Una bestiale occasione persa

«Mia moglie mi disse: ‘Dici di essere nato in paradiso,

allora ricostruiamolo questo paradiso!’»

Sebastiao Salgado

 

Fiat Lux - Vaticano

Ho scoperto di essere diventata un’ecologista neopagana, perché ho apprezzato molto lo spettacolo andato in scena la sera dell’8 dicembre a Roma, la famosa proiezione sulla Basilica di San Pietro intitolata Fiat Lux. Ignara del putiferio che un evento simile avrebbe poi suscitato tra noi fedeli cristiani, guardando quelle immagini mi sono innanzitutto commossa, perché ho rivissuto una delle esperienze che giudico più significative della mia vita, l’incontro con G. K. Chesterton.

Ognuno di noi ha i suoi nodi bui, oscuri. Anche dentro il grande abbraccio che, personalmente, ho incontrato nella Chiesa, può accadere che questi nodi non si sciolgano (e restino a stritolarti nel profondo), finché non arriva lo scossone giusto. Paragonato al nulla, tutto è meraviglioso. Questo è stato lo scossone che Chesterton mi ha dato, insegnandomi che un uomo mette davvero a fuoco la propria vita solo quando la paragona al nulla, solo se lo sfondo nero del buio resta dentro l’inquadratura di ogni evento che viviamo.Fiat Lux - Vaticano Quando lessi questo nella sua Autobiografia, fu come un’esplosione. Per la prima volta, in modo ragionevolissimo, si poneva alla mia intelligenza una grossa sfida: le mie ferite potevano non essere una sfiga, ma il necessario sfondo nero per capire e mettere a fuoco il presente.

Chesterton ribadisce questo concetto migliaia di volte, con migliaia di sfumature nelle sue opere; lo fa a costo di essere noiosissimo e prolisso, ma è l’unica esperienza fondamentale della vita, quindi il chiodo va battuto. Il brano che preferisco è la sua lettura del libro di Giobbe. Alla fine della storia di quest’uomo prostrato fino alla morte si mostra un prodigio. Giobbe implora che Dio gli risponda, che venga direttamente e personalmente a spiegargli il perché di tutte le sofferenze che lo stanno torturando. E alla fine Dio arriva e non fa il dio. È quantomeno una comparsa incomprensibile. Secondo una visione stereotipata e dogmatica, Dio avrebbe potuto «menarsela» e usare espressioni dogmatiche e religiose. E invece no. Anziché spiegare il senso del male, Dio porta Giobbe allo zoo. Antepone la realtà al pensiero. Dio mette in scena – senza spiegazioni – esattamente quello che è andato in scena a San Pietro: proietta a Giobbe delle immagini sullo sfondo nero del nulla. Lo lascio spiegare a Chesterton:

Dio farà vedere a Giobbe un universo impressionante, se solo riuscirà a fargli vedere un universo irragionevole. Per impressionare l’uomo, Dio per un momento diventa blasfemo, si potrebbe perfino dire che per un istante Dio diventa ateo. Egli svolge davanti agli occhi di Giobbe un vasto panorama di cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’asino selvatico, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo e descrive ciascun animale in modo che ciascuno è come un mostro che avanza nel sole. Il creatore di tutte le cose si stupisce delle cose che Egli stesso ha create.

Fiat Lux - Vaticano

Ecco perché mi sono commossa vedendo lo spettacolo a San Pietro. Una volta di più mi sono sentita come Giobbe, che riceve una lavata di testa da Dio, che lo inonda non di bigottismo ma di realtà. Hai fatto tu la pioggia? Hai fatto tu il pavone? Hai fatto tu la livrea di una farfalla?. Dietro lo sfondo nero della notte, ho sentito di nuovo la voce di Dio che parlava dalla facciata della chiesa del suo portavoce, Pietro. Ho rivissuto l’esperienza fondamentale, basilare, sconcertante che mi ha reso cristiana. La pioggia ha un Padre. Lo ha anche il leone e la blatta. Qualunque cosa accada nella tua vita personale, la devi sempre paragonare con il disegno universale del mondo. La tua inspiegabile ferita sta dentro il piano altrettanto inspiegabile di una potenza che non ha tralasciato neppure i dettagli sulla schiena di una salamandra. Allora, mettiti a cercare Chi è …

Se quello spettacolo a San Pietro è stato manchevole, se dietro c’erano interessi tutt’altro che cristiani, se c’erano complotti massonici, a me non importa un fico secco. Io ho visto questo: gente non cristiana godere e meravigliarsi di un evento proposto dalla Chiesa, e gente cristiana denigrare la stessa cosa. E questa frattura mi ha rattristata. Perché mi è sembrata un’occasione persa. Se il passante ateo si è fermato per un attimo e si è meravigliato di vedere un acquario sulla facciata di San Pietro,

Fiat Lux - Vaticanoera compito nostro ricordargli il senso originario e sconcertante di quella meraviglia. Era più importante cogliere quest’occasione, che puntare il dito sui complotti. Perché una cosa vera può passare anche attraverso un progetto sbagliato (qualora fosse così). La realtà può essere falsificata da mille ideologie, ma comunque ha un solo Padre. Il diavolo stesso non può far altro che alterare le cose divine e la tattica giusta è puntare sulla verità delle cose divine di cui si riempie la bocca, piuttosto che enfatizzare il suo modo di distorcerle.

Sono stati i cristiani a enfatizzare i supposti risvolti diabolici dell’evento di San Pietro. Perché? Perché si aspettavano qualcosa che già immaginavano, la religione mostrata nei suoi aspetti tradizionali. Ma è mai possibile che, di fronte all’inaspettato, sia proprio il cristiano a reagire chiudendosi a riccio, anziché alzando la posta? Possibile che il cristiano abbia atrofizzato le sue energie al punto da diventare bigotto anziché creativo? Davvero il cristiano vede il diavolo all’opera in un animale proiettato su una chiesa? Davvero deve mettersi a squadernare il vaso di Pandora su banche, disegni oscuri e apostasia, avendo già liquidato alla svelta la Natura come uno spettacolo brutto?

