Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Non occorre essere buoni per fare qualcosa di buono

Dopo aver visto per la centesima volta un certo film, stavo rimuginando su un’intuizione … avuta da mio marito. E nel frattempo la realtà mi ha anticipato.

Partiamo quindi dal reale e non dai pensieri. Una mia amica, dotata di poteri telepatici (almeno con me), mi ha spedito due foto su whatsapp, in cui mi faceva vedere un articolo di cronaca comparso sul Mattino di Padova: un ex carcerato in libertà vigilata ha salvato un uomo caduto, per un malore, in un fiume. Ecco il resoconto dei fatti:

IMG-20150925-WA0011Da rapinatore che seminava terrore a buon samaritano che semina altruismo. È la storia di Marco Padovani, 65 anni, 5 dei quali scontati in galera perché un ex Mala del Brenta, sia durante l’egemonia di Felice Macomè capo dell’organizzazione criminale, che dopo il pentimento di “faccia d’angelo”. Un passato che non ha nulla a che fare con ciò che è successo ieri.

Sono le 10.30, il signor Giuseppe Fabris, 59 anni, viaggia in auto con il figlio quando si sente male: gli gira la testa, ha nausea e chiede al figlio di accostare perché non vuole sporcare l’auto. Sono in piena curva e così il giovane alla guida prosegue alla ricerca di un parcheggio. Una volta giù l’uomo si avvicina al Bacchiglione, scende per l’argine e si sporge verso l’acqua. Sviene e cade in acqua. Alcuni passanti notano la scena, il figlio chiama i soccorsi. È a questo punto che arriva Marco Padovani. Come ogni mattina percorre quel tratto di argine per la sua camminata a passo veloce di un paio di chilometri. «Ho visto la gente ferma in via Isonzo», racconta, «e quell’uomo in acqua a più di 15 metri dalla riva».

Tra il pensare «mi butto» e farlo è passato giusto il tempo di levarsi i vestiti: «se avessi aspettato l’arrivo dei soccorsi l’uomo avrebbe rischiato l’ipotermia», continua, «un collasso, un infarto, era inzuppato in un’acqua piuttosto fredda e si teneva a galla a malapena. In acqua il gelo mi ha immobilizzato i muscoli e l’uomo aveva ancora addosso tutti i vestiti inzuppati che lo rendevamo ancora più pesante: batteva i denti e continuava ad aggrapparsi a me mandandomi sott’acqua. Quando finalmente sono riuscito a girarlo sul dorso l’ho trascinato a riva. Se non mi fossi buttato in acqua mi sarebbe rimasto il rimorso. Ci hanno portato in ospedale nella stessa ambulanza: è stato fortunato perché, perdendo i sensi, non è finito con la faccia nell’acqua, rischiando di affogare e perché non ha battuto contro i massi di cui il fondale, soprattutto vicino alla riva, è pieno».

Marco è stato tenuto sotto controllo al Pronto soccorso, per il suo gesto ha rimediato il vaccino contro la leptospirosi e ci ha rimesso il cellulare, ma ne ha guadagnato lo spirito. Oggi Marco fa una vita molto diversa e lontana dalla violenza della Mala del Brenta: «ho sbagliato», ammette, «e pagato. Dedico la mia vita al volontariato (con gli Alpini dell’Arcella) e sono un disoccupato come tanti. Non faccio mistero dei miei precedenti penali, degli anni passati in carcere per reati contro il patrimonio».

«Marco sono io» mi verrebbe spontaneamente da dire, copiando Flaubert. In questo fatto concretissimo c’è un’ipotesi umana a tutto tondo, molto più autentica e onesta delle tante fandonie buoniste che ci stanno facendo il lavaggio del cervello («il politico deve essere immacolato», «la meritocrazia è l’unico criterio che dovrebbe regolare il mondo del lavoro», «famiglia significa volersi bene»). L’idolatria di un bene astratto e perfetto è il sintomo di una società malata di solitudine. Un uomo solo non può far altro che sforzarsi di essere buono e bravo (e, da solo, un uomo fa molta fatica a tollerare il proprio male).

Francamente, io ho smesso di guardare quei programmi integerrimi, o supposti tali, come Striscia la notizia e Le iene, sia perché mi dà fastidio che esseri umani uguali e identici a me se la menino pensando di andare in giro come portatori di Verità e Giustizia, sia perché è profondamente falso pensare di voler sistemare le cose andando a stanare il male degli uomini, esponendoli alla gogna pubblica. Il mondo non è brutto perché ci sono uomini che sbagliano. Il mondo è questa contesa inesausta tra male e bene, che ci tormenta tutti; che ci impegna tutti. E il mondo non sarebbe un luogo vivibile se tutti fossero immacolati. O, almeno, io non ci vorrei vivere.Ghione-colpito

Ok, ammettiamo pure che un tizio abbia parcheggiato l’auto nel posto riservato ai disabili, senza averne diritto, e l’abbia fatto per la ragione più ovvia e banale di tutte: pigrizia. Non è un bel gesto. Ma che frutto ne ricava il telespettatore vedendo quel poveretto assalito da una telecamera e da un saccente giornalista che gli punta il dito contro? Ne ricava la goduria becera che dà la vendetta. Ma ne ricava anche un insegnamento indiretto su di sé: un uomo che sbaglia (cioè: «io quando sbaglio») è una persona brutta ed esecrabile. In quel momento di ludibrio pubblico, di fronte alle telecamere, il tizio che ha parcheggiato nel posto dei disabili è solo il suo errore e viene punito. Punito dal Tribunale della Solitudine.

