la diritta via era smarrita.

In base a uno stereotipo falso la poesia sarebbe un linguaggio difficile. Al contrario, la poesia fa di tutto per mettere tra le mani del lettore un senso di parole che sia fortissimo e semplice. La rima, ad esempio, è un meccanismo per non distrarci; il grande critico Gianfranco Contini scrisse che la rima è l’ostacolo a partire da cui il poeta lavora: si mette in rima la parola dolente, quella che urta e ferisce, quella problematica; è l’urlo di una ferita, la lama di un coltello. Se Dante scrive «oscura» come parola rima, vuol dire che quello è il nucleo drammatico; occorre immedesimarsi appieno nel significato di oscurità.

Sara era precipitata dentro la tenebra, quel buio giovanile che – se non viene soccorso – precipita in una voragine sempre più oscura. Si drogava di eroina, era scappata di casa molte volte, dormiva nei garage pubblici di Roma. Ricoverata in una casa famiglia, ne era fuggita calandosi da una finestra e precipitando: la caduta le aveva procurato un codice rosso al Pronto Soccorso, era quasi morta. Poi, di nuovo fughe, droga e chissà cosa.

Il buio è una paura atavica e viscerale. È ciò che spaventa di più un bambino. A partire dalla parola «oscura» Dante crea una situazione di letterale oscurità, mette in scena l’incubo di chi si trova con gli occhi chiusi in un luogo che non conosce. Sul serio. Dopo la parola «oscura» ogni dettaglio visivo scompare, e il protagonista deve provare a uscire dalla selva usando gli altri sensi. Tasta, odora, ascolta. È letteralmente cieco.

Ahi quanto a dir qual era è cosa DURA

eSta Selva Selvaggia e ASPRA e FORTE

che nel pensier rinova la PAURA!

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“è cosa dura”

La prima indicazione che il lettore riceve su cos’è e com’è fatta la selva è l’aggettivo «dura». Il tatto è il primo senso chiamato in causa in assenza della vista: la durezza significa estraneità e repulsione. La selva non è un abbraccio morbido, ma è un ambiente ostile, innanzitutto nell’accezione di rigido, non malleabile, non accogliente. Duro è il cemento armato, quello scabro e misero delle stanze del Forlanini dove Sara è morta; il suo grido è rimbalzato su pareti fredde e amorfe, che non le hanno procurato altro che il rimbombo del suo dolore.

Al tatto seguono l’udito e il gusto: nella selva si odono suoni sibilanti («esta selva selvaggia) e sapori sgradevoli (aspra). La presenza del serpente, accennata dai suoni, suggerisce diffidenza e tradimento: nella selva possono nascondersi trappole. Tutto culmina in un’altra parola-rima dal significato denso: forte. È un aggettivo comune, eppure suggerisce sia informazioni uditive sia tattili. Forte è uno strillo. Forte è uno schiaffo. Sara Bosco, una ragazzina tutt’altro che forte, ha ricevuto forte sul suo corpo i segni della brutalità del mondo. Quella notte in cui è scappata dalla casa-famiglia ha sbattuto forte per terra buttandosi dalla finestra, e s’è quasi ammazzata. A suo modo ha gridato forte, di paura.

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“tant’è amara che poco è più morte”

Sì, questo percorso sensoriale, breve ma intensissimo, culmina in una parola disarmante nella sua capacità di comunicare un’emozione: paura. Dante era un grande poeta, capace perfino di scrivere le rime petrose, cioè rime difficilissime. Se avesse voluto, avrebbe potuto trovare parole ben più erudite e forbite per suggerire il suo dramma, eppure no. Sceglie la parola più usata da tutti. Tutti sanno cos’è «avere paura». È così che il poeta ci prende per mano dentro la sua selva, che è anche la nostra selva. Ognuno sa, nel suo cuore, quando e perché ha detto in vita sua: ho paura!. Ognuno e tutti siamo stati nella selva.

Tremo al pensiero di immaginare che anche Sara nella notte della sua morte abbia avuto un barlume di coscienza tale da sentire paura e non abbia visto attorno a sé altro che buio, silenzio e puzza. Tremo perché sono mamma e la penso come figlia mia. Una ragazzina di 16 anni è ancora piccola e se ha paura, dovrebbe essere abbracciata dalla mamma. Piango al pensiero che lei si sia sentita sola e impaurita, anche se era stordita di droga.

Tant’ è amara che poco è più MORTE;

ma per trattar del BEN ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho SCORTE.

Tutta l’umiltà di Dante è contenuta in questi versi.

Facciamo il punto: il poeta s’imbarca nell’impresa di scrivere un poema, un poema che alla fine sarà costituito di 100 canti e circa 20.000 versi. Eppure, alla fine del settimo verso s’incontra la parola morte, che è equivalente a fine. Quando il protagonista muore, la sua storia finisce. Un progetto ambizioso naufraga dopo sette versi. È una tragedia, non una commedia.

È una tragedia come quella di Sara la cui vita doveva essere un poema più lungo, che ha incontrato troppo presto la parola morte. La storia di Sara ha trovato un definitivo punto fermo a soli 16 anni, cioè a poca distanza dal suo inizio; invece, la storia di Dante, pur incontrando presto la parola morte, non si ferma a un punto fermo, ma va avanti.

Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile?

Non solo. La quinta parola che Dante scrive dopo «morte» è «bene». Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile passare dalla fine a un lieto fine in così breve spazio?

Questo è il luogo poetico in cui si passa dalla tragedia alla commedia; e si può onestamente arrivare alla commedia solo avendo conosciuto la tragedia. Un uomo che non abbia seriamente preso in considerazione la morte, cioè la sua finitezza, non può comprendere con la ragione e abbracciare col cuore l’unica ipotesi che sconfigge la morte.