L’uomo della strada, che non va mai a messa, non ha visto in quelle immagini il neopaganesimo o l’ecologismo, ha visto quello che – semplicemente – ho visto anch’io: il bellissimo manto maculato di un leopardo sullo sfondo

Fiat Lux - Vaticano

della notte. Era compito nostro, di noi cristiani, cogliere una sfida inaspettata e dirgli: dentro quella chiesa abita il Pittore che ha fatto questo manto maculato, strappando ogni cosa dal nulla. Ha strappato anche te dalla notte del nulla. Quella meraviglia che senti è un grido di lode. Era compito nostro ribadire questo, anche se – per pura esagerazione – fosse tutto stato organizzato da un pagliaccio nichilista. La bugia si smaschera dicendo la verità, non accusando il bugiardo.

Quante volte il cristiano lotta in nome della dignità della vita dal suo concepimento alla morte naturale? Ecco, lo sconcerto della meraviglia è il suo più grande alleato in questa tenace battaglia. Mi si perdoni quest’attimo di blasfemia, ma sono convinta che una donna in dubbio se abortire o meno possa essere aiutata nel mettere a fuoco la sua vita e le sue scelte guardando la coda del pavone piuttosto che recitando le litanie. Se per un attimo, nella testa di un uomo o di una donna balugina lo sconcerto di essere stati strappati al nulla … ecco, quell’uomo e quella donna non vedranno mai più le cose allo stesso modo. Il darsi della vita apparirà come qualcosa che sfugge al plagio delle loro mani. Io, che – se non esistesse già – non sarei mai stata capace di concepire una cosa strana come la coda di un pavone, e io, che dunque sono ospite di qualcosa che mi domina in potenza creativa e creatrice, posso mettere mano sulla vita di un’altra creatura? Ne nascerà un dubbio positivo, e – forse – nel tempo una domanda radicale, magari di quelle che dopo anni ti portano a inginocchiarti in chiesa a dire le litanie, perché senti il bisogno di aver vicino l’unica persona che ha risposto alla Meraviglia di Dio con un sì, la Madonna.

Ma l’unica strada che conosco, per arrivare fino a lì, passa dalla scimmia e dal pavone. La scimmia, che è stata triturata dalle braccia di Darwin, è tornata anche lei sulla facciata di San Pietro. E lì, finalmente, si poteva

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dire: ecco che noi non siamo solo determinismo ed evoluzione, siamo creature libere. È un grande paradosso che San Pietro, colui che liberamente si è fatto crocifiggere a testa in giù, abbia per qualche istante abbracciato la povera scimmia, che per tanto tempo è diventata la bandiera della schiavitù umana alle leggi di natura, dimenticando che anche lei è parte del creativo e variegato disegno di Dio. Se anche l’immagine della scimmia fosse stata messa lì da un malvagio demonio, era compito nostro dire che la scimmia sta meglio tra le braccia di San Pietro piuttosto che tra le pagine di Darwin: perché con la scimmia non si può spiegare il portento che è l’uomo, ma l’uomo Pietro può spiegare di che disegno portentoso fa parte la scimmia.

Concludo con un testimone neutrale. Uno degli autori delle immagini proiettate su San Pietro è il famosissimo e celebratissimo fotografo Sebastiao Salgado, etichettato come antropologo, naturalista, ecc ecc. A me basta citare qui un’esperienza che lui stesso racconta.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Dopo aver trascorso un lungo periodo in Africa a documentare le molte catastrofi umane in corso, Salgado si ammala. Fa esami e accertamenti e infine un medico di Parigi gli fa questa strana ma azzeccata diagnosi: «Dopo aver visto così tanta morte, anche tu ti stai lasciando andare a morire. È meglio se smetti di fare fotografia». Salgado ne conviene e afferma: «In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai». Per riprendersi torna nella sua terra natale, il Brasile, e trova anche il suo paese ferito e dilaniato dall’eccesso di industrializzazione. Nota con amarezza che il progresso dell’uomo si fonda sulla distruzione del territorio. A quel punto la disperazione poteva essere totale, ma sua moglie gli propone una scommessa: «Dici di essere nato in paradiso, allora ricostruiamolo questo paradiso!». Secondo uno sguardo che Chesterton avrebbe giudicato distributista, Salgado e sua moglie cominciano a ricostruire la fetta di terra in cui abitano sulla base di un’economia a misura domestica e non globalizzata.

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Sebastiao Salgado, Reportage in Ruanda

Da questo impegno sgorga anche un nuovo progetto fotografico che Salgado sceglie di intitolare Genesi. Ripeto, lo intitola Genesi e non Ecologia del pianeta o Ambiente e natura. Ancora una volta, dallo sfondo nero della morte e della malattia si mette a fuoco una «genesi» umana, non un’ideologia.

Ecco, le immagini che noi abbiamo visto su San Pietro erano prese da quest’opera ed erano perciò frutto di quest’uomo, i cui occhi per un po’ sono stati chiusi dal buio e poi si sono aperti alla sfida di ricapitolare la vista di tutto l’esistente. Se pure l’opera di questo fotografo viene «sfruttata» per far passare messaggi riduttivi legati all’idolatria dell’ecosistema, non sarò certo io a enfatizzare quest’errore … perché è sterile e si autodistruggerà da solo in poco tempo. A me importa lo sguardo di quegli occhi, che parla senza essere spiegato o etichettato: e dice «genesi» e non «l’origine della specie».

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Sebastiao Salgado, Genesi

Quella dei defunti è una festa?

Laudato si’ … per sora nostra morte corporale

 

Visto che l’argomento potrebbe essere considerato tragico (per usare un eufemismo …) comincio raccontando due aneddoti simpatici, uno me lo ha riferito mio marito e l’altro è capitato a me.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna collega di mio marito fa la catechista e, durante una pausa pranzo al lavoro, ha riferito ai colleghi d’ufficio l’uscita spiazzante di una delle bimbe della sua classe in parrocchia. Il prete aveva radunato i bambini in chiesa e poi aveva chiesto loro a bruciapelo: “Allora, avete capito come si fa ad andare in Paradiso?”. La bimba in questione ha alzato la sua mano e ha risposto con voce pacata: “A quanto so, bisogna innanzitutto morire”.