Uomini che hanno dimenticato cos’è davvero una comunità umana, e ne idolatrano solo un’immagine astratta, non possono far altro che rinfacciarsi le colpe a vicenda, e non perché abbiano a cuore il bene reciproco, ma per una ragione molto più egoistica: se io voglio stare tranquillo, allora chi mi è vicino deve comportarsi bene perché non leda il mio spazio. L’unica idea di bene che nasce da questo modo di vivere è legalistica: sei bravo se segui le leggi. Un tempo queste persone si chiamavano farisei. E venne Uno che mangiava con le prostitute e gli usurai.

Infatti, per scardinare l’illusione ottica generata da questo buonismo fondamentalmente egoistico, occorre un’azione di rottura clamorosa: occorre far vedere – nella pratica – che il bene procede nel mondo non solo quando gli uomini sono bravi, ordinati e ubbidienti. Bisogna ribaltare tutto.

Ecco, allora, che la cronaca dell’ex-carcerato ha incrociato perfettamente le idee che mi passavano in testa dopo aver visto per la centesima volta il film Un sogno per domani. Tutta presa dall’emotività, io mi destreggiavo a fare riflessioni sulla bontà, sul sacrificio, sull’infanzia; finché mio marito, col pragmatismo spicciolo dell’ingegnere, mi ha dato una bella svegliata, dicendo l’unica cosa sensata (che io non avevo colto neanche da lontano): «Ma ti rendi conto che in questo film tutti quelli che fanno qualcosa di buono sono dei cazzoni?».

Non ho epurato il linguaggio perché, quando ci vuole, ci vuole. Effettivamente il film racconta proprio questo: il bene che passa e si diffonde, grazie un’intuizione buona e … a dei cazzoni. Un insegnante di studi sociali (Kevin Spacey) affida ai suoi studenti un compito che è più che altro un modo per stimolarli a mettersi in relazione col mondo: chiede loro di pensare a un piccolo progetto concreto per cambiare il mondo. Tra i suoi studenti c’è Trevor (Haley Joey Osment), un giovanotto molto sensibile e idealista che realizza l’idea semplicissima e rivoluzionaria di «passa il favore». La spiega alla lavagna a tutta la classe con un disegno e con sogno-per-domaniqueste parole: «Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio aiuto, ma deve essere qualcosa di importante, una cosa che non possono fare da sole, perciò io la faccio per loro… e loro la fanno per altre tre persone… ».

Fai un favore a tre persone, qualcosa che loro sarebbero incapaci di fare da sole (e dunque ecco già sconfitta la solitudine!) ed essi, a loro volta, possono passare il favore ad altre tre persone.

L’idea di Trevor funziona e «passa il favore» si allarga a macchia d’olio nel paese, ma chi ne è protagonista? Il primo a cui Trevor fa un favore è un tossicodipendente (Jim Caviziel); lo ospita a casa sua, lo fa lavare, gli dà da mangiare e, soprattutto, gli dà dei soldi con cui comprarsi dei vestiti per un colloquio di lavoro. Colpito da questo atto di bontà, il tossicodipendente cambia vita per un po’; trova lavoro e si rimette in riga. Ma poi riprecipita nel buio della droga e della delinquenza; eppure, proprio quando è di nuovo così malridotto, gli capita un fatto di fronte a cui capisce che può passare il favore: salva una donna che stava per buttarsi giù da un ponte e, per dimostrarle che non è sola, la invita a prendere un caffè.

Tutti gli altri personaggi che passano il favore sono simili a lui: una madre alcolizzata, una barbona altrettanto alcolizzata, un teppista, un avvocato spietato. Il caso del teppista è il mio preferito: la barbona alcolizzata lo salva dall’inseguimento della polizia dopo un furto (questo è il favore!!! … ma d’altra parte il bene deve essere percepito come tale da chi lo riceve); poi la donna gli spiega il meccanismo di «passa il favore». Qualche giorno dopo il teppista è al Pronto Soccorso per una ferita d’arma da fuoco e insieme a lui in sala d’attesa c’è un padre con la figlia in preda a una fortissima crisi d’asma. La bambina è ridotta davvero male, ma l’infermiera spocchiosa afferma che nel regolamento dell’ospedale hanno la precedenza le ferite d’arma da fuoco. Allora il teppista spara un colpo per aria e, minacciando l’infermiera con la pistola, la obbliga a prendersi immediatamente cura della bambina.

In fondo, siamo tutti carcerati capaci di fare qualcosa di buono. Perché sarebbe triste (e falso) dire che il bene continua ad abitare nel mondo solo attraverso il comportamento perfetto di una persona brava. Noi non creiamo il bene né lo possediamo, possiamo solo riconoscerlo e «passarlo». La verità è che il bene è un seme piantato nel DNA del mondo e delle creature ed è perciò qualcosa di oggettivo e democraticamente trasversale, cioè lo riconosce – in fondo alla propria coscienza – anche un bastardo recidivo.

Un uomo può continuare a essere ladro, bugiardo, adultero; e possono esserci squarci di autentica bontà anche nella sua vita. E questa non è una giustificazione per dire che ciascuno può tranquillamente continuare a indugiare nei propri errori; anzi, è il contrario. Un uomo non cambia, improvvisamente e per sempre, perché si vede un dito puntato contro; il cambiamento può richiedere molte cadute, può persino non arrivare, ma deve sempre essere libero. Siamo tutti carcerati nei nostri calcoli, egoismi, ricatti; però, pur così meschini, siamo capaci di riconoscere il bene, se ne siamo toccati. E talvolta, con un guizzo di autentica grandezza, ci mettiamo al suo servizio; anche se poi un minuto dopo litighiamo con il primo che passa.

