Lavare i panni sporchi … tra amici

Carissimi amici che seguite questo blog,

condivido con voi la presentazione del mio nuovo libro Un cuore grande come una casa; è stata un’occasione estemporanea, non era stata pianificata a tavolino. Perciò è stato bellissimo.

Alcuni amici si sono trovati una sera d’estate a cantare … sì, adulti che cantano seguendo una chitarra … nella casa di campagna di Lucia e Silvano, famiglia che conosco da quando sono nata. Mi hanno chiesto di raccontare qualcosa del libro e l’ho fatto, ecco qua.

“Io trovo l’ispirazione in bagno”, parola di Agatha Christie

Fare lo scrittore è un mestiere pericoloso: si corre il rischio di prendersi sul serio e, peggio ancora, che gli altri ti prendano sul serio. Non è una battuta. Siamo pieni di serissimi scrittori che pontificano dalle colonne dei quotidiani e si pongono come i detentori della Verità assoluta su persone, eventi, leggi. Stare sul piedistallo è il veleno peggiore per uno scrittore, e per i suoi lettori.

Esiste, infatti, una frontiera tra lo scrittore e la sua scrittura: è una linea di demarcazione netta, invalicabile. La scrittura può ospitare intuizioni vere, riverberi della Verità; lo scrittore, invece, non è mai possessore, né tantomeno creatore di verità. Dante lo sapeva bene e diede una definizione onesta del suo mestiere di poeta: “I’ mi son un che quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”. Voleva dire che il motore della sua poesia non è mai stato una sua capacità, quanto un ascolto: talvolta – dice lui – spira nell’aria l’eco di qualcosa che ti spalanca il cuore e muove la tua testa verso intuizioni che non avresti avuto da solo; ne sei segnato come da una macchia, e allora cominci a usare la tua voce per parlarne anche ad altri. In questo senso dico che tra scrittura e scrittore esiste una linea netta di demarcazione. Lo scrittore non deve essere scambiato per una divinità.

Dalle ultime indagini risulta che il mercato editoriale trabocca di autori autobiografici, che scrivono memorie personali più o meno apprezzabili. E dicono che questo sia un bene. Ecco, per me questo è un segno inequivocabile dell’aridità egoistica del nostro tempo. Non sappiamo guardare oltre il nostro ombelico. Non vogliamo correre il rischio sano di inoltrarci nella conoscenza dell’altro, nell’impegno di conoscere ciò che c’è oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. L’autoreferenzialità è la tomba dell’immaginazione.

Se esiste, invece, un genere letterario che è la fontana dell’immaginazione e pone a fondamento della scrittura il mistero (e non la saccenza), direi che è proprio il giallo.

La smetto subito con questa mia predica, perché ogni mia parola sbiadisce di fronte alla meraviglia del testo che sto per proporvi. Altro che corsi di scrittura creativa! … ecco un documento umano equivalente a un blister di vitamine.

Agatha-ChristieLa mia amica Maria Grazia mi ha spedito alcune paginette in cui la grande giallista Agatha Christie racconta di sé e del suo lavoro. Non è un documento che interessa solo gli esperti, è come la visita di una vecchia amica che aspetti da tempo. Leggendolo la prima volta, ho pensato che se sapessi guardare la mia vita con questi occhi sinceri e ironici, probabilmente apprezzerei miliardi di piccole cose che quotidianamente mi perdo; e saprei ridere delle mie mancanze.

Nelle righe che ora vi riporto è evidente la sana chiarezza di fondo che lei aveva: quanto più si descrive con allegra umiltà, tutt’altro che patetica, tanto più le sue parole passano dall’autoreferenzialità alla verità. Non c’è dono più grande del mettersi a nudo con ironia, come per dire ai propri lettori: “Guarda, son ben felice se trovi qualcosa di buono in quel che ho fatto; ma stai tranquillo, io sono una come te che si barcamena con gli alti e bassi della vita”.

