Delitto Luca Varani. Una briciola di umano.

Solo quando il mondo naturale viene visto come buono, il male diventa intellegibile

come forza distruttiva e risultato necessario della nostra libertà.

Flannery O’Connor

Il delitto di Luca Varani continua a essere una vera e propria manna per i giornali, per i gossip, per i chiacchieroni dei social networks. È tutta una gara al «voglio dire la mia» e al «ho scoperto un altro dettaglio osceno». È tutta una gara alle etichette: «vedi cosa combinano i gay?» da una parte e dall’altra «però quell’altro era un gay represso, quindi un omofobo della peggior specie». Anch’io effettivamente non ho resistito a sputare etichette e mi sono lasciata andare a pensieri poco carini sui figli di papà e sui loro vizi. Siamo tutti imperfetti e tutti vogliamo dare un nome alle cose, così che anche le faccende più informi ed esagerate possano darci l’impressione di essere contenute da una definizione o spiegazione.

Mi sono perciò imposta il silenzio, prima di scrivere qualcosa su questa vicenda. Ho letto tanto e ho pensato, e più leggevo e pensavo più mi sentivo precipitare in un regno alieno abitato da forme viventi che poco avevano a che fare con l’umanità. Corpi abusati, istinti sviscerati fino alla nausea, non voci ma singulti o gemiti o orgasmi. Mi sono chiesta se avesse un senso precipitare senza paracadute in questo mondo di eccessi e depravazioni. Forse sì. Quando si esplora un pianeta arido e disabitato, posto ai confini di una galassia lontana, non ci si può aspettare di trovare un’edicola o una rete fognaria o un’antenna radio. Non c’è nulla di domestico. È solo deserto e silenzio.

Allo stesso modo, ho provato a immedesimarmi nel mondo buio e distruttivo dei giovani romani che hanno ucciso Luca Varani senza il rassicurante appoggio delle mie certezze ideali.

Ho messo nel cassetto la mia morale e il mio perbenismo, la mia sensibilità e le mie esperienze. Ho tentato di abitare quel loro pianeta così lontano. Ho tentato. E la prima impressione che mi è arrivata addosso è stata il gelo della solitudine. Chiudersi in casa a drogarsi è solitudine. Un’orgia è solitudine. Prostituirsi è solitudine. L’omicidio è solitudine. Nei giorni che hanno visto nascere e degenerare quest’orribile tragedia credo che vittima e carnefici abbiano sentito, consapevolmente o meno, l’alienazione e l’orrore della solitudine come pochi altri al mondo. La solitudine del carnefice fomenta e accresce la sua brutalità, quella della vittima accresce la sua disperazione. In entrambi i casi è sconvolgente.

La seconda impressione che mi è arrivata addosso è la grande vertigine della malvagità. Il leone è un predatore e sbrana la sua preda. Un black mamba è letale quando aggredisce. Il loro istinto, però, è puro e quasi innocente; non sono capaci di uccidere premeditando la tortura. L’uomo può diventare un predatore letale mosso da una malvagità cattiva che il leone o il black mamba non conosceranno mai. L’istinto dell’uomo, anche nei suoi momenti di delirio più sfrenato, è sempre accompagnato da una coscienza che la bestia non ha. Perciò l’uomo può diventare più bestiale della bestia.

Per i supereroi vale la regola del «da un grande potere derivano grandi responsabilità». Può per l’uomo esistere l’ipotesi del «da una grande abiezione deriva il bisogno di un grande riscatto»? Ripeto, ho provato a chiedermelo senza appoggiarmi a nessun paletto precostituito della mia moralità, senza affidarmi ai paracaduti delle mie certezze. Ho provato ad abitare nel pianeta arido, buio e disumano di Marc Prato e di Manuel Foffo. E sono arrivata al loro bivio: dopo aver torturato e ucciso Luca Varani e aver dormito col cadavere un’intera notte, uno dei due tenta il suicidio (gesto, forse, cinicamente calcolato per costruirsi già una linea di difesa …), l’altro si reca insieme al padre a un funerale.

Probabilmente io avrei optato per il suicidio. Avrei messo il sigillo della solitudine su una storia che parla solo di solitudine. Uccidere qualcuno è già, in parte, uccidersi, cioè negare la vita. Meglio dunque darla vinta del tutto al buio della negazione. Nauseato di cocaina fino alle viscere e con gli occhi pieni del sangue e delle tribolazioni di un altro essere umano, cos’altro potrei fare se non uccidermi? Nulla.

Ma, a questo punto, constato la presenza di un altro dato in questa storia. L’altro ragazzo, ancora del tutto stordito dal sesso dalla droga dall’insonnia dal delirio omicida, si trova in macchina con suo padre e a un certo punto gli dice: «Papà, ho ammazzato un uomo». Questa frase è l’unica cosa che non parla di solitudine in tutto l’abisso di questa storia. Nessuno gli chiede di confessare. Lo fa. Forse inconsapevolmente, ma lo fa. Ha ancora gli occhi fuori dalle orbite per la cocaina, ma lo fa. Non è lucido e non è pentito, ma lo fa. Non è una persona moralmente a posto, ma lo fa. Forse è mosso solo dalla paura o dall’incapacità di gestire il suo delirio, ma lo fa. Confessa, con poche parole … a suo padre.