Tutto sta in piedi grazie a una parola piccolissima, a una congiunzione avversativa: MA. Questa paroletta è quella che usiamo per descrivere certi momenti in cui le cose non vanno come volevamo. Avevamo deciso di fare una passeggiata, ma è venuto giù il diluvio. Volevo fare una torta, ma mi mancava il lievito. Eccetera …

Si chiama avversativa, perché è una congiunzione che introduce qualcosa che va in direzione opposta (ad-versa) rispetto a ciò che la precede. Etimologicamente è uguale ad «avversario» che è proprio colui che viene in direzione opposta e sbarra la strada, ad esempio, al calciatore che vuole fare gol.avversario

Però è anche simile alla parola «avventura» (ad-venio). Un avversario può portare un’avventura. Qualcuno che introduce nella tua vita un’ipotesi non preventivata, può salvarti la vita. Ecco quel che accade a Dante. Il poema è tale, cioè è una storia che va oltre la morte, perché qualcuno arriva incontro a Dante procedendo in direzione opposta alla sua. Il cielo lo soccorre e manda incontro a lui Virgilio e Beatrice. Loro due sono «avversari» perché chiedono a Dante di essere seguiti su un percorso diverso da quello preventivato dal poeta: lui voleva uscire dalla selva salendo su un monte, loro lo conducono fuori facendolo innanzitutto scendere all’inferno. Ne deriva un bene. Non solo Dante esce dalla selva, ma in 100 canti e circa 20.000 versi ci racconta di aver trovato un luogo in cui la felicità è esperienzialmente possibile.

Ritorniamo, però, ai primi versi del poema.

Dopo questa clamorosa inversione di marcia, dopo il «ma» il lettore scopre che l’oscurità è scomparsa. Il bene si vede subito perché s’incontra come parola rima il participio passato «scorte». Il verbo scorgere è il primo indizio visivo dopo una pausa di buio. Qui il poeta vede di nuovo, o meglio scorge: intravede, comincia pian piano a distinguere qualcosa di luminoso. C’è di più. Ancora una volta, la parola-rima è potente. La scorta, infatti, è la persona che accompagna ed è anche la riserva di cibo.

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Un raggio di sole entra al Forlanini

Nel giro di soli 9 versi Dante ci ha anticipato il senso profondissimo del suo viaggio: l’oscurità in cui precipita l’essere umano è stata soccorsa da una compagnia che ha offerto nutrimento all’anima e ha snebbiato la vista. Se, dopo 7 secoli, ha senso leggere e raccontare ad alta voce la Divina commedia è per questa esperienza di speranza vissuta. È per rispondere al grido strozzato di chi – come Sara Bosco – arriva alla morte troppo presto e non vede via d’uscita al buio.

Chi ha conosciuto che un’avventura diversa dalla selva oscura è possibile, chi si è lasciato condurre da un avversario buono, non può e non deve tacere.

Silenzio

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Carissimi amici che seguite questo blog,

ero pronta ad annunciarvi che per un po’ sarei stata in silenzio perché la mia gravidanza volge al termine e dunque il mio impegno per qualche tempo sarà altrove. Avrei quindi voluto parlarvi di un silenzio fecondo, quello della terra che tacitamente spacca le sue zolle per far nascere una nuova piantina o quello ristoratore del sonno che giunge dopo la fatica. Ma la realtà, che è sempre un po’ più sorprendente dei nostri progetti, mi impone di condividere il mio silenzio di madre con il silenzio ferito di altre madri.

C’è qualcosa di orribile nell’immaginare un parco giochi in silenzio. Perché quello è il luogo vitale del grido libero e felice dei bambini. Io sono tra quelli che pensano che lo strillo o la risata di un bimbo non siano inopportuni in nessun luogo (intendiamoci: l’eccesso di maleducazione è altra cosa, io mi riferisco allo spontaneo sprizzo di gioia o dolore che capita ai più piccoli). Ma il casino delirante e frenetico del parco giochi è proprio la serra della speranza, lì si coltiva a piene mani la ragione, il buon senso, la positività e il coraggio dell’umano.

Il silenzio insanguinato del parco giochi del Lahore dove 72 cristiani sono stati trucidati nel giorno di Pasqua non è la fine dell’umano. L’umanità andrà avanti nonostante quei 30 bambini morti mentre giocavano, nonostante le altre vittime e gli oltre 200 feriti. Non ce lo dimenticheremo, come non ci siamo dimenticati dei corpicini di Beslan, ma andremo avanti. Ed è assurdo. Cosa può sostenere la voglia, la spinta, il bisogno di fare qualsiasi cosa se condividiamo la vita su questo pianeta con creature simili a noi che volontariamente uccidono bambini, mentre ridono sull’altalena? Verrebbe da gettare la spugna. Eppure, finite le feste pasquali, domani molti riprenderanno il lavoro. Andremo tutti avanti. Per inerzia, forse. Dicendoci che il loro sacrificio non è e non sarà vano, forse. Ripromettendoci di fare qualcosa, forse.

Ecco, non so. Io ho il mio silenzio. L’avrei voluto ricco di attesa buona (e lo è), l’avrei voluto pieno di quiete fiduciosa, l’avrei voluto sereno. Il condizionale va a farsi benedire, il tempo indicativo prevale. Mi accompagna in questo silenzio personale la presenza degli eventi  del mondo in cui vivo; rimane l’attesa buona e cede un po’ del suo spazio al dolore che sanguina, ci stanno entrambi dentro il cuore. Non l’avevo messo in conto, eppure mi trovo ad accompagnare un Angelo di Dio per la mia bambina a un Eterno riposo per altri bambini. In fila, una dopo l’altra, prima una preghiera poi l’altra, per tutto il tempo che riesco.

 

Delitto Luca Varani. Una briciola di umano.

Solo quando il mondo naturale viene visto come buono, il male diventa intellegibile

come forza distruttiva e risultato necessario della nostra libertà.

Flannery O’Connor

Il delitto di Luca Varani continua a essere una vera e propria manna per i giornali, per i gossip, per i chiacchieroni dei social networks. È tutta una gara al «voglio dire la mia» e al «ho scoperto un altro dettaglio osceno». È tutta una gara alle etichette: «vedi cosa combinano i gay?» da una parte e dall’altra «però quell’altro era un gay represso, quindi un omofobo della peggior specie». Anch’io effettivamente non ho resistito a sputare etichette e mi sono lasciata andare a pensieri poco carini sui figli di papà e sui loro vizi. Siamo tutti imperfetti e tutti vogliamo dare un nome alle cose, così che anche le faccende più informi ed esagerate possano darci l’impressione di essere contenute da una definizione o spiegazione.