In ogni caso, potete anche tralasciare tutte le mie sciocchezze letterarie, e godervi semplicemente la piacevolezza della passeggiata in compagnia di questa grande signora:

«Mio padre era americano: sì, è per questo che ho una deplorevole indulgenza per i vizi e le stupidaggini degli americani. Mio padre non faceva niente, la sua attività più faticosa era versarsi da bere. Ciononostante morì giovanissimo, quando io ero bambina. Mia madre, invece, era inglese al cento per cento, e nobile per di più. Non riusciva a capacitarsi che potessero esistere le scuole pubbliche e che la gente di ogni classe sociale potesse mandarvi i figli tutti insieme. So che pianse molto quando mio padre mandò alla scuola pubblica mio fratello e mia sorella maggiori. Ma si oppose disperatamente quando toccò a me: “Questa è la più piccola, almeno questa teniamola a casa, salviamola”. Mio padre cedette subito, un po’ perché non amava le discussioni, un po’ perché aveva mandato a scuola due figli su tre ed era un’ottima percentuale. Così non andai alla scuola pubblica: studiai a casa, sotto la guida di un precettore, come si usava ai vecchi tempi. Ufficialmente, per il ministero dell’Istruzione, sono analfabeta.

Per imparare, tuttavia, ho imparato lo stesso quello che mi occorreva, almeno l’indispensabile. Ma ho avuto un enorme vantaggio: molto tempo libero a disposizione. Non so se mia madre mi avrebbe dato il permesso di giocare con i figli dei vicini di casa: il problema non si pose mai, perché la nostra casa era isolata e perciò non c’erano vicini. A giocare da sola, dopo un po’ mi annoiavo. Così passavo buona parte del mio tempo nella biblioteca di casa, a leggere i romanzi di Jane Austen, delle povere sorelle Brontë, di Dickens, di Conan Doyle.

[…] Confesso che scrivere romanzi polizieschi mi ha sempre divertito, anche se il farlo comporta uno sforzo notevole.sleeping-murder-miss-marples-last-case-agatha-christie-paperback-cover-art Il primo romanzo poliziesco lo scrissi negli anni della prima guerra mondiale. Cercavo di fare qualcosa, senza sapere bene cosa volessi, un po’ come tutti. In un primo momento tentai di scrivere poesie. Poi scrissi un dramma piuttosto tenebroso, qualcosa a base di incesto, se ben ricordo. Poi un romanzo molto lungo, complesso, morboso: in alcune parti non poi male del tutto. Poi scrissi Poirot a Styles Court. Non avevo letto molti romanzi polizieschi, prima: non ce n’erano molti da leggere. Dopo che il mio libro fu scartato da tutti gli editori, lo comperò Lane, e io mi sentii inondare dalla felicità.

Così continuai a scrivere romanzi polizieschi, non riuscii più a staccarmene. Se avessi saputo che la cosa sarebbe durata tanto a lungo, avrei scelto dei protagonisti più giovani. Dio sa quale dovrebbe essere la loro vera età oggi! E Poirot, temo, col passare del tempo deve sembrare una creatura sempre più irreale. Un investigatore privato, che accetta di fare indagini su casi criminosi, oggi non esiste, e diventa sempre più difficile trovare il pretesto per coinvolgerlo in un’inchiesta. Il problema non si pone con Miss Marple: tipi come lei ce ne sono ancora a migliaia.

La gente pensa sempre che si prenda a modello, nello scrivere i libri, qualcuno che si conosce bene, ma non è il mio caso. Certi personaggi nascono da impressioni causate da persone a cui non si è mai rivolta la parola: qualcuno che si vede a una scampagnata, per esempio, e di cui si immaginano gesta incredibili. Mi preoccupava la necessità di trovare un detective per il mio primo libro, e nei primi anni della guerra c’erano da noi alcuni rifugiati begli: così pensai che sarebbe stata una buona idea prendere un rifugiato belga. Eppure io non conoscevo nessuno del genere. Miss Marple, invece, è molto simile alle zie o alle nonne che abbiamo un po’ tutti.