Il leone e il black mamba non si confessano delle prede che uccidono, perché non c’è n’è bisogno. Il leone e il black mamba non sono cattivi quando uccidono. L’uomo sì. Perciò fa parte dell’umano un insito contraltare, clamoroso quanto lo è l’abiezione di cui solo un uomo è capace. Non è imposto dall’esterno, dalla morale, dalle forze dell’ordine. È un bisogno connaturato nell’umanità. È il gesto di dire a qualcun altro qualcosa che è dentro di sé. Ed esce pure dalla bocca di un giovane stordito, incosciente e cattivo.

Sentire in un regno alieno fatto di gemiti, orgasmi, singulti una voce che dice: «Papà, ho ammazzato un uomo» è come trovare una minuscola traccia di umido su un pianeta deserto e arido ai confini della galassia. Ti fa dire subito: vita. E ti fa anche dire: possibile?

A me non interessa capire, sapere, spiegare perché Manuel Foffo ha detto quelle poche a suo padre. Non mi interessa sondarne la sincerità o la non sincerità. Può pure averlo fatto senza rendersene conto o come estremo atto di codardia. Non sto dicendo che si è sentito in colpa e ha confessato. Sto dicendo che, dopo tre giorni di subumanità e disumanità, ha fatto qualcosa che lo identifica – ancora – come umano. E umano significa solo umano, non buono.

La confessione è ritenuto il più ridicolo e moralista dei sacramenti cristiani. Ebbene no: è un tratto che identifica la razza umana. Confessarsi non è – in prima istanza – sentirsi colpa. Confessarsi non è aver paura di un Dio cattivo e punitivo. Confessarsi non è avere una morale. Confessare è dire a un altro qualcosa di sé; è essere in relazione, chiedere una relazione. Nella razza umana la comprensione di sé passa attraverso il legame con gli altri. 

Di confessioni ne sono pieni i teleromanzi e i gialli. Ne sono pieni i bagni delle scuole superiori e le pause caffè tra colleghi. Non è una faccenda esclusivamente religiosa, perché la religione è un passo oltre la confessione istintiva: vuole un cuore che chieda il perdono. Ma il perdono esiste perché esiste questo bisogno di non tenere per sé le proprie cose, di non essere padroni esclusivi della propria storia. Io personalmente credo che l’istintivo bisogno di confessare ad altri qualcosa di sé sia la prova che tutti – consapevolmente o meno – sentiamo la necessità di essere perdonati, cioè sentiamo la necessità che sia una voce esterna a dirci che noi non siamo i nostri limiti o le nostre abiezioni o le nostre insicurezze. Ma questa è una conclusione successiva, e non è detto che sia condivisa o condivisibile. 

Non è detto che tutti cerchino il perdono, lo vogliano o si sentano in colpa per certe azioni. Ma l’atto semplice di dire a qualcun altro un nostro tarlo, cruccio, pensiero, emozione è proprio dell’umano; è proprio di ogni essere umano, anche di un assassino drogato marcio.

Qui mi fermo. Perché non ho lezioni da impartire. Mi basta annotare nel mio quaderno umano questo dato: dentro una vicenda perversa e delirante, oscena e angosciante, a un certo punto … senza nessuna imposizione e forse con pochissima lucidità … una voce sballata, stordita, spietata ma indubitabilmente umana ha detto: «Papà, ho ammazzato un uomo».

La leggenda del buttafuori gentile

Questa storia mi è giunta nel miglior modo possibile, cioè come una leggenda. In altre parole, ne ho solo sentito parlare. Non ho fonti scritte, non ho prove a conferma della storicità degli eventi, non ho nulla se non il ricordo della voce che mi ha raccontato quest’eroica vicenda. Tutto ciò mi fa sentire antica … e lieta. Molto molto molto tempo fa erano gli aedi a raccontare storie al popolo radunato attorno al fuoco e la gente ascoltava non tanto quella che oggi definiremmo «cronaca», bensì quelle leggende che sono molto più vere di un verbale, di un documentario, di una dichiarazione giurata.

Solo un madornale errore razionalistico ci fa oggigiorno pensare che la leggenda non sia altro che una favoletta, e solo un madornale eccesso di serietà ci fa pensare che la favola non sia altro che una storiella per bambini.

La leggenda e la favola presuppongono che il contenuto di verità di un messaggio sia più importante della storicità dei protagonisti della vicenda in questione. L’attuale idolatria per la cronaca sensazionalistica ci ha traviato, perché presuppone che rovistare sui dettagli privati della vita di persone in carne e ossa sia più importante che comunicare una qualsiasi verità.

Perciò mi vanto e sono lieta di aver avuto il privilegio di ascoltare una leggenda, un racconto orale il cui protagonista è ai miei occhi tanto immaginario e tanto vero quanto lo è Babbo Natale.

