Ogni lacrima è un capolavoro (… e la scoperta è un passo indietro)

Maurice Mikkers è un tecnico di laboratorio olandese che ha fatto una scoperta notevole: osservata al microscopio, ogni lacrima ha un disegno unico. ne ho scritto qui: https://wp.me/p6sNrW-1EuU

Ecco un caso clamoroso che dimostra che il progresso … è andare indietro, molto indietro. Fino all’origine. Fino a chiedersi: chi ha creato un mondo in cui anche ogni piccola lacrima è un’opera d’arte irripetibile e legata all’unicità di ciascuno?

I vicini scassano

Avremmo mai immaginato di poter dire che i vicini di casa fanno bene a impicciarsi dei fatti nostri?

Mi sono occupata di una tragedia familiare che viene dalla California :
https://it.aleteia.org/2019/04/30/omicidio-suicidio-dei-genitori-la-figlia-di-4-anni-salva-il-fratello-di-3-mesi/

… anche in un simile inferno, un briciolo di luce c’è stato

Ciao!

La piccola di casa, Matilde, ha due anni e mezzo e poco più. A differenza dei suoi fratelli maggiori non dà cenno di voler essere molto svelta a parlare. Una volta acquisiti i vocaboli di sussistenza “mamma-papà” si è fermata. Coi gesti, i sorrisi e gli strilli è eloquente e raggiunge gli scopi che si prefigge.

Mamma e papà un po’ hanno sviscerato paure e apprensioni varie, che cominciano con “oddio se …”. Lei col passare dei mesi ha sviluppato un’intenzione chiara nella comunicazione, tanto da essere soprannominata – da noi – la figlia onomatopeica. E’ preparatissima su tutti i versi degli animali che riproduce alla perfezione, anche il grugnito del maiale meriterebbe un premio. Poi sono arrivati i versi più umani, quelli per il cibo e l’acqua: gnam gnam, glu glu. Non sarebbe più facile dire “pappa”, cara Mati? Vabbè, tu stai facendo il tuo percorso.

Con l’inizio del nido a settembre (l’anno precedente è stata a casa con me) il suo vocabolario ha subìto un’impennata chiarissima nella direzione dei rapporti e della proprietà. Matilde ha guadagnato due parole fondamentali: ciao e mio. Oltre a quella parola che, evidentemente, è al centro della giornata comunitaria dei piccoli: cacca. Vederli ogni mattina in fila ad accompagnare un compagno che va a fare la pipì è tra le tenerezze di cui non vorrei mai essere privata, quanto a memoria.

Ma torniamo ai fondamentali. “Mio” viene detto con tono perentorio e ciglia aggrottate; “ciao!” in tono entusiasta. Ed è su questa parola che, forse, io devo imparare dalla lentezza espressiva della nostra Matilde.

Sì, perché noi sappiamo un sacco di parole; ma non è poi detto che ci ricordiamo per bene cosa significhino. Soprattutto noi, diventando adulti, tendiamo a usare le parole per spalancare al resto del mondo i nostri pensieri; siamo astratti patologici. Un bambino che impara a parlare esprime spontaneamente ciò che la lingua è davvero: relazione con l’esistente. E non è detto che l’esistente sia solo umano o quantomeno vivente.

Per farla breve, Matilde comincia la giornata dicendo “ciao” al cucchiaino con cui fa colazione, poi lo dice al seggiolino su cui la metto in macchina. Ovviamente lo dice ai compagni e alle maestre. Ogni cosa che entra nel suo campo di azione è un incontro e dunque lei saluta. Ho cambiato dieci minuti fa il copripiumone e ne ho messo uno pieno di fiori … credo sia ancora là a salutarli uno per uno.

Il bello è che il suo saluto alla scarpa inanimata ha dell’entusiasmo tanto quello alla sua amica Victoria all’asilo. Con Victoria c’è più entusiasmo e anche un abbraccio, ma anche la scarpa si merita un sorriso. 

Ecco, non ho cognizione della situazione neurolinguistica di mia figlia, ma ho chiaro che sta facendo un percorso in cui pure io devo farmi sua allieva. Essere al mondo è “essere relazione con”; ogni presenza è un incontro che merita un entusiasmo e un rapporto perché c’è … sulla mia strada. E’ commovente che sia scritto nell’istintività infantile questa spinta alla vocazione, cioé a manifestare una voglia di essere insieme alle cose che via via si trovano sul sentiero. Ciao. Vuol dire: io sono qui e anche tu sei qui.