I miei primi libri erano molto convenzionali. Erano anche troppo complicati, con un mucchio di falsi indizi e di intrighi secondari. Continuavo in ogni momento a tirare in ballo poliziotti stupidi, finché finii col capire che mi era necessario un Watson. Del Watson di Poirot, il capitano Hastings, però, mi stancai presto e lo mandai in esilio in Argentina.

Quando leggo quei primi libri rimango sempre stupita dal numero di domestici che vi compaiono: non c’è mai nessuno che faccia qualcosa, sembra che la sola preoccupazione di tutti sia quella di farsi servire un tè in giardino. Un’epoca per cui si prova una certa nostalgia. Il gusto moderno è profondamente mutato, e si è passati dal romanzo poliziesco al romanzo criminale, quelli che in America si chiamano “gabblers”: una sequenza di episodi violenti che seguono uno all’altro. Questi romanzi mi annoiano.

Di solito, consegno all’editore un nuovo libro entro la fine di marzo. È un ottimo sistema. Si può scrivere durante i tristi mesi invernali e arrivare pieni di energia alla stagione delle gemme. Prima che un libro sia finito, non ne parlo mai: ho scoperto che a parlare di un tema si finisce sempre per trovarlo difettoso. Quando è finito, lo faccio leggere a un paio di persone e sento che cosa ne dicono. Difficilmente riesco a trarre in inganno mia figlia Rosalind: indovina sempre! Rosalind è la ragazza più intelligente che io conosca. Ha un unico difetto, non sa allevare suo figlio Matthew, ma forse è anche colpa mia se lui è un po’ lazzarone: nel ’52, quando aveva 12 anni, gli regalai i diritti di una mia commedia, Trappola per topi, che gli ha fatto guadagnare 150 milioni e gli permette di vivere comodamente di rendita.

Ormai però mi basta un niente a deprimermi: qualsiasi scusa è buona per non scrivere, perché, in certi momenti, mi sembra che scrivere sia come sfornare salsicce: io sono una perfetta macchina sfornasalsicce! Penso sempre che presto dovrei smetterla, poi sono sempre contenta di cominciare a scrivere un altro libro, e, dopo tutto, non è poi così difficile inventare qualcosa di nuovo. Naturalmente, a mano a mano che si diventa vecchi, si cambia punto di vista. Con ogni probabilità, potrei continuare a riscrivere lo stesso libro, e nessuno se ne accorgerebbe: e non è detto che non lo faccia, il giorno in cui mi troverò a corto di idee!

tumblr_mejz2gItM51rsqnpro1_250[…] Per ogni nuovo romanzo io trovo l’ispirazione in bagno. È sempre stato così. Fin da ragazza, se volevo concentrarmi, dovevo chiudermi in bagno. Quando ho cominciato a guadagnare, le prime spese sono state per la stanza da bagno: enorme, lussuosa, una sala da soggiorno vera e propria, con poltrone, tavoli, sedie, e una vasca meravigliosa, istoriata, con il bordo di mogano. Adagiata nell’acqua calda profumata dai sali, mangiando mele e bevendo tè, ho sognato decine di delitti perfetti. Ma ci sono altri modi per trovare l’ispirazione: il più semplice è sfogliare il giornale e lavorare di fantasia su un fatto di cronaca. Di solito uno pensa prima alla struttura generale del romanzo, magari sorprendendosi a dire: “Quello sarebbe uno strepitoso colpo di scena, un sotterfugio davvero buono”. Il primo scopo da raggiungere è quello di trarre in inganno il lettore: da lì si procede a ritroso. Io comincio sempre con un’idea abbastanza precisa dell’intero libro, anche se qualche particolare viene aggiunto o cambiato mentre scrivo. Si è sempre un po’ preoccupati dalla prima apparizione dell’assassino. L’assassino non deve mai comparire troppo tardi: questo renderebbe il libro poco interessante per il lettore. E la soluzione deve funzionare perfettamente, giungendo quanto più prossima possibile alla fine della storia. Io ho alcune regole da cui non derogo. Non devo scrivere cose false. Scrivere “La signora Armstrong tornò a casa chiedendosi chi fosse l’assassino”, se l’assassino era poi lei, sarebbe sleale. Ma non è sleale tacere qualcosa. In Dalle nove alle dieci, il narratore scrive: “Me ne andai dieci minuti più tardi, dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare”. Qui manca qualcosa, ma non c’è bugia.

