Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei. 

Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

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Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

SIAMO TUTTI FUORI – Il mio nuovo libro

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Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. C’era nebbia in autostrada, all’altezza di Fiorenzuola D’Arda; Davide guidava tranquillo, Michele s’era già addormentato e io ricevetti quella benedetta telefonata.

Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton.

Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante.

Poi ho capito che il calcio nel sedere era destinato a me. Poi, nel tempo, di calci nel sedere me ne ha dati tanti. Quel nebbioso pomeriggio del 2008 è stato il giorno in cui la nebbia della mia vita ha cominciato a disperdersi, grazie al vento impetuoso delle parole del signor GKC. Accettai – non di buon grado – l’idea di Walter Raffaelli, lo ringrazio tuttora della sua intuizione benedetta.

Dal 2008 ho svolto il mestiere di traduttrice e ho tradotto 11 libri del signor Chesterton.

Un altro provetto avventuriero dell’editoria, Giuseppe Signorin, mi ha chiesto di raccontare questi anni di vita a tu per tu con GKC e ne è uscito il libro che ora è disponibile: SIAMO TUTTI FUORI. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton

Eccone alcuni passaggi accompagnati dalle foto di ciò che mi è accaduto in questi otto anni, così potete capire che si tratta di un gesto di gratitudine e non di saccenza 🙂

 

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Noi ci presentiamo così ai matrimoni, come l’Uomovivo Innocent Smith. Con la pistola che semina gioia.

“Più cercavo di fare bene il mio mestiere di traduttrice, più ne ricavavo un feedback luminoso: la felicità non è immaginare un ipotetico paese delle meraviglie, è ritrovare gli occhi giusti per scoprire che il paese delle meraviglie è il qui e ora della nostra vita. Sulla porta di casa voglio mettere un cartello con un disegno e la scritta Mirabilandia. Ci sto lavorando, insieme ai miei figli. Il metodo della meraviglia prevede un esercizio che è particolarmente affine alla mia natura: il disordine”.

 

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Abbiamo imparato a fare grandi castelli di sabbia proprio in riva al mare. Ce lo ha insegnato Alfred del Cavallo Bianco, non bisogna temere di mettere in piedi grandi progetti e aver sempre voglia di ricostruirli se qualcosa li distrugge

“Chesterton mi ha educato al sistematico ribaltamento e scombussolamento dello status quo del pensiero e dell’esperienza. Proprio perché il vero tollera ogni forma di terremoto e uragano, mentre il falso cade al primo soffio di vento. Non sono mai stata una persona ordinata; tuttora mio marito mi ricorda che non posso esigere dai miei figli che la loro cameretta sia impeccabile se la mia scrivania continua a essere una riproduzione verisimile del giorno dell’apocalisse”. 

 

“In gran parte delle circostanze quotidiane il nostro puro e semplice esserci è la condizione necessaria e sufficiente per fare ciò che ci è chiesto di fare. Ci sono cose che vale la pena fare e vanno fatte anche se siamo stanchi morti o tristi. Le si fa male (cioè le si porta a termine anche se non perfettamente) e le si fa anche di brutto (cioè a testa bassa, senza rimuginare sui «se, ma, però …»). Le si fa, così come si è, e il mondo sta in piedi”.

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“Una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente”. Ho raccontato i paradossi di Chesterton al signor Enzo Iacchetti durante la mostra del Meeting 2013 e lui – ironicamente – aveva la maglietta giusta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ho girato molto scuole italiane per raccontare le opere di Chesterton, autore snobbato da tutti. Ne sono nati fantastici progetti spontanei, come questo a Padova: un gruppo di ragazzi ha ricostruito la valle del Cavallo Bianco nei corridoi del loro liceo.

 

“Il progresso ci ha regalato tanti suadenti strumenti per pianificare il vivere in modo che assomigli a una tabella di marcia prestabilita dalla nostra volontà. Sia detto per inciso, ho tremato quando la pubblicità mi ha informato che potrei avere al polso un congegno in grado di connettermi alla lavastoviglie o alla lavatrice quando sono fuori casa. Se sto facendo la fila in posta, di certo non bramo di vincere la noia impostando un ciclo di lavaggio. Durante un aperitivo parte del piacere è essere lontano da una lavastoviglie, cioè sapere che non dovrò lavare quel bicchiere e quei piattini”. 