Durante la messa domenicale, nei giorni successivi a Natale, il prete della parrocchia in cui mi trovavo ha messo da parte le sue eventuali riflessioni personali per dedicare il tempo dell’omelia a leggere una lettera ricevuta da un suo conoscente. Il contenuto di quella lettera è la favola che ora condivido con voi, cioè è la storia vera di un uomo vero, ma di cui noi non sapremo altro che le sue parole.

top-dj-10-regole-per-non-farsi-rimbalzare2Bisogna però dare un nome al protagonista. Essendo un eroe, lo chiamerò Orlando. È un giovane adulto come tanti, che non si nota se non per la corporatura robusta. Questa caratteristica fisica gli ha fruttato un lavoro come buttafuori in un pub di Milano. È un mestiere strano, se vogliamo, perché presuppone una sorta di diffidenza riguardo alle relazioni sociali: il suo compito è quello di sistemare le cose, quando gli altri le incasinano. Devi fare del tuo meglio, quando gli altri danno il peggio di sé. Forse a qualcuno basterebbero i vantaggi di stare sempre in mezzo alla musica, ai cocktail e a ragazze strafighe, ma Orlando non è questo qualcuno. Lui avverte tutta l’amarezza di un compito in cui deve allontanare, scrutare e diffidare delle persone.

Questa percezione si acutizza quando Orlando incontra e abbraccia l’esperienza cristiana, perché il paradosso del suo mestiere diventa ancora più palese. «Come posso essere un cristiano sincero, facendo il buttafuori?» si chiede. Si può mettere in pratica quel «ama il prossimo tuo come te stesso» in mezzo a degli ubriachi che tirano cazzotti a destra e a manca?

La difficoltà aguzza l’ingegno. O meglio, da un grande dono derivano grandi responsabilità. O, meglio ancora, se hai incontrato un bene, tendenzialmente lo condividi. Orlando si rende conto che deve rivedere da capo il suo mestiere. Bisogna mettere tutto sottosopra.  Ad esempio: “buttafuori” è una parola che denota una sconfitta, perché se qualcuno viene nel tuo pub, sarebbe bello – anche solo considerando il profitto – tenercelo dentro. “Buttafuori” è una parola che inquadra solo il finale (brutto) di una storia, ma se uno guardasse quella storia dall’inizio cosa accadrebbe?

E così Orlando intuisce che il suo lavoro comincia prima, molto ma molto prima di quando si caccia in malo modo un poveretto che è fuori di sé. Tutto comincia quando ogni sconosciuto cliente entra nel pub. E non c’è cosa più evidente a tutti di quanto siano estranianti i luoghi di aggregazione: ci vai per stare in compagnia, e ignori chi hai attorno. Il primo gesto eroico di Orlando è dunque quello di salutare, a voce e con un sorriso, tutti quelli che si affacciano sulla soglia del pub.2235252-disco

All’inizio nessuno ricambia; Orlando viene ignorato o forse anche silenziosamente deriso. Ma già dopo una settimana questa buona abitudine fa breccia negli altri e Orlando constata che alcuni clienti cominciano a rispondere al saluto e al sorriso, quando entrano. «Allora funziona!» dice tra sé e sé. Eh sì, funziona ed è bello averne le prove, perché un conto è ipotizzare che l’amorevolezza e l’accoglienza siano le misure più adeguate a trattare gli uomini, un conto è constatare che è sperimentalmente e oggettivamente vero.

buttafuori1Ma non finisce qui. L’altro passo nuovo che Orlando prova è quello di prestare attenzione alle persone mentre sono nel pub: se nota qualcosa di critico, interviene subito magari avvicinandosi a un tipo che comincia a dare in escandescenza e gli parla come a un amico; parla anche a chi sta con quel tipo, ai suoi amici, e cerca di fare gruppo, in modo che si tengano d’occhio a vicenda. In altre occasioni addolcisce gli animi buttando tutto sul ridere, insomma si dà da fare affinché risse, malori e violenza siano evitati. E lo fa non mettendosi in un angolo a braccia conserte e muso duro, bensì stando con e in mezzo alla gente.

Ovviamente, questo nuovo orizzonte operativo richiede a Orlando un impegno molto più attivo e faticoso durante il suo lavoro, perché esige lo sforzo di vincere la propria istintività, esige la costante premura di guardarsi attorno e comprendere eventi e situazioni sempre nuove, esige l’adattabilità di fronte a tipi umani francamente rompiscatole. Ma qual è il guadagno?

Ecco, vorrei limitarmi a considerare il guadagno puramente materiale contenuto in questa storia. Il guadagno in termini umani, quello più importante, è fatica da descrivere a parole, perché lo si gode in pienezza solo facendone esperienza. Ciascuno di noi, quindi, si arrischi a sentirne l’inebriante brivido sulla pelle! Ma è interessante considerare, appunto, anche solo il guadagno materiale toccato con mano da Orlando, perché – alla fin fine – non è solo «materiale». Di fatto, nota il nostro eroe, da quando nel pub si respira quest’aria nuova (che Orlando ha condiviso e proposto ai colleghi) i clienti sono aumentati, e anche il fatturato. Ci si può limitare a strofinarsi le mani e a stamparsi il simbolo dei dollari sulle pupille, oppure si può allargare lo sguardo e notare che la gente non è scema: se incontra un luogo in cui vale qualcosa di più umano del rapporto domanda/offerta, tende a preferirlo ad altri contesti mondani e ultrachic, ma aridi. E questo è confortante.