Mi sono perciò imposta il silenzio, prima di scrivere qualcosa su questa vicenda. Ho letto tanto e ho pensato, e più leggevo e pensavo più mi sentivo precipitare in un regno alieno abitato da forme viventi che poco avevano a che fare con l’umanità. Corpi abusati, istinti sviscerati fino alla nausea, non voci ma singulti o gemiti o orgasmi. Mi sono chiesta se avesse un senso precipitare senza paracadute in questo mondo di eccessi e depravazioni. Forse sì. Quando si esplora un pianeta arido e disabitato, posto ai confini di una galassia lontana, non ci si può aspettare di trovare un’edicola o una rete fognaria o un’antenna radio. Non c’è nulla di domestico. È solo deserto e silenzio.

Allo stesso modo, ho provato a immedesimarmi nel mondo buio e distruttivo dei giovani romani che hanno ucciso Luca Varani senza il rassicurante appoggio delle mie certezze ideali.

Ho messo nel cassetto la mia morale e il mio perbenismo, la mia sensibilità e le mie esperienze. Ho tentato di abitare quel loro pianeta così lontano. Ho tentato. E la prima impressione che mi è arrivata addosso è stata il gelo della solitudine. Chiudersi in casa a drogarsi è solitudine. Un’orgia è solitudine. Prostituirsi è solitudine. L’omicidio è solitudine. Nei giorni che hanno visto nascere e degenerare quest’orribile tragedia credo che vittima e carnefici abbiano sentito, consapevolmente o meno, l’alienazione e l’orrore della solitudine come pochi altri al mondo. La solitudine del carnefice fomenta e accresce la sua brutalità, quella della vittima accresce la sua disperazione. In entrambi i casi è sconvolgente.

La seconda impressione che mi è arrivata addosso è la grande vertigine della malvagità. Il leone è un predatore e sbrana la sua preda. Un black mamba è letale quando aggredisce. Il loro istinto, però, è puro e quasi innocente; non sono capaci di uccidere premeditando la tortura. L’uomo può diventare un predatore letale mosso da una malvagità cattiva che il leone o il black mamba non conosceranno mai. L’istinto dell’uomo, anche nei suoi momenti di delirio più sfrenato, è sempre accompagnato da una coscienza che la bestia non ha. Perciò l’uomo può diventare più bestiale della bestia.

Per i supereroi vale la regola del «da un grande potere derivano grandi responsabilità». Può per l’uomo esistere l’ipotesi del «da una grande abiezione deriva il bisogno di un grande riscatto»? Ripeto, ho provato a chiedermelo senza appoggiarmi a nessun paletto precostituito della mia moralità, senza affidarmi ai paracaduti delle mie certezze. Ho provato ad abitare nel pianeta arido, buio e disumano di Marc Prato e di Manuel Foffo. E sono arrivata al loro bivio: dopo aver torturato e ucciso Luca Varani e aver dormito col cadavere un’intera notte, uno dei due tenta il suicidio (gesto, forse, cinicamente calcolato per costruirsi già una linea di difesa …), l’altro si reca insieme al padre a un funerale.

Probabilmente io avrei optato per il suicidio. Avrei messo il sigillo della solitudine su una storia che parla solo di solitudine. Uccidere qualcuno è già, in parte, uccidersi, cioè negare la vita. Meglio dunque darla vinta del tutto al buio della negazione. Nauseato di cocaina fino alle viscere e con gli occhi pieni del sangue e delle tribolazioni di un altro essere umano, cos’altro potrei fare se non uccidermi? Nulla.

Ma, a questo punto, constato la presenza di un altro dato in questa storia. L’altro ragazzo, ancora del tutto stordito dal sesso dalla droga dall’insonnia dal delirio omicida, si trova in macchina con suo padre e a un certo punto gli dice: «Papà, ho ammazzato un uomo». Questa frase è l’unica cosa che non parla di solitudine in tutto l’abisso di questa storia. Nessuno gli chiede di confessare. Lo fa. Forse inconsapevolmente, ma lo fa. Ha ancora gli occhi fuori dalle orbite per la cocaina, ma lo fa. Non è lucido e non è pentito, ma lo fa. Non è una persona moralmente a posto, ma lo fa. Forse è mosso solo dalla paura o dall’incapacità di gestire il suo delirio, ma lo fa. Confessa, con poche parole … a suo padre.

Il leone e il black mamba non si confessano delle prede che uccidono, perché non c’è n’è bisogno. Il leone e il black mamba non sono cattivi quando uccidono. L’uomo sì. Perciò fa parte dell’umano un insito contraltare, clamoroso quanto lo è l’abiezione di cui solo un uomo è capace. Non è imposto dall’esterno, dalla morale, dalle forze dell’ordine. È un bisogno connaturato nell’umanità. È il gesto di dire a qualcun altro qualcosa che è dentro di sé. Ed esce pure dalla bocca di un giovane stordito, incosciente e cattivo.

Sentire in un regno alieno fatto di gemiti, orgasmi, singulti una voce che dice: «Papà, ho ammazzato un uomo» è come trovare una minuscola traccia di umido su un pianeta deserto e arido ai confini della galassia. Ti fa dire subito: vita. E ti fa anche dire: possibile?

A me non interessa capire, sapere, spiegare perché Manuel Foffo ha detto quelle poche a suo padre. Non mi interessa sondarne la sincerità o la non sincerità. Può pure averlo fatto senza rendersene conto o come estremo atto di codardia. Non sto dicendo che si è sentito in colpa e ha confessato. Sto dicendo che, dopo tre giorni di subumanità e disumanità, ha fatto qualcosa che lo identifica – ancora – come umano. E umano significa solo umano, non buono.

La confessione è ritenuto il più ridicolo e moralista dei sacramenti cristiani. Ebbene no: è un tratto che identifica la razza umana. Confessarsi non è – in prima istanza – sentirsi colpa. Confessarsi non è aver paura di un Dio cattivo e punitivo. Confessarsi non è avere una morale. Confessare è dire a un altro qualcosa di sé; è essere in relazione, chiedere una relazione. Nella razza umana la comprensione di sé passa attraverso il legame con gli altri. 