Forse non era esattamente il tipo di risposta preventivata dal prete, ma sono certa che lui non ne avrà trascurato il senso positivo. La percezione della realtà che si ha nell’infanzia è talvolta limpidissima, senza i molti pregiudizi di una mente adulta. Pensando al Paradiso, un adulto avrebbe dato per scontato il passaggio della morte, un bambino no. Per fortuna.

E un autentico senso di realtà porta talvolta a sparare paradossi.

Due anni fa fu chiesto ad alcuni amici e a me di allestire una mostra sul signor Chesterton. Fu chiaro a tutti che, senz’altro, il titolo della mostra doveva essere un paradosso. E trascorremmo un buon quarto d’ora, attorno a un tavolo, a sparare paradossi più o meno probabili. Il più clamoroso di tutti fu proclamato – come una vera e propria illuminazione – da Ubaldo Casotto, che se ne uscì dicendo: «L’uomo è vivo perché muore!».

Convenimmo poi sul fatto che non era molto invitante intitolare così una mostra … avrebbe quantomeno suscitato una processione di gesti scaramantici da parte dei visitatori. La mostra alla fine s’intitolò «Il cielo in una stanza», paradosso visivamente eccellente e anche luminoso. Resta il fatto che quell’intuizione di Ubaldo era geniale, per quanto a prima vista lugubre.

La vita umana è per definizione un arco di tempo limitato. La vita è un segmento, non una linea retta infinita. La vita va da A a B: la prima esperienza di vita è la nascita, l’ultima esperienza della vita è la morte. In altre parole, la prima esperienza della vita è il suo inizio, l’ultima esperienza della vita è la sua fine. Per questo la morte non è un’obiezione della vitalità umana, ma una sua caratteristica. E, in effetti e paradossalmente, solo ciò che è vivo può morire. L’uomo è vivo perché muore, appunto. Cimitero-monumentale-di-Staglieno-23-500x375

A conferma di ciò, ricordo una bellissima conferenza di Davide Rondoni, in cui lui ci ha ricordato l’antitesi tra Eros e Thanatos nell’antica Grecia: le forze che i Greci ponevano in contrapposizione nel mondo erano Amore e Morte. Non Vita e Morte, ma Amore e Morte. Perché? Perché l’opposto della Morte non è la Vita ma l’Amore?

Ecco, Rondoni l’ha spiegato così: la morte fa parte della vita, ne è l’ultimo tassello e dunque non è il suo opposto. Ma cosa è davvero opposto alla morte? Qualcosa che riesce a vincere la limitatezza della vita, qualcosa che vince la caducità del nostro essere. Ecco cosa è Amore: è la forza grazie a cui noi generiamo qualcosa che lascia frutto oltre la nostra morte. Pensiamo ai figli, che si generano per un atto d’amore e – in linea di massima – ci sopravvivono, cioè restano oltre la nostra morte. Ma è vero di qualsiasi atto d’amore: qualunque cosa generata dall’impulso affettivo dell’amore dà un frutto che si propaga oltre la caducità della nostra esperienza terrena. E questo frutto esiste anche solo per l’intuizione dell’uomo che «amando» proietta il suo agire oltre il limite personale della propria vita.

Mi perdo dietro queste chiacchiere nel giorno della Festività dei Defunti, per condividere un’impressione che da tempo mi lascia perplessa. La mia vita è radicata nell’esperienza cristiana e ho notato, soprattutto nel contesto della cristianità, che si ricorre sempre meno all’espressione: “Il signor Tal dei Tali è morto”. Ricevo messaggi in cui si annuncia la perdita di un proprio caro con frasi tipo: “è salito a cielo” oppure “è tornato dal Padre”. Sia ben inteso, io capisco e condivido il senso di queste frasi: il cristiano crede nella vita eterna e dunque non vive la morte come un’esperienza di fine. Però credo di non sbagliarmi se dico che queste espressioni tendono a voler schivare la ruvida asciuttezza di dire “è morto”.

staglieno-32Eppure, il cristiano più di qualunque altro sa che la durezza della morte è stata patita perfino da Gesù. Sa che la Resurrezione non è arrivata istantaneamente, ma c’è stato un «buio» tangibile di due giorni. Il limite della mortalità è stato vissuto nella sua concretezza anche dal Dio fatto Uomo. Perché, allora, dovremmo schivare noi il pensiero di ciò? Perché dovremmo escluderci l’esperienza ruvida di dire di un nostro caro che è «morto»? Nella sua misteriosa incomprensibilità, la morte è parte di noi … e non solo come mero passaggio veloce verso l’eternità, ma proprio come esperienza di limite inaggirabile con cui ciascuno di noi saluterà la sua dimensione corporale.

Ciascuno di noi si congederà dalla vita nel modo migliore, cioè nell’umiltà. Forse anche nell’umiliazione. Tutte le nostre capacità e velleità e volontà si affievoliranno fino a sparire nella polvere. E questo toccare corporalmente il limite estremo di noi sarà la premessa della vita eterna. E per quanto possa suonare assurdo, tutto ciò è consolante … perché nessuno scappa da ciò. Un uomo può aver schivato per la vita intera il grumo di ciò che lo rende davvero umano, può essersi costruito meravigliosi e onnipotenti castelli per aria. Ma poi, anche per lui arriva il momento supremo in cui farà i conti con la sua creaturalità, cioè con la sua mortalità.

Dico che è consolante perché così me l’ha fatto intuire quel genio di Chesterton. 

Ho sempre considerato la festa dei Defunti come una festa del ricordo, un momento in cui ricordare i cari che ci hanno lasciato. Da quest’anno la considero anche una festa vera e propria per me, per lodare il disegno buono che c’è dietro la fragilità e la finitezza umana.