Ogni leggenda che si rispetti ha una morale, come le favole. Possiede, cioè, qualcosa che può essere di utilità a tutti, in contesti diversi e vari. La morale di questa leggenda è un po’ più radicale di «fai il buono e il mondo diventerà più buono». Orlando ci racconta innanzitutto che se uno ha un’ipotesi – o un ideale – di vita vero e valido, allora questo lo rende una persona attiva, volenterosa e creativa nel quotidiano. L’uomo pigro e svogliato non è quello che ha tutto e quindi è «a posto»: l’uomo pigro è quello privo di ragioni adeguate per tuffarsi a capofitto nel casino del vivere.

Ma c’è altro. E quest’ultima nota che vorrei documentare è – di questi tempi – fondamentale. Le circostanze avverse, le sfide impossibili, le scalate ardue sono occasioni altamente favorevoli. Un buttafuori non è esattamente un modello di virtù cristiana. Ma, in fondo, perché no? Non è insensato o ridicolo un buttafuori che porge l’altra guancia, è solo un esemplare umano un po’ più interessante delle nostre vedute limitate e omologate.

E qui il punto è proprio il paradosso umano. Il punto è che ogni uomo fa davvero la differenza nel luogo in cui è e non ci sono circostanze davvero chiuse e impraticabili. Se una persona è mossa da un’idea convincente (se è mossa da qualcosa di buono e vero che nutre il suo io), allora troverà strade creative insospettabili anche in mezzo a eventi apparentemente avversi. Quante volte il luogo di lavoro non solo non ci gratifica, ma sembra proprio strozzarci e schiacciarci! Il datore di lavoro non capisce le nostre potenzialità, i rapporti coi colleghi sono cordiali solo apparentemente, i risultati tardano a venire. E noi ci diamo per vinti. Poteva farlo anche Orlando constatando i dati (apparentemente) inconciliabili della sua situazione: “sono un buttafuori” e “vorrei praticare l’accoglienza cristiana dell’altro”. Eppure, è proprio quando la corrente rema contro che la creatività umana può dare il meglio di sé. Strade nuove si aprono solo di fronte a ostacoli grandi. Ma a patto che uno abbia un «movente».

Un buttafuori gentile è un paradosso. Ma non è una creatura artificiale costruita in laboratorio, è una meraviglia della realtà: lì dove c’è un io all’opera perché «mosso» da un’intuizione o da un ideale che lo entusiasma, non c’è più previsione che tenga o regola scritta o grafico … perché germogliano un mucchio di novità impensabili, concrete, fruttuose.

 

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Virtualmente asociale

Ciascuno con una propria storia che si struggeva di rivelare.

Di solito, anzi spesso, anzi sempre, quando ero adolescente/giovane nessuno si accorgeva se ero o non ero presente a una festa, se me ne andavo dopo cinque minuti, se mancavo a una gita degli scout e occasioni simili. Ero la classica persona trasparente, che nessuno nota. Non ne facevo un problema, stavo bene in disparte.

untitled (3)Ma la trasformazione dei rapporti interpersonali, che ora passano attraverso ogni sorta di social networks, ha fatto anche di me una “prima donna”. Ho sperimentato sulla mia pelle che abbandonare un gruppo Whatsapp equivale a un lutto, equivale a dichiarare una guerra mondiale.

Sarà per quel verbo «tizio ha abbandonato il gruppo», perché fa pensare al malvagio che abbandona il cane in autostrada o al padre degenere che abbandona la famiglia per mettersi con la giovane segretaria. «Abbandonare» è un verbo decisamente troppo forte per il mondo di Whatsapp, è inadeguato. Io opterei per «tizio ora se ne frega di questo gruppo».

Infatti, io non ho abbandonato proprio nessuno. E torniamo dunque ai fatti.

Esiste una categoria sociale pericolosa, i genitori degli alunni. Quando questa congrega si organizza in cellule pseudo-terroristiche come il gruppo Whatsapp «Mamme della classe 3 A» il mondo è in pericolo. Succedono cose assurde: gente che per i corridoi di scuola non ti guarda neppure in faccia, si permette di criticarti virtualmente con una familiarità che nemmeno tuo marito ha. È assurdo il livello di intimità e amicizia fittizie che si creano solo virtualmente.

E poi la moltiplicazione del gossip, delle inutilità verbali, dei cuoricini e dei sorrisi. Ecco, a fronte di una discussione seria degenerata in chiacchiere da bar, mi sono detta che Whatsapp va bene per quando mio marito è all’estero e mi aggiorna su cosa fa, ma non va bene se a tema c’è l’educazione dei miei figli. E dopo aver visto una lista di n-mila messaggi sul suddetto gruppo di mamme, ho deciso di cambiare rotta. Ho chiesto a me stessa un sacrificio: se ci sono questioni o problemi che riguardano la scuola, fai la fatica di parlarne a viva voce con le altre mamme, non delegare al virtuale. E poi, semplicemente, mi sono tolta dal gruppo. Senza rancori, senza scenate … esattamente come accadeva da adolescente, quando andavo via da una festa e nessuno mi badava.