 

 

 

“Non credo sia un caso, anzi è una benedizione provvidenziale, che uno dei rari frammenti sonori in cui ancora oggi possiamo ascoltare la viva voce di Chesterton sia questo invito:
Sono assolutamente sicuro che il nostro mondo precipiterà nella disperazione se non si riuscirà in qualche modo a rendere la mente, cioè i pensieri semplici che ci passano per la testa quotidianamente, più vivace e felice di quel che pare essere al momento attuale, a giudicare dai romanzi e dalle poesie moderni. Voi dovete essere felici in quei momenti di quiete in cui vi ricordate di essere vivi e non in quei rumorosi momenti in cui ve ne dimenticate”.

La leggenda del buttafuori gentile

Questa storia mi è giunta nel miglior modo possibile, cioè come una leggenda. In altre parole, ne ho solo sentito parlare. Non ho fonti scritte, non ho prove a conferma della storicità degli eventi, non ho nulla se non il ricordo della voce che mi ha raccontato quest’eroica vicenda. Tutto ciò mi fa sentire antica … e lieta. Molto molto molto tempo fa erano gli aedi a raccontare storie al popolo radunato attorno al fuoco e la gente ascoltava non tanto quella che oggi definiremmo «cronaca», bensì quelle leggende che sono molto più vere di un verbale, di un documentario, di una dichiarazione giurata.

Solo un madornale errore razionalistico ci fa oggigiorno pensare che la leggenda non sia altro che una favoletta, e solo un madornale eccesso di serietà ci fa pensare che la favola non sia altro che una storiella per bambini.

La leggenda e la favola presuppongono che il contenuto di verità di un messaggio sia più importante della storicità dei protagonisti della vicenda in questione. L’attuale idolatria per la cronaca sensazionalistica ci ha traviato, perché presuppone che rovistare sui dettagli privati della vita di persone in carne e ossa sia più importante che comunicare una qualsiasi verità.

Perciò mi vanto e sono lieta di aver avuto il privilegio di ascoltare una leggenda, un racconto orale il cui protagonista è ai miei occhi tanto immaginario e tanto vero quanto lo è Babbo Natale.

Durante la messa domenicale, nei giorni successivi a Natale, il prete della parrocchia in cui mi trovavo ha messo da parte le sue eventuali riflessioni personali per dedicare il tempo dell’omelia a leggere una lettera ricevuta da un suo conoscente. Il contenuto di quella lettera è la favola che ora condivido con voi, cioè è la storia vera di un uomo vero, ma di cui noi non sapremo altro che le sue parole.

top-dj-10-regole-per-non-farsi-rimbalzare2Bisogna però dare un nome al protagonista. Essendo un eroe, lo chiamerò Orlando. È un giovane adulto come tanti, che non si nota se non per la corporatura robusta. Questa caratteristica fisica gli ha fruttato un lavoro come buttafuori in un pub di Milano. È un mestiere strano, se vogliamo, perché presuppone una sorta di diffidenza riguardo alle relazioni sociali: il suo compito è quello di sistemare le cose, quando gli altri le incasinano. Devi fare del tuo meglio, quando gli altri danno il peggio di sé. Forse a qualcuno basterebbero i vantaggi di stare sempre in mezzo alla musica, ai cocktail e a ragazze strafighe, ma Orlando non è questo qualcuno. Lui avverte tutta l’amarezza di un compito in cui deve allontanare, scrutare e diffidare delle persone.

Questa percezione si acutizza quando Orlando incontra e abbraccia l’esperienza cristiana, perché il paradosso del suo mestiere diventa ancora più palese. «Come posso essere un cristiano sincero, facendo il buttafuori?» si chiede. Si può mettere in pratica quel «ama il prossimo tuo come te stesso» in mezzo a degli ubriachi che tirano cazzotti a destra e a manca?

La difficoltà aguzza l’ingegno. O meglio, da un grande dono derivano grandi responsabilità. O, meglio ancora, se hai incontrato un bene, tendenzialmente lo condividi. Orlando si rende conto che deve rivedere da capo il suo mestiere. Bisogna mettere tutto sottosopra.  Ad esempio: “buttafuori” è una parola che denota una sconfitta, perché se qualcuno viene nel tuo pub, sarebbe bello – anche solo considerando il profitto – tenercelo dentro. “Buttafuori” è una parola che inquadra solo il finale (brutto) di una storia, ma se uno guardasse quella storia dall’inizio cosa accadrebbe?