La scorsa estate ho tradotto la raccolta Il poeta e i pazzi, trovando in essa un racconto davvero illuminante. Il protagonista è il poeta Gabriel Gale che dedica la sua vita a guarire i pazzi, seguendo strategie non esattamente mediche. In una certa occasione s’imbatte in un megalomane, convinto di riuscire a controllare ogni cosa, convinto di essere padrone di tutto ciò che lo circonda. La terapia di Gale consiste nel tentare di uccidere il megalomane inchiodandolo a un albero con un forcone piantato attorno al suo collo. Il rimedio funziona, il pazzo guarisce e gli è grato, ma agli occhi della gente normale Gale risulta un folle assassino. Ecco, allora la sua spiegazione … e dunque, l’intuizione geniale di Chesterton (il testo intero uscirà a gennaio, questa è un’anticipazione):

«Ci sono passato anch’io, a dire il vero sono andato vicino a quasi tutte le forme di folli idiozie infernali che esistono. Ecco la mia unica utilità in questo mondo: sono stato ogni sorta di idiota possibile. Ma credetemi, il peggiore e più miserevole tra tutti gli stupidi è quello che crede di aver creato le cose e di essere capace di contenerle. L’uomo è una creatura; tutta la sua felicità consiste nell’essere una creatura o, come ci viene comandato dalla Voce dell’Altissimo, di diventare bambino. Tutta la sua gioia sta nel ricevere un dono o un regalo. E il bambino dimostra una coscienza profondissima, perché apprezza i regali proprio perché sono una sorpresa. Ma la sorpresa implica che una cosa giunga a te dall’esterno, e la gratitudine la si rivolge a qualcuno che è altro da te. È qualcosa di concreto che arriva per posta o entra dalla finestra o che trovi appeso al muro. Questi limiti tratteggiano le linee dell’orizzonte del piacere umano.

A me capitò anche di sognare che l’intera creazione fosse un mio sogno: ho immaginato di regalare a me stesso le stelle, di offrire a me stesso il sole e la luna. Sono andato indietro fino a prima del principio di ogni cosa, pensando che senza di me nulla di ciò che esiste poteva esistere. Chiunque abbia voluto mettersi al centro di questa specie di universo sa che è un inferno. Ed esiste una cura sola.

Oh, so benissimo quante frottole o false consolazioni sono state scritte per giustificare l’origine del male e sul perché esiste la sofferenza nel mondo. Dio ci guardi dal finire noi stessi nella gabbia di queste scimmie moraliste e chiacchierone! Ma al di là di ciò, la verità resta vera: resta oggettivamente e sperimentalmente vera. Non c’è altra cura per guarire dall’incubo dell’onnipotenza se non il dolore: perché questo è qualcosa che l’uomo sa che non tollererebbe se fosse davvero lui a controllare tutto. C’era un uomo che si credeva seduto nel trono del cielo e vedeva gli angeli servirlo sotto forma di nubi colorate, di fulmini e del balletto delle stagioni. Era al di sopra di tutto e la sua testa conteneva il cielo intero. E, Dio perdoni la mia bestemmia, io l’ho crocifisso a un albero».

Avete presente le magliette che ogni tanto si vedono in giro con la scritta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati»? Ecco, il punto è esattamente questo. Ognuno di noi sa che inferno sia – come dice Chesterton – vivere volendo avere le cose sotto controllo, come fossimo padroni della nostra realtà. Sono i momenti peggiori della vita quando uno impone il proprio impero sul mondo. Sia perché non riesce a essere padrone delle cose, sia perché è logorante e sempre insoddisfacente.

La più grande gloria dell’uomo è il suo essere creatura, ribadisce Chesterton. La nostra limitatezza umana, anche la nostra mortalità, è la sana piccolezza del bambino che sa di essere insufficiente a se stesso e aspetta il cibo e i vestiti dai propri genitori. Non è infelice il bambino, anzi è predisposto a guardare ciò che gli arriva come una sorpresa. Sa affidarsi e nell’affidarsi c’è tutta la sua pienezza serena.

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

E, dunque, concludo tornando alla bambina con cui ho cominciato. Per andare in Paradiso bisogna innanzitutto morire. Anche durante la vita. Morire, soffrire e patire sono la prova estrema che dichiara che non siamo padroni del mondo. C’è qualcosa che proprio non riesci a mettere sotto il tuo controllo. Dunque, forse, c’è Qualcuno di più grande a cui spetta questo compito gigantesco. Capisco che questo possa infastidire i pensieri di qualcuno, ma a ben vedere è la premessa del Paradiso. Constatare e abbracciare la propria limitatezza è la premessa per guardare fuori da sé, oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. E solo così un uomo può godere di tutto nella vita, nel poco e nel tanto: sapendo che oltre la porta di casa sua lo attende qualcosa, qualcosa che lui neanche lontanamente può aspettarsi.

viaggio nel tempo A/R (…forse aveva ragione Benjamin Button)

In tanti hanno sognato di poter viaggiare nel tempo, a me è capitato davvero. Ora ve lo racconto.

Si è trattato di un semplice viaggio da Bologna a Milano e forse, se non fossi stata molto agitata, non mi sarei accorta di nulla. Avrei ignorato di essere salita sulla macchina del tempo. Invece, quando sono molto agitata, faccio un esercizio per tranquillizzarmi: mi costringo a non pensare e, per riuscirci, mi costringo a guardare quello che ho attorno, descrivendolo coscientemente nella mia testa. Ecco, questo giochetto mi ha fatto fare il mio viaggio nel tempo.

Lo scorso 4 giugno è stato uno di quei giorni in cui ero molto agitata, a causa di un importante impegno di lavoro che mi attendeva a Milano. Qualcosa di più importante, però, mi è passato letteralmente sotto gli occhi.

C’era una volta …

112039436_2d5d0ef1d9_zParto da casa di buon mattino e comincio il mio esercizio per non essere preda dell’ansia. Sono in auto e la prima cosa da guardare in cui mi imbatto è un anziano che attraversa la strada, ad un incrocio a cui mi fermo perché c’è il semaforo rosso. Il signore in questione è claudicante e ci mette un’infinità di tempo e fatica per attraversare la carreggiata, pare una diabolica corsa contro il tempo: lui osserva la luce del semaforo temendo di non riuscire ad essere dall’altra parte quando scatterà il verde per noi automobilisti. Sono circa le 9 di mattina, ma è già caldo; si prospetta una giornata terribilmente afosa. Sotto il pieno sole l’anziano procede ad attraversare la strada, un piede è ok e fa un passo normale, l’altro è una zavorra e lo rallenta incredibilmente. Ha uno sguardo severo, quasi burbero, e sta con la schiena dritta, nulla tradisce la sua fatica se non gli occhi stretti con cui fissa il semaforo. Di fronte a lui ci siamo noi, piloti fermi ma col piede scalpitante sul gas. Ecco, riesce a fare l’ultimo passo ed è sul marciapiede; dignitoso e composto, l’anziano si ferma giunto al traguardo e, solo allora, scatta il verde per noi. Perfetto.