Qualcuno, come Trevor, ha iniziato il gioco di «passa il favore» e noi ci siamo finiti dentro. Qualcuno, al principio dei tempi, ha insinuato dentro il mondo l’ipotesi che creature imperfette sappiamo riconoscere qualcosa che è meglio e più giusto dei loro limiti (e ne siano attratti). Occorre una mente innocente che progetti un gioco simile e dia il via alla catena viva di bene; noi non siamo innocenti, ma siamo quelli che talvolta stanno al gioco … e in quei momenti ci sentiamo come degli smemorati a cui improvvisamente torna limpido il ricordo di sé, della propria umanità più piena. Allora, e solo allora, l’ipotesi del cambiamento si pone non più come imperativo moralistico, ma come la coraggiosa ipotesi di lasciare la strada dell’istinto, della violenza, dell’appagamento egoistico e di imboccare il sentiero in salita che porta in cima al monte.

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Dio scrive dritto sulle righe storte

locandinaHo visto un film, e mi è piaciuto. Ecco l’unico motivo di questa recensione/riflessione. È un film del 2010. Ecco che emerge fin da subito che non sono una cinefila, tanto meno una cinefila puntuale e sul pezzo.

S’intitola I baci mai dati, regia di Roberta Torre (nota principalmente per il film Tano da morire). Scopro che la critica italiana gli ha riservato un’accoglienza tiepida, non me ne stupisco. Scopro che Robert Redford l’ha voluto al Sundance Festival, ci ha visto giusto. Scopro che ha vinto il premio Brian a Venezia, ma con una motivazione – a mio avviso – sballata (cioè 1: meglio non l’avessero premiato e però avessero capito ciò di cui realmente parla; cioè 2: pur di negare un contenuto che parla della bellezza di un miracolo ci si inventa di premiare una fantomatica derisione dei Vangeli).

Una storia come si deve, ecco quel che ho visto io. Con un finale come si deve, sorprendente e buono.

La protagonista è una giovane quattordicenne di nome Manuela che vive nel quartiere di Librino, periferia di Catania. La sua famiglia è allo sbando: padre assente che litiga con una moglie decisamente stupida e decisamente zoccola, una sorella altrettanto «facile» e già a suo agio nel mondo della droga. Tra questi alti e miseri casermoni di cemento c’è una piazza con una grande statua della Madonna, a cui una notte viene rotta la testa e portata via. A questo punto, la maggior parte delle recensioni dice: «Manuela si inventa di saper far miracoli e di aver parlato con la Madonna, che le avrebbe detto dove sta la testa della statua». Falso. La regia ci mostra un sonno/sogno turbato di Manuela in cui lei assiste al furto della testa della Madonna. L’indomani lei semplicemente racconta alla famiglia quel che ha sognato e la madre decide di portarla dal parroco: verificando il contenuto di quel sogno, la testa della statua della Madonna viene effettivamente ritrovata.I_baci_mai_dati_3

Manuela non dice nulla, Manuela non vuole nulla. Ma chi le sta accanto, a quel punto, fa tutto al posto suo: lei diventa una veggente, capace di far miracoli. La madre trasforma la casa in un ufficio per ricevere «clienti bisognosi di miracoli», il parroco si limita a far vestire la ragazza in modo castigato quando riceve questi clienti. Intanto nessuno bada a Manuela, che se ne sta zitta per tutto il giorno – tra santini di se stessa e candele – ad ascoltare gente che la implora di vincere al totocalcio, di entrare al Grande Fratello, di far smettere il marito di giocare d’azzardo, ecc. . Intanto la madre intasca i soldi delle offerte spontanee di questi religiosi creduloni, e diventa l’amante di un onorevole venuto a vedere lo strano caso della ragazza miracolosa. Intanto il padre di Manuela non si vede più. Intanto la sorella di Manuela va avanti a drogarsi. E una famiglia va in frantumi.

Il vescovo, andato in visita alla parrocchia di Manuela per accertarsi dei fatti, si raccomanda col prete di mostrare prudenza di fronte a questi eventi strani e cita una frase di Jacques Bousset, la butta lì quasi per dire che tutto è complicato: «Dio scrive dritto sulle righe storte». Ma questo è il senso – tutt’altro che complicato – del film, che si compie in un finale sorprendente. L’unica «cliente» a cui Manuela parla nel corso della sua pseudo-attività da veggente è una ragazza cieca, andata lì solo perché costretta dalla madre. Lei non si aspetta nulla, Manuela le dice che non sa far nulla e allora diventano amiche.

Poi la gente, come una banderuola al vento, fa in fretta a passare dalla devozione all’invidia. Nessun miracolo accade. 10Una parrucchiera-fattucchiera, che ha perso clienti a causa di questa storia, mette una pulce nelle orecchie delle popolane credulone: «Ma vuoi davvero che la Madonna parli alla figlia di una mignotta?». E la gente smette di andare da Manuela, e torna a farsi fare i tarocchi.

E bum! … quando tutto è andato a catafascio, quando tutto sta per tornare nella semplice e triste normalità, un miracolo legato a Manuela accade davvero. E sul silenzio commosso, attonito e inerte di tutti, ecco i titoli di coda.