Chiunque sia l’assassino, deve essere qualcuno che, a mio giudizio, può essere l’assassino. Un omicida deve avere una personalità su cui i freni inibitori non funzionano. La vanità, ritengo, è una caratteristica molto importante al riguardo. Un assassino non è un tipo dubbioso, non c’è alcun freno in lui, ed egli è ben sicuro di quello che fa. Ma non c’è bisogno che questo particolare sia ovvio: raramente, infatti, si arriva a questo punto, nella vita reale.

[…] Molte ragazze americane mi scrivono lettere di ammirazione. E tutte così affettuose! Ma gli indiani sono ancora peggio. “Ho letto tutti i suoi libri: lei deve essere una donna molto nobile”. Chissà cosa c’è mai nei miei libri che possa far pensare a qualcuno che io sia una donna nobile.

Qualche volta gli ammiratori sono delusi dalle mie fotografie: “Non pensavo che lei fosse così vecchia”, scrive qualcuno. Altri mi fanno delle domande: “Che emozioni prova quando scrive?”. Io scrivo per divertire.

Un africano, una volta, mi scrisse una lettera preoccupante: “Sono entusiasta dei suoi libri e voglio che lei diventi mia madre. Verrò in Inghilterra il mese prossimo …”. Dovetti rispondere subito che stavo partendo per un lungo viaggio all’estero …

I critici sono brava gente, di solito credono in ciò che dicono. Forse hanno ragione a non prendermi troppo sul serio. Neppure io mi prendo in seria considerazione, so che i miei libri sono cosa di poca importanza. Ho solo cercato di intrattenere, di divertire la gente, non ho avuto ambizioni maggiori. Dieci anni dopo che sarò morta, sono sicura che nessuno si ricorderà più di me».

Agatha Christie

christie

Carriole comiche

Viva gli strafalcioni, sono meglio delle buone idee.

Scrivendo tutto il giorno, commetto errori di ogni tipo sulla tastiera e il correttore automatico a volte mi salva, a volte addirittura m’illumina d’immenso. Chissà in quale modo storpiato io avevo digitato il titolo del mio libro “capriole cosmiche” … se il correttore si è sentito in dovere di sistemare la cosa in “carriole comiche”. Ho preso l’indicazione come un messaggio celeste.

Da tempo, cioè più o meno da quando è uscito il libro, mio marito mi dice: “Senti, non è che tu puoi fare le cose e poi abbandonarle, devi curarle”. Infatti, io mi riconosco appieno nella descrizione di Oriana Fallaci: lei sosteneva che pubblicare un libro è come partorire, è talmente doloroso che una volta fatto, è fatto. Il libro richiede così tanta dedizione mentre lo si scrive, che quando lo vedi nascere “fatto e finito” è quasi liberatorio abbandonarlo alla sua strada. Ora è fuori. Che cammini pure con le sue gambe.

Ma ha ragione mio marito. Dovrei curarmi delle cose che faccio. In sintesi, dovrei promuovere il libro.

Francamente, non mi ci vedo seduta davanti a una platea a portare chissà quale messaggio autorevole. Men che meno mi vedo in contesti intellettuali. Ecco, allora, che provvidenzialmente mi è piombata addosso la visione delle “carriole comiche”.