Stazione di Bologna centrale. Il mio Frecciarossa Bologna-Milano è in ritardo di mezz’ora per un guasto sulla linea all’altezza di Firenze. Il mio autocontrollo vacilla, comincio a pensare di non arrivare in tempo per il mio impegno. Poi il treno arriva e tutto procede bene, perché il ritardo resta in effetti di soli 30 minuti; ma quel piccolo imprevisto sulla tabella di marcia è bastato a scombussolarmi e sento l’ansia salire di nuovo. Riprendo il mio esercizio e mi guardo attorno. C’è una giovane ragazza nella fila dietro di me, la vedo riflessa nella porta a vetro che ho di fronte; posso quindi guardarla senza essere vista. Avrà circa 18 anni e porta il velo, che avvolgendola fa risaltare meglio l’aspetto del suo volto. È bella, ha i colori scuri e marcati del Medioriente: grandi occhi, sopracciglia folte, labbra carnose dal profilo perfetto.

Estrae dalla borsa un astuccio superfornito di trucchi e comincia a sistemarsi con una cura diligentissima. Depone lo specchio sul tavolino e passa ad estrarre il fondotinta, ne ha uno in polvere (il top quando c’è caldo e si suda); poi è il momento degli ombretti e del eyeliner, si disegna il contorno occhi in modo molto marcato, che intensifica il nero delle sue pupille. Infine, il rossetto: lo stende e se lo sistema, poi resta a fissarsi allo specchio come un detective in cerca di impronte dIMG_20150605_095734igitali. Quando è sicura che tutta la sua opera sia perfetta, depone l’astuccio nella borsa. Nel frattempo, io ho pensato molte cose: ad esempio, che debba incontrare il fidanzato a Milano e si sia preparata per essere bellissima quando lui la vedrà; o anche che si sia truccata in treno perché i suoi genitori non le avrebbero consentito di essere così vistosa. A tutte queste mie ipotesi, risponde il suo gesto successivo. Estrae dalla borsa un Iphone rosa e si prepara … per un selfie. Scatta varie foto, con diverse angolature; sorride. Tutto qua.

Arrivo a Milano e fa caldissimo. Mi chiedo come si possa essere presentabili quando è estate, e i vestiti si appiccicano al corpo e si gronda di sudore. Spero che il fondotinta in polvere faccia il suo dovere. Maledico – solo per un attimo – i capelli lunghi. Raggiungere la metro è come una maratona dentro un forno a 200°. L’ansia mi attanaglia di nuovo, penso che sono stanchissima e prostrata ancor prima di cominciare. Ipotizzo che tutto andrà male, perché non ho ripassato i punti del discorso che devo fare. Non ho tempo per pranzare, per colpa del ritardo del treno. Per fortuna quando salgo sulla metro c’è l’aria condizionata. E tutto torna a posto.

IMG_20150605_095808Insieme a me sale anche una mamma cinese con un passeggino. È bravissima a gestirlo senza sbattere contro gli altri e senza che il bambino a bordo senta degli scossoni. Penso a me, e alla mia incapacità cronica nella faccende pratiche. Per fortuna vivo in una cittadina piccola, senza metropolitana, e coi passeggini mi sono dovuta destreggiare solo nei saliscendi dei marciapiedi. Ma ecco, dunque, di fronte a me questa mamma con il suo bimbo: reclina indietro il passeggino, si vede che il fanciullo è stanco. Anche lui ha patito l’afa come noi e ha i capelli sulla fronte tutti bagnati. La mamma gli strofina un orecchio, e lui istantaneamente si addormenta. Cina o Italia non fa differenza in questi casi, anche mio figlio minore s’addormenta così. Tutto il mondo è paese. Ma qualche fermata dopo il sonno del piccolo si fa più agitato e allora la mamma tira fuori il biberon del latte; lui si mette a ciucciarlo da addormentato e tutto ritorna placido. Un sonno perfetto e totale, in mezzo alla gente che chiacchiera, mentre la vettura traballando procede. Magnifico.

Arrivo a Lotto, scendo e mi avvio al lavoro.

Lo ammetto, neanche a me questo sembra – a prima vista – un viaggio nel tempo; né me ne sono accorta mentre lo vivevo. Un viaggio nel tempo dovrebbe essere stile Ritorno al futuro, con uno scienziato pazzo ed effetti speciali. Invece no. Il mio viaggio è stato diverso. Ci ho ripensato la sera, al ritorno, quando la stanchezza e la rilassatezza post-stress non mi concedevano pensieri complessi. Solo durante il viaggio di ritorno, ho unito i tasselli del disegno di cui ero stata spettatrice. Ho ripensato alla mia giornata, ed ecco di cosa mi sono accorta.

Ero partita e avevo incontrato un vecchio; avevo proseguito incontrando una ragazza; quasi all’arrivo mi ero imbattuta in un bambino. Il tempo della mia giornata era andato in avanti, facendomi però incontrare il tempo della vita a rovescio, dalla vecchiaia all’infanzia.

E ho pensato al film Il curioso caso di Beniamin Button in cui il protagonista nasce vecchio, cresce ringiovanendo e infine muore neonato. Il racconto di Scott Fitzgerald, da cui il film è tratto, è molto diverso e più sintetico dei contenuti che vengono sviluppati nella versione cinematografica, per questo faccio riferimento al film. Mi ha sempre colpito questa storia, non solo perché è strana, ma proprio perché è paradossale. Il libro che io stessa ho scritto è impostato sull’idea di una giornata storta, cioè di un giorno che comincia con la sera, prosegue col pomeriggio e finisce col mattino. L’ho fatto per rovesciare la prospettiva sulle cose, come m’insegna il mio maestro Chesterton; l’ho fatto, quindi, per osservare la vita in modo rovesciato e stupirmene una volta di più. L’ho fatto, infine, con la vaga idea che la fine della nostra vita dovrebbe essere un mattino, cioè un nuovo inizio.