Ora, i beneamati critici del premio Brian negano che il film parli di un miracolo vero e proprio. Ma tant’è. La trama parla e mette in scena un miracolo che, nel finale, avvolge tutti nell’abbraccio di un mistero buono. Non so bene cosa ci sia nei miracoli che infastidisce tanto i suddetti critici, ma vorrei far notare loro che c’è un altro miracolo ancora più eclatante nel film, e nient’affatto soprannaturale. Nella scena prima del vero miracolo finale, c’è una madre – che per gran parte del film è stata egoista, mignotta, vanitosa – che si prende la briga di inseguire una figlia in fuga per poterla abbracciare per la prima volta in vita sua. Una madre che diventa madre dopo una vita di cazzate. E bacia la figlia e le promette di prepararle il pranzo più buono che esista. Vogliamo parlare di questo miracolo? … parliamone. È qualcosa che non si vede, che passa in sordina, perché un attimo dopo deflagra la luce del miracolo vero e proprio.

«Perché vedendo non vedano» – dice Gesù nel Vangelo, a proposito delle sue parabole. E se fosse vero anche per i suoi miracoli? Cioè: se ci fosse qualcosa di clamoroso e non visto anche dietro i miracoli che fece? E se il clamore dei suoi miracoli fosse servito anche per cambiare qualcosa dietro le quinte di quelle scene, in cui i muti parlano e i ciechi recuperano la vista? Insomma, noi ci fermiamo al dato eclatante: un giorno il Signore salvò un indemoniato, un altro giorno ridiede la vista a un cieco, un altro ancora resuscitò Lazzaro. E fermiamo lo sguardo sull’indemoniato, sul cieco e su Lazzaro, concentriamo la vista su di loro a cui è accaduto un miracolo. Ed è giusto. Ma se, oltre al prodigio in primo piano, visibile a tutti, ci fosse un mosaico di miracoli ben più portentosi, piccoli e invisibili attorno? Chissà se tra la folla di gente, che assistette a quei miracoli, ci furono un uomini sconosciuti che cambiarono vita da quel giorno, magari un giovane ladro che smise di rubare, o un’anima disperata che smise di pensare al suicidio. Non so, ma non mi stupirebbe scoprire che il Cielo ha messo a soqquadro un’intera città, pur di scovare e abbracciare un piccolo cuore nascosto tra la folla. Non mi stupirebbe, insomma, sapere che Gesù guarì l’indemoniato non solo per salvare la sua anima, ma anche per «colpire» qualcuno nella folla che, magari inconsapevolmente, era lì e aveva bisogno di risposte per la propria vita. Chissà, può essere.

Questo mi ha fatto pensare ai miracoli evangelici con un occhio diverso. «Ma vuoi davvero che la Madonna parli alla figlia di una mignotta?». Sì, può essere. E guarda un po’ che casino combina la gente da un fatto del genere. Lo tramuta in superstizione, lo svilisce a mercato. Eppure non è questo che mi stupisce; mi meraviglia piuttosto che la Madonna possa aver generato tutto questo putiferio per fare il miracolo invisibile di ridestare in una donna il suo compito di madre.

«Dio scrive dritto tra le righe storte», ecco. Comunque si interpreti questa frase, ne salta fuori qualcosa di interessante. Dio va dritto al punto, nonostante tutto. Dio scrive dritto, usando persone storte. Dio scrive dritto, nonostante le persone che si sentono allineate a Lui distorcano il suo messaggio. Soprattutto Dio non teme di scovare un cuore sincero anche a costo di tirar fuori chili e chili di mercificazione e superstizione.

Nonostante tutto, il Cielo crede nel cuore buono dell’uomo e sa la strada giusta per arrivarci. Dio sa che siamo storti, non gli importa. Lui arriva dritto. E come arrivare al cuore inaridito di una madre, che non fa più la madre? Magari rimettendo al centro della scena quella sua figlia 14enne trascurata da tutti, a cui improvvisamente la vera Madre, la Madonna, parla.I-baci-mai-dati-Carla-Marchese-Foto-dal-film-07_mid

C’è poi un dettaglio prezioso, che non ho visto citato in nessuna recensione. La ragazza protagonista si chiama Manuela (che, come Emanuele, significa «Dio con noi»). Sua madre le ha dato un nome pieno della speranza di una compagnia, un nome che vince la solitudine, eppure nella loro vita non c’è altro che rancore reciproco e isolamento reciproco. Curioso, no? E allora occorre un gran putiferio e pure un miracolo, perché lei capisca che nome hanno le cose e le persone che ha tra le mani.

I baci mai dati, appunto. Quelli di cui Manuela riempie i suoi disegni, ma che non ha mai avuto da mamma e papà. Quelli di cui la mamma la riempie, dopo aver temuto di perderla per sempre.

 

 

 

 

Dimmi tutta la verità, cioè raccontami delle favole

 

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Foto di Steve Corey

«Le favole non insegnano ai bambini che esistono i draghi, le favole insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti», questo è uno degli aforismi più famosi e citati di G. K. Chesterton. Un aforisma un po’ meno noto, sempre sulle favole e sempre di GKC, me lo ha fatto conoscere la mia amica Maria Grazia, che mi ha procurato lo scritto introduttivo di Chesterton alle fiabe di Esopo. Si tratta di poche paginette “fulminanti”, cioè che scuotono e illuminano, in cui a un certo punto si legge: «Non ci possono essere favole buone con esseri umani nella trama; non ci possono essere bei racconti fantastici senza di essi».