Di confessioni ne sono pieni i teleromanzi e i gialli. Ne sono pieni i bagni delle scuole superiori e le pause caffè tra colleghi. Non è una faccenda esclusivamente religiosa, perché la religione è un passo oltre la confessione istintiva: vuole un cuore che chieda il perdono. Ma il perdono esiste perché esiste questo bisogno di non tenere per sé le proprie cose, di non essere padroni esclusivi della propria storia. Io personalmente credo che l’istintivo bisogno di confessare ad altri qualcosa di sé sia la prova che tutti – consapevolmente o meno – sentiamo la necessità di essere perdonati, cioè sentiamo la necessità che sia una voce esterna a dirci che noi non siamo i nostri limiti o le nostre abiezioni o le nostre insicurezze. Ma questa è una conclusione successiva, e non è detto che sia condivisa o condivisibile. 

Non è detto che tutti cerchino il perdono, lo vogliano o si sentano in colpa per certe azioni. Ma l’atto semplice di dire a qualcun altro un nostro tarlo, cruccio, pensiero, emozione è proprio dell’umano; è proprio di ogni essere umano, anche di un assassino drogato marcio.

Qui mi fermo. Perché non ho lezioni da impartire. Mi basta annotare nel mio quaderno umano questo dato: dentro una vicenda perversa e delirante, oscena e angosciante, a un certo punto … senza nessuna imposizione e forse con pochissima lucidità … una voce sballata, stordita, spietata ma indubitabilmente umana ha detto: «Papà, ho ammazzato un uomo».

Eco nell’alto dei cieli e Gloria nel profondo degli abissi

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«Vedo la gente morta» confessava tremante il piccolo protagonista de Il sesto senso.

Se potessi, io vorrei ascoltare la gente morta. Intendo dire che, occupandomi di scrittura, sarei ben felice se qualche quotidiano o settimanale o tabloid mi assumesse per farmi scrivere di cronaca nera, come fece per tantissimi anni Dino Buzzati al Corriere. Anche se, forse, per me sarebbe più appropriato qualche piccolo giornale di provincia, così da poter fare come Guareschi che girava in bicicletta a raccogliere memorabili e invisibili storie di casalinghe ferite a una mano mentre sbucciavano patate.

Raccontare la morte di un essere vivente è un ossimoro, una contraddizione degna della massima cura e premura. Non so se ne sarei capace, di sicuro è quel genere di evento di fronte a cui vorrei spalancare bene gli occhi, anche a costo di tremare, piangere, spaventarmi.

Il surrogato di tutto ciò, per ora, è seguire le scandalistiche indagini televisive sui casi eclatanti di omicidi, delitti, violenze. Mi turo il naso di fronte plastici di Vespa e alle frasi a effetto di Nuzzi, apprezzo lo stile della Leosini, ignoro la saccenza esteticamente ammaliante della Bruzzone. Faccio lo slalom, schivo la voce spudorata dei giornalisti e tento di cogliere la voce fioca dei cadaveri, il loro essere – sempre e comunque – una storia tragicamente compiuta. Una morte è sempre una tragedia, cioè un racconto degno dello stile nobile e sublime. Non è però detto che debba essere sempre trattata con serietà austera.

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Foto di Tara Hunt

La notizia della morte di Umberto Eco domina la cronaca, i talk show e le bacheche di Facebook. Fioccano gli aforismi e le citazioni. Si celebra la sua storia nel mondo culturale. C’è chi, il telegiornale de La7 ad esempio, ha ritenuto di rendergli omaggio riesumando uno scritto in cui l’esimio filosofo/semiologo/intellettuale raccoglieva istruzioni ironiche per affrontare il momento della morte. È uno dei tanti contributi de La bustina di Minerva, sua celebre rubrica che compariva sull’ultima pagina del settimanale L’Espresso. Eccone un estratto:

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che, mentre tu muori, giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”.

 Temo che il signor Eco, dal luogo in cui si trova ora, non abbia apprezzato tale ricordo. È una mia personalissima deduzione, quindi fallibile. Ecco, ora che l’intellettuale ha fatto la grande capriola dall’umano al celeste, ho come l’impressione che si ricrederebbe sulla «valle di coglioni». Mi permetto anche di dire che in quel brano non emerge la voce di un uomo ironicamente incurante e sereno, bensì di un uomo impaurito. Libero, è l’aggettivo che è stato usato fino allo sfinimento per ricordare il Professor Umberto Eco. Un pensatore libero. Un filosofo libero. Un uomo libero. Uno scrittore libero. Alla luce del passo appena letto, io mi chiedo se non sia più appropriato definirlo sfrenato, senza offesa alcuna ma con tutta l’umana vertigine che contiene l’essere senza freni. Perché la libertà non è assenza di vincoli (morali, sociali, affettivi), ma è semmai una volontà audace di vincolarsi a qualcosa di supremo, sbarazzandosi di compromessi al ribasso … palliativi divertenti … intrattenimenti saltuari.

«Ma quel brano è ironico!» mi si dirà. Appunto. L’ironia è uno strumento eccellente e fantastico; ed è anche lo specchio dell’anima. Io non credo sia libero un uomo la cui unica ironia a fronte della morte è uno svilimento dell’umano. Lo ritengo sfrenato, cioè ultimamente umanissimamente impaurito … proprio per mancanza di solidi vincoli. Come l’acrobata che si accorge di essere senza reti di protezione.

Si può essere sommamente ironici con la morte, deriderla di brutto rispettando l’incontestabile sua maestà, tremenda e non aggirabile. Lo fece Edgar Lee Master nell’Antologia di Spoon River, che è proprio un catalogo esauriente di voci diversissime che guardano la morte, la propria morte. E c’è di tutto lì dentro: ogni uomo racconta in prima persona che esperienza è compiere il passo supremo e finale della vita. C’è un certo Roger Heston che così immortala la propria dipartita:

 

Oh quante volte Ernest Hyde ed io

abbiamo discusso sul libero arbitrio.

La mia metafora favorita era la mucca di Prickett

tenuta legata al pascolo, e libera, come si sa,

nella misura consentita dalla lunghezza della fune.

Un giorno mentre al solito si discuteva, guardando

la mucca che tirava la fune per spingersi oltre

il cerchio che aveva pelato mangiando,

il piolo venne fuori e sollevando la testa

quella ci caricò.

«Cos’è questo, libero arbitrio o cos’altro?» disse Ernest correndo.

Io caddi proprio quando quella m’incornò a morte.