Ma solo vivendo una vera giornata storta, in cui ho incontrato a rovescio le tappe della vita, mi sono resa conto di una formidabile ipotesi. Ed è forse pure il senso del curioso caso di Benjamin Button. E se il senso della vita fosse quello di tornare bambini, di arrivare a essere come neonati quando moriremo (pronti – quindi – per il vero inizio dell’eternità)? Qualcuno lo disse già, lo so (“Se non ritornerete come bambini, non entrerete mai”), ma non avevo mai pensato che potesse essere applicato in senso letterale.

Noi interpretiamo la vita come avanzamento e crescita, perché il tempo procede in avanti facendo crescere il nostro corpo e il bagaglio delle nostre esperienze. Ma se, contemporaneamente e rispetto a un altro punto di riferimento, il tempo della nostra vita fosse un allontanamento e una decrescita? Se il massimo possibile del compimento fosse la nostra origine? Esiste qualcosa di più compiuto di un feto dentro il grembo materno? Noi non ne abbiamo memoria, ma credo che in quei nove mesi nella pancia della mamma s’imprima in noi la cosa più simile e vicina possibile al Paradiso. E da quando nasciamo in poi, ci allontaniamo da quella condizione e ci aspetta una grande prova, quella di vivere nell’imperfezione.

Il massimo dell’umanità fu la sua origine nel Giardino dell’Eden, e da allora in poi tutto fu un allontanamento da quella perfezione. In realtà, tutto -dopo l’Eden- fu un viaggio per ritornare all’Eden. E forse anche la nostra vita ripercorre questa direzione di marcia, nascendo e crescendo via via ci allontaniamo dalla nostra origine; ci distraiamo incontrando via via per strada altre cose. Abbiamo ancora dentro il desiderio di un bene grande (è come un’eco che pulsa nel nostro cuore), ma non sempre lo mettiamo a fuoco. A volte confondiamo il traguardo, e ci soffermiamo in punti d’arrivo molto meno ambiziosi e soddisfacenti. In gioventù abbiamo uno slancio grandissimo, eppure talvolta lo riversiamo in una vanità confusa. C’innamoriamo del nostro volto, come la ragazza sul treno. E non è sbagliato, perché è il nostro vero volto quello che cerchiamo lungo l’intero viaggio del vivere … tuttavia, non è uno specchio che ci darà le risposte. Tante volte finiamo per accontentarci di cose concrete, che poi passano.

Poi passa anche il nostro vigore fisico e la forza giovanile cede alla lentezza e insufficienza della vecchiaia. Con due miseri e stanchi piedi ci troviamo a penare per attraversare una strada. Ma se questo è il percorso inevitabile e scritto nel nostro corpo, è lecito alla nostra anima fare a rovescio il percorso? Può l’anima coraggiosamente opporsi a questo allontanamento dall’origine e nuotare controcorrente? Può, mentre il corpo invecchia, cercare di tornare bambina?benbuttonbabyposter

Quel bambino addormentato nel passeggino forse non era un essere umano incompiuto e piccolo, forse l’ho visto per ultimo nel percorso del mio viaggio perché essere come lui è un traguardo: quieti e abbandonati nell’abbraccio di una madre, lieti di una carezza, soddisfatti di un sorso di latte. Ecco, dunque, cosa è capitato a Benjamin Button: nel suo corpo si riflette ciò che dovrebbe accadere  all’anima; col passare del tempo essa deve ringiovanire e non invecchiare, essa deve fare di tutto per non perdersi lontano e alla deriva … deve ritrovare la strada per tornare all’origine, al punto di partenza, a quel tempo della vita in cui siamo stati il più vicino possibile a ciò che è innocente. Essere una creatura innocente è il nostro traguardo, ed è la cosa più impegnativa e ardita possibile. Perché lungo la strada altre ipotesi fanno capolino: avere successo, diventare qualcuno, soddisfare i desideri più strani, ecc.

Altri traguardi luccicanti, ma non soddisfacenti, si sostituiscono al traguardo dell’innocenza … e tendenzialmente le nostre ambizioni ci portano sempre nella direzione di sentirci un po’ più “padroni delle cose”. Ma è un allontanamento, non una crescita. L’innocenza del bambino è qualcosa di compiuto proprio perché il suo affidarsi completo ai genitori è tutt’uno con la sua gioia, il suo essere creatura umile (cioè, il suo fidarsi dell’abbraccio di qualcun altro) coincide con la sua piena felicità e anche con una certa dose di spavalda esuberanza.

Il mio viaggio nel tempo si ferma qui, all’ipotesi che per un attimo è balenata nella mia testa e cioè che tutta la vita non sia nient’altro che una prova, in cui dobbiamo nuotare controcorrente. Più il tempo ci allontana dall’origine, più noi dobbiamo usare il tempo per recuperare l’anima del bambino, perché in lui l’eco del nostro destino buono si ode ancora forte e chiaro, mentre – col passare degli anni – quella voce tende a essere sempre più fioca. E il fatto che la vecchiaia comporti un sacco di inconvenienti simili a quelli che toccano al neonato – senza denti, incontinente, poco controllato – forse è l’estrema risorsa per ricordarci la strada giusta per entrare in Cielo.

“Ti amo e stanotte ho perso un dente” (rassegna stampa dei non rassegnati)

Carissimi lettori,

buon giorno. Perché è un buongiorno quando, spulciando tra i giornali, si trovano notizie così. Magari i serissimi telegiornali la snobberanno … ma i lettori cosmici no.

Un bimbo di cinque anni, malato di tumore, ha scritto una lettera d’amore alla sua giovane principessa, usando per lei parole degne di un vero poeta (che non è quello che usa astrusi giri di parole, ma quello che fa splendere la semplicità):

«Sei bella come una coccinella. Ti amo e stanotte ho perso un dente».

Da leggere tutta, qui:

http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/lettera_amore_bimbo_cancro_foto/notizie/1033005.shtml

http://www.flickr.com/people/betovilaboim/

Photo by Beto Vilaboim

Edilizia domestica 2.0: le finestre.

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Ogni volta che vado all’Ikea, o simili, casco nel tranello. Questi luoghi sono davvero fatti a regola d’arte per accoglierti nel sogno della casa perfetta. Ed è un’accoppiata micidiale, quella tra la «casa» e il «perfetto». Perché tocca due corde profondamente sensibili in noi, l’attesa di un luogo felice, libero da ogni meschina imperfezione, e il desiderio che questo luogo non sia asettico o neutro, bensì domestico. A nessuno basta un generico paradiso, abbiamo voglia di trovarci a casa in paradiso.