E così Orlando intuisce che il suo lavoro comincia prima, molto ma molto prima di quando si caccia in malo modo un poveretto che è fuori di sé. Tutto comincia quando ogni sconosciuto cliente entra nel pub. E non c’è cosa più evidente a tutti di quanto siano estranianti i luoghi di aggregazione: ci vai per stare in compagnia, e ignori chi hai attorno. Il primo gesto eroico di Orlando è dunque quello di salutare, a voce e con un sorriso, tutti quelli che si affacciano sulla soglia del pub.2235252-disco

All’inizio nessuno ricambia; Orlando viene ignorato o forse anche silenziosamente deriso. Ma già dopo una settimana questa buona abitudine fa breccia negli altri e Orlando constata che alcuni clienti cominciano a rispondere al saluto e al sorriso, quando entrano. «Allora funziona!» dice tra sé e sé. Eh sì, funziona ed è bello averne le prove, perché un conto è ipotizzare che l’amorevolezza e l’accoglienza siano le misure più adeguate a trattare gli uomini, un conto è constatare che è sperimentalmente e oggettivamente vero.

buttafuori1Ma non finisce qui. L’altro passo nuovo che Orlando prova è quello di prestare attenzione alle persone mentre sono nel pub: se nota qualcosa di critico, interviene subito magari avvicinandosi a un tipo che comincia a dare in escandescenza e gli parla come a un amico; parla anche a chi sta con quel tipo, ai suoi amici, e cerca di fare gruppo, in modo che si tengano d’occhio a vicenda. In altre occasioni addolcisce gli animi buttando tutto sul ridere, insomma si dà da fare affinché risse, malori e violenza siano evitati. E lo fa non mettendosi in un angolo a braccia conserte e muso duro, bensì stando con e in mezzo alla gente.

Ovviamente, questo nuovo orizzonte operativo richiede a Orlando un impegno molto più attivo e faticoso durante il suo lavoro, perché esige lo sforzo di vincere la propria istintività, esige la costante premura di guardarsi attorno e comprendere eventi e situazioni sempre nuove, esige l’adattabilità di fronte a tipi umani francamente rompiscatole. Ma qual è il guadagno?

Ecco, vorrei limitarmi a considerare il guadagno puramente materiale contenuto in questa storia. Il guadagno in termini umani, quello più importante, è fatica da descrivere a parole, perché lo si gode in pienezza solo facendone esperienza. Ciascuno di noi, quindi, si arrischi a sentirne l’inebriante brivido sulla pelle! Ma è interessante considerare, appunto, anche solo il guadagno materiale toccato con mano da Orlando, perché – alla fin fine – non è solo «materiale». Di fatto, nota il nostro eroe, da quando nel pub si respira quest’aria nuova (che Orlando ha condiviso e proposto ai colleghi) i clienti sono aumentati, e anche il fatturato. Ci si può limitare a strofinarsi le mani e a stamparsi il simbolo dei dollari sulle pupille, oppure si può allargare lo sguardo e notare che la gente non è scema: se incontra un luogo in cui vale qualcosa di più umano del rapporto domanda/offerta, tende a preferirlo ad altri contesti mondani e ultrachic, ma aridi. E questo è confortante.

Ogni leggenda che si rispetti ha una morale, come le favole. Possiede, cioè, qualcosa che può essere di utilità a tutti, in contesti diversi e vari. La morale di questa leggenda è un po’ più radicale di «fai il buono e il mondo diventerà più buono». Orlando ci racconta innanzitutto che se uno ha un’ipotesi – o un ideale – di vita vero e valido, allora questo lo rende una persona attiva, volenterosa e creativa nel quotidiano. L’uomo pigro e svogliato non è quello che ha tutto e quindi è «a posto»: l’uomo pigro è quello privo di ragioni adeguate per tuffarsi a capofitto nel casino del vivere.

Ma c’è altro. E quest’ultima nota che vorrei documentare è – di questi tempi – fondamentale. Le circostanze avverse, le sfide impossibili, le scalate ardue sono occasioni altamente favorevoli. Un buttafuori non è esattamente un modello di virtù cristiana. Ma, in fondo, perché no? Non è insensato o ridicolo un buttafuori che porge l’altra guancia, è solo un esemplare umano un po’ più interessante delle nostre vedute limitate e omologate.