 Sono certa che il signor Eco apprezzerebbe questi versi, capendoli ora ancor più di quando era creatura terrestre. Per me Roger Heston è un esempio di autentica ironia, che ribalta la prospettiva senza schiacciare l’umano. Quante volte un uomo si perde nelle proprie elucubrazioni mentali e non bada alla realtà? Ed ecco che, mentre uno si perde nelle proprie astrazioni, arriva la morte a farti fare i conti su quanto sia PRESENTE la realtà. Uno può ricevere la più grande lezione di vita grazie alla morte.

E le circostanze così poco prevedibili della realtà (della sua presenza eccedente rispetto al nostro bisogno di classificarla) hanno voluto che, mentre le mille voci della stampa facevano a gara su come osannare l’illustre pensatore contemporaneo sollevandolo nell’alto dei cieli dell’Olimpo dei Grandi, la cronaca nera si occupasse della morte di due poveri coglioni, i cui cadaveri sono giaciuti entrambi sottoterra. Gloria Rosboch e Rosario Sanarico. Naturalmente, uso la parola «coglioni» in senso provocatorio.

La storia di Gloria era in sospeso da gennaio, si trattava di una scomparsa. Tutto lasciava presagire un tremendo raggiro. Lei, insegnante per nulla avvenente e poco furba, era stata circuita da un suo aitante studente che le aveva sfilato 187 mila euro promettendole un nido d’amore in Francia per coronare il loro amore. Povera Gloria. E povera me. Perché la sua scarsa furbizia, il suo incondizionato desiderio d’amore, la sua candida fiducia verso un lupo mascherato da cavaliere, sono cose umane umanissime. Sono l’umanità in cui anch’io mi riconosco, tutt’altra roba rispetto alla scaltrezza degli intellettuali. L’uomo comune viene fregato, deriso, umiliato alla grande. E merita molto rispetto se cade in trappola a causa della sua purezza di cuore. Dote rarissima, attualmente.

Gli sviluppi degli ultimi giorni ci hanno consegnato l’epilogo del quadro: l’aitante e spudorato studente ha confessato di aver strangolato Gloria, insieme a un complice, e di averla buttata in un pozzo. Lì è rimasta, dal giorno della sua scomparsa fino a qualche giorno fa. Una povera cogliona – avrà detto il suo assassino. Ma non lo diciamo noi. Quel cadavere abbandonato in fondo a un buco nero è un’anima rimasta sola, senza occhi pietosi a piangere e abbracciare il suo corpo inerte. Chissà se nella solitudine di quella fossa piena di pantano almeno un raggio di luna o di sole le ha fatto compagnia. Non è forse tragicamente nobile la storia di questa donna comune? Non fa forse pensare a che ne sarà delle nostre grandi attese? Può mai essere che cadremo per via mentre corriamo verso un progetto di bene? È meglio essere furbi o essere puri?

Rosario Sanarico era un sommozzatore, un poliziotto sub di 52 anni ed è morto per cercare il cadavere di Isabella Noventa nel padovano. Era stato tra i soccorritori della Costa Concordia e qualche giorno fa è rimasto tragicamente incastrato sul fondale del fiume Brenta, lì dove l’assassino della Noventa ha confessato di aver buttato il cadavere. Ma il corpo non è ancora stato trovato, alcuni sospettano che l’omicida possa aver mentito per non far rinvenire il cadavere, che potrebbe svelare dettagli diversi da quelli che lui ha dichiarato sulla morte di Isabella.

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Foto di Rebecca Bathory

Dunque l’onesto e diligente Rosario è morto per un cadavere, e per le parole – forse bugiarde – di un assassino. Un coglione? Neanche per idea. Povero Rosario. E povera me. Ancora una volta mi specchio nella sua vicenda. Vale la pena fare il proprio dovere solo quando è acclarato il profitto che ne ricaveremo? È da sciocchi essere scrupolosi anche nella cause perse? È inutile dare la vita per una buona ragione supportata da un’ipotesi non completamente attendibile?

Una morte dimessa e dignitosa è spettata a Gloria e Rosario, sottoterra e sott’acqua. Ma saranno saliti al cielo insieme al grande maestro Eco. Magari gli avranno chiesto lumi, conoscendo il suo spessore culturale: «Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?».

Nella mia fallibilissima immaginazione, fantastico sull’ipotesi che il maestro abbia ritrattato la sua precedente versione: «Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di tuoi simili, che in mille modi astrusi, terribili e fantastici stanno ancora dibattendosi per capire ciò a noi ora sarà finalmente chiaro. Il senso di tutto».

Vivo nel terrore (o nello stupore?)

gargoyles-notre-dame-de-parisÈ brutto da dire, anzi orrendo, ma la logica impazzita e malefica del terrorismo sta mettendo l’uomo occidentale, addormentato e fiacco, di fronte a un dato di natura eclatante e volutamente dimenticato: noi non possiamo controllare la vita e la morte. Che sia ben chiaro: il terrorismo lo sta facendo in modo distorto, infame, diabolico (… aggiungete tutti gli aggettivi che volete). Non sto neanche lontanamente giustificando l’azione perversa di chi tratta la vita umana al pari di una insignificante briciola caduta a terra.

Ma è tipico di tutto ciò che è diabolico distorcere – o meglio capovolgere – una verità positiva. Il terrorismo di matrice islamica sta esattamente rovesciando un dato della realtà in uno strumento violento, ed è perciò un’azione tremenda. Nessuno si «merita» di morire mentre si sta divertendo a un concerto, o mentre cena con gli amici in una brasserie. Questo è il commento più frequente che si sente sui mezzi di comunicazione dopo i fatti di Parigi.

Io direi che manca un elemento indispensabile nel pensiero appena espresso: nessuno si merita che questo accada per mano d’uomo, per la deliberata volontà di male di un’altra creatura. Perché, in realtà, la Natura o il Destino agiscono da sempre come terroristi. In un giorno come tanti altri, una mamma rientra dal lavoro, viene travolta da un camion e muore. Non se lo merita, eppure accade. Un’altra giovane donna, senza preavviso, scopre che un male incurabile si è infilato nelle viscere del suo corpo e la dilania. Non se lo merita neppure lei, eppure accade. Ho citato due casi in cui mi sono imbattuta di recente, se ne potrebbero aggiungere mille altri.