I maghi del marketing conoscono bene queste corde, e sono capaci di suonarle benissimo. Si gira tra corridoi con dolce sottofondo musicale e intanto si guardano cucine, stanze da letto, bagni dove tutto parla di serenità, bellezza e accoglienza. È una cosa seria. Tanto che io periodicamente finisco rileggermi un passo bellissimo di City di Alessandro Baricco in cui ritrovo fedelmente qualcosa che mi riguarda nel profondo:

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Foto di Kate Ware

«Quando ero piccola la cosa più bella era andare a vedere il salone della Casa Ideale. Era all’Olympia Hall, un posto enorme, sembrava una stazione, con il tetto fatto a cupola, enorme. Invece dei binari e dei treni c’era il Salone della Casa Ideale. Lo facevano tutti gli anni. La cosa incredibile è che costruivano delle vere e proprie case, e tu giravi, come in un paese assurdo , con le stradine e i lampioni agli angoli, e le case erano tutte diverse, e molto pulite, nuove. Era tutto molto a posto, le tendine, il vialetto, c’erano anche i giardini, era un mondo da sogno. Potevi pensare che era tutto di cartone e invece lo facevano con mattoni veri, anche i fiori erano veri, tutto era vero, ci avresti potuto abitare, potevi salire le scale, aprire le porte, erano case vere. È difficile da spiegare ma tu camminavi lì in mezzo e sentivi una cosa molto strana nella testa, come una sorta di meraviglia dolorosa.  … Erano vere, ma non erano vere: era questo che ti fregava. A ripensarci adesso, c’era già tutto nel titolo, Salone della Casa Ideale, ma tu che ne sapevi, allora, di cosa era ideale e cosa no. Non ce l’avevi il concetto di ideale. E così ti prendeva di sorpresa, alle spalle, per così dire. … Era una specie di lancinante, dolorosa meraviglia. È un po’ come quando si guardano i trenini elettrici, soprattutto se c’è il plastico, con la stazione e le gallerie, le mucche nei prati e i lampioncini accesi di fianco ai passaggi a livello. Succede anche lì. Oppure quando si vede nei cartoni animati la casa dei topolini, con le scatole di fiammiferi al posto dei letti, e il quadro del nonno topo alla parete, la libreria, e un cucchiaio che fa da sedia a dondolo. Ti senti una specie di consolazione, dentro, quasi una rivelazione, che ti spalanca l’anima, per così dire, ma contemporaneamente senti una specie di fitta, come la sensazione di una perdita irrimediabile, e definitiva. Una dolce catastrofe. Credo che c’entri il fatto di essere sempre fuori, in quei momenti lì, sei sempre lì che guardi da fuori. … È una cosa strana. Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da fuori. Non ci sei mai dentro. È il tuo posto, ma tu non ci sei mai. … continuavo ad avere appiccicata addosso quella lancinante meraviglia dolorosa, e di fatto non me ne sarei liberata mai più, perché quando un bambino scopre che c’è un posto che è il suo posto, quando gli fai balenare per un attimo la sua Casa, e il senso di una Casa, e soprattutto l’idea che ci sia, una Casa, poi  è fatta per sempre».

Tutto verissimo, almeno per me. Eppure non riesco a rassegnarmi all’idea di questa impotente mancanza di una casa ideale. Secondo me anche le nostre disordinatissime, scolorite, rumorose dimore sono già l’ideale, perché noi che ci abitiamo le abbiamo riempite di noi, abbiamo scelto – magari rinunciando al lusso bellissimo – oggetti piacevoli, per il nostro gusto. E poi5709057915_46323fcc45_b sono abitate. Mi guardo attorno e vedo il divano un po’ liso, su cui però ho guardato il responso del test e ho scoperto di essere incinta; vedo una sedia di plastica, da cui  un certo giorno mio figlio ha mollato la presa per azzardarsi a camminare. Insomma, ci sono cose logore, non tutto è a posto, il parquet è rigato. Eppure questa è la mia casa ideale, perché è qui – in questo posto particolare, tra queste quattro mura – che la mia famiglia si adopera per mettere in pratica il desiderio di una dimora di bene. Non sempre ci riusciamo.

Per questo, voglio fare una cosa da matti. Ovvero: progettare una casa ideale, per ravvivare le nostre case reali. Questa casa ideale ha già un indirizzo: via dei matti n° 0. Endrigo rules.

   In pratica, mi impegno a raccogliere in giro, ovunque (cinema, libri, canzoni, cronaca), spunti e suggerimenti per costruire l’ipotesi  fantastica di una casa in cui ogni stanza, elemento d’arredo, oggetto ecc contenga un elemento ideale, che poi mi aiuti a guardare ciò che voglio custodire e costruire nella mia casa reale. …Farlo assieme sarebbe bellissimo, mi aiutate? Io oggi comincio dalle finestre, se qualcuno ha voglia di contribuire, ne sarei lieta. Un grande edificio ha bisogno di molte mani. Commentate o scrivetemi.

LA FINESTRA DI MIO FIGLIO

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foto di Eifion

Aiutando mio figlio nei compiti, un giorno ci siamo imbattuti in un bel racconto. Parlava di un bimbo che si metteva a guardare la pioggia fuori dalla finestra; ma il vetro si appannava. Tentando di disappannarlo, il bimbo si accorgeva di una cosa meravigliosa: passando le sue mani sul vetro aveva il potere di far scomparire o apparire le cose che c’erano al di là della finestra. Se cancellava con la mano, le case e i giardini sparivano; se disegnava un albero o un fiore con le mani sul vetro appannato quegli oggetti apparivano nella realtà. A quel punto un pensiero repentino mi ha attraversato il cervello: “Uhm … potrei far sparire con un colpo di mano tutti miei vicini rompiscatole”. Per fortuna l’ho solo pensato, perché di lì a poco mio figlio mi avrebbe fatto vergognare. Lui, infatti, si è fermato di botto nella lettura e mi ha detto con voce entusiasta: “Pensa un po’, mamma, se avessimo questa finestra io potrei disegnare per babbo una strada più corta per arrivare al lavoro”. Mio marito fa quotidianamente 80 km all’andata, e altrettanti al ritorno, per arrivare in ufficio. Eccola qua, la finestra dei desideri … che è anche un po’ lo specchio della verità. Io meschina, mio figlio premuroso. Vorrei tanto avere nella mia casa ideale questa finestra, perché la nostra fantasia talvolta è in grado di svelare più verità di quanto lo facciano i nostri discorsi seri e ragionati. Ogni tanto, a fine giornata, mi farebbe bene un bell’esame di coscienza, tipo: oggi cosa ci faresti con quella finestra? Cancelleresti, disegneresti? Cosa, chi? Perché? E in base alla risposta, credo che ne dedurrei il lavoro concreto da fare a casa mia.

