Il frigorifero dei miracoli

 

Puntualmente è la frase «non ho niente nel frigo!» a generare le cene più luculliane.
Mi danno abbastanza fastidio gli chef in TV che suggeriscono soluzioni dell’ultimo minuto, proponendo piatti «salvacena» con ingredienti assurdi, come se tutti avessimo a portata di mano il succo di tamarindo, un filetto di bovino Wagyu, dei tobinabur e qualche pistacchio di Bronte.

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foto di weegeebored

In una casa normale, quando il frigo è vuoto vuol dire che è vuoto: una triste carota è rimasta sola nel cassetto della verdura, un paio di uova che non bastano per cinque persone e una mozzarella forse è scaduta.
Eppure è proprio in queste occasioni tragiche, di fronte a familiari affamati imploranti una cena soddisfacente, che la casalinga sgangherata che è in me fa saltar fuori tre o quattro portate più abbondanti del dovuto. Come mai? In effetti, non c’è nulla di nuovo.

È sempre così: saper guardare quello che c’è è un esercizio impegnativo; l’occhio

pigro vede «nulla» perché non trova quel che vorrebbe, la necessità incombente aguzza la vista che – meravigliata – si accorge che non è mai completamente «nulla» il poco che c’è.
Due uova non bastano per sfamare cinque persone, ma se ci aggiungi un po’ di latte e farina e vai a disturbare le scatolette di tonno tumulate e dimenticate in dispensa, salta fuori una specie gustosa di frittata. Cracco inorridirebbe, ma sono fatti suoi.
Con la carota striminzita e le poche patate rimaste, salta fuori una vellutata. Eccettera eccetera.Impegnata in questa battaglia per trasformare il «nulla» in qualcosa, mi è venuto in mente l’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Unico miracolo riportato da tutti e quattro gli evangelisti, chissà perché.
Potrebbe essere giudicato uno degli effetti speciali più riusciti di Gesù: c’era una folla strepitosa a seguirlo e lui li ha sfamati abbondantemente tutti! Un grande mago, un furbacchione che sa come accalappiarsi il consenso del popolo? Mi sa di no. Credo che il miracolo non sia disgiunto da ciò lui stava insegnando alla gente.

Nonostante i falsi luoghi comuni, se io dovessi dire qual è uno degli insegnamenti più grandi che il Cristianesimo mi ha donato è la capacità e la voglia di «guardare»;

intendo guardare la realtà, tentare di farlo con un’intensità viva e non con la pigrizia dell’uomo già stanco prima di svegliarsi. Ed è un grande mistero il fatto che, se qualche volta questa vista stupita e spalancata accade, la realtà regala una moltiplicazione.

Molto spesso è l’urgenza a vincere la pigrizia, proprio come accade col frigo vuoto e il bisogno di mettere in tavola una cena.

 

Il frigo non è mai vuoto, e fuor di metafora nulla di quotidiano è mai solo «un nulla».

Credo che le parole di Gesù alla folla entusiasta stessero in qualche modo educando a uno sguardo rivoluzionario sul mondo e, di fronte alla triste constatazione dei discepoli «abbiamo solo sette pani e due pesci», lui ne fece un’occasione per trasformare in esempio le sue parole: quel che c’è non è mai poco, non è mai «solo due pesci», è invece tutto quel che ti occorre per dar prova di intraprendenza.

La massima virtù dell’uomo è la sua creatività, cioè la capacità di azioni «nuove» in un mondo che ha milioni di anni. E non c’è bisogno di costosi ingredienti chic, perché una moltitudine di possibilità fantastiche è già potenzialmente dentro le cose più semplici. Il mondo ha bisogno della tua opera e per metterti al lavoro devi solo saper guardare quel che c’è, devi amare la sua presenza come già qualcuno amò la tua presenza mettendoti al mondo.

Credo che Gesù – in fondo – parlasse di questo alla gente: la moltiplicazione miracolosa non è il trucco di uno chef stellato, ma una via possibile a tutti. Cosa disse San Francesco, il povero per eccellenza, quello che aveva dato via tutte le sue ricchezze? «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».

 

 

Dacci oggi il nostro pane quotidiano [ricetta semplice, in cucina e nella vita]

Per fare in casa il lievito madre serve poco e nulla. Poco materiale, e nulla è il contributo di chi lo fa. Io ho seguito il metodo suggerito dal rubicondo ed esimio Gabriele Bonci.

Ho preso un vasetto di vetro vuoto, diciamo che va benissimo quello della Nutella (per citare qualcosa che non manca nella dispensa di casa, almeno della mia). Ci ho messo dentro due cucchiai di farina integrale e un cucchiaino di miele; poi ho aggiunto acqua fino ad arrivare, come livello complessivo, a metà vasetto.

Eccomi, dunque, con un vasetto mezzo pieno (e non mezzo vuoto) … era talmente bella da dire, che non ho rinunciato all’occasione. All’imboccatura del vasetto ho messo una garza, legandola con un elastico e ho messo il tutto accanto a un cestino di frutta matura, che avevo in casa. E basta.20150205_140108

Aggiungendo un cucchiaio di farina ogni due giorni e mescolando il tutto, trascorsi dieci giorni mi sono ritrovata con il mio lievito. Non ho fatto nulla, se non predisporre le condizioni per «catturare» quelle sostanze che ci sono già nell’aria e mettono in moto la lievitazione. Sono partita da due cucchiai di farina e mi sono ritrovata un impasto vivo ed esuberante, che d’ora in poi dovrò solo nutrire e custodire.