La Natura e il Destino sono terroristi? Non credo, perché, per giudicarli onestamente, bisogna notare che la Natura e il Destino non sono imprevedibili solo nello spargere morte (come i terroristi), ma anche nello spargere vita. Una coppia di sposi, ormai rassegnata a non poter aver figli naturalmente, riceve – senza ricorrere a espedienti medici artificiali – il dono di un bambino, dopo ben più di dieci anni di attesa. Un uomo rimasto in stato vegetativo per cinque anni, si risveglia. Anche in questo caso, ho citato due esempi che ho incrociato negli ultimi mesi.

Il segreto della vita e della morte non è in mano umana. Mai. È sotto l’egemonia incontrollata e imprevedibile di una forza a cui si può dare qualsiasi nome, tranne che umano: Caso, Caos, Natura, Destino, Provvidenza. E questo dovrebbe generare nella creatura umana un sano sentimento di stupore vertiginoso. «Sano» non vuol dire «tranquillo e sereno», ma onestamente e anche drammaticamente spalancato verso l’ignoto misterioso di cui è intessuta la realtà.

Il terrorismo rovescia questo radicale – e indispensabile – sentimento umano nel gemello malefico: lo stupore degenera in terrore, cioè nell’ipotesi terrificante che la tua vita dipenda dalla volontà imprevedibile e distruttiva di un altro uomo.

Non voglio, però, sottrarmi alla provocazione con cui ho cominciato. E rincaro la dose. Il mondo occidentale non è all’altezza di fronteggiare la logica del terrorismo. Non è scandaloso dire che, per quanto un nemico possa essere esecrabile, si debba essere «all’altezza» di affrontarlo. Una debolezza subdola, travestita da «progresso buono», si è insinuata nel nostro modo di guardare le forze originarie che tengono in piedi il mondo. Ci siamo rintanati in un letargo rassicurante, ma falso.

Infatti, la cultura occidentale si sta allontanando da un’onesta visione umana in un modo che, nel breve e lungo termine, produrrà effetti ben più disastrosi del terrorismo. Si sta facendo di tutto per «illudere» l’uomo che la vita e la morte possano essere domate, circoscritte, gestite. Abbiamo ridotto la vita e la morte a dei «diritti». Niente di più falso.

Ormai è diventato pressoché normale «programmare» i figli. Quante volte sentiamo dire: «io e il mio compagno abbiamo deciso di avere un bambino», oppure «penseremo ad avere un bambino più avanti, dopo aver trovato una stabilità economica». Ormai una donna che non prende la pillola è difficile da trovare. Programmiamo la vita, come programmiamo una vacanza o l’appuntamento dal dentista. E se, quando abbiamo programmato un figlio, questo non si mostra nella forma desiderabile che ci aspettavamo, riteniamo giusto e pietoso sopprimerlo quando è ancora nel ventre.

Negli stessi giorni in cui Parigi piangeva centinaia di morti innocenti, in America centinaia donne facevano causa a una ditta farmaceutica che ha prodotto confezioni sbagliate di pillola anticoncezionale, facendole rimanere incinta. Ok. Tu compri un prodotto e ti aspetti un risultato; se il prodotto è fallato, è «tecnicamente» giusto fare causa alla ditta. Ma, nel caso specifico, ci rendiamo conto che l’ottica economica del prodotto ci riduce a considerare la vita che sboccia come un «effetto indesiderato»?

Queste donne americane hanno avuto una sorpresa, qualcosa che un tempo era considerato nella logica della natura. La vita s’infila nel tuo corpo senza preavviso e senza chiedere permesso. È il rovescio buono del terrorismo; non è un pacco bomba, ma un pacco regalo.

La stessa logica di controllo si sta diffondendo anche sulla morte. Dopo aver combattuto la sua battaglia contro il tumore, Emma Bonino ha dichiarato che si impegnerà a far approvare la legge sull’eutanasia. Quasi che la risposta alla brutalità del male possa essere lo scegliere come e quando morire …

img_4416-version-2Che timore ha l’uomo nell’abbandonarsi all’imprevedibilità della vita e della morte? Cosa perde se s’illude di poter controllare l’inizio e la fine del suo esserci?

La sua creaturalità. Ecco la risposta. L’effetto malvagio e distorto generato da ciò che si definisce «progresso buono» (la supposta capacità di controllare le nascite e di programmare le morti) è l’idea che sia una debolezza mostrarsi inermi di fronte al darsi della vita e della morte. L’uomo occidentale si crede una vittima se una nascita imprevista o una morte troppo sofferta lo colgono di sorpresa. Ed è un errore. L’uomo diventa fragile e perdente proprio quando s’illude di poter arginare e controllare cose così più grandi di lui come la nascita e la morte.

Abbiamo dimenticato che la nostra fragile creaturalità è il nostro punto di forza. E ci siamo addormentati nell’agio fasullo della pianificazione, diventando pavidi e deboli. Siamo schiavi dell’idea che la felicità e lo stare bene dipendano dal fatto che i nostri progetti si realizzino. Invece, tutti gli ideali umani più santi ed eterni nascono dal sentimento stupito di essere creature poste in una realtà che ci sovrasta in potenza. La nostra creaturalità fa di noi dei soldati (e non dei terroristi): un uomo consapevole di vivere in un recinto di eventi imprevedibili sa dare grandi prove di sé, proprio perché sente lo stupore vertiginoso di non poter controllare tutto. Solo così si fa chiarezza nella sua anima, e lui può mettersi a fare l’unica cosa grandiosa che è nelle sue mani: difendere la vita, custodire i suoi morti e chiedersi in tutta onestà e ragione chi o cosa tiene in piedi un mondo siffatto.

La coscienza della nostra creaturalità ci permetterebbe di coltivare l’unico antidoto alla logica del terrorismo: il senso vertiginoso e stupito del valore della vita, proprio perché si dà in modo imprevedibile e finisce in modo altrettanto inaspettato. Solo accorgendosi e accettando di essere parte del creato, e non padrone, un uomo torna vedere come stanno davvero le cose; e cioè sente che la sua vita mortale (unica e irripetibile) è il dono più grande che ha ricevuto. Oppure, è la prova (nel senso di «essere messo alla prova») più grande che lo attende. E ha dunque un valore incommensurabile.