Muro contro Musa

2a5ef5c21dd8f2e227c026e4191f6042_970x Lo so, finisco per essere monotona. E torno a parlare di quella famosa faccenda riguardo all’idea che dietro ogni nemico possiamo incontrare/intravedere un amico. È famosa nel senso che ci ho speso parole in quel luuuungo saggio su L’uomo che fu Giovedì. E non ho potuto fare a meno di ritrovare il senso di quella riflessione, di Chesterton!, in questa foto incrociata sul sito Distractify. La didascalia recitava: «Markiyan Matsekh suona il piano per la polizia durante la rivoluzione ucraina, 2014».

Qualcuno dirà: «Fantastico! È una nuova versione, aggiornata, del ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’». Probabilmente è così, visto che il cannone schiaccia e il fiore invece sboccia. Così come da quel pianoforte sboccia qualcosa, mentre lo scudo schiaccia. Ma la didascalia è chiara: Markiyan suona per la polizia. Cioè: non è pura e semplice presenza pacifista, nel senso inerte del termine. È invece un’incursione, pacifica, in nome di un’unità.

Da questo punto in poi, la mia fantasia ha cominciato a prendere la tangente, cioè a esulare dal contesto della guerra ucraina e a pensare a quelle scaramucce spicciole e fastidiose che ci riguardano tutti i santi giorni. Pensa un po’ – mi sono detta – se qualche volta ci venisse la sana mattata di interrompere una litigata, che sta degenerando nelle bassezze più schifose (perché finisce sempre così quando uno non ha più argomenti, ma deve ancora sfogare il suo fiele nervoso), intonando una canzoncina. La chiamerei la tecnica del ‘abbatti il muro contro muro invocando la Musa’. Ho banalizzato la cosa, che però non è una presa in giro.

Per spiegarmi un po’ meglio, mi rifaccio a quel poeta che cito così spesso perché adoro la sua raccolta Chiarimenti, verso per verso … sillaba per sillaba … . Ecco cosa scrive Umberto Fiori:

Parlare con la gente è fatica: sempre spiegarsi, ripetere, mettersi nei suoi panni. E comunque alla fine cosa si ottiene? È dura la gente. Tocca sempre ripetere da capo, chiarire, chiedere, rispondere, senza mai essere sicuri se quello che si vuol dire è veramente arrivato. Arrivato poi – dove? Dentro le teste è buio, non lo sappiamo. Uno di fronte all’altro siamo affacciati a un pozzo senza fondo. Ogni volta ci chiama, tutto quel vuoto, ci vuole. E noi giù frasi. Dirsi quelle due cose, con le persone, più ci si tiene  più sembra impossibile. A volte si sta lì davanti a loro come i parenti al cimitero coi fiori in mano davanti ai marmi, alle foto.

Mamma mia, quanto c’azzecca!  Ci sbattiamo le cose in faccia, fraintendiamo, infine rimaniamo bloccati sulle nostre posizioni. Rigor mortis. Encefalogramma piatto. Linea dritta. Eh, già … proprio come le cinque linee dritte del pentagramma. Che se ne stanno lì dritte e parallele, senza punti d’incontro. Esattamente come siamo noi quando discutiamo muro contro muro, ognuno sul suo binario … e guai a cedere.

Ecco dunque la musica. Una variabile impazzita che scardina la cortina di ferro. Già solo guardando uno spartito la cosa salta agl’occhi: le saltellanti note sul pentagramma rendono curvo ciò che è dritto. Rendono malleabile ciò che è rigido. Frantumano la geometria dello sfogo a senso unico e creano la sinuosa armonia dell’incontro. L’immobilità della riga dritta Accompaniment_Bach_ostinatopassa in secondo piano, mentre al centro della scena una fluida varietà genera melodia. Senza note il pentagramma è silenzio cocciuto, come uno scudo. Con le note diventa vivace armonia.

Mi è un po’ più chiaro, allora, perché Dante riempie il Paradiso di cori e di metafore sull’armonia. Certo, in Paradiso canteremo perché saremo felici. Ma anche perché lì … e solo lì … ci sarà la vera compagnia tra uomini, quella di una danza. Scopriremo che l’incontro non è solo conoscenza e scoperta dell’altro, ma canto armonico con noi. Io e te insieme saremo una melodia, e chiunque si aggiungerà amplierà l’armonia. Niente stonature, niente canti solisti.

Però, ero partita dalla famosa faccenda amico/nemico. Cioè dall’ipotesi che anche quando ci si scontra – onestamente – con un nemico, sia impossibile non intravedere l’ombra di un amico dietro di lui, l’ombra di un uomo che come me (per quanto su strade diverse, con modi e credo diversi) sia su questa terra in cerca di senso, compiutezza e felicità.

Ebbene, mi pare che sia bellissima la scena del film Alamo in cui Davy Crockett dimostra quest’ipotesi con un violino. Sotto assedio, i soldati e i civili che sono dentro il forte di Alamo si preparano alla battaglia finale, verisimilmente una sconfitta; il nemico assediante fa terrorismo psicologico rullando tamburi e suonando marcette. E Davy sale col suo violino su una torretta e …

… riesce a mostrare un anticipo di Paradiso in mezzo alla guerra. Per qualche istante di qua e di là dalla barricata ci sono uomini che si capiscono perfettamente; non vanno all’unisono, di più. Si completano. Creano un’unità di bellezza data dalla varietà armonica.

Buono a sapersi, prima che la tempesta, i fulmini e le discordie si rimettano a coprirci di nubi nere.