La comprensione tecnica della frase prevede la conoscenza della differenza tra l’inglese “fable” (fiaba che educa portando sulla scena animali, tipo La volpe e l’uva) e “fairy tale” (racconto immaginario in cui compaiono fate, folletti, mostri). La comprensione umana della frase prevede un lungo viaggio, in cui ora tento di inoltrarmi …

Un po’ di tempo fa, da qualche parte (forse proprio su questo blog), ho dichiarato la mia profonda afflizione per l’incapacità di trovare un vero e solido lieto fine nelle storie del nostro tempo, che siano romanzi o film. Siamo bravissimi nel tragico, eccellenti nell’incomprensibile, deludenti nel «e vissero tutti felici e contenti». Citavo come esempio il finale del film Michael Clayton, in cui un malinconico George Clooney chiede a un tassista di portarlo in giro a caso per una corsa di venticinque dollari. E lo fa proprio dopo aver concluso un’azione eroica; e lo fa pur avendo un figlio da cui andare, con il quale ha molte cose in sospeso, un rapporto vivo da portare avanti.

«Dove la porto?» chiede il tassista.

«Fin dove mi portano questi 25 dollari, guidi e basta» risponde il protagonista.

Ecco, le grandi storie di un tempo cominciavano dalla selva, da un uomo smarrito. Quelle di oggi, anche se portano in scena un’azione positiva, finiscono con un uomo che non brama altro che perdersi a caso nella selva del traffico di una grande città. Questo mi lascia l’amaro in bocca. Ma, mi rendo conto, il tema del lieto fine va approfondito oltre quest’osservazione. Intendo farlo attraverso un libro e un film in cui mi sono imbattuta di recente.

PatrickNess2Ho letto Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, proprio perché in una recensione si parlava del fatto che le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti.  Il titolo inglese originale è, in effetti, A monster calls e la copertina italiana sintetizza benissimo la trama, senza svelare nulla: c’è un bambino, delle tombe, una città distante e un grande albero che sovrasta il tutto. Il mostro è proprio l’albero, che comincia a far visita e a parlare al piccolo Conor presentandosi da lui sette minuti dopo la mezzanotte. È un romanzo che si legge d’un fiato e lascia senza respiro. Bellissimo e tremendo, di quelli che consigli sapendo che farai stringere il cuore e piangere a dirotto chi seguirà il consiglio.

Perché a tema c’è la malattia, e l’ineluttabilità a cui essa costringe un bambino. Il mostro-albero aiuta il giovane Conor raccontandogli delle favole, tutt’altro che concilianti; è un mostro, non è una fata. Non è cattivo, però, è forte come un albero millenario che conosce le viscere della terra. E il mostro lascerà come insegnamento finale al ragazzo questa verità: “La vita non si scrive con le parole. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa”. Il lieto fine, in questa storia, sale a un livello di senso più arduo e interessante; qualcuno obietterà che si possa persino definire un lieto fine … ma per me lo è. A volte, anzi spesso, anzi sempre, dire «e vissero tutti felici e contenti» esclude buona parte della verità; prima di tutto il fatto che oltre a vivere, si muore. Può un lieto fine aver a che fare con la morte? Sì.

Il mostro-albero lo insegna, dicendo che non conta il pensiero, ma la traccia concreta di te che lasci al mondo. La morte non può cancellare la presenza viva di un uomo sulla terra; il grande passo che Conor deve fare è proprio questo, stando accanto a una madre malata: rendersi conto che la cattiveria di certi pensieri è meno importante di ciò possiamo concretamente fare. La realtà vince sull’astrazione. E la verità dentro la realtà vince sulle bugie che ci passano per la testa.

Lieto fine, in questo caso, non significa zuccherosa gioia, ma ardimentosa coscienza del bene (dentro le ombre selvatiche della vita). Non aggiungo altro alla lacerante bellezza di questo libro, ma consiglio questa recensione, in cui ho trovato molte corrispondenze con il mio stato d’animo.

Sì fa, invece, molta fatica a trovare una recensione positiva del film Disney Into the Woods, anche se a me, per andarlo a vedere, è bastato sapere che Johnny Depp interpretava il Lupo diinto-the-woods1-768x1024 Cappuccetto Rosso. «Stai attento a ciò che desideri», recita il sottotitolo ed è questo problema molto contemporaneo del desiderio, o meglio della “dittatura del desiderio”, che il film affronta in modo convincente. Si parte dalla gente comune, che è quel che fece Dante parlando di nostra vita, e dalle difficoltà: un fornaio e sua moglie non possono avere figli. Una strega (la meravigliosa Meryl Streep!) dice loro che potranno averne uno, se porteranno a termine una prova dentro il bosco. E loro vanno.

Tutto comincia dalla selva. Tutto ciò che vale la pena di vivere conosce la prova, l’essere messi alla prova del buio, dell’ombra, dello smarrimento dentro un bosco. Ma un bosco è sempre un luogo di incontri e scontri, ce lo insegna magistralmente Ariosto nell’Orlando furioso: la selva è il posto della ricerca, ed è anche il labirinto dove la ricerca si svia, si perde; la selva è il luogo dell’imprevisto buono o cattivo. La selva, in una parola, è il posto dell’avventura (di ciò che ad-viene, ti viene incontro …nel bene o nel male). Nella selva si erra, cioè si gira, ma si sbaglia anche.

Dentro il bosco, il fornaio e sua moglie incontrano i personaggi delle favole più famose: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack (quello dei fagioli magici). Perché le favole «ci vengono incontro» nel momento del bisogno; in esse sono contenute, sotto forma simbolica, le verità eterne di cui ogni uomo ha bisogno per affrontare la vita (NB: Virgilio, ovvero i racconti epici da lui narrati, va incontro a Dante nella selva!). Chesterton diceva che Cenerentola ricordava all’uomo che «gli umili verranno esaltati». Quanto a Cappuccetto Rosso anche lei ha qualcosa da dire alla nostra ingordigia; lei che entrando nel bosco divora allegramente i dolcetti, che erano per la nonna, e poi diventerà una bambina molto più accorta, dopo aver trascorso attimi tremendi nella pancia del lupo, divorata a sua volta.