Noi grandi riserviamo il saluto ai viventi, talvolta pure no … guardiamo altrove. Il nostro TU, se c’è, è esclusivamente umano; però il Tu del mondo ci ha mandato incontro mille mila altri suoi messaggeri. E così la nostra testa fa fatto fuori una buona percentuale di incontri quotidiani. Ci manca una voce che esulta, perché abbiamo perso gli occhi che si accorgono. Ma non è tardi, per fortuna.

 

Bagni pubblici

L’11 ottobre è stata una splendida giornata autunnale, sono uscita di casa nel pomeriggio per fare la spesa ma sarei rimasta a godermi quel tempo limpido, luminoso, fresco, perfetto. Sono autunnale io, tiepida e decadente; la primavera è un dono troppo potente che mi precipita nella meraviglia che stordisce … l’autunno lo abiterei tutto l’anno invece.

Chiusa in casa per lavoro fin troppo tempo, mi sono lamentata che potessi godermi una boccata di quell’aria fresca solo di passaggio, per andarmi poi a chiudere – di necessità – in un supermercato. Mi sono presa dieci minuti di aria, ribellandomi alle impellenze domestiche, sentendomi una galeotta in fuga. Non ho fatto nulla se non stare all’aria aperta, ed è stato bellissimo.shutterstock_1201228789

Poi sono dovuta andare al supermercato, dove un’impellenza altrettanto necessaria ha dirottato il mio percorso: prima tappa, la toilette. Con mia triste sorpresa, la saletta corridoio che porta ai bagni del centro commerciale era piena di ragazzi, che semplicemente stavano lì fermi a intrattenersi a vicenda tra cellulari, fumo e risatine. Mentre lasciavo da un parte il mio carrello, li ho squadrati: il più grande avrà avuto 14 anni.

Sappiamo tutti com’è un bagno pubblico, l’odore sgradevole, le luci fredde e quella sensazione di sporco che ti resta addosso. Per tutto il tempo in cui sono rimasta lì mi sono chiesta, sentendo quelli là fuori ridacchiare: “Ma tu, caro ragazzo mio, che cosa ci fai alle 17 di questa splendida giornata chiuso in un cesso pubblico a far nulla?

La cosa mi ha rattristata più del dovuto, perché quel bagno non mi è indifferente. Resta un bagno pubblico triste e sgradevole come tutti gli altri, ma c’è stato un giorno in cui è stato anche il posto più bello del mondo. Era il 17 agosto del 2015, il giorno prima eravamo rientrati dalla Costa Azzurra … avevo negli occhi panorami mozzafiato e la gioia di una vacanza perfetta. Avevo nel cuore un segreto, sapevo anche se non sapevo ancora. Insomma, insieme a cibo e detersivi, comprai un test di gravidanza e per puro caso incontrai alla cassa mia madre; le dissi subito che non avrei resistito fino a casa e lei mi fece compagnia nello scoprire, in quel bagno pubblico, che avrei avuto un terzo figlio. Figlia, io me lo sentivo già.

Proprio in quella saletta triste e asettica dove ciondolavano i ragazzi, io avevo atteso tenendo per mano mio madre di sapere se ero incinta; anche se io e mio marito, guardandoci, avevamo tra noi lo sguardo di chi, timoroso, è pronto per una nuova avventura. La lineetta rossa del test si colorò subito, sussurrai a mia figlia che già mostrava un bel caratterino … neanche un minuto di attesa! Poi piansi dalla gioia insieme a mia madre e commentammo la cosa: quel bagno pubblico non sarebbe mai più stato un posto qualunque.

Quando passo di lì, un paio di volte a settimana, il cuore ha sempre un briciolo di sussulto; è come un gesto di memoria, mentre devo fare la cosa più noiosa di tutte, la spesa dopo una giornata di lavoro. Quel bagno a me ricorda che davvero in ogni ritaglio di spazio possono accadere cose enormi e un bagno pubblico può essere la culla di una sorpresa dal valore immenso e immeritato. andrew-neel-137513-unsplash

Ma è così per le persone che prendono sul serio la vita, allora sì che ogni luogo può essere occasione di eroismo. Chesterton ricordava giornate epiche trascorse in sale d’attesa di sperdute stazioni di provincia. Nel bagno pubblico si può anche mandare giù nello scarico l’entusiasmo e ridurre la propria vita a uno scarto; avrei voluto dirlo a quei ragazzi … dando a ciascuno di loro una sonora pedata nel sedere. Per spingerli fuori, fuori, fuori.