Tutto ciò, dal punto di vista dei terroristi, si traduce nel gemello opposto e perverso: la vita mortale messa in mano alla volontà distruttiva di un altro uomo diventa un nulla. Si può schiacciare e calpestare, come fosse una briciola per terra.

Alla fine tutto si riduce a questo: vogliamo tremare di terrore o di stupore? Volenti o nolenti, siamo dentro una trama di eventi che surclassano alla grande la nostra capacità di controllo. E questo accade da sempre, è la regola del mondo. Siamo tutti seduti in un caffè all’aperto, ci gustiamo la bellezza terribile del mondo in uno spazio nonA-typical-Paris-cafe-terr-001 protetto da fragili pareti. Siamo nudi e allo scoperto. Siamo sul marciapiedi dell’imprevedibile ogni sacrosanto giorno. Dimenticarlo, illudendoci di costruire un nostro recinto di controllo non ci salverà, ci farà spegnere lentamente come sotto anestesia. I nostri nemici sono abili manipolatori del terrore. E noi? Con cosa li fronteggeremo? Armi? Ideologie? Buonismi?

Non so. Però, io credo che solo un uomo che trema di stupore per la propria strana-assurda-incomprensibile vita abbia l’arma giusta per affrontare e smascherare la logica malvagia e sterile dell’uomo che vorrebbe farlo solo tremare di terrore.

Quella dei defunti è una festa?

Laudato si’ … per sora nostra morte corporale

 

Visto che l’argomento potrebbe essere considerato tragico (per usare un eufemismo …) comincio raccontando due aneddoti simpatici, uno me lo ha riferito mio marito e l’altro è capitato a me.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna collega di mio marito fa la catechista e, durante una pausa pranzo al lavoro, ha riferito ai colleghi d’ufficio l’uscita spiazzante di una delle bimbe della sua classe in parrocchia. Il prete aveva radunato i bambini in chiesa e poi aveva chiesto loro a bruciapelo: “Allora, avete capito come si fa ad andare in Paradiso?”. La bimba in questione ha alzato la sua mano e ha risposto con voce pacata: “A quanto so, bisogna innanzitutto morire”.

Forse non era esattamente il tipo di risposta preventivata dal prete, ma sono certa che lui non ne avrà trascurato il senso positivo. La percezione della realtà che si ha nell’infanzia è talvolta limpidissima, senza i molti pregiudizi di una mente adulta. Pensando al Paradiso, un adulto avrebbe dato per scontato il passaggio della morte, un bambino no. Per fortuna.

E un autentico senso di realtà porta talvolta a sparare paradossi.

Due anni fa fu chiesto ad alcuni amici e a me di allestire una mostra sul signor Chesterton. Fu chiaro a tutti che, senz’altro, il titolo della mostra doveva essere un paradosso. E trascorremmo un buon quarto d’ora, attorno a un tavolo, a sparare paradossi più o meno probabili. Il più clamoroso di tutti fu proclamato – come una vera e propria illuminazione – da Ubaldo Casotto, che se ne uscì dicendo: «L’uomo è vivo perché muore!».

Convenimmo poi sul fatto che non era molto invitante intitolare così una mostra … avrebbe quantomeno suscitato una processione di gesti scaramantici da parte dei visitatori. La mostra alla fine s’intitolò «Il cielo in una stanza», paradosso visivamente eccellente e anche luminoso. Resta il fatto che quell’intuizione di Ubaldo era geniale, per quanto a prima vista lugubre.

La vita umana è per definizione un arco di tempo limitato. La vita è un segmento, non una linea retta infinita. La vita va da A a B: la prima esperienza di vita è la nascita, l’ultima esperienza della vita è la morte. In altre parole, la prima esperienza della vita è il suo inizio, l’ultima esperienza della vita è la sua fine. Per questo la morte non è un’obiezione della vitalità umana, ma una sua caratteristica. E, in effetti e paradossalmente, solo ciò che è vivo può morire. L’uomo è vivo perché muore, appunto. Cimitero-monumentale-di-Staglieno-23-500x375

A conferma di ciò, ricordo una bellissima conferenza di Davide Rondoni, in cui lui ci ha ricordato l’antitesi tra Eros e Thanatos nell’antica Grecia: le forze che i Greci ponevano in contrapposizione nel mondo erano Amore e Morte. Non Vita e Morte, ma Amore e Morte. Perché? Perché l’opposto della Morte non è la Vita ma l’Amore?

Ecco, Rondoni l’ha spiegato così: la morte fa parte della vita, ne è l’ultimo tassello e dunque non è il suo opposto. Ma cosa è davvero opposto alla morte? Qualcosa che riesce a vincere la limitatezza della vita, qualcosa che vince la caducità del nostro essere. Ecco cosa è Amore: è la forza grazie a cui noi generiamo qualcosa che lascia frutto oltre la nostra morte. Pensiamo ai figli, che si generano per un atto d’amore e – in linea di massima – ci sopravvivono, cioè restano oltre la nostra morte. Ma è vero di qualsiasi atto d’amore: qualunque cosa generata dall’impulso affettivo dell’amore dà un frutto che si propaga oltre la caducità della nostra esperienza terrena. E questo frutto esiste anche solo per l’intuizione dell’uomo che «amando» proietta il suo agire oltre il limite personale della propria vita.

Mi perdo dietro queste chiacchiere nel giorno della Festività dei Defunti, per condividere un’impressione che da tempo mi lascia perplessa. La mia vita è radicata nell’esperienza cristiana e ho notato, soprattutto nel contesto della cristianità, che si ricorre sempre meno all’espressione: “Il signor Tal dei Tali è morto”. Ricevo messaggi in cui si annuncia la perdita di un proprio caro con frasi tipo: “è salito a cielo” oppure “è tornato dal Padre”. Sia ben inteso, io capisco e condivido il senso di queste frasi: il cristiano crede nella vita eterna e dunque non vive la morte come un’esperienza di fine. Però credo di non sbagliarmi se dico che queste espressioni tendono a voler schivare la ruvida asciuttezza di dire “è morto”.

staglieno-32Eppure, il cristiano più di qualunque altro sa che la durezza della morte è stata patita perfino da Gesù. Sa che la Resurrezione non è arrivata istantaneamente, ma c’è stato un «buio» tangibile di due giorni. Il limite della mortalità è stato vissuto nella sua concretezza anche dal Dio fatto Uomo. Perché, allora, dovremmo schivare noi il pensiero di ciò? Perché dovremmo escluderci l’esperienza ruvida di dire di un nostro caro che è «morto»? Nella sua misteriosa incomprensibilità, la morte è parte di noi … e non solo come mero passaggio veloce verso l’eternità, ma proprio come esperienza di limite inaggirabile con cui ciascuno di noi saluterà la sua dimensione corporale.