20150223_095723Eccolo qua, con tutte le sue belle alveolature, quelle bolle d’aria che produce il composto. Certo, la bustina del supermercato è istantanea, questo procedimento invece si misura in termini di ore e giorni, ma ha senso.

Ora, io non sono affatto una delle bravissime food blogger che leggo con molto piacere, quindi se volete il procedimento millimetricamente spiegato, lo trovate qui.

Condivido invece un pensiero, al di fuori della cucina. Posso essere io come la farina? Sì, grazie.

Mi spiego. È quasi una regola non scritta lamentarsi delle circostanze, interpellare esperti in-chissà-cosa per uscire dai cortocircuiti di tristezza e insoddisfazione quotidiana. E lo sguardo si sposta altrove; anche se di poco, ogni ricetta della felicità non dirà mai che basta esserci, tenderà sempre ad aggiungere qualcos’altro.

Eppure è più vera la regola del lievito. La realtà contiene già delle sostanze, presenti anche quando invisibili, che sono tutto ciò che ci occorre per diventare «un impasto vivo», qualcuno che – lì dov’è – si nutre e lievita. Per quanto la cosa sia semplice, non è altrettanto immediata … perché richiede umiltà. Richiede di accreditare l’ipotesi che la reazione sia innescata non dai nostri sogni, ma da qualcosa che non è completamente nelle nostre mani e neppure per forza positivo. Il reale.

Qualcosa di possente c’è dentro il mondo, nell’aria che respiriamo e in tutto ciò che tocchiamo con mano. E il nostro «meglio» è lasciarci plasmare – come fa la farina – da queste sostanze vive che interagiscono con noi. Possono essere le gioie, quanto i dolori. Può essere un impatto visivo con certe immagini quotidiane di cui coscientemente non ci accorgiamo neppure più. Può essere la voce della nonna che ti raccontava le fiabe. Può essere il vicino di casa con abitudini eccentriche. Certo è che tutto questo, nel piccolo e nel grande, nel doloroso e nel gioioso, crea un innesco irripetibile di cui noi costituiamo il reagente. Siamo come la farina che lievita, cioè cambia forma e consistenza, crescendo.

La nostra crescita è il riverbero della certezza che la sostanza del mondo è viva e non lascia inerte chi decide di lasciarsi «innescare». I sogni non lievitano, semmai si smontano. Chi vuole imporre al mondo le sue regole non lievita, è solo un pallone gonfiato.

Ma con poco e con nulla, c’è già tutto. Ci sei tu a contatto col mondo. Basta (… nel senso che è abbastanza). E basta l’onestà di chi non vuole fare il protagonista, ma essere protagonista dentro una trama che ti manda incontro sostanze vive per diventare ancora più vivo. Provato, ognuno lo sarà senz’altro. Gioioso, talvolta. Lieto … ecco questo dovrebbe vero sempre, anche quando le cose non vanno dritte come le avevamo pensate. Lieto, parolina che ha solo una sillaba di differenza rispetto a lievito. L’etimologia non c’entra, ma giochiamo … e se questa somiglianza volesse dire che, come il lievito, uno può essere lieto di esserci ed espandersi, lieto di lasciarsi dilatare da tutto, prove comprese?

Basta parole. Ecco cosa è uscito dal nostro forno, per ora…

Torta di roselline ripiene di cioccolato e marmellata di arance

Torta di roselline ripiene di cioccolato e marmellata di arance

Focaccetta al tè, miele e scorza di limone

Focaccetta al tè, miele e scorza di limone

Pane classico

Pane classico

Piada con robiola e fichi caramellati

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Chi pensava che questo fosse un blog di letteratura, verrà clamorosamente deluso. Qui si raccoglie tutto ciò che sta “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Vale tutto … e tutto vale davvero.

Dunque, non fate parlare solo me: qualunque sia la vostra capriola (cioè quotidiana follia, mattata, gioia, ferita) – se vi va – condividetela. Come in ogni buona mensa, qui si canta “aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più”.

A proposito di tavola e di ricette….

In queste settimane, l’orto e gli alberi da frutto di mio babbo ci fanno doni generosissimi. Andare a trovarlo in campagna prevede il rituale di benedette litanie ortofrutticole.

Lui chiede:

«Pomodori, ne hai?» – «Zucchine, ne hai?» – «Meloni, ne hai?» – «Pesche, ne hai?» eccetera.

Tra un po’ sarà tempo di fichi, gli alberi grondano già di piccoli frutti che stanno maturando. E ci sarà il momento – sempre benedetto – della sovrabbondanza, la frenesia da raccolta. Gli amici «giusti» sono già stati allertati. In particolare Mario & Co.

Da tempo i nostri amici Mario e Marisa, papà e mamma della mia grande amica-sorella Lucia, ci viziano coi loro fichi caramellati. Per noi sono «i fichi di Mario».

Non si può ambire all’eccellenza culinaria della famiglia in questione, ma ci si può comunque cimentare con la ricetta base. Si tratta di far sobbollire lentamente per qualche ora i fichi interi (con la buccia) immergendoli nello zucchero e nell’aceto. Io ci metto anche un po’ di scorza di limone. Le proporzioni sono le seguenti: per ogni kg di fichi si aggiungono 300 gr di zucchero e 1 bicchiere di aceto. 20140717_132128

Poi si gustano come volete. A me piacciono accompagnati da robiola e piadina… anche se non so come collocare questo piatto in un ipotetico menù: Piatto unico? Secondo? Dolce?

Ai posteri… ma soprattutto ai postumi (di certe grandi abbuffate) l’ardua sentenza.