Carissimi idioti, davvero il vostro tempo merita di essere sprecato nell’anticamera di una fogna a ciondolare, mentre fuori il mondo è pieno di prati, strade, incontri … e anche di un cielo immenso che, se vi degnaste di guardarlo, vi ricorderebbe che siete fatti per respirare a pieni polmoni e non per nascondervi come vermi in un letargo insensato?

Assunti in cielo

L’abbiamo tutti davanti agli occhi quel camion dalle fiancate verdi a un passo dal baratro del ponte Morandi. Sta lì. Un monumento alla vertigine. Forse è qualcosa di più, almeno per me. Mi dà fastidio soprattutto, mi urge una domanda: puoi accettare questa classificazione tra miracolati e vittime?
No. Posso accettare solo qualcosa di sospeso, come l’attesa snervante finché la trama del film non porta all’epilogo e allo svelamento della meta dell’avventura.
Finché il film non è alla fine lo svelamento non è possibile, sono possibili domande e inquisizioni. Fino alla fine il buono potrebbe essere cattivo e lo schivo taciturno un benefattore.
Di fronte a una tragedia di umana colpevolezza che colpisce con tragica fatalità dovrei accettare una lettura cosmica che fa di certe brave persone degli sfortunati e di altre brave persone dei fortunati? Posso guardare in faccia i miei cari avendo un retropensiero così insostenibilmente ingiusto e intangibile?
Potrei, e allora l’innata tensione alla giustizia benefica si tradurrebbe in una rabbia sorda capace di far fuori il bene e il male, il comportamento lodevole e le aspettative buone. Sarei come una piccola antilope nella savana, preda a 360° di molti imprevisti predatori. Sopravvivere e basta.

Quel camion è così assurdo da interrogarmi sull’assurdità del tutto. Una campata mezzo crollata sostiene un veicolo pesante ora vuoto. Il mondo è sghembo e non siamo ancora arrivati all’epilogo.
Noi siamo quel camion, un viaggio iniziato e ancora sospeso. Lo sono tutti i viventi, figli, compagni, amici, nemici. Per quanto sia vertiginoso, gli unici ad aver attraversato per intero il ponte del mistero che chiamiamo vita sono quelli che ora noi definiamo “vittime”.

Allora accetto di essere quel camion, innanzitutto. Ancora qui, senza sapere perché oggi, ieri, e ieri l’altro sono scampata alla morte. Poteva cogliermi anche mentre facevo la spesa a cinquanta metri da casa.
Accetto di essere i fanali del camion, che guardano muti la voragine. Ogni tratto di strada è pericoloso, sbaglio quando penso diversamente. Io sono sospesa, ogni santo e benedetto giorno.
Dipendiamo dalle opere altrui, dalle forze cosmiche, dipendiamo. E siamo. Non è mai detto che saremo.

Una famiglia che parte per le vacanze posso immaginarla, penso alla mia. La partenza in sé è sempre un fermento unico.
“Hai caricato anche il passeggino?”- “Aspetta, scendo e controllo”.
“Mamma, non ho fatto la pipì!” – “Ok, muoviti e vai a farla”.
“Ci siamo, andiamo?” – “Sai che mi viene il dubbio sul gas, vado a verificare di averlo spento davvero”.
L’orario di partenza è sempre diverso da quello pianificato, ti svegli con cinque minuti d’anticipo per l’ansia, poi ne perdi uno qui, sette lì. Per alcuni è diventato un timer ad orologeria per essere proprio lì quando il ponte è crollato, altri possono essersi salvati per la medesima ragione.
Una famiglia che parte per le vacanze in prossimità di Ferragosto posso immaginarla, penso alla mia. Stanchezza dei genitori, entusiasmo dei figli. Si va, si stacca. La gioia sempre nuova di buttarsi nel mare, senza orari. Insieme in una macchina stipata, chiacchiere finalmente libere dalle mille nuvole nere del lavoro. Casa è alle spalle, ma abbiamo con noi ciò che ci basta. Anche il maglione pesante, se viene il brutto tempo.

E se – ora, qui, adesso – ti attendesse un viaggio più grande di quello che avevi programmato? Cadere, per salire in cielo tutti assieme. La morte è un mistero, la porta di un’altra casa che non ho mai visto, ma di cui qualcuno mi parla con parole di carne. Essere insieme, una famiglia, ad attraversare la porta o il ponte, tra terra e cielo. Essere abbracciati, appena crollati, dalla stessa mano che oggi, 15 Agosto, ha portato dritta in Cielo lei, Maria.