Foto di Matthew Benton

Foto di Matthew Benton

Da piccola scorrazzavo in campagna con una grande carriola arrugginita che mio nonno mi lasciava usare. Ci caricavo su quel che capitava: sassi, verdura, bambole. Poi rovesciavo tutto, da qualche parte. Per me era un gioco. Quando era mio nonno a usare la carriola, la cosa era ben diversa. Lui la riempiva all’inverosimile, dedicandosi ai grandi lavori che impone la gestione di un podere. D’estate in pieno sole lo vedevo sudare avanti e indietro, col suo corpo robusto e imponente. Carica e scarica, carica e scarica. Era l’immagine visibile del peso imponente eppure valoroso del vivere.

Uno strumento che serve per cose molto serie, ma anche per giocare, mi piace.

La carriola, in effetti, ribalta ciò che trasporta. Forse ha qualcosa in comune con le (mie) capriole. Ecco quindi l’idea: vorrei portare in giro il progetto che c’è dietro il mio libro dentro l’esperienza semplice delle persone a cui può interessare. In sintesi l’idea del libro è: la strada migliore, forse, è quella che ci mette sottosopra. Dante voleva solo uscire dalla selva, e invece il maestro che gli è andato incontro, Virgilio, gli ha fatto fare un giro dell’altro mondo. Ma, alla fine, ne è valsa la pena.

Questo può capitare in ogni contesto possibile (famiglia, lavoro, hobby, ecc ecc) … anche nel mondo dei cattivissimi criminali. Perciò ho scelto come “uomo immagine” il signor Gru:

Quello che vorrei fare, con l’aiuto di chi vorrà collaborare, è creare delle piccole carriole ambulanti: luoghi di ritrovo in cui raccontare esperienze positive o drammatiche di ribaltamento. Aver letto il mio libro non è necessario (ma comunque non vi impedisco di farlo). Non immagino luoghi di incontro neutri, ma significativi per l’esperienza di chi li propone. Una volta ho parlato della casa di Chesterton in uno show room di arredamento, ed è stato meraviglioso.

Lì dove è accaduto qualcosa di semplice e significativo, troviamoci a raccontarlo. Ecco come ho intenzione di promuovere il mio libro. Per darvi un’idea, il prossimo 23 maggio sarò ad Arzignano insieme a una coppia di sposi, Giuseppe e Anita, che mi accompagneranno musicalmente, condividendo con i presenti il loro meraviglioso repertorio: hanno creato una moglie-marito band chiamata #mienmiuaif (guardateli su Youtube!).

Ecco qua, dunque. Chi ha idee per il CARRIOLE COMICHE TOUR mi scriva a: capriolecosmiche@gmail.com

Grazie!

coming soon ... on tour

coming soon … on tour

Io sono Charles

Io sono charles

Prendo tutti i giorni il rimedio che l’incomparabile

Dickens prescriveva contro il suicidio.

Consiste in un bicchiere di vino, un boccone di pane

e di formaggio e una pipa di tabacco.

Vincent Van Gogh

Con questo titolo l’ho davvero sparata grossa, ammiccando a un certo dilagante motto d’attualità. In realtà io non sono Charles … Dickens. Ma sono come Charles mi descrive; ho trovato e trovo tanto di me nei suoi libri. Cose che neppure io mi accorgo consapevolmente di essere: tic, paranoie, comicità, limiti, sguardi. A dire il vero, nelle sue pagine trovo ogni possibile essere umano. E questo è incredibile. In Dombey e figlio Dickens scrive: “Se accade qualcosa, prendine nota“. Lui fece davvero così, e vorrei tanto essere Charles, cioè praticare questo consiglio di vita.