Nel film, insomma, è chiaro che le favole c’entrano con la vita molto più di certi discorsi realistici dei benpensanti. E, a un certo punto, tutto sembra compiuto, arriva il perfetto lieto fine, in cui tutti hanno ciò che desideravano. È stato il momento in cui al cinema ho gongolato, perché finalmente avevo di fronte a me il vissero tutti felici e contenti. Poi è arrivato lo schiaffo, perché il film non si conclude così … tutto crolla … e io ho cominciato a sentirmi a disagio, temevo che il messaggio volesse di nuovo andare a parare sulla malinconia dell’uomo moderno. Invece no. Attento a cosa desideri, recita il sottotitolo.

Nella storia subentrano morti, un adulterio, il fraintendimento, la rabbia di un gigante che provoca un terremoto devastante. Eppure tutti i superstiti, si trovano infine attorno a un bimbo appena nato, a raccontarsi una favola. Quel bimbo, fortemente desiderato, avrà solo uno dei suoi genitori accanto a sé. A questo punto, nella mia testa, è entrato in gioco il discorso di Chesterton da cui ho cominciato questa lunga peripezia. Il desiderio è una cosa buona, ma l’uomo non è sempre una creatura buona. Il desiderio contiene un bisogno buono, che può tramutarsi in egoismo per essere realizzato. Noi non abbiamo solo dei desideri, sappiamo già come devono realizzarsi. Non esprimiamo un auspicio, vogliamo assolutamente che si realizzi in un certo modo. E se le multiformi variabile del reale cambiano? Sappiamo difendere il vero, il giusto, il buono oltre il nostro egoismo e la crudeltà della vita?

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Foto di Lord Marmelade

Ecco, è questo che emerge da questa pellicola: lì dove c’è un uomo c’è un desiderio, ma lì dove ci sono gli uomini c’è anche il male. Il lieto fine non è dunque lo scorrere liscio e placido delle cose, la realizzazione perfetta del mio desiderio come-lo-voglio-io; il lieto fine diventa la capacità di sostenere le prove che la vita ti impone, esaudendo un desiderio e dandoti al contempo altro dolore indesiderato. Sai stare di fronte al bene, senza sottrarti alla prova del male? Un uomo che accoglie questo invito e risponde sì, vive felice e contento (col cuore ferito, con l’anima spalancata).

Torno da dove sono partita, dalla frase di Chesterton sulle favole di Esopo: raccontare la verità attraverso le figure animali significa dipingere davanti all’uomo le semplici colonne portanti del vivere, immutabili e fisse immagini, come la furbizia, il coraggio, la lealtà, la pavidità.  L’uomo ha bisogno di questi racconti; ha bisogno di vedere che le verità fondamentali che sostengono il mondo non sono fluttuanti o incerte; ha bisogno che abbiano un volto. Ma l’uomo ha anche bisogno di «vedere» che la vita è una prova e non un copione fisso; per questo esistono favole o racconti fantastici di cui sono protagonisti esseri umani o simil-umani (folletti, giganti, ecc). In questi racconti va in scena un’altra verità: il viaggio vertiginosamente arduo di una creatura libera verso la sua felicità.  Ma lascio la parola a GKC:

«Non possiamo insegnare le verità più semplici senza trasformare gli uomini in scacchi. Non possiamo parlare delle cose più semplici senza usare gli animali, che nella realtà non parlano affatto. Il lupo sarà sempre vorace e la volpe furba. Ma ogni volta che si dà a un’idea un paio di gambe, anziché delle piume, non si può che ricorrere agli uomini, alle loro imprese eroiche e anti-eroiche».

Insomma, possiamo imparare l’alfabeto dell’umanità decorando ogni lettera con le forme di un animale, G come gatto e C come cane. Forte come il leone, puro come l’agnello. Quando, però entra in gioco l’uomo, la semplicità s’incasina alla grande. Lui diventa protagonista di storie assai più complesse, ma sensate. Perché tutte le grandi fiabe in cui sono presenti gli uomini (principi e sguattere, bambini e giganti) hanno in comune un punto di arrivo, solido e innegabile. Non un girovagare insensato senza meta.

Per questo le favole non sono uno svago; non vagano e non sono vaghe; non girano attorno alla verità, ci conducono – per mano – dritti verso il vero. Anche, e soprattutto, quando ci dicono che la felicità affonda le radici nella prova dolorosa.

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Minuscule: tutta la verità in un fazzoletto di terra

8857597748_fd947e1824_zSecondo me, ci sta dicendo che gli abbiamo rotto le palle. – così mio figlio stamattina, scrutando il lombrico che teneva in mano. Abbiamo fatto dei lavoretti in giardino, per tirarne fuori pian piano un orto, e nello scavare una buca abbiamo, evidentemente, rotto le suddette palle al suddetto lombrico, accompagnandolo poi a emigrare nel perfetto agio del prato libero accanto al nostro.