Apriti cielo. Si è generato il panico universale. Sono state ipotizzate cause disastrose, alcune hanno avuto sensi di colpa tremendi, è stata anche chiamata in causa la maestra per verificare che io stessi bene. Incontrandomi allegra e spensierata nei corridoi, c’è chi ha pensato: «Come fa lei a parlare tranquilla con noi, visto che non è più nel gruppo?». Bé, d’ora in poi io parlo e parlerò con le altre mamme nei corridoi, mi concedo il lusso di questo social network gratuito e non virtuale. Mi ripropongo di essere un po’ meno sociale virtualmente, magari di passare per una asociale virtuale.

Questa scelta non è un dito puntato contro gli altri, ma un’educazione e attenzione che voglio imporre a me stessa. La scorsa settimana ho partecipato a Firenze a un evento scolastico nazionale, Performance d’Autore, in occasione del quale 700 studenti italiani delle scuole superiori si sono incontrati per approfondire la conoscenza di un autore della letteratura italiana non troppo studiato, Vasco Pratolini (famoso soprattutto per Metello).

Per preparare i ragazzi a questa giornata di studio e dibattito avevamo suggerito loro la lettura di alcuni testi di Pratolini, tra cui il bellissimo racconto Lungo viaggio di Natale. E proprio questo testo si è rivelato di un’attualità disarmante.

La voce narrante racconta un suo viaggio in treno nella notte della Vigilia di Natale per tornare da suo padre. Siamo 1665644-inchiestsssssssnell’Italia del secondo dopoguerra – quasi un altro mondo, rispetto a noi – e siamo su un vagone di terza classe, freddissimo. Il protagonista è seduto da solo in questo vagone gelido e il controllore gli suggerisce di cambiare posto, di spostarsi nel vagone attiguo che è pieno di gente: «’Stia mica lì solitario! Vada più avanti che c’è più gente! Dove c’è gente c’è calore».

Il protagonista si sposta e nel vagone accanto trova un microcosmo di gente diversa e molto colloquiale. Sono tutti sconosciuti, ma immediatamente si mettono a parlare tra loro. C’è una prostituta di Genova, un minatore che ha vissuto per vent’anni in Francia, un milanese arrogante, un russo che a stento capisce qualcosa di italiano e altri. Insomma, mondi lontani e si direbbe incompatibili tra loro. E invece nasce tra loro un’intimità immediata, ciascuno condivide le proprie idee, litiga, ironizza, deride. Il narratore commenta: «Noi eravamo già tutti amici, creature che si facevano caldo l’una con l’altra, ciascuno con una propria storia che si struggeva di rivelare».

Ogni uomo è una storia, ma non solo. Ogni uomo è una storia che si strugge di rivelare. Cioè: l’uomo naturalmente vuole condividere la sua storia. La propria storia ciascuno la comprende guardandola attraverso gli occhi di qualcun altro, ma non tanto perché sono gli altri a spiegarci chi siamo, bensì perché il vero di noi emerge nel momento della condivisione e non nel mondo dei propri pensieri.

Mettendo a tema questo racconto, è stato per me immediato chiedere ai ragazzi che avevo di fronte: quando oggi saliamo su un treno accade quel che racconta Pratolini? No. Ognuno sta per conto suo, cuffie nelle orecchie, e smanetta col cellulare. Si sente parte di una comunità, che per lo più è virtuale (fatta di persone che non sono presenti), e si preclude la possibilità di essere parte delle piccole comunità in cui si imbatte concretamente.

«Ma come? – si obietterà – È meglio mettersi a parlare con uno sconosciuto piuttosto che scrivere su Whatsapp alla mia migliore amica?» Probabilmente sì. Non voglio fare la bacchettona che rifiuta la tecnologia. Ma colgo un rischio, su di me innanzitutto. Sento che diventa facile delegare alla tecnologia, cioè ai messaggi virtuali, le cose importanti. Quante volte sento la tentazione di pensare a una persona e dire «questa cosa gliela scrivo, anziché dirgliela a voce» e mi rendo conto che spesso sono questioni importanti quelle che sarei tentata di delegare al mondo virtuale, perché è facile e mi toglie la fatica del batticuore di guardare negli occhi quella persona. Si tratta di una solitudine pericolosamente mascherata da «socialità» e che rischia di farci perdere TRE piccioni con una fava: sul treno, col mio cellulare accesso, rischio di allontanarmi dalla mia amica che è il destinatario del mio messaggio e sicuramente mi allontano dalla trama di vita che ho a un centimetro da me. Da ultimo, ma non meno importante, perdo anche un pezzo di me, se è vero che la mia storia si rivela quando ne rendo partecipe la piccola comunità delle persone a me care, o anche degli sconosciuti con cui chiacchiero.