Lo scorso dicembre sono stata invitata a Milano per parlare di quest’autore in una scuola superiore. Ho registrato un video dell’evento (… cioè, è un evento che io riesca a tollerare un video di me). Lo condivido con voi, per chi avrà tempo libero da perdere. È suddiviso in tre parti:

1) ESSERCI è RELATIVO

In cui prendo a prestito dal paracadutismo l’immagine del relativista (quelli che si buttano dall’aereo e disegnano figure geometriche aggrappandosi tra loro mentre sono in caduta libera), per dire che venire al mondo è un tuffo e una bella stretta di mano. E che Dickens si tuffava in mezzo a tutti e stringeva la mano a chiunque.

2) UNA FOLLA IN RIVOLTA

In cui parlo della strage degli innocenti, cioè della riduzione dell’essere umano a recipiente o statistica. Dickens ci rovescia addosso una folla gigantesca di umanità che è in rivolta … in rivolta contro la bugia del mondo della scienza, dell’economia e della statistica, tutte discipline che vorrebbero ridurre l’uomo a un grafico prevedibile. Invece, lì dove c’è un cuore libero e vivo che batte c’è un’imprevedibile avventura (nel bene e nel male).

3) FUORI è MAGNIFICO

In cui mi scuso con Fedez per voler puntualizzare che prima della sua bellissima canzone, qualcun altro aveva già dichiarato che “fuori è magnifico”. Dickens appunto. Magnifico non vuol dire bello, etimologicamente significa “che si mostra grande”. Tutto oltre l’uscio di casa è qualcosa di grande (nel bene e nel male), più grande di quello che ciascuno può immaginare, sperare e temere. Nell’omonimo romanzo, il signor Pickwick dice, parafrasando: “Potrei starmene a guardare il mondo dalla finestra, vedrei tutto senza correre rischi. E invece io mi ci butto dentro, costi quel che costi”. È un rischio? Sì, per questo è anche un’opportunità.

L’era glaciale è finita! (… cioé: raccontarsela o confidarsi?)

54090518_c2e1c19116_o

Siamo tutti creature incomplete, dimezzate, se qualcuno più saggio,

migliore, più caro a noi di noi stessi – e tale è un amico – non ci aiuta a

perfezionare la nostra debole, imperfetta natura.

Frankenstein di Mary Shelley

La nostra vita è inevitabilmente un racconto in prima persona. È una storia che noi viviamo da dentro e non solo ne siamo i protagonisti, ma siamo anche i narratori (la nostra coscienza è la voce narrante della nostra storia). Purtroppo o per fortuna, non c’è un narratore onnisciente che giudichi in modo oggettivo quel che ci accade. Qualche volta sarebbe utile avere una voce fuoricampo, distaccata, che ci spiegasse cosa stiamo vivendo. Perché noi, da dentro, sminuiamo o ingigantiamo i fatti, le parole, le reazioni in base alla nostra umorale sensibilità. Prendiamo degli abbagli e grandi cantonate.

La conoscenza del mondo e di noi stessi non è mai neutra, proprio perché non è un racconto in terza persona. Si può dire che sia una versione alterata, cioè non oggettiva. E, rispetto a ciò, sorgono delle domande:

  • In che misura è positivo che io sia protagonista e narratore esclusivo della mia vita?
  • Quali sono invece gli aspetti negativi di questo raccontarsi da soli?
  • Le altre voci, che modo intervengono in questa conoscenza di me, sono solo un intralcio fuorviante?

Tutti conosciamo Frankenstein, o anche solo ciò che evoca questo nome. Il più delle volte si pensa che Frankenstein sia il mostro, invece è il nome del suo creatore, il dottor Victor Frankenstein. A soli 19 anni Mary Shelley scrisse questa storia, che è un capolavoro. Alcuni critici lo definiscono un mito, perché contiene dei temi ancestrali che toccano le nostre radici più profonde. È vero. Uno di questi semi profondi che il testo della Shelley fa sbocciare è l’unicità dell’essere umano, che è una creatura creatrice. L’uomo non è solo spettatore del creato, ma partecipa ad esso con originali opere di creazione. Il dottor Victor Frankenstein si spingerà fino all’estremo, presumendo di essere in grado di creare la vita nel suo laboratorio. Darà alla luce una Creatura, e la abbandonerà subito, inorridito di ciò che ha fatto.