Un prato è davvero un brulicare di vita, e una perfetta metafora della vita. Fiori ed erbacce; fango e semi; spine e foglie. E poi un tripudio di forme viventi, striscianti, ronzanti, passeggianti, volanti. Forse noi uomini siamo talmente pieni di pregiudizi e di idee preconcette che il modo migliore per educarci è parlare per metafore. Raccontando storie di animali, ad esempio. Come faceva Esopo. Sì, perché di questi tempi se fai un film onesto sul dramma della guerra – come Clint Eastwood – ti scambiano per un violento guerrafondaio. Infatti, certi pacifisti pantofolai hanno osato paragonare il cecchino di American Sniper ai terroristi dell’Isis. Ecco come ci siamo ridotti: non sappiamo più distinguere il soldato dai macellai assassini.

Siamo diventati tutti «chiacchiere e divano», parliamo e parliamo e parliamo … senza conoscere davvero la brutalità coraggiosa e terribile della prima linea. Meglio allora stare zitti, e meglio guardare un film in cui non viene pronunciata una sola singola parola: Minuscule. Meglio tornare terra terra. E immaginare cosa accade nell’universo spazioso e gigante di una distesa d’erba.

La vita vivente di un prato è spietata e brutale, il ciclo inesausto di nascita e morte non conosce misericordia o perdono, scuse o giustificazioni. Il ragno mangia la mosca impigliata nella tela. Il fiore appassisce. L’edera assale i tronchi. La grandine distrugge i frutti. È un contesto, perciò, più autentico di ogni «fuffa» umanistica ci venga propinata da certi programmi che vorrebbero spiegarci l’umano a forza di pensieri che hanno perso il contatto con la realtà.

Foto di Larah McElroy

Foto di Larah McElroy

Se, come fece Esopo, parliamo dell’uomo sotto metafora animale, forse riusciamo a essere più sinceri con noi stessi. Il film Minuscule è perfetto nella sua semplicità. Contiene gli assi cartesiani di tutte quelle evidenze che i bambini non metterebbero mai in discussione, mentre noi adulti – con sofisticate ideologie astratte – stiamo distruggendo, sbiadendo e pure contestando.

È da vedere, io mi limito a elencare ciò che ho imparato da qualche immagine e personaggio:

1) la COCCINELLA SENZ’ALA: ogni essere vivente, debole, piccolo, disabile, ferito ha il suo posto nel mondo. È indispensabile.

2) le FORMICHE NERE: si vive in comunità e se la propria comunità viene attaccata, ci si difende e si è pronti a dare la vita.

3) il RAGNETTO delle fogne: anche dietro un brutto aspetto, ci può essere un amico; a patto che si abbia voglia di andare a conoscerlo senza pregiudizi.

4) le FORMICHE ROSSE e il PESCE: i nemici esistono e vanno combattuti.

5) il PRATO: ogni frammento di terra contiene più meraviglie di quelle che sarebbe capace di inventare la nostra immaginazione (… per citare Shakespeare)

American sniper: un passo oltre il cuore di tenebra

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Nella mia (piccola) cineteca del cuore ci sono molti film di guerra, ma a due soli non saprei rinunciare: Apocalypse Now e We were soldiers. Che sono come il buio e la luce, opposti … eppure necessari a interrogarsi sull’orrore che è una guerra e a chiedersi se chi prende un’arma in mano può essere solo un’anima orribile. Da una parte c’è la follia di Marlon Brando-Kurtz che recita T. S. Eliot e dice di sé -di noi- che siamo gli uomini vuoti, dall’altra c’è Mel Gibson-Col. Moore che vuole portare a casa ogni corpo (vivo o morto) dei suoi soldati dal campo di battaglia. In fondo all’incubo della violenza fronte contro fronte, c’è solo un cuore di tenebra o può esserci ancora un cuore, dopo la tenebra?

Da oggi aggiungo alla mia cineteca anche American Sniper, capolavoro di un impeccabile Clint Eastwood alla regia. Probabilmente la miglior recensione al film è dire che poco prima dell’inizio della proiezione un gruppo di giovanotti seduti dietro me e mio marito commentavano tra loro: «Usciremo di qui e vorremo arruolarci tutti» … pensiero giustificato, dal momento che il film viene promosso con lo slogan il cecchino più letale degli Stati Uniti e classificato come sparatutto … Ecco, quegli stessi giovanotti sono usciti in silenzio dalla sala a fine proiezione. Tutti in realtà sono usciti in silenzio. Il silenzio significa una marea di pensieri per la testa, e niente da aggiungere oltre ciò che si è visto.

Io ho adorato il cecchino di Salvate il soldato Ryan che sparava recitando i salmi; un uomo su una torre con un mirino e un fucile di precisione assomiglia così tanto a un onnipotente giustiziere. Forse è questo che si aspetta chi va a vedere un film che parla di un cecchino letale: vendetta chirurgica, un po’ di sana catarsi per scaricare la violenza che ribolle – volenti o nolenti – nello stomaco di tutti.

Il punto è che Mr Eastwood è bravissimo a prendere noi spettatori di mira, e a farci rovistare … in silenzio … tra le domande migliori, quelle che non hanno risposte chiuse. Come a dire: al diavolo le frasi fatte su guerra giusta o guerra ingiusta, al diavolo il concetto astratto di bene e male, al diavolo il pacifismo molle che accoglie nell’astratta tolleranza chiunque, senza avere il coraggio di dare il nome di nemico a chi se lo merita. Qui si parla di un uomo, onestamente. Prendere un’arma in mano è un casino, anche per chi lo fa mosso da ragioni comprensibili.

american-sniper (3)Chris Kyle è un ottimo cecchino, parte per l’Iraq e diventa «la leggenda»; alla fine dei suoi 1000 giorni in guerra gli vengono attribuiti 166 nemici uccisi. Il primo che uccide è un bambino, un giovane kamikaze spinto dalla madre a far saltare un convoglio americano.  “Hai perso la verginità?” chiede un commilitone a Kyle di ritorno da quella missione, intendo sapere se ha ucciso la sua prima vittima. Kyle ha ancora negli occhi quel bambino, che portava una bomba quasi più grande di lui, e risponde al compagno soldato che non si era mai immaginato il male in quella forma.