È fatica parlare di persona alla gente. A volte non ti ascoltano. A volte parlano troppo. A volte ti verrebbe da voltargli le spalle. Però è solo dalla fatica che nasce qualcosa, come le doglie del parto: nessuno le vorrebbe attraversare … ma portano frutto.

Ora, lo so che è uscito il nuovo libro di Bruno Vespa e pure quello di Fabio Volo, ma io mi azzardo lo stesso a consigliarvi di leggere quel racconto di Pratolini e di comprare il libro in cui è contenuto, Diario sentimentale. Forse non sarebbe improprio sottotitolarlo: «Incontri di varia umanità, per gente che ha il coraggio di essere virtualmente un po’ meno sociale».

PS: avevo concluso la scrittura di questo articolo, ma il telegiornale mi ha messo a conoscenza di un fatto accaduto a Giacarta. Un 24enne ha causato un incidente con la sua Lamborghini, in cui è rimasto ucciso un uomo e altri passanti sono stati gravemente feriti. Il pilota del bolide è rimasto illeso e mentre stava uscendo dalla sua vettura accartocciata era già intento a scrivere messaggi col cellulare. Emblematico: hai intorno il disastro, ma tu sei già altrove.crash-300x180

La scelta di Darby. Opportunità, non imposizioni (l’uomo è un cavaliere libero)

Stanca del ciarpame che mettono in circolazione i nostri quotidiani e giornali più blasonati, mi sto costruendo network per recuperare informazioni, fatti, eventi . Tra gli altri, mi sono messa a seguire il blog The Oregon Optimist.

Ci trovo notizie positive. Quelle che non sentiamo mai nei Tg. Ma ci sono. Perché, grazie al cielo, il mondo è un posto in cui il bene germoglia. E tendenzialmente resiste e perdura più della violenza e del male, che si esauriscono una volta esplosi.

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Foto di Elizabeth Haslam

Mi sono così imbattuta nella storia di Darby, che a sedici anni è rimasta incinta e ha deciso di non ricorrere all’aborto, grazie a una frase detta dal ginecologo che l’ha visitata. Non voglio fare di questa storia una pura e semplice propaganda anti-aborto, ma se possibile qualcosa di più generale.

Ebbene, ecco la storia della giovane Darby che va a farsi visitare. Ha il dubbio di essere incinta e ha anche il dubbio di cosa fare nel caso di un’eventuale gravidanza. Il ginecologo che la visita le conferma la gravidanza. E a quel punto, vedendo la reazione emotiva della giovane, le dice una cosa che per lei diventerà decisiva: “Ho visto tante donne pentirsi di un aborto, ma non ho mai incontrato una ragazza madre pentita di aver avuto un figlio”.

Darby racconta che quella frase le ha cambiato la vita, a quel punto le è stato chiara la strada da percorrere. E ha avuto il suo bambino.

In che modo stiamo accanto a chi deve affrontare eventi o scelte decisive, capitali, difficilissime?

Spesso la modalità “ora ti dico io cosa è giusto” (con relativo indice alzato) si innesca istantaneamente. Ed è corretto proporre in  modo onesto alle persone le nostre convinzioni. Io credo, infatti, che sia una balla mostruosa dire: “Per rispettare la tua libertà, mi astengo dal dirti qual è la mia opinione”. Non è rispetto della libertà, è fregarsene e non avere il coraggio di esporsi.

Eppure è decisivo rispettare la libertà altrui; e il modo più corretto di rispettarla è metterla in moto. Come? Non ho la ricetta universale, ho un’ipotesi che mi ha insegnato il signor Chesterton e che ha riempito di ginnastica la mia vita.

Partiamo da questa premessa. La libertà non è un modo per avere la strada spianata. Spesso, oggi, si crede di essere liberi quando si hanno sufficienti diritti per fare le cose che vogliamo, per fare e disfare in base all’istinto di ogni momento. Voglio essere libero/a di innamorarmi e di non sposarmi; voglio essere libero/a di sposarmi e poi divorziare; voglio essere libero/a di avere figli senza avere un/a compagno/a, ecc ecc. Se questa è libertà, assomiglia molto a una sottospecie di dittatura dell’istinto: come se ogni nostro momentaneo desiderio dovesse subito e per forza realizzarsi, se no non sono felice.

La libertà è qualcosa di più ricco e impegnativo. Che soddisfa pienamente l’uomo, offrendogli delle sfide da accettare. Offrendogli l’opportunità di combattere per ciò che ama. Chesterton dice che l’uomo è come il cavaliere della fiaba; deve raggiungere un castello lontano, passando attraverso un bosco, dove lo attendono prove e avventure. Questa è la trama fatta su misura per il nostro cuore. La nostra natura non è fatta per godersi la soddisfazione di ottenere ogni cosa che ci passa per la testa, ma è fatta per godere della libera scelta di poter dar prova di difendere e conquistare ciò che davvero ama.