E qui il punto è proprio il paradosso umano. Il punto è che ogni uomo fa davvero la differenza nel luogo in cui è e non ci sono circostanze davvero chiuse e impraticabili. Se una persona è mossa da un’idea convincente (se è mossa da qualcosa di buono e vero che nutre il suo io), allora troverà strade creative insospettabili anche in mezzo a eventi apparentemente avversi. Quante volte il luogo di lavoro non solo non ci gratifica, ma sembra proprio strozzarci e schiacciarci! Il datore di lavoro non capisce le nostre potenzialità, i rapporti coi colleghi sono cordiali solo apparentemente, i risultati tardano a venire. E noi ci diamo per vinti. Poteva farlo anche Orlando constatando i dati (apparentemente) inconciliabili della sua situazione: “sono un buttafuori” e “vorrei praticare l’accoglienza cristiana dell’altro”. Eppure, è proprio quando la corrente rema contro che la creatività umana può dare il meglio di sé. Strade nuove si aprono solo di fronte a ostacoli grandi. Ma a patto che uno abbia un «movente».

Un buttafuori gentile è un paradosso. Ma non è una creatura artificiale costruita in laboratorio, è una meraviglia della realtà: lì dove c’è un io all’opera perché «mosso» da un’intuizione o da un ideale che lo entusiasma, non c’è più previsione che tenga o regola scritta o grafico … perché germogliano un mucchio di novità impensabili, concrete, fruttuose.

 

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Minuscule: tutta la verità in un fazzoletto di terra

8857597748_fd947e1824_zSecondo me, ci sta dicendo che gli abbiamo rotto le palle. – così mio figlio stamattina, scrutando il lombrico che teneva in mano. Abbiamo fatto dei lavoretti in giardino, per tirarne fuori pian piano un orto, e nello scavare una buca abbiamo, evidentemente, rotto le suddette palle al suddetto lombrico, accompagnandolo poi a emigrare nel perfetto agio del prato libero accanto al nostro.

Un prato è davvero un brulicare di vita, e una perfetta metafora della vita. Fiori ed erbacce; fango e semi; spine e foglie. E poi un tripudio di forme viventi, striscianti, ronzanti, passeggianti, volanti. Forse noi uomini siamo talmente pieni di pregiudizi e di idee preconcette che il modo migliore per educarci è parlare per metafore. Raccontando storie di animali, ad esempio. Come faceva Esopo. Sì, perché di questi tempi se fai un film onesto sul dramma della guerra – come Clint Eastwood – ti scambiano per un violento guerrafondaio. Infatti, certi pacifisti pantofolai hanno osato paragonare il cecchino di American Sniper ai terroristi dell’Isis. Ecco come ci siamo ridotti: non sappiamo più distinguere il soldato dai macellai assassini.

Siamo diventati tutti «chiacchiere e divano», parliamo e parliamo e parliamo … senza conoscere davvero la brutalità coraggiosa e terribile della prima linea. Meglio allora stare zitti, e meglio guardare un film in cui non viene pronunciata una sola singola parola: Minuscule. Meglio tornare terra terra. E immaginare cosa accade nell’universo spazioso e gigante di una distesa d’erba.

La vita vivente di un prato è spietata e brutale, il ciclo inesausto di nascita e morte non conosce misericordia o perdono, scuse o giustificazioni. Il ragno mangia la mosca impigliata nella tela. Il fiore appassisce. L’edera assale i tronchi. La grandine distrugge i frutti. È un contesto, perciò, più autentico di ogni «fuffa» umanistica ci venga propinata da certi programmi che vorrebbero spiegarci l’umano a forza di pensieri che hanno perso il contatto con la realtà.

Foto di Larah McElroy

Foto di Larah McElroy

Se, come fece Esopo, parliamo dell’uomo sotto metafora animale, forse riusciamo a essere più sinceri con noi stessi. Il film Minuscule è perfetto nella sua semplicità. Contiene gli assi cartesiani di tutte quelle evidenze che i bambini non metterebbero mai in discussione, mentre noi adulti – con sofisticate ideologie astratte – stiamo distruggendo, sbiadendo e pure contestando.

È da vedere, io mi limito a elencare ciò che ho imparato da qualche immagine e personaggio:

1) la COCCINELLA SENZ’ALA: ogni essere vivente, debole, piccolo, disabile, ferito ha il suo posto nel mondo. È indispensabile.

2) le FORMICHE NERE: si vive in comunità e se la propria comunità viene attaccata, ci si difende e si è pronti a dare la vita.

3) il RAGNETTO delle fogne: anche dietro un brutto aspetto, ci può essere un amico; a patto che si abbia voglia di andare a conoscerlo senza pregiudizi.

4) le FORMICHE ROSSE e il PESCE: i nemici esistono e vanno combattuti.

5) il PRATO: ogni frammento di terra contiene più meraviglie di quelle che sarebbe capace di inventare la nostra immaginazione (… per citare Shakespeare)