A chi ha sparato Kyle? A un bambino? Sì. A un nemico che mette le bombe in mano ai bambini? Sì. Le due cose insieme hanno un senso che possa quietare un’anima? No. Ecco il casino. Ecco l’umano a confronto con la tenebra. Non solo a confronto con il male, ma con le scelte che si fanno a tu per tu con il male. Uccidere è un po’ meno sbagliato se si uccide uno che avrebbe a sua volta ucciso una decina di tuoi compagni? Queste sono le domande che si fa chi non è mai stato in guerra, perché un soldato combatte sapendo che nessun uomo esce pulito dal confronto con la morte. Un uomo spietato ne uscirà orgoglioso e algido, magari sempre più assetato di sangue; un uomo umano ne uscirà ferito, anche se sa di aver fatto il suo dovere. Così è il cecchino Kyle.

All’atrocità della guerra, non si può rispondere con teorie astratte sul bene e sul male. La risposta deve essere altro, altrove. La risposta ai nostri peccati, alle nostre violenze, alle nostre necessarie contaminazioni col male, è una forza piccola e opposta. Nel film questa forza è la voce della moglie di Kyle, che tenacemente vuole riportare a casa il marito. Non vuole portarlo a casa dall’Iraq, vuole portarlo a casa quando lui è già ritornato dall’Iraq. Stress post-traumatico è il nome tecnico di ciò che colpisce i reduci, ma è riduttivo.

****SPOILER***** La scena che meglio spiega cosa patisca un soldato che è stato in guerra, Eastwood la rende così: Kyle è a casa sua, in America, e va dal meccanico con suo figlio piccolo; mentre il bimbo gioca con un distributore di palline giocattolo, si sente il rumore di un trapano … niente di strano in un’officina, ma Kyle ha un forte sussulto. Tutti in sala abbiamo avuto un forte sussulto. Perché qualche scena prima avevamo visto il cecchino Kyle in Iraq, incapace di fermare un nemico soprannominato Macellaio che uccideva un bambino trapanandogli la testa. Mi scuso per lo spoiler e per l’immagine tremenda. Che io non dimenticherò; e che forse non voglio dimenticare.

Perché voglio ricordarmi del momento in cui nella mia testa non c’è stato altro che il pensiero dell’atroce vendetta contro chi è così macellaio. Perché voglio ricordarmi che questo istinto (sbagliato) della vendetta nasce da un istinto di bene connaturato in noi, che ci dice di proteggere i deboli e i piccoli. Perché voglio ricordarmi che i nemici esistono, inutile barricarci dietro un insulso pacifismo in base a cui bisogna accogliere tutto e tutti. Perché voglio ricordarmi che noi umani non siamo gente capace di fare il bene in assoluto, incontaminati dagli errori e dai limiti.

Lo sporco, il dolore, il dubbio, la rabbia, lo stordimento, la follia restano appiccicati a un cuore umano, che ha conosciuto la tenebra. Ma un tal cuore può tornare a rivedere qualcosa oltre la tenebra? Può un cecchino tornare a casa ed essere un buon padre? Faticosamente sì.  Tentativamente sì. Se si lascia condurre a casa da una voce amica. Afferma Clint Eastwood: “American Sniper per me è stato più interessante perché sono entrato anche nel dramma della famiglia che si affianca a quello della guerra, c’erano molti aspetti, in questa storia, che avevo voglia di indagare, ad esempio in che modo Chris e sua moglie abbiano tenuto in piedi il loro matrimonio nonostante gli anni che lui ha trascorso al fronte“. american-sniper (2)

Casa non è quel posto che lascia il male fuori dalla porta; casa è il posto in cui fare i conti con tutto, è l’unico posto in cui qualcun altro insieme a te abbraccia la tenebra che grava sulle tue spalle. Questa è la differenza tra il male e il bene: il male taglia, esclude, censura, uccide; il bene allarga la capacità di comprensione, include nel suo abbraccio operoso anche gli occhi che hanno mirato e sparato. Il bene alza la posta ed è pronto a edificare con un uomo che non ha altro da offrire che la sua sincerità, e non la sua bontà perfetta. Una sincerità nuda, attraversata da incubi e dubbi; la sincerità di un uomo fragile su tutto, tranne che nell’assumersi le proprie responsabilità di fronte al Creatore.

Ecco una sfida interessante posta alla nostra attenzione. E il silenzio di chi pensa è la risposta migliore. Poi ci sarà sempre chi preferisce liquidare tutto dicendo che un cecchino è un eroe o che è solo un assassino, che la guerra è necessaria o che non è mai una soluzione … ecc ecc . Ma a questo risponde la macchina da presa di Clint Eastwood che sta a fuoco su un uomo e non sui massimi sistemi: un uomo che risponde delle sue drammatiche responsabilità, senza sedersi sulle comode giustificazioni e senza aspettarsi una quieta pacificazione.

Un filo rotto si aggiusta facendo un nodo, segno visibile di una rottura ricomposta. Un uomo che torna dalla guerra è un nodo umano, segno visibile del bisogno radicale di tenere assieme lembi incompatibili, ferite irrimarginabili, domande senza risposte preconfezionate, solitudini inaridite che inconsapevolmente implorano compagnia.