C’è un aspetto di questo romanzo che solo ultimamente ha colpito la mia attenzione, ed è – se vogliamo – un aspetto formale. In che modo Mary Shelley sceglie di raccontare questa storia? Facendo parlare tutti i protagonisti in prima persona.

Il testo comincia portando sulla scena Robert Walton, un esploratore che ha deciso di spingersi fino al Polo Nord e scrive alla sorella Margaret per raccontarle la sua impresa. Una navigazione verso un luminoso paradiso terrestre, è così che Walton immagina il suo viaggio. Tutti pensiamo al viaggio della vita in questi termini. Eppure Walton si rende ben presto conto di una grande mancanza:

 «Mi resta un desiderio che non sono riuscito a soddisfare e questo vuoto mi sembra il male peggiore. Non ho un amico, Margaret. […]. Desidero la compagnia di un uomo capace di sentire come me, i cui occhi rispondano ai miei».

Il bisogno di un uomo i cui occhi rispondano ai miei. Ecco il tema/problema che Walton squaderna e spalanca: il mio racconto in prima persona sente il bisogno di una risposta da parte di qualcun altro. Ho bisogno di condividere il mio viaggio, per comprenderlo e per sentire davvero quel che vivo. La felicità non è tale se non è condivisa; questa ferita si apre nel narratore Walton a cui, da quel momento in poi, sarà dato il privilegio drammatico di assistere come testimone alla storia di due uomini che gli metteranno di fronte agli occhi l’evidenza che anche l’estrema infelicità chiede di essere condivisa.

A Walton, infatti, si offre l’opportunità di conoscere e incontrare la storia di Victor Frankenstein e della sua Creatura, i quali – quasi come andassero al banco dei testimoni – porteranno esempi opposti eppure simili di quale avvizzimento violento comporti una conoscenza di sé compiuta in solitudine.

Victor e la sua creatura sono agli antipodi. Victor cresce amato e ben voluto in una famiglia perfetta, dove regnano il rispetto e la generosità; la creatura (a cui non viene neppure dato un nome) viene immediatamente abbandonata, non appena emette il suo primo respiro, e per l’intero corso della sua vita non conosce nessun affetto. Victor ha degli amici sinceri e studia con professori disposti ad accompagnarlo nelle sue scoperte; la creatura non trova nessuno disposto ad ascoltarlo, ogni presenza umana lo scaccia e lo rifiuta. Nonostante queste premesse, Victor adora la solitudine (sì, proprio lui che è circondato da affetti e amici), mentre la sua creatura desidera, implora amicizia e odia la solitudine a cui è costretto. Paradossale!

Ecco due esempi dei loro opposti caratteri:

VICTOR: «Evitavo la vista degli uomini, ogni parola di gioia e di piacere suonava per me come una tortura; la solitudine era la mia sola consolazione; solitudine profonda, cupa, mortale. […]. Spesso, quando il resto della famiglia si ritirava per la notte, prendevo la barca e passavo molte ore sull’acqua. A volte, con le vele spiegate, mi lasciavo trascinare dal vento» (dal capitolo 9)

– la CREATURA: «Ammiravo le virtù e i buoni sentimenti, mi piacevano i modi e le amabili qualità dei miei vicini, ma ero escluso da ogni rapporto con loro, tranne quelli che riuscivo ad avere a loro insaputa, non visto e ignorato, e che aumentavano, piuttosto che soddisfare, il mio desiderio di essere un uomo in mezzo agli uomini. […] Ma i miei parenti, i miei amici dov’erano? Nessun padre aveva vegliato su miei primi giorni, nessuna madre mi aveva fatto la grazia dei suoi sorrisi e delle sue carezze … . E non avevo mai incontrato un essere umano che mi somigliasse o rivendicasse qualche vincolo comune. Che cosa ero io?» (dal capitolo 13).