Ciascuno di noi si congederà dalla vita nel modo migliore, cioè nell’umiltà. Forse anche nell’umiliazione. Tutte le nostre capacità e velleità e volontà si affievoliranno fino a sparire nella polvere. E questo toccare corporalmente il limite estremo di noi sarà la premessa della vita eterna. E per quanto possa suonare assurdo, tutto ciò è consolante … perché nessuno scappa da ciò. Un uomo può aver schivato per la vita intera il grumo di ciò che lo rende davvero umano, può essersi costruito meravigliosi e onnipotenti castelli per aria. Ma poi, anche per lui arriva il momento supremo in cui farà i conti con la sua creaturalità, cioè con la sua mortalità.

Dico che è consolante perché così me l’ha fatto intuire quel genio di Chesterton. 

Ho sempre considerato la festa dei Defunti come una festa del ricordo, un momento in cui ricordare i cari che ci hanno lasciato. Da quest’anno la considero anche una festa vera e propria per me, per lodare il disegno buono che c’è dietro la fragilità e la finitezza umana.

La scorsa estate ho tradotto la raccolta Il poeta e i pazzi, trovando in essa un racconto davvero illuminante. Il protagonista è il poeta Gabriel Gale che dedica la sua vita a guarire i pazzi, seguendo strategie non esattamente mediche. In una certa occasione s’imbatte in un megalomane, convinto di riuscire a controllare ogni cosa, convinto di essere padrone di tutto ciò che lo circonda. La terapia di Gale consiste nel tentare di uccidere il megalomane inchiodandolo a un albero con un forcone piantato attorno al suo collo. Il rimedio funziona, il pazzo guarisce e gli è grato, ma agli occhi della gente normale Gale risulta un folle assassino. Ecco, allora la sua spiegazione … e dunque, l’intuizione geniale di Chesterton (il testo intero uscirà a gennaio, questa è un’anticipazione):

«Ci sono passato anch’io, a dire il vero sono andato vicino a quasi tutte le forme di folli idiozie infernali che esistono. Ecco la mia unica utilità in questo mondo: sono stato ogni sorta di idiota possibile. Ma credetemi, il peggiore e più miserevole tra tutti gli stupidi è quello che crede di aver creato le cose e di essere capace di contenerle. L’uomo è una creatura; tutta la sua felicità consiste nell’essere una creatura o, come ci viene comandato dalla Voce dell’Altissimo, di diventare bambino. Tutta la sua gioia sta nel ricevere un dono o un regalo. E il bambino dimostra una coscienza profondissima, perché apprezza i regali proprio perché sono una sorpresa. Ma la sorpresa implica che una cosa giunga a te dall’esterno, e la gratitudine la si rivolge a qualcuno che è altro da te. È qualcosa di concreto che arriva per posta o entra dalla finestra o che trovi appeso al muro. Questi limiti tratteggiano le linee dell’orizzonte del piacere umano.

A me capitò anche di sognare che l’intera creazione fosse un mio sogno: ho immaginato di regalare a me stesso le stelle, di offrire a me stesso il sole e la luna. Sono andato indietro fino a prima del principio di ogni cosa, pensando che senza di me nulla di ciò che esiste poteva esistere. Chiunque abbia voluto mettersi al centro di questa specie di universo sa che è un inferno. Ed esiste una cura sola.

Oh, so benissimo quante frottole o false consolazioni sono state scritte per giustificare l’origine del male e sul perché esiste la sofferenza nel mondo. Dio ci guardi dal finire noi stessi nella gabbia di queste scimmie moraliste e chiacchierone! Ma al di là di ciò, la verità resta vera: resta oggettivamente e sperimentalmente vera. Non c’è altra cura per guarire dall’incubo dell’onnipotenza se non il dolore: perché questo è qualcosa che l’uomo sa che non tollererebbe se fosse davvero lui a controllare tutto. C’era un uomo che si credeva seduto nel trono del cielo e vedeva gli angeli servirlo sotto forma di nubi colorate, di fulmini e del balletto delle stagioni. Era al di sopra di tutto e la sua testa conteneva il cielo intero. E, Dio perdoni la mia bestemmia, io l’ho crocifisso a un albero».

Avete presente le magliette che ogni tanto si vedono in giro con la scritta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati»? Ecco, il punto è esattamente questo. Ognuno di noi sa che inferno sia – come dice Chesterton – vivere volendo avere le cose sotto controllo, come fossimo padroni della nostra realtà. Sono i momenti peggiori della vita quando uno impone il proprio impero sul mondo. Sia perché non riesce a essere padrone delle cose, sia perché è logorante e sempre insoddisfacente.

La più grande gloria dell’uomo è il suo essere creatura, ribadisce Chesterton. La nostra limitatezza umana, anche la nostra mortalità, è la sana piccolezza del bambino che sa di essere insufficiente a se stesso e aspetta il cibo e i vestiti dai propri genitori. Non è infelice il bambino, anzi è predisposto a guardare ciò che gli arriva come una sorpresa. Sa affidarsi e nell’affidarsi c’è tutta la sua pienezza serena.

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

E, dunque, concludo tornando alla bambina con cui ho cominciato. Per andare in Paradiso bisogna innanzitutto morire. Anche durante la vita. Morire, soffrire e patire sono la prova estrema che dichiara che non siamo padroni del mondo. C’è qualcosa che proprio non riesci a mettere sotto il tuo controllo. Dunque, forse, c’è Qualcuno di più grande a cui spetta questo compito gigantesco. Capisco che questo possa infastidire i pensieri di qualcuno, ma a ben vedere è la premessa del Paradiso. Constatare e abbracciare la propria limitatezza è la premessa per guardare fuori da sé, oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. E solo così un uomo può godere di tutto nella vita, nel poco e nel tanto: sapendo che oltre la porta di casa sua lo attende qualcosa, qualcosa che lui neanche lontanamente può aspettarsi.