Un'immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Un’immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Siamo fatti per le avventure impegnative che ci portano verso il castello. Non appena ci viene proposta una prova che possa svelare il nostro valore, noi ci sentiamo finalmente “vivi”, pronti a dare tutto noi stessi in nome di qualcosa che vale la pena salvare, conquistare, custodire. Perché intuiamo che un bene grande per noi è in gioco in un’impresa di valore . La bugia moderna dice, invece, che il cavaliere è più libero se si dimentica del castello lontano e comincia a divertirsi nel bosco, dove gli DEVONO essere date tutte le cose che vuole: un rifugio su un albero, cacciagione fresca, solitudine, agio e relax. Un cavaliere che si riduce così è indolente, ma soprattutto non è felice.

La storia di Darby testimonia che se a una persona è data l’opportunità di risvegliare la propria libertà, allora si sentirà di nuovo come il cavaliere della fiaba. Non abbiamo bisogno di persone che ESEGUANO la cosa giusta, ma che vogliano essere libere di dare tutto se stesse per qualcosa che riconoscono giusto. La risposta del ginecologo è perciò esemplare: non ha dato alla ragazza una risposta moralisticamente impacchettata, ha messo di fronte a lei un dato della sua esperienza, in modo che sembrasse una sfida. Non una provocazione, ma una sfida. A quel punto Darby aveva davanti a sé non una casella da barrare (gravidanza sì, gravidanza no), ma un percorso libero di cui essere protagonista: che nessuna ragazza madre si fosse pentita di aver avuto un figlio non era certo un dato neutro. Non dipingeva ai suoi occhi un orizzonte facile, sereno e in discesa, eppure lasciava trapelare un’avventura corrispondente al suo cuore. Un’opportunità. Come quella del cavaliere che sceglie di inoltrarsi nel bosco, perché si sente pienamente libero di affrontare tutte le prove necessarie per raggiungere il castello.

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Foto di Michal Kulesza

Nel mio piccolo, ma molto piccolo, è capitato anche a me qualcosa di simile, che conferma ciò che Chesterton mi ha fatto intuire; ovvero che l’uomo, messo di fronte a un’avventura impegnativa, ha voglia in piena libertà di dar prova del suo valore.

Io sono rimasta incinta proprio a metà del dottorato e, per quanto non avessi nessun dubbio sulla mia gravidanza, un certo pessimismo aleggiava nella mia testa. Sapevo bene che avere un figlio sarebbe stato incompatibile con il percorso universitario che avevo di fronte; per ottenere qualcosa nel futuro (una borsa di studio per la ricerca, un posto come docente) i professori  esigevano una disponibilità illimitata di spazio e tempo; era ovviamente una legge non scritta, ma vera quanto invisibile. Io ero fatta istantaneamente fuori. I miei compagni di dottorato, saputo che io aspettavo un bambino, mi venivano incontro dicendomi: «Mi dispiace». Lo giuro. Ma era il sentimento onesto di chi aveva messo in conto che la carriera richiedeva un netto sacrificio rispetto agli affetti.

Io non condividevo questa linea, tanto che mi ero sposata mentre studiavo, eppure quando si trattò di trovarsi di fronte al fatto che non avrei avuto un futuro in università, perché sarei diventata madre, ecco … i pensieri si annebbiarono. Fu decisivo mio marito che risistemò il mio orizzonte mentale con una frase tutt’altro che consolatoria, bensì provocatoria. Da ingegnere, mi richiamò alle fredde ma vere leggi matematiche e mi disse: “In aritmetica un positivo + un positivo non dà mai risultato negativo”. Vero. Io studiavo ciò che mi piaceva (positivo) e stavo portando nel grembo un figlio (positivo); spettava a me verificare che queste due cose insieme non potevano dare frutto negativo.

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Appunti miei … scarabocchi dei figli

È l’avventura in cui sono impegnata a vivere da allora. Ho lasciato l’università, e questo non ha significato smettere di scrivere e studiare ciò che mi piace. Non è una strada facile. Ora scrivo ascoltando un figlio di 8 anni che ripete la lezione sui Sumeri e con un altro di 4 sulle ginocchia che pigia a caso i tasti del mio computer. E dicono che scrivere dovrebbe essere un mestiere di solitudine e concentrazione. Può essere. Nella mia fiaba non è così. Sto cavalcando verso il castello e tante volte esco ferita dagli scontri coi goblin o coi draghi, ma questo mi aiuta meglio a capire perché sto qui a combattere.