La maestria, o meglio, il genio di Mary Shelley porta il dramma di questa ferita a un vero e proprio intreccio. L’autrice, infatti, porta tutti e tre questi personaggi al colmo delle loro rispettive solitudini a intrecciarsi, appunto. Walton, il dottor Frankenstein e la Creatura s’incontrano lì, dove non dovrebbe esserci anima viva, al Polo Nord. Il paradosso più eclatante è, però, che proprio lì, nel regno dei ghiacci (lì dove a Walton si è posto il problema della sua solitudine) la solitudine è vinta, perché l’esploratore – di fatto – riceve la confessione di Frankenstein e della sua Creatura.

images18FNXZKF

Victor per l’intero corso della vita non ha voluto confidarsi con nessuno, ha scelto di essere l’unico protagonista e narratore delle proprie vicende; la sua creatura non ha potuto confidarsi con nessuno, ma avrebbe  voluto condividere la sua storia con altri. Ed entrambi finiscono al Polo Nord, che è ciò che Dante definirebbe l’inferno: il regno della ghiacciata solitudine. Ma inferno non è. Anzi, Walton lo credeva un paradiso. Di fatto, insieme, ne faranno un purgatorio.

Coloro che per strade opposte si sono chiusi in assoluta solitudine, come ultimo gesto umano si confidano a un altro uomo. Là, lontano, tra i ghiacci perenni, il creatore Frankenstein e la sua creatura raccontano finalmente la propria storia a qualcun altro, a un uomo che stava viaggiando per conoscere, l’esploratore Walton. Ed egli farà proprio l’esperienza suprema di conoscenza. Idealmente, quello che il lettore si trova tra le mani è la testimonianza di un esploratore che raccoglie le confidenze di due uomini, che mai nella vita si erano confidati con altri e che dopo poco moriranno. L’ultimo atto della loro rispettiva vita – il contenuto stesso del libro – è una voce che si comunica e cerca comprensione, condivisione e … mia personale ipotesi … anche perdono.

In latino i verbi confidarsi e confessarsi sono passivi. Perché, in effetti, sono un momento in cui la conoscenza di me non è solo in mano mia. Io sono protagonista del racconto, ma non sono l’unico soggetto agente: metto nelle mani di qualcun altro la mia storia. Sì, la vita è un racconto in prima persona…inevitabilmente. E può essere velenoso. Quante volte “ce la raccontiamo”? Vediamo le cose a modo nostro, vogliamo essere i giudici supremi della nostra condotta: ci autogiustifichiamo, ci autoassolviamo, o – anche – ci autocondanniamo. L’inferno è fatto di uomini che se la raccontano.

Il paradiso comincia lì dove metto la mia storia in mano a qualcun altro. Racconto di me, apro il cuore e lo metto a nudo. E confido che la voce amica di chi mi sta accanto sappia accompagnarmi a sbrogliare i nodi, a sciogliere i ghiacci perenni dell’egoismo solitario.

…in fondo lo capisce anche un bradipo. Sì, Sid! Quello de L’era glaciale, attorno a cui si crea una sconclusionata ma amichevole compagnia. Un bradipo, un mammuth e una tigre – tra i ghiacci. Tre viaggi in solitaria che fortunatamente s’intrecciano, come in quella bellissima scena in cui scivolano sulle lastre di ghiaccio per salvare il bambino. Mentre il povero Scrat ….solo soletto…insegue la sua ghianda senza mai raggiungerla (immagine ironica e triste delle nostre fissazioni, che sono tali proprio quando le perseguiamo in solitudine).