Due punti, trattino, parentesi

Cos’è l’allegria? Cos’è un sorriso? Mi ponevo queste domande altisonanti dovendomi preparare a illustrare una mostra su S. Giovanni Bosco a una classe di ragazzi di prima superiore. S. Giovanni fondò la Società dell’allegria e diceva che il diavolo teme la gente allegra. Mi ero detta: questa è la chiave, i ragazzi su questo tema tendono le orecchie. Sì, ma come porgerlo in modo “sorprendente e semplice”? S. Giovanni faceva il saltimbanco per coinvolgere i ragazzi e gli adulti che aveva attorno. Cosa faccio io? Va beh… ho scritto un libro di capriole, ma sulla pratica acrobatica sono una frana. Non so come, puf! mi è venuta un’idea. Ho pensato: cosa fanno ‘sti ragazzi tutto il santo giorno? Smanettano su whatsapp… uhm… e usano tutte le faccette … uhm … e come si fa la “faccetta col sorriso” usando la tastiera? … si digita in ordine due punti, trattino, parentesi : – ) Posso descrive il percorso dell’allegria usando questi tre segni di punteggiatura in successione? Certo, come no! Due punti: sono gli occhi. Con gli occhi osservo il mondo, guardo e non mi chiudo nel mio egoismo. In grammatica, i due punti sono un pausa che introduce un elenco o una spiegazione; è come dire: mi fermo, faccio mente locale, e guardo – elencandolo – tutto quello che c’è o che ho visto … è la valigia per il mio viaggio. Trattino: il naso. Il naso di ognuno di noi – bello o brutto che sia – è la nostra parte sporgente; è un’indicazione fisica del bisogno di protenderci al mondo. Il trattino è il viaggio in avanti che comincia dopo che ho fatto le valigie. Una volta che ho guardato le cose e le persone, devo poi incontrarle. Qui comincia la sconfitta del diavolo; perché – ricordiamolo – l’etimologia della parola diavolo è “colui che separa”. Il diavolo vorrebbe chiuderti in un guscio di solitudine. Nel momento in cui incontri e ti leghi a qualcuno, il diavolo comincia a tremare… Parentesi: la bocca.  La bocca che sorride è lieta e forma un arco a U, che è come un abbraccio. La parentesi è un segno grafico che accoglie, che custodisce qualcosa al suo interno. L’ultimo passo dell’allegria è mettersi all’opera per abbracciare e custodire gli incontri fatti. Rimboccarsi le maniche ed essere creativi per non perdere il bello e il buono incontrato per strada è un impegno, ed è insieme il segreto della gioia, quella che non deriva da un’indigestione di piaceri, ma dalla lieta esuberanza che è lo spendersi per gli altri (e trovando contemporaneamente un modo più bello di essere se stessi).

OSSERVARE – INCONTRARE – ABBRACCIARE

… come dicono in palestra: eseguire questo esercizio in 3 serie da 10, quotidianamente.

smile

Io sono Charles

Io sono charles

Prendo tutti i giorni il rimedio che l’incomparabile

Dickens prescriveva contro il suicidio.

Consiste in un bicchiere di vino, un boccone di pane

e di formaggio e una pipa di tabacco.

Vincent Van Gogh

Con questo titolo l’ho davvero sparata grossa, ammiccando a un certo dilagante motto d’attualità. In realtà io non sono Charles … Dickens. Ma sono come Charles mi descrive; ho trovato e trovo tanto di me nei suoi libri. Cose che neppure io mi accorgo consapevolmente di essere: tic, paranoie, comicità, limiti, sguardi. A dire il vero, nelle sue pagine trovo ogni possibile essere umano. E questo è incredibile. In Dombey e figlio Dickens scrive: “Se accade qualcosa, prendine nota“. Lui fece davvero così, e vorrei tanto essere Charles, cioè praticare questo consiglio di vita.

Lo scorso dicembre sono stata invitata a Milano per parlare di quest’autore in una scuola superiore. Ho registrato un video dell’evento (… cioè, è un evento che io riesca a tollerare un video di me). Lo condivido con voi, per chi avrà tempo libero da perdere. È suddiviso in tre parti:

1) ESSERCI è RELATIVO

In cui prendo a prestito dal paracadutismo l’immagine del relativista (quelli che si buttano dall’aereo e disegnano figure geometriche aggrappandosi tra loro mentre sono in caduta libera), per dire che venire al mondo è un tuffo e una bella stretta di mano. E che Dickens si tuffava in mezzo a tutti e stringeva la mano a chiunque.

2) UNA FOLLA IN RIVOLTA

In cui parlo della strage degli innocenti, cioè della riduzione dell’essere umano a recipiente o statistica. Dickens ci rovescia addosso una folla gigantesca di umanità che è in rivolta … in rivolta contro la bugia del mondo della scienza, dell’economia e della statistica, tutte discipline che vorrebbero ridurre l’uomo a un grafico prevedibile. Invece, lì dove c’è un cuore libero e vivo che batte c’è un’imprevedibile avventura (nel bene e nel male).

3) FUORI è MAGNIFICO

In cui mi scuso con Fedez per voler puntualizzare che prima della sua bellissima canzone, qualcun altro aveva già dichiarato che “fuori è magnifico”. Dickens appunto. Magnifico non vuol dire bello, etimologicamente significa “che si mostra grande”. Tutto oltre l’uscio di casa è qualcosa di grande (nel bene e nel male), più grande di quello che ciascuno può immaginare, sperare e temere. Nell’omonimo romanzo, il signor Pickwick dice, parafrasando: “Potrei starmene a guardare il mondo dalla finestra, vedrei tutto senza correre rischi. E invece io mi ci butto dentro, costi quel che costi”. È un rischio? Sì, per questo è anche un’opportunità.